Un modello dimensionale delle emozioni: integrazione tra le neuroscienze dell’affettività, lo sviluppo cognitivo e la psicopatologia

di Barbara Basile  

La teoria delle emozioni (Ekman, 1992; Panskepp, 1998) più nota e attualmente dominante propone un sistema di classificazione di tipo categoriale, dove le emozioni sono classificate come entità discrete, indipendenti le une dalle altre e facilmente dinstiguibili. Questo sistema tassonomico non riesce però a spiegare fenomeni come la frequente comorbilità che si osserva tra diversi disturbi psicologici, né risolve l’annosa questione relativa alla corrispondenza tra emozioni e uno specifico substrato neurofisiologico. Nell’ultimo decennio è stato proposto un approccio alle emozioni di tipo dimensionale (Posner  et al., 2005, Russel 2003; Watson et al., 1999), che ne facilita l’identificazione e la caratterizzazione. Il modello circonflesso delle emozioni, emerso in questi ultimi anni, sostiene che gli stati effettivi sono riconducibili a due principali sistemi neurofisiologici, uno che spiega la valenza dell’emozione (lungo un continuum di piacevolezza-sgradevolezza) ed un altro che si riferisce al livello di arousal/attivazione fisiologica corrispondente (Figura 1). Secondo questa teoria, ogni emozione può essere spiegata come la combinazione lineare tra le due dimensioni, variando per valenza (positiva o negativa) e intensità di attivazione. La gioia, ad esempio, è concettualizzata come uno stato emotivo connotato da valenza positiva e da un livello di arousal moderato. La successiva attribuzione cognitiva, che permette l’integrazione delle due dimensioni, l’esperienza fisiologica sottesa e la stimolazione determinante, permettono, infine, l’identificazione dell’emozione di gioia. Scopo di questo articolo è mostrare l’utilità e l’evidenza empirica a sostegno del suddetto modello.

Secondo Paul Ekman (1992), uno dei primi scienziati che si è occupato dello studio e della classificazione delle emozioni,  ogni stato emotivo è caratterizzato da agiti, manifestazioni neurofisiologiche e corrispettivi psicologici specifici. A ciascuna emozione, inoltre, corrisponderebbero pattern di attivazione del sistema periferico e del sistema  nervoso centrale (SNC) propri (Panskepp, 1998). L’emozione di paura, per esempio, è caratterizzata da determinati comportamenti (i.e., fuga o freezing), da  sensazioni psicologiche negative (i.e., timore per la propria incolumità), dall’attivazione di alcune risposte del sistema nervoso autonomo (i.e., aumento della frequenza cardiaca) e da uno specifico substrato neurale.

Le evidenze di un approccio “categoriale” delle emozioni provengono da diversi studi che, a partire dalla fine del secolo scorso, hanno indagato l’affettività nel regno animale e in primati in età evolutiva e adulta. La maggior parte delle ricerche si è concentrata soprattutto sullo studio delle espressioni facciali in diverse culture (Ekman & Friezen, 1976). Questi studi presentano però diversi limiti. Le ricerche che studiano l’emotività negli animali, nei neonati o nei bambini che non possiedono (ancora) abilità cognitive o di espressione linguistica appropriate, rischiano di basarsi esclusivamente sulle interpretazioni dei ricercatori, che attribuiscono stati affettivi ai comportamenti direttamente osservabili, dimentichi che è possibile provare emozioni senza necessariamente manifestarle tramite l’azione, o viceversa. Lo stesso Damasio (2003), ad esempio, afferma che osservare un comportamento di fuga in un paramecio non significa necessariamente che questo organismo unicellulare stia provando emozioni di ansia e paura! Lo studio delle emozioni attraverso l’analisi delle espressioni facciali presenta anche esso dei limiti. Ad esempio, la registrazione delle risposte fisiologiche periferiche che si attivano in risposta alle diverse espressioni facciali non ha portato a risultati univoci. Sembra, infatti, che le risposte fisiologiche non siano in grado di discriminare in modo adeguato tra le distinte espressioni emotive. Ekman (1992) e Izard (1984) sostengono, inoltre, che a ciascuna delle espressioni facciali corrispondano specifiche emozioni individuali. Tuttavia, da quanto è possibile osservare anche nella nostra esperienza quotidiana, non sempre questo corrisponde alla realtà, possiamo, infatti, facilmente imparare a simulare o camuffare i nostri stati emotivi con le appropriate espressioni del viso.

Figura 1. Rappresentazione grafica del modello circonflesso delle emozioni.
L’asse orizzontale indica la dimensione della valenza emotiva, mentre quello verticale si riferisce all’intensità di attivazione.

La scarsa congruenza dei dati provenienti dalle ricerche e le notevoli difficoltà di ricercatori e clinici nell’identificare e descrivere le emozioni (Saarni, 1999), hanno spinto diversi autori a sviluppare un modello delle emozioni meno rigido, lontano da un sistema tassonomico di tipo categoriale (Russel, 1980; Watson et al., 1999; Lang et al., 1998; Posner et al., 2005). L’essere umano, infatti, non esperisce le emozioni come delle entità specifiche e discrete, ma piuttosto come esperienze ambigue e sfocate, spesso sovrapponibili tra loro. Così come avviene per le diverse gradazioni di colore, allo stesso modo, le emozioni non sono chiaramente distinguibili e separabili le une dalle altre. Chi, ad esempio, prova un’emozione di gioia, probabilmente avvertirà anche altre sensazioni positive (i.e., sorpresa o allegria, eccitazione, euforia, soddisfazione, fierezza, etc.), che verranno percepite come appartenenti al medesimo stato di piacevolezza. Il modello circonflesso delle emozioni (Russel, 1980) si basa, appunto, su una classificazione degli stati affettivi di tipo dimensionale.  L’approccio è supportato da una serie di dati che provengono dall’applicazione di analisi statistiche appropriate (analisi fattoriale e lo scaling multidimensionale) a ricerche che hanno studiato l’affettività analizzando descrizioni verbali, espressioni facciali, ricordi o esperienze emotive soggettive, self-report sugli stati affettivi, etc. in diverse culture (Abelson & Sermat, 1962; Cliff & Young, 1968; Schlosberg, 1952; Kring et al., 2003; Russel, 1980; Watson et al., 1999; Lang et al., 1998). Queste ricerche hanno evidenziato, in modo abbastanza coerente, l’esistenza di due sistemi dimensionali (2-D) specifici e indipendenti tra loro. Da una parte un sistema che identifica la valenza delle emozioni, classificandole lungo un continuum di piacevolezza-sgradevolezza (Watson et al., 1999), e dall’altra un criterio che ne indica l’intensità in termini di attivazione fisiologica e arousal (Figura 1).  Secondo gli autori del modello dimensionale (Russel, 1980; Posner et sl., 2005), la combinazione di queste due dimensioni, associate alla risposta fisiologica conseguente alla stimolazione elicitante e all’attribuzione cognitiva, darebbero quindi origine alla sensazione emotiva soggettiva (Russell, 2003). Le emozioni, in sostanza, sarebbero il prodotto finale della complessa interazione tra cognizioni, elaborate nelle strutture neocorticali, e modificazioni neurofisiologiche, legate ai sistemi di valenza e attivazione, regolate da strutture sottocorticali.

Dati empirici a favore di questa ipotesi derivano da diversi ambiti di studio.

Ricerche sulla risposta periferica a stimoli affettivi hanno dimostrato che questa è associata a valutazioni soggettive di valenza e all’intensità dell’attivazione. Maggiori livelli di conduttanza cutanea e accelerazioni del battito cardiaco sono connessi a livelli di arousal (percepiti) più intensi. Analogamente, studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) e di EEG hanno mostrato una corrispondenza positiva tra l’intensità della risposta neurale e l’attivazione conseguente alla visione di materiale emotivamente evocativo. Se le variazioni nel livello di arousal sono misurabili attraverso gli indici di risposta periferica e di intensità del segnale cerebrale, le valutazioni circa la valenza dell’emotività sembrano, invece, essere  associate alle misure elettromiografiche dei muscoli corrugatore e zigomatico del viso. L’attività del corrugatore aumenta, infatti, con l’esasperazione della valutazione negativa di un’emozione (massima sgradevolezza), mentre l’attività dei muscoli zigomatici è positivamente associata a valutazioni soggettive di gradevolezza. Riassumendo, gli studi che hanno analizzato la corrispondenza tra gli indici di risposte periferiche e il modello 2-D hanno mostrato come la valenza delle emozioni sia associata alle misure elettromiografiche dei muscoli corrugatore e zigomatico, mentre il livello di arousal/eccitamento è correlato con misure di conduttanza cutanea e con l’attività del sistema nervoso autonomo simpatico e del SNC.

Con l’avanzare delle metodiche di neuroimaging, soprattutto di tipo funzionale, i ricercatori hanno iniziato ad indagare il substrato neurale coinvolto nell’elaborazione della valenza delle emozioni e nella risposta di attivazione/inibizione emotiva, dei modelli 2-D. Una grossa mole di studi nell’ambito delle neuroscienze affettive ha documentato il ruolo del sistema mesolimbico-dopaminergico nell’elaborazione di emozioni positive e nel meccanismo del reward (rinforzo). Il sistema mesolimbico proietta a regioni come il nucleo accumbens, la corteccia prefrontale (PFC) e orbitofrontale, l’amigdala e l’ippocampo e gran parte di queste aree mostra un incremento di attività neurale durante l’esperienza di stati euforici (Drevets et al., 2001) o in seguito all’assunzione di droghe, in soggetti dipendenti (Diana et al., 2002). Di contro, il sistema mesolimbico mostra una diminuita attivazione cerebrale durante l’elaborazione di emozioni negative (Diana et al., 1996) e in corrispondenza di stati di astinenza, in soggetti dipendenti da sostanze (Diana et al., 2002). Infine, studi sull’asimmetria cerebrale inter-emisferica hanno mostrato che mentre la corteccia frontale sinistra è principalmente coinvolta nell’elaborazione di emozioni positive, il lobo frontale destro, invece, si attiva soprattutto durante l’esperienza di stati affettivi negativi (Davidson et al., 2002).

La regolazione dell’intensità di attivazione/inibizione corrispondente ai vari stati emotivi, invece, sembra dipendere in larga misura dalla formazione reticolare (FR) e dalle sue connessioni con altre parti del corpo. Le connessioni con il SNC, coinvolgono soprattutto le aree limbiche, e in particolare l’amigdala. La risposta neurale di questa regione, ad esempio, è tanto più intensa quanto maggiore è il livello di attivazione/eccitazione dello stato emotivo. Dall’altra parte, i tratti discendenti, che collegano la FR con la spina dorsale, formano le vie spino-reticolari, che sono responsabili della modulazione del tono muscolare e che correlano con la valutazione soggettiva del livello di arousal emotivo. Lesioni al network reticolare lungo i tratti discendenti, di fatti, causano una risposta di ipo-attivazione emotiva. Ricapitolando, quindi, mentre il sistema mesolimbico è responsabile dell’elaborazione della valenza affettiva, la dimensione di attivazione/deattivazione associata all’emotività è regolata dalla FR e dall’amigdala.

I sistemi di valenza emotiva e di arousal interagiscono strettamente con il sistema di valutazione cognitiva, che permette la comprensione e la sensazione consapevole dell’esperienza affettiva. La regione deputata alla funzione di integrazione è la corteccia prefrontale (PFC). Questa area cerebrale garantisce una corretta interpretazione e organizzazione delle informazioni provenienti sia dal sistema mesolimbico, che da quello reticolare (Fuster, 1997). La PFC rende dunque possibile l’attribuzione di senso e l’acquisizione di consapevolezza dell’esperienza emotiva corrente. La PFC integra le informazioni disponibili nell’esperienza presente, con le conoscenze, i ricordi e le nozioni immagazzinate in precedenza, organizzando le informazioni in modo da adattarle agli scopi o alle previsioni futuri. Ad esempio, è grazie alla PFC che siamo in grado di integrare la sensazione di gioia derivante dall’aver vinto al superenalotto, con un intenso stato di eccitazione, con il ricordo delle precedenti difficoltà economiche, con le aspettative e le previsioni relative ai vantaggi futuri che deriveranno dalla vincita fortunata. Diversi studi di neuroimmagini, anche coinvolgendo pazienti che avevano una lesione a questa regione del cervello, hanno corroborato il ruolo della PFC nella rielaborazione cognitiva degli stati affettivi, nel prendere decisioni e nell’organizzazione e nella condivisione di stati emotivi. In sostanza, quindi, la PFC ci permette di organizzare ed interpretare le informazioni sulla valenza e sul livello di arousal dell’emozione corrente, integrandole con le conoscenze già possedute e mettendole in relazione con gli obiettivi futuri dell’individuo.

Il modello dimensionale delle emozioni permette di comprendere meglio la comorbilità tra diversi disturbi psichici. Nella pratica clinica, infatti, capita speso di osservare una sovrapposizione tra i sintomi ansiosi e quelli depressivi, e, specularmente, sia la vulnerabilità genetica, che il trattamento farmacologico di entrambe le patologie, spesso coincidono. Un gioco fondamentale nella distinzione tra stati emotivi viene assunto dal sistema di valutazione cognitiva che permette, a parità di valenza, di differenziare gli stati emotivi, per esempio di tristezza, ansia, pena, vergogna, etc. Inoltre, a concorrere alla distinzione tra le emozioni, subentra anche il livello di attivazione, che ad esempio, permette di distinguere gli stati ansiosi da quelli depressivi. Dati a favore di questa ipotesi provengono da studi di neuroimaging che provano un coinvolgimento di aree prefrontali e mesolimbiche in entrambe le condizioni patologiche (Davidson, 2002). Inoltre, il trattamento farmacologico a base di antidepressivi risulta efficace sia per la depressione che per l’ansia, mentre non rappresenta una cura adeguata per la depressione di tipo melanconico (ma anzi la peggiorano), dove il livello di deattivazione rischierebbe di venire ulteriormente abbassato dai farmaci. Ulteriori prove a conferma dell’utilità dell’applicazione del modello dimensionale in ambito psichiatrico provengono da studi morfometrici o di stimolazione transcranica con pazienti con disturbo bipolare (Del bello et al., 2004), con ADHD (Ucles et al., 1996) o con disturbo borderline di personalità (Herrington et al., 2010).

Un ulteriore sviluppo interessante proviene dalla progressiva integrazione dei modelli clinici e degli studi di efficacia con i dati provenienti dalle ricerche nell’ambito delle neuroscienze e della neurobiologia. Roediger (2009a, 2009b), basandosi sul modello integrato di Grawe (2004) e rifacendosi anche ad alcuni concetti chiave della Schema Therapy di Young (2007), sottolinea il ruolo fondamentale delle esperienze precoci nello sviluppo del sistema di valutazione cognitiva e degli schemi cognitivi dell’individuo, rimarcando l’influenza dei meccanismi neurali sottostanti nel mantenimento e nell’acuirsi (tramite l’impressione di connessioni neuronali preferenziali, ripetutamente attivate) di condizioni psicopatologiche di sofferenza emotiva.

In conclusione, il modello circonflesso, quale esempio di approccio dimensionale allo studio delle emozioni, permette di spiegare in modo più esaustivo (rispetto ad un modello categoriale) i dati provenienti dagli studi di neuroimaging, così come la comorbilità tra diversi disturbi affettivi, mostrando come il sistema cognitivo (determinato in buona parte dalle esperienze precoci dell’individuo) abbia un ruolo centrale nell’integrazione e nell’organizzazione dell’esperienza emotiva, definita in termini di valenza (positiva-negativa) e di attivazione/deattivazione fisiologica.

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