Quando è meglio il dolore che il nulla

di Emanuela Pidri

Il “Cutting” negli adolescenti. Come riconoscerlo e curarlo

L’autolesionismo, esploso di recente come fenomeno adolescenziale, ha una storia relativamente breve per quanto riguarda le tassonomie di tipo psichiatrico. È definito come atto reiterativo, privato e personale, volto alla ricerca di conforto, protezione, aiuto. Si chiama “Cutting” la diffusa e attuale tendenza da parte dei teenager, di solito ragazze, a tagliare, incidere, ferire la propria pelle con oggetti taglienti simboleggiando il controllo esercitato sul proprio sé. A livello gruppale, il Cutting può essere usato per sancire l’appartenenza a un gruppo, definendone l’identità comune. A livello individuale, invece, il significato attribuitogli è molto più complesso. Molti adolescenti che si fanno male, infatti, dicono di “non sentirsi reali”, di sentirsi “vuoti”, o di “non sentirsi affatto”, e preferiscono il dolore fisico al disagio psichico. Attraverso il Cutting si tramuta in sofferenza fisica (reale, controllabile, tollerabile) una sofferenza emotiva (emozioni forti, problemi relazionali, vuoto) che non si sa come esprimere e gestire.
In soggetti ipercritici, il Cutting rappresenta una strategia di autopunizione o una forma di rabbia auto diretta; in soggetti abusati, invece, è un canale espressivo per qualcosa che le parole non riescono a dire perché evocative del trauma subito e, in soggetti con difficoltà nell’integrazione dei propri vissuti, funge da strategia per costruire una memoria di sé.
A breve termine, il Cutting consente all’individuo di sentirsi vivo, concentrato sul momento presente, produce calma, riduce la tensione e allevia lo stress. A lungo termine, però, si sperimenta colpa e vergogna, stigma, isolamento e abbandono, portando l’adolescente a praticarlo nuovamente e a renderlo cronico. Alla luce di ciò, i comportamenti autolesionistici, essendo fortemente associati con il distress emotivo e relazionale, possono rappresentare un fattore di rischio per il suicidio perché, con il passare del tempo, desensibilizzano le persone al dolore fisico. È molto importante, quindi, capire come i ragazzi diventino autolesionisti. Fattori di rischio possono essere: il sentirsi solo, abbandonato; l’eccesivo uso o abuso di sigarette, alcool e droghe; la promiscuità sessuale; il discontrollo degli impulsi; una bassa tolleranza emotiva; l’aver subito traumi infantili o abusi fisici e psichici; una bassa autostima; l’emulazione di amici che si tagliano; la presenza di malattie psichiatriche in famiglia; l’esperienza di episodi depressivi, sintomi ansiosi o disturbi alimentari. In seguito, i genitori dovrebbero riconoscere i segnali d’allarme in frequenza e quantità, impedendo che il problema si cronicizzi. In particolare, dovrebbero sapere che: le parti più comunemente attaccate sono le braccia e le gambe, ma quando il tutto diventa troppo evidente, sono impiegate anche parti più nascoste (piedi, parti intime); le ragazze, in genere, fanno uso di lamette, taglierini, oggetti appuntiti o metallici che possono graffiare o tagliare la pelle e talvolta anche accendini o sigarette con cui si bruciano, mentre i ragazzi danno spesso pugni al muro fino a fratturarsi le mani, si picchiano da soli o sbattono la testa da qualche parte; si ricorre all’uso di numerosi bracciali, maglie con le maniche lunghe o pantaloni lunghi anche nei mesi più caldi per nascondere le ferite. Si dovrebbe prestare attenzione, inoltre, a: cambiamenti d’umore, soprattutto al passaggio repentino dalla rabbia e dal nervosismo alla tranquillità; capire se si arrabbiano quando si entra nella loro camera o in bagno nel momento in cui si stanno cambiando; il tempo che trascorrono chiusi nel bagno dopo litigate e forti stress; la presenza di macchie di sangue su lenzuola e asciugamani. Una volta che il problema è noto al nucleo familiare, i genitori dovrebbero stabilire una relazione di fiducia, ascoltare il figlio, accettando senza giudicare e aiutarlo a incanalare in maniera più adattiva il proprio dolore emotivo rivolgendosi a un esperto.

Per approfondimenti:

Favazza  A.R., Conterio K. (1989). Female habitual self-mutilators. Acta Psychiatrica Scandinavica, 79, 283-289.

Klonsky E.D. (2007). The functions of deliberate self-injury: a review of the evidence. Clin. Psychol. Rev., 27(2), 226–239.

Le Breton D. (2004). La profondeur de la peau: les signes d’identitè à l’adolescence. Adolescence,  22,2, pp.257-271.

Rossi Monti M., D’Agostino A. (2009). L’autolesionismo, Roma: Carocci editore.

Vargas-Mendoza, J. E. (2011) Adolescentes que se autolesionan. México: Asociación Oaxaqueña de Psicología A.C

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.