4 agosto 2016

Nati per credere: religiosità e evoluzionismo

di Maurizio Brasini

Quella tendenza delle persone a utilizzare procedure rapide e intuitive ma anche più fallaci rispetto a processi cognitivi più sofisticati e analitici

Quando ci si domanda perché l’uomo crede in Dio, il punto di vista dal quale viene posta la domanda è cruciale: fa una bella differenza se a chiederlo è, ad esempio, un uomo di fede, un filosofo morale o uno scienziato cognitivo.
La risposta che le persone credono in Dio semplicemente perché Dio esiste e l’uomo è fatto a sua immagine, per la psicologia cognitiva, non consente di fare grandi passi in avanti. D’altro canto, anche la risposta finora più accreditata in ambito scientifico – ossia che la fede svolge una funzione di controllo sociale, che sentirsi osservati dallo sguardo di un Dio incentiva una serie di comportamenti morali e prosociali e costituisce un vantaggio per il gruppo sociale e, in definitiva, per la specie – non sembra pienamente soddisfacente per chi studia la mente.
Negli ultimi vent’anni alcuni ricercatori, tra cui anche un gruppo di psicologi cognitivi e neuroscienziati Italiani, hanno messo in dubbio l’ipotesi che la religiosità sia il frutto di un adattamento darwiniano specifico, vale dire: essere religiosi non sarebbe una caratteristica che offre un vantaggio evoluzionistico a chi la possiede, come ad esempio avere il pollice opponibile, piuttosto si tratterebbe di un effetto collaterale derivante da alcuni processi cognitivi semplificati e intuitivi, questi sì utili per la sopravvivenza della specie. I Continua a leggere

3 agosto 2016

“Sono un’ossessiva, è tutta colpa mia!”

di Laura Pannunzi

Quando favorire l’accettazione del rischio come strategia di cambiamento nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

È uscito da pochi giorni nelle librerie “La Mente Ossessiva”, il nuovo libro a cura di Francesco Mancini, prodotto insieme al contributo di professionisti esperti che operano all’interno dell’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).
La concettualizzazione del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) descritta nel libro, in un’ottica squisitamente cognitivista, riferisce che la sintomatologia ossessiva sia riconducibile a un super investimento finalizzato a prevenire una colpa rappresentata come catastrofica. Temere di avere una colpa, infatti, induce la persona con DOC a mettere in atto una serie di condotte per garantirsi che la minaccia temuta non si realizzi e per sentirsi moralmente a posto. Tali condotte, rivelandosi inefficaci, fungono da trigger per una auto-svalutazione che porta la persona ad attuare dei tentativi di soppressione o di autoconvincimento dell’infondatezza dei suoi dubbi.
La persona con DOC, anche quando valuta criticamente le proprie condotte tese a prevenire la minaccia e il disturbo compromette in modo serio il suo benessere, non può rinunciare a proteggersi da una colpa, poiché considera questa possibilità come “inaccettabile”: essere colpevole è qualcosa che espone ad uno scenario catastrofico e che si deve prevenire. Continua a leggere

2 agosto 2016

Dimmi che studio hai e ti dirò che terapeuta sei

di Elena Bilotta

La psicologia ambientale analizza la relazione tra qualità ambientale dello studio dello psicoterapeuta e la percezione della qualità del trattamento ricevuto

L’ambiente fisico gioca un ruolo molto importante nell’influenzare le percezioni. Lo sa bene la psicologia ambientale, che da anni studia l’impatto dell’ambiente fisico sulle valutazioni e sul benessere delle persone. La letteratura psicologico-ambientale suggerisce che le caratteristiche fisiche dello studio dello psicoterapeuta possono giocare un ruolo importante nell’influenzare la qualità percepita del processo terapeutico. Quando il terapeuta ha la possibilità di scegliere il tipo di arredamento del proprio studio, solitamente punta a realizzare uno spazio che trasmetta il più possibile un senso di accoglienza, accettazione e comodità. Un ambiente curato e confortevole aumenta, infatti, sia un senso di accoglienza e agio che una tendenza ad attribuire prestigio alla figura del terapeuta da parte del paziente. In questo modo, aumentano anche le aspettative di trarre un beneficio dal trattamento.
Ma quali sono le caratteristiche dell’ambiente fisico ritenute più importanti dalle persone che frequentano lo studio del terapeuta e si affidano alle sue cure? Continua a leggere

1 agosto 2016

Siamo tutti bugiardi ma con parsimonia

di Mauro Giacomantonio

Le persone tendono a utilizzare menzogne per avere un vantaggio personale ma cercano di non esagerare per non sporcarsi troppo la coscienza

Spesso si tende a pensare che gli aspetti etici e morali del comportamento funzionino in una modalità “tutto o nulla”. O si è buoni o si è cattivi, onesti o disonesti, bugiardi o sinceri. Proprio in merito al tema delle bugie, la ricerca psicologica ha mostrato che la realtà è più complessa e sfaccettata. Gli individui, infatti, tendono a comportarsi come “bugiardi parsimoniosi”, cioè a cercare una menzogna che sia il più possibile equilibrata e bilanciata. Per capire meglio cosa si intende, si consideri che quando si mente, vengono chiamate in gioco almeno due motivazioni. La prima è il desiderio di ottenere un vantaggio: più soldi, più tempo, più like su Facebook, meno rimproveri, meno lavoro da svolgere e così via. L’altra motivazione è voler mantenere sempre un’idea positiva di noi stessi, come di persone giuste e moralmente irreprensibili. Questa motivazione, però, rema contro l’uso delle bugie.
Per approfondire tali aspetti del mentire, lo psicologo dell’Università di Amsterdam Shaul Shalvi ha chiesto a un gruppo di persone di tirare un dado e di riferire il numero ottenuto senza che nessun altro avesse potuto osservare il risultato. I partecipanti avrebbero guadagnato un euro per ogni punto ottenuto col dado (ad esempio: con un punto avrebbero ottenuto un euro, con sei punti sei euro). Continua a leggere

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30 luglio 2016

“Sarà capitato anche a voi… Di avere una musica in testa”

di Olga Ines Luppino

Il rapporto tra le immagini musicali intrusive e Disturbo Ossessivo Compulsivo

Già nel 1968, la famosissima sigla di Canzonissima faceva leva su un fenomeno comune, seppur non molto indagato dalla letteratura psicologica, quale è quello delle immagini musicali intrusive (IMI), anche definito “tarlo dell’orecchio” o “earworm”.

Il fenomeno si caratterizza per la ripetuta comparsa alla mente di un frammento di melodia, della durata di 15-20 secondi, che può persistere per più minuti o ore senza che il soggetto compia tentativi volontari per richiamarlo alla mente.

Qualunque melodia può diventare fonte di IMI e ritornare alla mente per uno o più giorni per poi sparire o variare. Gli episodi di IMI possono essere facilitati dall’esposizione a melodie musicali o da eventi personali importanti associati a una qualche melodia (es. musica ascoltata a un funerale). L’immagine musicale intrusiva si presenta, per definizione, in assenza di alcuna patologia neurologica o del sistema uditivo.

Visto il ruolo giocato dalle immagini mentali quale stimolo saliente per il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), la psicologa tedesca Taylor ha sintetizzato, con alcuni colleghi, le caratteristiche delle ossessioni musicali, intese quali forme di IMI persistenti e invalidanti dall’elevata significatività clinica e dalle numerose analogie con la sintomatologia del DOC. Continua a leggere

Psicoterapeuti In Formazione

The International peer-reviewed open-access journal of scientific research in psychology (from Rome, Europe)

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