Pensare positivo aiuta a vivere meglio: verità o leggenda?

di Sonia Di Munno
curato da Elena Bilotta

Le eccessive, persistenti e pervasive preoccupazioni sul futuro, sono il principale sintomo dei disturbi d’ansia e, in maniera particolare, del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD). Chi ne soffre riporta anche diversi sintomi come la difficoltà di concentrazione, irritabilità, tensione muscolare ecc. Il tutto inficia sulla qualità della vita. Nel GAD, è molto alto il rimuginio inteso come forma di pensiero ciclico, negativo e ricorrente; esso consiste nel rimanere intrappolati nel proprio pensiero negativo immaginando continuamente situazioni negative che potrebbero accadere in futuro.

Molti autori hanno riscontrato che le persone con un eccessivo rimuginio, ricorrono più ad una preoccupazione di tipo verbale (discorso mentale) al fine di evitare delle immagini mentali angoscianti e, anche se questo sortisce un effetto di rassicurazione e diminuzione dell’ansia nel breve tempo, nel lungo termine genera immagini e pensieri più intrusivi e resistenti rispetto al pensare solo per immagini. A sostegno di tale tesi, alcuni autori hanno trovato che in un gruppo di alti rimuginatori a cui era stato dato il compito di preoccuparsi usando forme verbali, erano aumentati i rimuginii rispetto ad un altro gruppo a cui era stato detto di preoccuparsi pensando per immagini. Tutto ciò sembra fornire l’idea che il pensiero verbale sia la chiave per far aumentare la preoccupazione o ansia patologica.

Sulla motivazione del perché accade ciò, non si è ancora arrivati a una conclusione chiara e univoca, anche se varie ipotesi sono state fornite: per esempio che il pensiero verbale essendo più astratto e vago, dà modo alla persona di crearsi infinite e vaghe possibilità di risoluzione del problema il che, invece, lo perpetua o forse perché preoccuparsi in termini verbali piuttosto che usando immagini polarizza l’attenzione verso la minaccia. Tutte queste ricerche sono giunte alla medesima conclusione circa la perniciosità della preoccupazione verbale, il che risulta molto utile per capire il funzionamento mentale dei pensieri intrusivi e preoccupazione patologica. Al fine di trovare una risoluzione del problema, gli studiosi si sono posti la seguente domanda: se il pensiero negativo aumenta a lungo termine il rimuginio, il pensiero positivo può, al contrario, diminuirlo? Rispondere a tale domanda porterebbe a una riduzione del problema e ad un metodo o strategia di cura del sintomo. A tale quesito hanno cercato di rispondere alcuni ricercatori allenando delle persone che soffrivano di GAD e che erano alti rimuginatori, a pensare ad un esito positivo per le loro preoccupazioni e ansie. Li hanno allenati in tre modi diversi: a pensare a un esito positivo per immagini, a discorsi verbali, oppure ancora, con un pensiero positivo aspecifico e non contestuale rispetto alla preoccupazione che li affliggeva. I risultati hanno mostrato dei netti miglioramenti in tutti e tre i gruppi istruiti a pensare con esito positivo senza significative differenze tra di loro. Quello che è migliorato è stata l’intrusività e la frequenza del pensiero negativo, ma non la sua intensità qualora si presentasse. Sembrerebbe che il meccanismo alla base dei cambiamenti osservati sia stata la sostituzione del consueto flusso di preoccupazione verbale con una ideazione positiva alternativa. Quello che però permane, è la negatività e l’intensità dell’angoscia nei contenuti quando questi si presentano. Per migliorare questo aspetto si rende necessario un approfondimento con la psicoterapia.

Per Approfondimenti:

Borkovec, T., Alcaine, O., & Behar, E. (2004). Avoidance theory of worry and generalized anxiety disorder. In R. G. Heimberg, C. L. Turk, & D. S. Mennin (Eds.), Generalized anxiety disorder: advances in research and practice (pp. 77e108). New York, NY: Guilford Press.

Eagleson ,C.,  Hayes, S., Mathews, A., Perman, G., Hirsch, C.R. (2015). The power of positive thinking: Pathological worry is reduced by thought replacement in Generalized Anxiety Disorder. Behaviour Research and Therapy 78 (2016) 13e18

Hirsch, C. R., & Mathews, A. (2012). A cognitive model of pathological worry. Behaviour Research and Therapy, 50(10), 636-646.

Stöber, J., Tepperwien, S., & Staak, M. (2000). Worrying leads to reduced concreteness of problem elaborations: Evidence for the avoidance theory of worry. Anxiety, Stress & Coping: An International Journal, 13(3), 217e227.

Stokes, C., & Hirsch, C. R. (2010). Engaging in imagery versus verbal processing of worry: impact on negative intrusions in high worriers. Behaviour Research and Therapy, 48(5), 418-423.

Williams, M. O., Mathews, A., & Hirsch, C. R. (2014). Verbal worry facilitates attention to threat in high-worriers. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 45(1), 8e14.

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