26 settembre 2016

“Vorrei essere felice ma non so che mi succede”

di Erica Pugliese

Imparare a provare dolore senza fare nulla per combatterlo e accogliere la propria singolarità senza desiderare di essere qualcos’altro

vorrei-essere-felice-anche-ora-che-non-e-tutto-perfettoCapita, almeno una volta nella vita, di domandarsi perché non si è felici come si vorrebbe. La sofferenza umana è, infatti, universale: qualsiasi essere umano si troverà un giorno nella condizione di provare tristezza, rabbia, ansia, vergogna, colpa o paura. Inoltre, se gli eventi dolorosi sono circoscritti, il ricordo del dolore non fa altro che riportarli in auge in qualsiasi momento. Ne consegue che, presto o tardi, ci si ritroverà a interrogarsi su come vincere la propria sofferenza.

Nei manuali d’istruzione delle tecniche di salvataggio, impiegate dagli operatori di soccorso in caso di annegamento, viene in genere scritto a caratteri cubitali di porre particolare attenzione quando il pericolante è in evidente stato di panico. Questi sbracciandosi, barcamenandosi e calciando, anche in seguito all’arrivo dell’assistente bagnante, rischierebbe infatti di annegare e far affogare il suo stesso beniamino. È curioso, ma nella vita di tutti i giorni, quando si è in preda al dolore e al panico, di fatto, esattamente come il pericolante in acqua, si cerca di fare tutto il possibile per non sentire e non provare queste emozioni con il risultato paradossale di mettere in atto una serie di azioni che fanno solo stare peggio. Si annega, nel goffo tentativo di respirare ancora, spesso portando con sé chi si offre in aiuto. Il paziente con disturbo di panico, per esempio, lotterà con tutte le sue forze contro l’ansia, la paura di morire o di impazzire. Per mantenere il controllo, svilupperà velocemente l’abilità di identificare tutti i segnali precoci di reazioni emotive e fisiche indesiderate e spenderà molto tempo a esaminare pensieri e sensazioni al fine di evitare di ricadere nella sofferenza psicologica temuta. Continua a leggere

26 settembre 2016

Il perfezionismo in psicopatologia

di Enrico Fattorini

curato da Barbara Basile

La review di Egan (2011) passa in rassegna le principali evidenze secondo cui il perfezionismo clinico (PC) sia un processo trans diagnostico. Tale definizione intende considerare il PC non solo come fenomeno trasversale a differenti diagnosi, ma anche come fattore di rischio eziologico e di mantenimento di diversi disturbi.

Shafran (2010) definisce il PC come: “l’eccessiva dipendenza dalla valutazione di Sé nella determinata ricerca di esigenti ed auto imposti standard personali in almeno un dominio saliente e malgrado le conseguenze avverse”. I pazienti basano il proprio senso di Sé sul raggiungimento di standard personali estremamente rigidi che si autoalimentano attraverso bias cognitivi, come il pensiero rigido e dicotomico, e comportamenti orientati al compito. Ne consegue una revisione al rialzo degli scopi, qualora essi siano raggiunti, o, in alternativa, un elevato auto-criticismo, accompagnato da condotte di evitamento e/o procrastinazione, qualora, invece, non lo siano.

Il PC è un costrutto multidimensionale e, ad oggi, è stato misurato tramite due scale: la FMPS (Frost, 1990) e l’HMPS (Hewitt, 1991). La prima lo considera un costrutto self-focused, articolato in sei sottoscale: standard personali (SP), preoccupazione per gli errori (PE), dubbi sul proprio rendimento (DR), aspettative genitoriali (AG), criticismo genitoriale (CG) ed organizzazione e precisione (OP). Continua a leggere

25 settembre 2016

Due giorni di pratica di mindfulness a Grosseto

di Gruppo M* (IV anno), SPC Grosseto

Da qualche anno ormai si sente molto parlare di mindfulness in contesti scientifici e non: si va da congressi internazionali e pubblicazioni scientifiche su riviste con alto impact factor alla copertina di Time nel 2014, che parla della “rivoluzione mindful”. Nel campo della psicologia in particolare si è assistito a una sua considerevole diffusione in diversi ambiti, dalla promozione del benessere alla riduzione dello stress, e al suo utilizzo per il trattamento di diversi disturbi mentali. Jon Kabat-Zinn ha definito la mindfulness come la capacità di prestare attenzione al momento presente in modo consapevole e senzaimg-20160910-wa0004 giudicare l’esperienza che si sta vivendo. Il termine “mindfulness”, infatti, sta per “consapevolezza”, o “attenzione consapevole”, e l’applicazione della mindfulness in psicoterapia implica proprio il divenire consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi (pensieri, emozioni, sensazioni), ma anche intorno a noi, e il riportare l’attenzione all’oggetto di osservazione prescelto. Nella pratica del respiro il flusso dell’aria, nel body scan le diverse parti del corpo.

La maggior parte di queste considerazioni sono note agli psicologi e agli psicoterapeuti, proprio per la grande diffusione di terapie basate sulla mindfulness. Ma praticare è tutta un’altra cosa da sapere o conoscere delle nozioni.

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23 settembre 2016

Alzheimer e training cognitivo

di Simone Migliore

Il training cognitivo è di peculiare importanza sia come trattamento preventivo dei disturbi di memoria sia come meccanismo che consente di rallentare i sintomi in soggetti con diagnosi di Alzheimer

Cancellazione di lettere, memorizzazione di una lista di parole, denominazione di figure sono alcuni tra i numerosi esercizi utilizzati per rallentare il decorso dei sintomi cognitivi correlati all’Alzheimer. Numerose ricerche hanno dimostrato che questo trattamento non farmacologico è efficace nel 70% dei pazienti in quanto, oltre a consentire di mantenere e rallentare significativamente le difficoltà cognitive, ha un effetto benefico anche sui disturbi comportamentali (per esempio: depressione, irritabilità, etc.).

Tale programma di allenamento mentale (“training cognitivo”) è un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni ed è altamente personalizzabile con esercizi specifici per il singolo caso.

Il programma include l’apprendimento di tecniche mnemoniche, di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, l’utilizzo strategico di liste, calendari e agende. Una parte del programma è costituita anche dai passatempi più comuni come le parole crociate, le carte o il sudoku. In quest’ottica è importante anche il supporto dei familiari, cui l’esperto fornisce una serie d’istruzioni per applicare nella vita quotidiana gli esercizi eseguiti in seduta. Continua a leggere

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22 settembre 2016

“If I told you not to think of a white bear, how many times you would think?”

di Caterina Parisio

Un personale resoconto su ciò che è stato il Congresso SITCC 2016: pensieri ed emozioni

Mi ha sempre affascinato la risposta che Paul Sweeney, economista e scrittore irlandese, diede durante un’intervista: “Capisci d’aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso qualcosa di importante”. In fondo è così che ci si sente dopo la visione di un film che ci ha toccati profondamente al punto da lasciarci senza parole; in fondo è un po’ così che mi sono sentita alla chiusura del XVIII Congresso Nazionale SITCC che si è svolto pochi giorni fa (15-18 Settembre) a Reggio Calabria. Un misto di emozioni ha caratterizzato questa 4 giorni di studio ed approfondimento, di condivisione e teaser_sitcc_0839464b9f6daa57f205c1dc1e40b55dricerca al punto che, al termine, spinta anche da un velo di malinconia, ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa su ciò che è stato. Partiamo dal titolo del Congresso: “L’evoluzione della Terapia Cognitiva: un ponte tra ricerca e clinica”.

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Psicoterapeuti In Formazione

The International peer-reviewed open-access journal of scientific research in psychology (from Rome, Europe)

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