24 febbraio 2017

“Ignorare” un’emozione: attenzione selettiva in presenza di distrattori emozionali

di Giuseppe Romano e Andrea Gragnani

La scelta degli elementi endogeni o esogeni sui quali poniamo la nostra attenzione è guidata costantemente dalla rappresentazione (set attenzionale) di ciò che è rilevante per gli scopi attivi in un determinato momento. Tuttavia, l’attenzione può essere distolta da un obiettivo in presenza di uno stimolo con caratteristiche che lo rendono saliente (si pensi, ad esempio, allo squillo improvviso del cellulare mentre stiamo guardando un film). Ciò avviene ancora più facilmente per gli stimoli che suscitano reazioni emotive, poiché tendono a catturare l’attenzione in modo rapido e quindi a ricevere un’elaborazione preferenziale in virtù della loro importanza per il benessere dell’individuo.

A livello cerebrale, queste modulazioni attenzionali sono mediate in particolare dall’amigdala, che potenzia l’elaborazione degli stimoli a contenuto emozionale fin dagli stadi percettivi. Pertanto, quando vi sono stimoli distraenti che hanno significato emozionale, mantenere l’attenzione focalizzata su un compito è particolarmente difficile e impegnativo, in quanto implica “ignorare” un segnale che per sua natura è fatto per non essere ignorato! Continua a leggere

23 febbraio 2017

Faccia, facciata e Facebook

di Katia Tenore

Dinamica dell’apparenza e dell’aggressività sui social network

La faccia, così come definita dal celebre sociologo Goffman, rappresenta l’immagine di sé delineata in termini di attributi sociali approvati. Durante le interazioni sociali, ogni attore presenta e rivendica una immagine di sé, una linea di condotta. Quando la faccia di un attore sociale è messa in discussione, si avviano “giochi di faccia”, che rappresentano gli sforzi verbali e non verbali che le persone mettono in atto in caso di conflitto e sfida.
Minacce al mantenimento di una “buona faccia”, come critiche e insulti, sfidano il valore relazionale del singolo e il suo desiderio di essere approvato: in caso di offesa, le persone si rivalgono, possono divenire aggressive e agire una ritorsione per ripristinare la propria “faccia”, danneggiando quella dell’offensore.
Uno studio di una giornalista americana ha dimostrato come l’esperienza e il riconoscimento cosciente di un dolore sociale sia la molla che spinge verso la rappresaglia, che è tesa a ristabilire il proprio onore sociale, sia quando la minaccia è rappresentata dalla critica sia dall’esclusione sociale.
Questa dinamica è osservabile anche nelle interazioni sociali che avvengono nei contesti dei social network. Il bisogno di regolamentare le difficili modalità comunicative ha prodotto il neologismo “netiquette”, il galateo di comportamento in rete. Continua a leggere

22 febbraio 2017

Il mondo in prima persona

di Niccolò Varrucciu

Le capacità metacognitive nei disturbi dello spettro autistico

C’è un robusto corpus di ricerche che mostra sostanziali differenze cognitive tra persone affette da Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) ad alto funzionamento e persone a sviluppo tipico. L’espressione “differenze cognitive” è preferita al più comune termine “deficit” perché si vuol evidenziare una diversità nei processi e non una mancanza di abilità.

Tre delle aree in cui si rilevano le differenze maggiori sono: il funzionamento esecutivo, i  processi di elaborazione delle informazioni orientati al dettaglio e la consapevolezza di sé, concetto declinabile in molte aree della vita della persona fra cui la metacognizione.

La Teoria della Mente (TdM) è la capacità d’inferire stati mentali come emozioni, intenzioni, desideri e credenze, e di utilizzare questi prodotti mentali per predire, interpretare e spiegare azioni e comportamenti. Perché le capacità metacognitive siano completamente efficienti, l’attribuzione di stati mentali deve riguardare se stessi (prima persona) e gli altri (terza persona), attività mediate da processi differenti e che implicano conoscenze diverse. Nello specifico, la TdM comprende la valutazione di prim’ordine (inferenza di stati mentali su altri) e di second’ordine (inferenza degli stati mentali altrui su una terza persona); tali inferenze possono essere effettuate partendo da una posizione egocentrica (in relazione al proprio sè) o allocentrica (indipendenti dal sé).
Questa complessità ha implicazioni di grande portata, compreso l’uso di questionari self-report nel lavoro clinico e di ricerca. Continua a leggere

21 febbraio 2017

Quanto la nascita di un figlio può incidere sull’umore della madre

di Alessandra Nachira

Numerosi studi sostengono che le prime settimane successive al parto sono a più alto rischio di disturbi psichiatrici

La nascita di un figlio è per la donna un momento emotivamente molto delicato. Nella fase successiva al parto, la donna può sperimentare insieme un senso di soddisfazione per essere diventata madre e un senso di responsabilità verso il proprio piccolo. In alcuni casi, però, può coesistere uno stato di labilità emozionale che può sfociare in veri e propri disturbi dell’umore. Tali disturbi risultano essere molto frequenti: in particolare, più dell’85% delle donne ne soffre durante il post-partum, per la maggior parte con disturbi transitori e lievi. Il 10-15% di esse, invece, può essere affetto da disturbi più gravi che possono evolvere o in forme di depressione maggiore o, in rarissimi casi (circa lo 0,1-0,2%), in vere e proprie forme di psicosi. Numerosi studi, infatti, sostengono che le prime settimane successive al parto sono a più alto rischio di disturbi psichiatrici.
La depressione post-partum può essere suddivisa in tre categorie, a seconda della sintomatologia e gravità presentate:

Postpartum blues (“blues” significa malinconia): colpisce le donne nel 60%-80% dei casi. Si manifesta nei primi tre giorni dopo il parto e può risolversi naturalmente entro dieci giorni. La sensazione generale che si sperimenta è di “non sentirsi più la stessa” e spesso si accompagna alla tristezza, che permane per buona parte della giornata. I sintomi principali possono essere: sentimenti di inadeguatezza nei confronti del neonato, irritabilità, nervosismo, labilità emotiva con crisi di pianto senza motivo apparente, difficoltà a dormire, perdita di appetito e calo ponderale, iperattività. Continua a leggere

20 febbraio 2017

Come esprimere i propri bisogni

di Roberta Trincas

 Perché molti conflitti nelle relazioni dipendono dal modo di comunicare

La maggior parte dei conflitti interpersonali, con un partner, con un genitore o un figlio, può dipendere dal modo di comunicare.
Certi atteggiamenti o pensieri su cui si basa la propria comunicazione quotidiana si associano a situazioni di conflitto o insoddisfazione e incomprensione nelle relazioni.
Spesso capita di usare frasi che vengono considerate aggressive o pretenziose, come, ad esempio: “Perché non hai fatto ciò che ti ho chiesto?”, “Sei sempre il solito!”, “Potevi stare più attento!”; oppure capita di avere atteggiamenti passivi che implicano pretese o aspettative, l’idea che l’altro debba comportarsi secondo le proprie attese. Infine, alcune persone possono assumere atteggiamenti passivi allo scopo di evitare di comunicare con l’altro per timori diversi (“Se chiedo aiuto sono un debole o dipendo dall’altro”, “Non posso dire di no altrimenti si offende”, ecc.).
Secondo la teoria della comunicazione non violenta di Rosenberg, dietro questi modi di comunicare ci sarebbe un bisogno non riconosciuto. Per esempio: Anna torna a casa da lavoro molto stanca e vorrebbe trovare la cena pronta come coccola da parte del suo compagno; appena varca l’uscio di casa e non trova niente di ciò che si aspettava, si arrabbia e dice al compagno: “Ma che hai fatto oggi a casa? Sei stato senza far niente?”. Continua a leggere

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