di Simone Gazzellini
Cosa ci dicono le neuroscienze su questo particolare stato mentale e sulla sua gestione
In un recente articolo, apparso proprio su questo blog, abbiamo visto come le strutture corticali mesiali, quelle che si affacciano sulla spazio centrale che separa i due emisferi, siano la sede del senso del sĂŠ e si attivino in caso di pensieri, giudizi e memorie che riguardano se stessi. Dal punto di vista psicologico, lâattivitĂ dellâunitĂ funzionale mediale coincide con ciò che il neuroscienziato Damasio ha chiamato âthe core selfâ e che lo psicologo e filosofo James descriveva come âcontinuous streem of subjective experienceâ. Dato che le strutture corticali mesiali sono filogeneticamente antiche e quindi non limitate alla nostra specie, si può ragionevolmente assumere che anche altre specie animali possa mostrare una elaborazione di stimoli riferiti al sĂŠ mediata da queste strutture. Tali aree sono attive anche in caso di âruminazioneâ, attivitĂ cognitiva caratterizzata da un predominio di pensiero verbale negativo e ripetitivo. La ruminazione, che può essere di tipo depressivo, rabbioso, ansioso e ossessivo, rappresenta un fattore di accelerazione dello scompenso e di mantenimento della patologia.
Ma come nasce il ârimuginioâ e come possiamo prevederne la ricorrenza? La functional connectivity è una recente tecnica di analisi di risonanza magnetica cerebrale che permette di stabilire, attraverso analisi correlazionali, quali aree corticali tendono ad attivarsi simultaneamente e quindi quali aree partecipano presumibilmente allo stesso network. Attraverso questa tecnica, si è dimostrato che, in condizioni di riposo, quindi con i partecipanti svegli ma non impegnati nellâesecuzione di alcun compito, si attiva un network funzionalmente interconnesso denominato âdefault mode networkâ (DMN) e costituito da precuneo/corteccia cingolata posteriore, corteccia prefrontale mediale, corteccia parietale mediale e laterale (Fig. 1, aree scure). Il DMN pulsa con range di frequenza tra 0.05 e 0.1 Hz (periodo 20-10 secondi) e alterna la propria attivazione con un network denominato âtask positiveâ, ad esso anticorrelato. Il âtask positive networkâ è costituito da corteccia prefrontale dorso laterale, frontal eye fields (FEF), area motoria supplementare, corteccia parietale inferiore, solco intra-parietale (IPS).

Fig. 1. Network anticorrelati (Fox & Raichle, 2007). Aree scure: anti correlate allâesecuzione di un compito (default mode network), MPF middle prefrontal, PCC posterior cingulate cortex, LP lateral parietal. Aree chiare: correlate positivamente allâesecuzione di un compito, FEF frontal eye fields, IPS intraparietal sulcus.Â
LâattivitĂ del DMN è coinvolta nel pensiero introspettivo e ruminativo. Normalmente essa si deattiva nella transizione dallo stato di riposo a quello di attivitĂ , permettendo quindi di spostare lâattenzione dai propri pensieri al compito esterno che si sta affrontando. Maggiori risorse attentive un compito richiede, maggiore e piĂš completa è la deattivazione del DMN. Al contrario, compiti semplici che richiedono poche risorse cognitive sono compatibili con un residuo di attivitĂ contingente del DMN. Le momentanee perdite dâattenzione che ci capitano mentre siamo impegnati in attivitĂ âesterneâ e che sperimentiamo quotidianamente sarebbero associate con il fallimento nel deattivare il DMN e quindi associate con un aumento dellâattivitĂ delle strutture cerebrali mediali. Ă stato dimostrato, ad esempio, che a una ridotta deattivazione della corteccia cingolata posteriore precede di circa 30 secondi gli errori commessi in compiti attentivi di laboratorio. Unâalterazione della connettivitĂ funzionale tra la corteccia cingolata anteriore (ACC) e altre regioni del task positive network è stata osservata in pazienti con deficit dellâattenzione. Unâinteressante ipotesi prevede che nei pazienti con difficoltĂ attentive la deattivazione (âspegnimentoâ) della DMN non sarebbe mai completa, ma che invece la sua attivitĂ intruda durante lâesecuzione dellâattivitĂ orientata ad uno scopo, causando perdita dâattenzione. Tali cali dâattenzione non sarebbero casuali, ma seguirebbero un andamento periodico, come riportato nella letteratura sulle oscillazioni dei tempi di reazione (TR) in compiti che richiedono mantenimento dellâattenzione per lunghi periodi. La frequenza dei cali dâattenzione, considerati in termini di errori, omissioni e TR lenti, rispecchierebbe la frequenza di attivazione del DMN e la sua intrusione nellâattivitĂ orientata ad uno scopo. Questa ipotesi è nota come âdefault mode interference hypothesisâ.
La ricorrenza alla perdita dâattenzione in compiti sperimentali è intorno a 20 secondi per i bambini con deficit dâattenzione e iperattivitĂ e intorno a 100 secondi per pazienti con trauma cranico e danno frontale, cosĂŹ come in soggetti ad alta tendenza al ârimuginioâ ansioso. Essere consapevoli della propria tendenza ad attivare ricorsivamente pensieri introspettivi diviene sicuramente utile nel monitorare il proprio stato mentale, ad esempio accorgendosi di quando si è staccata lâattenzione dallâesterno e si è entrati in pensiero introspettivo e ruminazione. Solo se si riconosce questo passaggio di stato si può tentare di riportare lâattenzione sul compito esterno e quindi: da una parte, limitare i âdanniâ della perdita dâattenzione, dallâaltra, porre fine a unâattivitĂ mentale che può essere dannosa per la nostra salute e, nella maggior parte delle volte, inutile al fine della soluzione della sofferenza psicologica.


