2 dicembre 2016

Spregiudicato o frustrato: i profili del bullo

di Carlo Buonanno

bullismoComprendere i processi psicologici che guidano i comportamenti aggressivi per prevenire la violenza sulle vittime

Luca, cinquantenne alcolista, legato a un albero con il nastro adesivo. Come un pacco. I cinque bulli che lo hanno perseguitato hanno ignorato la scritta “fragile”. Lo hanno colpito. E c’è mancato poco che lo rompessero. Marco, invece, ha 17 anni. Si è alzato presto, come tutte le mattine. Solo per la levataccia meriterebbe il posto a sedere sulla corriera che lo porta a scuola. E invece no. Due bulli gli rompono il naso e gli rubano il posto. Hanno ignorato gli occhi di Marco, sprimacciati alle prime luci dell’alba. E se chiedessimo loro il perché di un atto così crudele, risponderebbero: “Era solo un gioco”.

Per aiutare le vittime, tocca conoscere i colpevoli. Per aiutare le vittime, tocca aiutare i colpevoli a non essere bulli. Meno bulli, meno vittime. E meno colpevoli.

Qual è l’identikit del giovane bullo? Perché è così aggressivo? E quali i processi psicologici che ne guidano i comportamenti? Continua a leggere

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1 dicembre 2016

Alleanza terapeutica nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo

di Angelo Maria Saliani

Cosa fare quando anche la cura diventa oggetto di valutazioni ossessive

Instaurare una buona alleanza terapeutica con una persona affetta da disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) non è impresa semplice. Le impasse tecniche e relazionali che segnalano problemi nel legame terapeuta-paziente e un accordo insufficiente su strategie e obiettivi terapeutici possono occorrere sin dalla fase iniziale di valutazione e, a seguire, nelle fasi di implementazione e chiusura del trattamento. Gran parte di queste difficoltà possono essere viste come vere e proprie trappole in cui paziente e terapeuta cadono. Un classico esempio è quello dello stallo che nasce dal timore del giudizio morale del terapeuta: il paziente si chiude in un riserbo sul contenuto proibito delle proprie ossessioni che rende arduo giungere alla formulazione del problema. Un altro esempio è quello della “spiegazione perfetta”: il paziente si dilunga nella spiegazione minuziosa del proprio sintomo ridefinendo continuamente le formulazioni proposte dal terapeuta o, al contrario, procede in modo lento e incerto rendendo vano il tentativo di giungere a una condivisione almeno provvisoria del problema.
Come suggerito da Saliani e Mancini nel libro “La Mente Ossessiva”, è lecito concettualizzare gran parte delle trappole in cui cadono paziente e terapeuta come espressione delle stesse strutture psicologiche che determinano i sintomi propriamente detti. Vale a dire, ad esempio, che lo stesso timore di colpa deontologica che porta una persona a fare controlli ripetuti del rubinetto del gas opera anche quando a essere valutata è la psicoterapia in cui si è impegnati. Continua a leggere

30 novembre 2016

Riflessioni sull’uso indiscriminato della meditazione

di Katia Tenore

Un uso eccessivo e aspecifico delle pratiche meditative può portare a esiti non auspicabili

La meditazione è una antica pratica spirituale, di cui si trova traccia già nei trattati vedici, antichissime raccolte sanscrite risalenti al 2000 a.C..

In sanscrito, la pratica della meditazione è chiamata “Dharana” e si riferisce allo stato in cui un flusso attentivo intermittente si indirizza su un oggetto. Quando il flusso diviene continuo, viene definito “Dhyana”, stato che precede il “Samadhi” (letteralmente: “sono come il più alto”, cioè in unione con l’Assoluto).

Nella tradizione Buddhista, importata in maniera diffusa in Occidente insieme con la tradizione Zen, la meditazione “Samatha” ha lo scopo di conseguire una dimensione di pacificazione interiore ed è propedeutica alla meditazione “Vipassana” che, in lingua pali, allude a una “visione profonda, intensa e potente”, come una torcia che fa luce su qualcosa di opaco.

Ma cosa succede se si illumina qualcosa che non si è in grado di gestire? Può questo metodo essere idoneo per tutti?

Nell’uso moderno, con la parola “meditazione” ci si riferisce al fare esperienza di sé, al processo di autorealizzazione, ma anche a una pratica spirituale per raggiungere la verità ultima. Il risultato è che questo termine è divenuto un calderone in cui concetti come rilassamento, distacco, consapevolezza, autenticità, trascendenza, verità, benessere, si sfumano così tanto da diventare una miscellanea informe. Continua a leggere

29 novembre 2016

Contaminazione mentale nel dirty kiss: tradimento o contatto fisico immaginario?

di Paola Cerratti
curato da Annalisa Bello

Nell’ambito del DOC, diversi studi hanno indagato il fenomeno della contaminazione mentale (CM), ovvero la sensazione di essere stati contaminati, in assenza di contatto fisico, in seguito alla violazione dei propri standard morali o di fronte ad eventi percepiti come inaccettabili. La ricerca ha utilizzato un paradigma denominato dirty kiss, uno scenario immaginario di un bacio non consensuale. In tali studi è stato posto in rilievo il tradimento inteso come violazione morale, ma visto che la procedura prevede anche il contatto fisico immaginario, è necessario distinguere il ruolo dei due fattori nella genesi della CM. Elliot et al. (2009; 2012) hanno manipolato gli elementi del tradimento e dell’aspetto fisico del soggetto che dava il bacio, rilevando che la CM era maggiormente elicitata nel caso in cui era presente il tradimento o in cui l’uomo, che dava il bacio non consensuale, era sporco. Inoltre, hanno notato che, aumentando la percezione di CM, aumentava anche la compulsione a lavarsi. Millar et al. (2015) hanno cercato di scindere il ruolo del tradimento da quello del contatto fisico confrontando l’immaginazione di un bacio non consensuale con quella di un furto  compiuti da una persona di fiducia o da un estraneo in 80 donne tra studentesse e impiegate universitarie con età compresa tra i 18 e i 43 anni (età media = 21,56 anni), ed hanno poi esaminato i sentimenti di tradimento sulla sensazione di CM, in particolar modo sulla sensazione di sporco e il desiderio di lavarsi. Hanno ipotizzato che l’elemento importante negli esperimenti del dirty kiss sia l’immaginazione di baciare piuttosto che il tradimento. Continua a leggere

28 novembre 2016

Il ruolo dell’alessitimia nella relazione tra maltrattamento infantile e disturbi internalizzanti

di Amabile Azzarà
curato da Elena Bilotta

 L’alessitimia può essere definita come la difficoltà a riconoscere e verbalizzare i propri stati emotivi, e a distinguerli dalle sensazioni corporee. In letteratura, diversi studi mostrano come l’alessitimia sia associata all’aver subito maltrattamenti durante l’infanzia (i.e., abuso fisico, emotivo e sessuale, neglect) e alla manifestazioni di disturbi internalizzanti come depressione e ansia.

Uno studio recente si è occupato di questo tema delicato con lo scopo di valutare se l’esposizione al maltrattamento infantile fosse associato positivamente ai sintomi di depressione, ansia e senso di solitudine e se l’alessitimia spiegasse le associazioni tra le diverse tipologie di maltrattamento e tali sintomi.

Hanno partecipato allo studio 339 studenti di un’Università Statunitense, di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni ed appartenenti a diverse etnie. Dopo aver ottenuto il consenso informato, i partecipanti hanno risposto in forma anonima a un sondaggio online della durata di circa un’ora. Gli strumenti utilizzati sono stati: la Toronto Alexithymia Scale per valutare l’alessitimia, The Short Mood and Feelings Questionnaire, The General Anxiety Disorder Scale e la UCLA Loneliness Scale per valutare invece le problematiche internalizzanti. Il maltrattamento infantile è stato valutato come ultimo attraverso il Childhood Trauma Questionnaire, al fine di ridurre gli effetti di un’attivazione emotiva relativa al ripercorrere una eventuale storia di maltrattamento sulle risposte agli altri questionari.

Dallo studio è emerso che l’esposizione a tutte le forme di maltrattamento infantile è associata a sintomi di depressione, ansia e senso di solitudine, confermando quindi i precedenti dati presenti in letteratura, e sottolineando anche la valenza degli effetti negativi del maltrattamento infantile sui disturbi internalizzanti. A tale proposito, è opportuno evidenziare come l’attaccamento possa giocare un ruolo importante all’interno di questo fenomeno: gli ambienti familiari trascuranti potrebbero favorire modelli di attaccamento insicuro e nel corso del tempo, non rinforzare o modellare adeguate strategie di coping e l’espressività emotiva, aumentando pertanto il disagio psicologico e i problemi internalizzanti. È emerso poi che trascuratezza fisica ed emotiva e abuso emotivo sono positivamente associati all’alessitimia, confermando quindi la tesi secondo la quale l’esposizione al maltrattamento infantile potrebbe provocare un deficit nel processamento affettivo e contribuire allo sviluppo dell’alessitimia, ovvero dalla difficoltà a elaborare una consapevolezza emotiva. Tuttavia, nello studio, solo la trascuratezza emotiva risulta univocamente associata all’alessitimia.

In sintesi, i risultati dello studio suggeriscono che la trascuratezza (o neglect) emotiva sarebbe la tipologia più significativa di maltrattamento infantile associata all’alessitimia. Pertanto, si ipotizza che proprio la trascuratezza emotiva potrebbe essere il fattore chiave per la prevenzione dell’alessitimia stessa.

All’interno della pratica clinica, gli autori evidenziano l’importanza della valutazione dell’alessitimia per tutti coloro i quali presentano un disturbo internalizzante, perché ciò potrebbe essere un ottimo outcome di efficacia al trattamento psicoterapico di tipo cognitivo-comportamentale. Si suggerisce inoltre di effettuare un iniziale percorso di psicoeducazione emotiva, con la finalità di permettere al paziente di imparare a leggere e riconoscere le emozioni a partire da se stessi, per poi generalizzarle al contesto interpersonale.

 

Bibliografia:

Brown S., Fite P.J., Stone K. & Bortolato M. (2016). Accounting for the associations between child maltreatment and internalizing problems: the role of alexithymia. Child Abuse & Neglect, 52, 20–28.

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