Covid-19: è utile parlare di trauma?

 di Claudia Perdighe

Un evento nuovo e negativo non deve necessariamente produrre malessere psicologico

Stamattina un paziente con disturbo ossessivo mi ha detto: “Stavo bene da qualche giorno con i miei sintomi, poi ho letto un articolo in cui venivano descritti i rischi per la salute mentale dell’isolamento in casa. Da quel momento, ho avuto l’immagine del protagonista di Shining e mi sono visto impazzire e fare cose orribili ai miei famigliari”. Mi ha chiesto se davvero è cosi dannoso per la psiche stare in questa condizione.

Per me è stato uno spunto di riflessione sul tema. Nel confronto con i colleghi, che come me continuano a vedere pazienti in videochiamate, ho riscontrato alcune cose tutto sommato rassicuranti: la gran parte non sta peggio di prima dell’isolamento, al netto delle preoccupazioni per gli effetti sulla salute generale e sull’economia della pandemia.

Qualcuno sta meglio. Stanno meglio i pazienti che prima già stavano piuttosto male e che, nello stare a casa in modo forzato, hanno il beneficio di evitare le situazioni che normalmente sono più attivanti in senso psicologico (andare all’università, se questo è un fatto ansiogeno; prendere i mezzi pubblici, se si soffre di panico o agorafobia; non essere esposti a stimoli fuori casa che attivano le preoccupazioni ossessive). Stanno anche meglio i pazienti che, per i loro problemi, trascorrevano tanto tempo a casa e ora si sentono meno soli. Stanno meglio i pazienti che si sentivano molto “diversi” nella loro patologia e ora sentono di più la comunanza con il resto degli esseri umani, uniti dallo stesso nemico.

Nell’osservazione clinica condivisa con i colleghi, abbiamo anche notato che le prime settimane stavano peggio le persone con ansia da malattie, gli ipocondriaci. È facile immaginare come ogni sintomo fosse interpretato come segnale dell’infezione da Covid-19 e che questo attivasse l’ansia.

È del tutto evidente che non si tratta di un’osservazione sistematica, scientifica. Tuttavia si possono porre alcuni quesiti: reagiscono meglio i pazienti dei non pazienti? O forse la norma è non essere traumatizzati dalla pandemia e distanziamento (almeno in questa fase)?

E ancora: perché aspettarsi che le persone reagiscano con un aumento di malessere a una situazione di distanziamento, sapendo che è a termine? Abbiamo dati per prevederlo o siamo influenzati da un bias, una forma di pregiudizio, per cui ogni evento nuovo e in sé negativo deve necessariamente produrre malessere psicologico?

Per esempio, si sta spesso ricorrendo al termine “trauma” a proposito di questo evento, che invece è un termine che si dovrebbe usare solo per le persone direttamente esposte alla minaccia (come operatori sanitari, malati e parenti di malati).

Mi sembra che sia poco utile e forse dannoso parlare di trauma ed enfatizzare i danni psicologici, per almeno due ragioni. Come il mio paziente, altre persone possono iniziare a guardare con sospetto alle proprie reazioni e chiedersi: “Non è che adesso inizio a stare male psicologicamente?”. Oppure porsi il problema contrario: “Come mai sto bene in questa situazione? Sono anormale?”.

In secondo luogo, si rischia di spostare l’attenzione dal fatto che è un evento eccezionale – in cui è utile usare tutte le proprie risorse per fronteggiarlo e viverlo al meglio – al proteggersi da una minaccia indefinita come: “Che mi succederà se durerà ancora un mese?”; “Cosa può accadere a un bambino se non esce per due mesi? Sarà un disadattato?”, e cosi via.

Tutto questo al netto della preoccupazione e del rispetto per chi davvero si confronta da vicino con la malattia e con le difficoltà economiche immediate o future implicate. E dell’attenzione a chi, invece, è effettivamente scompensato dalla pandemia.

Per approfondimenti:

Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, Lancet, n. 14.

“Aiace” deve morire anche oggi?

 di Irene Tramentozzi ed Erika Cellitti

Nell’Iliade, Omero, narra la caduta di Aiace, che colpito da un accesso di follia per opera di Atena, massacra gran parte delle greggi sottratte ai Troiani, credendo di uccidere i suoi nemici. Il mattino seguente, dopo essere rinsavito, piomba nella disperazione e sovrastato dalla vergogna, decide di togliersi la vita.

Il mito greco di Aiace mette in luce le differenze tra la “società della vergogna” dell’antica Grecia e la “società della colpa” odierna. Per gli antichi greci non era importante la voluntas dell’individuo, ma contava l’aver assunto un comportamento considerato riprovevole e disonorevole, a prescindere dalla responsabilità. Vergogna e senso di colpa caratterizzano il vissuto di ogni individuo e sono annoverate come emozioni “secondarie”, specifiche degli esseri umani, legate alla capacità di introspezione e socializzazione e basate su norme e aspettative comportamentali che coinvolgono il concetto di sé. Più in generale, le emozioni sono delle esperienze multi-componenziali, costituite da componenti somatiche, cognitive e motivazionali. Svolgono una duplice funzione, una informativa che riguarda la relazione con l’ambiente, evidenziando il raggiungimento, o fallimento, di un obiettivo, ed una motivazionale, attivando l’individuo a perseguire gli scopi desiderati o, ad evitarne, l’eventuale fallimento. Cos’è che contraddistingue la vergogna dal senso di colpa?

La vergogna e il senso di colpa sono due emozioni connotate generalmente da un’accezione spiacevole, ed entrambe sono accomunate da un aspetto di “autocritica”, che assume però due forme di autovalutazione completamente differenti, in base alle quali è possibile identificare quegli specifici ingredienti cognitivi che le contraddistinguono.

Il senso di colpa è considerata un’emozione prosociale poiché associata all’empatia, dal greco en-pathos “sentire dentro” intesa come la capacità di riconoscimento delle emozioni, dei sentimenti e dei punti di vista dell’altro, come se fossero propri. Per sperimentare senso di colpa è inoltre necessario assumere la prospettiva altrui, cioè riuscire a vedere, attraverso gli occhi dell’altro, le conseguenze del proprio comportamento e delle proprie attitudini. Quand’è che si sperimenta il senso di colpa? L’ingrediente fondamentale della colpa è l’assunzione di responsabilità che preclude il riconoscimento di aver generato un danno ad un altro, di averlo fatto intenzionalmente e di attribuirsi il potere di evitamento del danno causato. Quando si parla di responsabilità, ci si riferisce non solo alla responsabilità effettiva, ma anche a quella percepita, particolarmente esplicativa di alcune forme di senso di colpa, come quella del “sopravvissuto”, nel quale una persona si attribuisce la colpa della sua “buona sorte”. Tale emozione, non viene attribuita solamente ai propri comportamenti ritenuti illeciti, ma si può sperimentare anche verso quei tratti identificativi del proprio sé valutati come negativi, a condizione che ci si senta responsabili di questi e si riconosca il potere di modificarli, omettendo però, di compiere tale cambiamento e non riuscendo così a prevenire il danno, potenziale o reale, da essi generato. L’altro aspetto caratterizzante il senso di colpa è la dimensione di nocività, potenziale o effettiva, del proprio comportamento o dei propri tratti. La colpa si riferisce quindi al sé come “agente”, in particolare Miceli e Castelfranchi, suggeriscono la presenza di discrepanza tra il sé reale e il sé morale, il quale definisce come ci si dovrebbe comportare e si dovrebbe essere in base ai propri standard morali. Il senso di colpa elicita generalmente azioni di espiazione e riparazione del danno e quindi nell’accezione comune assume una valenza, come espresso precedentemente, prosociale. Tuttavia, è associata anche ad azioni autopunitive e antisociali, supportata quest’ultima da manovre difensive nel quale la sofferenza dell’altro viene sdrammatizzata o giudicata come meritata.

Quindi il senso di colpa è legato ad un’autovalutazione morale negativa, al contrario la vergogna risulta invece legata ad un’autovalutazione “non morale” o amorale, accezione non riconducibile al concetto di immoralità, che si riferisce al contrario ad una dimensione di responsabilità, appartenente più specificatamente al senso di colpa. Pertanto, con “non morale” si intende la discrepanza tra sé reale e sé ideale, dove il sé reale viene percepito in “difetto” rispetto al sé ideale.

La vergogna è anch’essa contraddistinta da specifici ingredienti cognitivi. Viene sperimentata quando è percepita come compromessa la buona immagine di sé, ossia una dimensione del sé viene valutata come inadeguata o carente rispetto ai propri standard. Ciò non implica che la persona si valuti come non responsabile dei propri difetti, ma la sua attenzione in questo caso viene prevalentemente focalizzata sulla mancanza di potere rispetto al raggiungimento dell’“io” ideale. Una domanda a tal proposito, sembra sorgere spontanea: come si formano gli standard che definiscono il sé ideale? Il sé ideale è socialmente costruito e si sviluppa a partire dai valori e dalle aspettative altrui, ma affinché abbiano un’influenza sull’individuo, è necessario che esse vengano interiorizzate e quindi siano condivise dal soggetto stesso. Tale aspetto sembrerebbe spiegare perché la vergogna possa essere sperimentata anche quando si è soli, in assenza cioè di un “pubblico” giudicante, risultando in tal modo elicitata dalla percezione di deludere se stessi, non solo gli altri. La vergogna predispone generalmente ad azioni finalizzate al ripristino della buona immagine di sé, oppure al sentimento del “ritiro” sociale e alla tendenza a “nascondersi”. Tuttavia, anche questa emozione può essere considerata prosociale, poiché predisponendo alla riconciliazione, pacificazione, favorendo l’empatia ed il perdono altrui, sembrerebbe promuovere la coesione sociale basata sul rispetto dei valori e delle aspettative altrui.

Entrambe le emozioni comunque sembrano toccare la sfera dell’autostima, ma, mentre nella colpa, il dominio ricade su aspetti morali, nella vergogna ricade su aspetti estetici del sé, quindi non morali. È opportuno inoltre puntualizzare come la valutazione dell’autostima non sia riferita solamente al sé globale, ma anche a specifici aspetti del sé. Ad esempio un medico può ritenersi responsabile di un’azione dannosa verso un paziente, ma reputarsi un buon marito o buon padre non intaccando perciò gli altri domini del sé sociale, allo stesso modo una persona può vergognarsi di un aspetto fisico ma mantenere inalterata la valutazione di sé come intelligente o buono.

In conclusione, non è possibile identificare la vergogna e il senso di colpa come emozioni negative e disadattive in quanto spiacevoli, poiché ogni emozione può essere adattiva o meno in relazione al contesto e alle strategie utilizzate per la loro regolazione.

Riferimento bibliografico

Miceli, M., & Castelfranchi, C. (2018). Reconsidering the Differences Between Shame and Guilt. Europe’s Journal of Psychology, 14(3), 710-733. https://doi.org/10.5964/ejop.v14i3.1564

Mindfulness all’epoca del Covid-19

di Barbara Paoli

L’autocontrollo come fattore resiliente

Con il termine “autocontrollo” ci si riferisce, in generale, alla facoltà di regolare comportamenti, pensieri ed emozioni e, più in particolare, alla capacità di frenare gli impulsi e ad adottare comportamenti indesiderati o potenzialmente dannosi e disadattativi.
La pandemia di Coronavirus sta causando migliaia di morti in tutto mondo. Ricerche attuali suggeriscono che la gravità della diffusione del Covid-19 percepita dagli individui è correlata a una serie di reazioni emotive e comportamentali negative.

Nonostante le scarse ricerche attuali, sono stati esaminati i meccanismi sottostanti la percezione di malattia attingendo al modello di rischio-resilienza. Uno studio, in particolare, propone l’autocontrollo come fattore resiliente, che potrebbe moderare l’associazione tra gravità percepita del Covid-19 e problemi di salute mentale. I dati emersi da un sondaggio nazionale cinese, condotto a febbraio scorso su un campione di 4607 partecipanti, sono stati utilizzati per esaminare questa possibilità. I risultati hanno mostrato, dopo aver controllato le variabili demografiche, che la gravità percepita del Covid-19 e l’autocontrollo erano rispettivamente positivamente e negativamente correlati a problemi di salute mentale. Si deduce che l’autocontrollo modera la gravità percepita dell’associazione Covid-19 con problemi di salute mentale. Questi risultati suggeriscono che rispetto a chi ha un alto autocontrollo, gli individui con basso autocontrollo sono più vulnerabili e hanno più bisogno di aiuti psicologici per mantenere la salute mentale durante la pandemia di Covid-19. Questo recente studio mette in evidenza un processo cognitivo importante che sembrerebbe fungere da fattore resiliente in questo periodo storico drammatico: le teorie sull’autocontrollo si focalizzino su elementi e dinamiche diverse, ma sembrano accomunate da ciò che è stato definito come “assunto dell’opposizione”. Il modello chiarificatore di fondo, infatti, rimanda all’idea di un sistema ponderato che oscilla in funzione dei pesi gravanti sulle sue estremità: da un lato si potrebbe situare il sistema affettivo/impulsivo, teso alla gratificazione immediata e all’azione motivata dalle spinte viscerali e dalla reattività emotiva; dall’altro lato graverebbe un sistema cognitivo e razionale che, in sinergia con le altre funzioni esecutive come l’attenzione, la flessibilità cognitiva, la pianificazione e la memoria di lavoro, medierebbe l’effettivo autocontrollo e renderebbe possibile il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine pianificati.
Questo modello esplicativo generale rimanda, peraltro, a diversi aspetti della teoria del prospetto formulata dal premio Nobel Daniel Kahneman, in cui vengono immaginati due sistemi decisionali e di pensiero concorrenti: il Sistema 1, che determina le azioni impulsive e automatiche e il sistema 2, che media le funzioni di valutazione, riflessione, le dimensioni razionali e decisionali. Il Sistema 2 è tuttavia lento, consapevole, molto dispendioso da avviare e mantenere attivo, specialmente in situazioni stressanti.

Gli studi di neuroimmagine suggeriscono un supporto neuroscientifico a quanto detto. In particolare è stato osservato che l’attivazione delle aree prefrontali laterali (sistema razionale/decisionale) correla con la disattivazione funzionale delle aree limbiche (sistema affettivo/impulsivo) e che questa relazione opposizionale si manifesta durante l’esercizio dell’autocontrollo, nell’inibizione di un impulso. Sono dunque utili a migliorare l’autocontrollo tutti gli esercizi e le pratiche che tendono ad attivare e a irrobustire i sistemi cerebrali al centro dei processi cognitivi, volontari e consapevoli, come i training per l’attenzione sostenuta, per i controlli inibitori verso risposte apprese o automatiche e così via. Allo stesso modo sono utili gli esercizi e le pratiche in grado di disattivare i processi emotivi, automatici e impulsivi, come ad esempio l’osservazione consapevole e non giudicante delle emozioni, dei desideri, il decentramento e la defusione dalle emozioni mediata dai training mindfulness.
Il termine inglese “mindfulness” è stato scelto per tradurre “pali” (la lingua indiana delle prime scritture buddiste) e “sati” (consapevolezza, attenzione, ricordo). Si tratta di un training mentale a tre componenti: autoregolazione dell’attenzione (mantenuta sull’esperienza immediata); orientamento attitudinale (curiosità, apertura, accettazione); intenzione, controllo volontario costantemente “ricordato” e con cui si riporta l’attenzione sull’oggetto prescelto ogni volta che interviene una distrazione. Esercitando questi stati e questi processi mentali, la pratica della mindfulness svilupperebbe così le capacità di autoregolazione, di attenzione e la metacognizione, cioè la consapevolezza dei contenuti di coscienza, addestrando peraltro a osservarli in modo non giudicante, senza coinvolgimento. La possibilità di usare l’attenzione per intercettare e riconoscere i processi mentali è la precondizione del controllo del comportamento e la regolazione delle emozioni e dell’impulsività. In questo senso, si potrebbe dire che la mindfulness può allenare la capacità di rispondere agli stimoli in modo riflessivo piuttosto che riflesso.

È stato osservato che la mindfulness, essendo una pratica che interrompe gli automatismi, aiuta ad abbassare i livelli di attivazione fisiologica e dei sintomi somatici. Produce l’attivazione del sistema nervoso parasimpatico, che aiuta la persona a rilassarsi, anche più delle tecniche di rilassamento tradizionale. Le evidenze suggeriscono che la mindfulness è associata a una maggiore flessibilità comportamentale e che ciò si ripercuote positivamente sulla salute, particolarmente importante in un periodo storico come quello odierno.

Per approfondimenti:

Berkmann, E.T. (2018) The neuroscience of self-control, in The Routledge International Handbook of Self-Control inHealth and Well-Being Concepts, Theories, and Central Issues. A cura di Denise de Ridder, Marieke Adriaanse, Kentaro Fujita Routledge, New York, 2018, pp. 112-126.
Castelfranchi, C. (2000) Affective Appraisal vs Cognitive Evaluation in Social Emotions and Interactions. In A. Paiva (ed.) Affective Interactions. Towards a New Generation of Computer Interfaces. Heidelbergh, Springer, LNAI 1814, 76-106.
Kahneman D. (2011). Thinking, Fast and Slow. New York.
Chiesa, A. and Serretti, A. Are mindfulness-based interventions effective for substance use disorders? A systematic review of the evidence. Subst. Use Misuse. 2014; 49: 492–512.

 

Covid-19: il crollo della ragione

di Benedetto Astiaso Garcia

L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano” (Blaise Pascal)

Ogni evento storico offre all’uomo la possibilità di porre se stesso di fronte ad uno specchio, per interrogarsi e comprendere maggiormente la propria natura e la qualità delle proprie relazioni. Come sistole e diastole, ai tempi del nuovo Corona Virus, assistiamo all’alternarsi di considerazioni tra egoismo e altruismo, senso civico ed anarchia, psicosi di massa e comportamento orientato, filantropismo e mors tua mascherina mea.

Diversi quotidiani, negli ultimi tempi, riportando la bizzarra vicenda che ha coinvolto la birra messicana “Corona”, hanno suggerito un interessante spunto di riflessione sul funzionamento della mente umana: il famoso brand, infatti, in una sola settimana ha perso l’8% alla borsa di New York a causa di un deliberato associazionismo lessicale e di significato con il famosissimo virus Covid-19. Quali spiegazioni psicologiche possono sottostare ad un simile meccanismo e giustificare una perdita economica di 285 milioni di dollari in pochi giorni? In che maniera si sviluppa un legame reale e sostanziale tra le parole e la realtà delle cose?

Il verbo «contaminare», che in latino, lingua da cui proviene etimologicamente, presenta lo stesso tema di «tangere» (toccare), suggerisce l’idea che la parola, da sempre creatrice di significati, non è solo capace di rievocare immaginari altri, ma anche di avere un illusorio potere di fusione con la realtà, tanto da riuscire a modificarla con la sua azione: “Non esiste una magia come quella delle parole” (Anatole France).

La contaminazione per somiglianza è un fenomeno ben noto alla psicologia, ampiamente descritto, già nei primi del ‘900, dall’antropologo Frazer nella sua opera “Il ramo d’oro”: il pensiero magico incarna una forma mentale che contraddistingue il funzionamento cognitivo infantile, le cui tracce sono però spesso rintracciabili anche nella mente adulta. Questo fa sì, dunque, che la razionalità umana, specialmente nei momenti di stress, lasci facilmente spazio a modalità decisionali atte a seguire principi ben diversi dal cogito cartesiano. “Legge di similarità” e “legge di contatto”, infatti, suggeriscono come, da sempre, il simile produca il simile (è possibile nuocere a un nemico danneggiando una sua immagine), l’effetto rassomigli alla causa e le idee vengano costantemente associate per similarità e contiguità. La creazione di una causalità illogica e irrazionale si esprime non di rado attraverso una rottura dell’organizzazione spazio-temporale o la creazione di coincidenze tra il tutto e le sue parti (riti magici, totemismo, agiti scaramantici).

Fin dalle origini l’uomo ha sempre tentato di dominare l’ambiente sviluppando rapporti tra fenomeni fittizi e completamente slegati fra loro. In questo modo, il desiderio di considerarsi agente attivo della propria esistenza ha prevaricato, a livello transgenerazionale e transculturale, una deprimente razionalità, impronta della sua finitudine e precarietà. Non di rado, di fronte a impotenza e paura, si rilevano nella mente umana bias di “illusory correlation” (correlazione illusoria) che, oltre a ostacolare il pensiero critico, giudicano interdipendenti eventi appartenenti a differenti domini della realtà.

L’essere umano, dunque, di fronte all’angoscia ed all’insicurezza, mosso da un atteggiamento iperprudenziale, regredisce ad un pensiero magico il cui scopo primario risulta essere quello di difenderlo, proteggerlo e conferirgli un’illusoria rassicurazione. Il desiderio di “rubare il fuoco” rende l’individuo contemporaneo un goffo Prometeo, tanto desideroso di conoscere e dominare ciò che non può essere conosciuto e dominato, quanto primitivo nell’accettare e affrontare la realtà. Pandemie, guerre e sconvolgimenti naturali, tuttavia, spaventano proprio perché ricordano all’uomo la più banale delle verità: il suo essere mortale. Non accettare tale condizione significa scivolare in strategie negazionistiche, ipercontrollanti o scaramantiche, tanto “selvagge” e inutili quanto banalmente rassicuranti.

Ai tempi del Corona Virus, quando la razionalità sembra spesso lasciar spazio a più veloci e primordiali fenomeni di pensiero, sembra vero ciò che ironicamente diceva il drammaturgo Eduardo De Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”. Lo stato di allerta induce il crollo di molte maschere, rivelando all’uomo la parte della sua natura che maggiormente rinnega: irrazionale, caotica, impulsiva, scaramantica e primitiva. Purtroppo l’amuchina non pulisce l’ignoranza, le mascherine non proteggono dalla trasmissione della paura: benvenuti alla fiera dell’Es!

Per approfondimenti:

Frazer J., “Il ramo d’oro”, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

https://www.ilsole24ore.com/art/l-assurdo-caso-birra-corona-marchio-colpito-coronavirus-ACMzAQMB

 

Coronavirus: la pandemia della paura

di Ornella Natullo

Non sapere più a chi credere può spaventare più di una malattia

Ai tempi dei miei genitori, quando la televisione forniva delle informazioni, tutti la ritenevano “fonte attendibile e sicura”, pertanto, pure di fronte a notizie nefaste, loro si sentivano al sicuro, protetti e guidati. Ai tempi nostri, al contrario, siamo tutti diffidenti: abbiamo scoperto troppi inganni, intrighi internazionali, sono nate e diffuse teorie complottistiche sotto l’egida di scoperte “sensazionali”, vediamo i nostri “punti di riferimento” politici ed economici cambiare direzione a seconda di interessi a noi più o meno noti… Insomma, non ci fidiamo più di nessuno!

Inoltre, siamo sommersi, differentemente dal passato, da informazioni provenienti da centinaia di fonti: TV, radio, internet, giornali cartacei e online, opinionisti, social, WhatsApp… Migliaia di informazioni tra cui è difficilissimo districarsi e che ci fanno sentire persi. La nostra mente, infatti, non è in grado di sopportare una tale quantità di informazioni contemporaneamente; la memoria a breve termine, o memoria di lavoro, può contenere ogni istante solo alcune informazioni e le seleziona per un processo di elaborazione solo se tali informazioni risultano essere “coerenti” rispetto agli scopi che in quel preciso momento stanno predominando nella singola persona. Per questo motivo, quando una informazione compromette lo “scopo di sicurezza” dell’individuo, quindi è una informazione che presenta un potenziale rischio che si sta correndo, la nostra mente comincia a funzionare seguendo un semplice principio dettato dall’istinto di sopravvivenza: inizia a lavorare secondo il principio Better safe than sorry, ovvero combatte alacremente per risolvere il dubbio che sia possibile o meno scartare l’ipotesi peggiore (in questo caso, poter morire o far morire qualcuno per il contagio da Coronavirus). Quindi si scartano le informazioni più ottimistiche a favore di quelle maggiormente pessimistiche. Purtroppo, però, per quanti sforzi la nostra mente possa fare per eludere l’ipotesi catastrofica, ci sarà sempre qualche elemento, dettaglio, informazione nuova o ragionamento che porterà a non risolvere il dubbio, poichè non esiste in natura la possibilità di portare a zero la probabilità di un evento, resterà sempre una quota di rischio incontrollata. Questa spirale cognitiva produce ansia, angoscia, terrore!

Ho fatto un esperimento giorni fa in una chat di WhatsApp che comprende centinaia di persone (non me ne vogliano le cavie): ho inoltrato un messaggio vocale con all’interno una ipotesi complottista sul Coronavirus. Le reazioni sono state di fastidio (“Un’altra informazione da processare, oh no!”), di rifiuto (“Dimmi se la fonte è attendibile sennò questa informazione la elimino”), di scherno (usare la satira è una delle strategie per distanziarsi da qualcosa che ci infastidisce)… Insomma, non ce la facciamo più! Stiamo praticamente cedendo di fronte alla sovrabbondanza di stimoli a cui siamo sottoposti.

Quindi che succede quando dobbiamo decidere a cosa credere?

Ci sono almeno due processi da considerare.

Il primo: ricorriamo alla formula più comune (“Se stanno chiudendo le scuole ecc. allora vuol dire che…”) e ognuno sceglie la propria conclusione allarmistica o menefreghista che sia. Anche questo ragionamento è parte di un corredo comune di euristiche del ragionamento umano: il Behaviour as input è quel tipico ragionamento che parte dall’osservazione di un comportamento (in questo caso: stanno chiudendo i luoghi di incontro collettivo) per renderlo la prova di un effettivo pericolo, per cui quel comportamento viene inteso come un tentativo di prevenire quella minaccia (morire per contagio da Coronavirus).

Il secondo: di fronte a una tale quantità di informazioni discordanti o semplicemente abbondanti, ci comportiamo come Pascal che ragionava sull’esistenza di Dio; come decidere se crederci o meno? Il ragionamento di Pascal consisteva nel fatto che, non avendo prove né della sua esistenza né della sua non esistenza, non gli restava che scommettere, e la scommessa può essere valutata sulla base dei rischi che si corrono. Se credo in Dio e mi sbagliassi, potrei rischiare di aver limitato la mia vita terrena, facendo sacrifici in nome della religione; se non credo in Dio e mi sbagliassi, vivrei liberamente ma il costo sarebbe più elevato poichè patirò le pene dell’Inferno per la vita dissoluta condotta. Così tendiamo a dare credito alle ipotesi più improbabili, talvolta implausibili, perchè si teme di sottovalutare una minaccia consapevolmente, cosa che induce a una elevata quota di senso di colpa.

Riconoscere, infine, di essere vittima di una condizione di insicurezza, dovuta ai fattori di cui sopra, aiuterebbe a non farsi travolgere dalle proprie emozioni ed a ripristinare una modalità di valutazione degli eventi più scientifica e oggettiva. Il senso di sicurezza, infatti, può maggiormente essere garantito se alleniamo la nostra mente a produrre “pensieri utili” e funzionali, ovvero correggere gli errori di ragionamento, che inducono paura e terrore anche quando la realtà oggettiva dei fatti non dimostra che ciò che pensiamo sia vero in quel momento.

Dobbiamo, in sostanza, imparare a essere legati alla “realtà oggettiva dei fatti”: sapere cosa è il Coronavirus, come non contagiarsi o trasmetterlo ad altri, seguire le regole igieniche “normali” ricordate da tutti, ed essere fiduciosi che tutto andrà bene. Sebbene non si possa escludere l’ipotesi peggiore, accettare infine che nessuno possa evitare che questo accada e quindi quanto possa essere disfunzionale, per la propria vita, spendere del tempo e tante energie nel tentativo di prevenire un evento che non dipende da noi.

Per approfondimenti

Gangemi A., Mancini F. e van den Hout M.A. (2007),”Feeling guilty as a source of information about threat and perfomance”. In Behaviour Research and Therapy, 45, pp. 2387-2396.

Mancini F. (a cura di), (2016), “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore

Lopatcka C., Rachman S. (1995), “Perceived responsibility and compulsive checking: An experimental analysis”. In Behavioural Reserarch and Therapy, 33, pp. 673-684.

Van den Hout M.A., Gangemi A., Mancini F., Engelhard I.E., Rijkeboer M.M., van Dams M., Klugeist I. (2014), “Behavior as information about threat in anxiety disorders: A comparison of patients with anxiety disorders and non-anxious controls”. In Journal of Behavoir Therapy and Experimental Psychiatry, 45, pp.489-495.

 

Il trauma infantile

di Mauro Giacomantonio

Report del Simposio sul Trauma Infantile

Lo scorso 17 gennaio 2020 si è tenuto presso il Teatro Italia a Roma un simposio in memoria di Gianni Liotti, dedicato al tema del trauma infantile. La scelta dell’argomento è legata agli importanti contributi che il lavoro di Liotti ha dato alla comprensione e al trattamento del trauma. L’iniziativa ha visto la partecipazione di circa 500 persone tra studenti e professionisti nel campo della psicoterapia, della medicina e della formazione.

Ha aperto i lavori Francesco Mancini introducendo i quattro interventi dei relatori che vantano tutti una lunga esperienza di lavoro sul trauma, sia dal punto di vista clinico sia della ricerca.

La prima a intervenire è stata Maria Grazia Foschino Barbaro che ha trattato in modo approfondito gli aspetti interpersonali legati al trauma infantile. Anche attraverso la presentazione di alcuni casi clinici estremamente interessanti, la relatrice ha illustrato il ruolo centrale della relazione con il caregiver che, in determinati casi, può costituire una vera a propria fonte di trauma relazionale che può tradursi, tra le altre cose, in un attaccamento disorganizzato e quindi in una persistente vulnerabilità psicologica. 

Il secondo intervento è stato quello di Antonio Lasalvia che, in una prospettiva epidemiologica, ha trattato l’associazione tra trauma infantile e psicosi. Il relatore ha mostrato come la letteratura suggerisca chiaramente che esiste una relazione tra trauma e sviluppo di psicosi. Come nel caso della relazione tra fumo e cancro al polmone, la probabiltà di sviluppare psicosi cresce notevolmente con il crescere del numero di traumi significativi a cui la persona viene esposta nella sua vita. Infine Lasalvia ha illustrato interessanti modelli particolarmente recenti che sostengono un ruolo causale del trauma nella generazione delle psicosi. Il trauma non sarebbe quindi un mero evento stressante che agirebbe da slatentizzatore di una predisposizione genetica, ma un vero e proprio determinante del disturbo. 

Maurizio Brasini è stato il terzo relatore a prendere la parola e ha discusso il nesso tra trauma, attaccamento e ordine naturale delle cose. Dopo aver offerto interessanti spunti critici relativi al modo in cui il trauma è stato concettualizzato negli ultimi 150 anni, Brasini ha proposto una interessante e innovativa ipotesi che vede il trauma come una violazione delle aspettative che l’individuo ha nei confronti di cosa è giusto che accada (o non accada). In altre parole il trauma invalida l’ordine naturale delle cose della persona che lo subisce. Il pubblico ha assistito a una presentazione che, oltre ad essere densa di contenuti e innovativa, è stata particolarmente avvincente anche grazie ai tanti riferimenti al cinema e alla natura.

Infine Furio Lambruschi ha concluso i lavori con una relazione che ha offerto interessanti spunti relativi alle criticità che si possono incontrare nel setting terapeutico quando si ha a che fare con il trauma infantile. Lambruschi inoltre ha enfatizzato particolarmente il ruolo del contesto relazionale (ma non solo) che precede, accompagna e segue il trauma sottolineando come questo sia determinante nel cambiare l’esito in termini psicologici dell’evento avverso. 

Il simposio nel suo complesso è stato particolarmente stimolante sia per chi da anni si occupa di trauma, attaccamento e dei temi cari a Gianni Liotti, sia per chi sta iniziando a muovere oggi i primi passi in questi argomenti  particolarmente rilevanti nel trattamento della psicopatologia. Alcune riflessioni condivise col pubblico hanno anche sottolineato come lo studio e la conoscenza del trauma infantile sarebbe fondamentale, in termini di salute pubblica, anche per altre figure sanitarie, come ad esempio i medici di base. 

4 motivi per partecipare a un congresso

di Silvia Cerolini

Un’esperienza diretta del 9° Congresso mondiale di Terapia Cognitivo Comportamentale di Berlino.

Dal 17 al 20 luglio 2019 si è svolto il “9th Congress of Behavioural and Cognitive Therapies” (WCBCT, 2019) al City Cube di Berlino, evento a cadenza triennale che ha visto le sue precedenti edizioni in luoghi come Vancouver, Boston, Lima, Melbourne, etc. e di cui la prossima edizione è prevista per il 2022 in Sud Corea. Eventi come questo suscitano l’attenzione e l’interesse di molti professionisti. Ecco riassunti 4 buoni motivi per cui partecipare ad un evento internazionale di questo calibro, specialmente per i giovani professionisti.

  • Ampliare le proprie conoscenze e affinare le proprie abilità e/o competenze:

Andare ad un congresso significa stimolare la mente con nuove idee, proposte, scoperte
e arricchire e integrare le nostre conoscenze e competenze con tantissime nuove informazioni. Nel caso del WCBCT 2019 le decine e decine di simposi, talks, open papers, skill classes, workshops e poster sessions proposte non hanno potuto far altro che stimolare l’attenzione e la curiosità professionale dei partecipanti. Diversi sono stati gli argomenti e i topic proposti durante queste attività: dai risultati di ricerca di psicopatologia sperimentale a quelli sul trattamento evidence-based di molteplici disturbi psicopatologici, dalla proposta di nuovi modelli teorici a quella di integrazione e riscoperta di svariate tecniche terapeutiche e di assessment. Questa cornice veniva completata dai talk di diversi “big” delle terapie CBT, i quali raccontavano il lavoro di anni dedicati alla ricerca, alla pratica clinica e alla disseminazione di esse all’interno delle nostre società, culture e menti, spesso suscitando negli ascoltatori stima e commozione.

  • Creare un network con i colleghi:

Un secondo buon motivo per partecipare ad un evento internazionale può essere quello di conoscere nuovi professionisti e creare potenziali relazioni professionali (e perché no?! magari anche personali). Da esse potrebbero derivare interessanti collaborazioni future che, certamente, l’ adesione a questo tipo di eventi aiuta a mantenere attive e produttive. Il WCBCT 2019 è stato un crocevia di relazioni su scala globale: più di 4000 delegati da 85 diversi Paesi (tra cui Cina, Giappone, Brasile, India, Usa, Uk, Italia, Germania, Australia, Marocco etc.).

  • Condividere i frutti del proprio lavoro:

un terzo valido motivo è sicuramente quello di disseminare e condividere con il resto della comunità scientifica i risultati delle vostre ricerche, dei vostri studi e delle vostre attività. I congressi sono fatti non solo per partecipare più o meno passivamente, ma anche per mettersi in gioco e alla prova, presentando i risultati del proprio lavoro, costato spesso, un grosso impegno e tanta fatica. Lo si può fare in tanti modi, e di certo, un’altissima percentuale dei partecipanti del WCBCT 2019 lo ha fatto presentando poster, simposi e talk. Inoltre, molto spesso (a seconda della rilevanza che il congresso ha, tali presentazioni vengono poi pubblicate su inserti speciali di riviste o sui libri degli abstracts o dei proceedings del congresso stesso, come nel caso del Congresso di Berlino.

  • Arricchire la propria esperienza professionale e personale:

Un’ultima valida ragione è sicuramente quella di considerare l’esperienza come una possibilità per arricchire e perfezionare il proprio curriculum e la propria esperienza professionale e personale.
Partecipare ad un congresso in lingua inglese, presentare i contenuti del proprio lavoro, avere la possibilità pubblicare il lavoro svolto o quella di creare un network internazionale, sono fattori che contribuiscono al potenziamento o all’avanzamento della propria carriera, e soprattutto del Cv personale. Inoltre avere l’opportunità di stare qualche giorno in una città straniera, visitarla nei momenti liberi, confrontarsi con un’altra cultura e assaporare i gusti e le tradizioni locali, sono degli stimoli per arricchire la propria esperienza personale ed un ottimo modo per conciliare lavoro e divertimento.

 

Sotto il cielo di Berlino… niente di nuovo

di Barbara Basile

Report sul IX Congresso mondiale di Terapia Cognitivo-comportamentale (World Congress of Behavioural & Cognitive Therapies, WCCBT) svoltosi presso il City Cube Berlin tra il 17 e il 19 luglio. Più di 4000 partecipanti si sono distribuiti tra gli oltre 150 simposi, i 30 workshop tematici e altrettante skill class, circondati da 300 poster.

Oltre ai grandi classici sulla TCC applicata ai disturbi d’ansia e dell’umore, sono stati presentati lavori sulle tecniche di immaginazione, sulla terapia via internet, sugli approcci trans-diagnostici e sul ruolo della Self-Practice e Self-Reflection nella buona pratica del clinico.

L’innovatività dei lavori presentati e la loro qualità scientifica non è stata sempre all’altezza delle aspettative, mentre le classi di lavoro clinico e di apprendimento, per quanto spesso inaccessibili a causa del sovraffollamento, sono state decisamente più apprezzabili.

Alcuni degli interventi più stimolanti hanno visto coinvolti Michelle Craske, Kelly Bemis Vitousek e una serie di ricerche in cui è stato studiato l’effetto delle tecniche di immaginazione nella riduzione delle credenze patogene in alcuni disturbi (i.e., DCA, Ansia sociale e Autismo) e della sintomatologia di altri (i.e, DOC, depressione).

Basandosi sulla prospettiva trans-diagnostica dei Disturbi dei Comportamenti Alimentari (DCA) di Fairburn, la Vitousek (Università delle Hawaii, USA) ha proposto una perspicace analogia tra il funzionamento della mente anoressica e quella di uno scalatore o di un atleta che pratica sport estremi, sottolineando la loro sovrapposizione rispetto all’emozione di orgoglio derivata dal raggiungimento di obiettivi impossibili, come il controllo sul cibo e sul corpo (per l’anoressica) e il guadagno di una cima elevata (per lo scalatore). La nota clinica ha evidenziato il ruolo delle credenze positive legate al riuscire a perseguire un obiettivo così stoico, quali il perdere peso da un lato e il raggiungimento di una vetta, dall’altro, nel mantenere il disturbo. Inoltre, in entrambi i casi lo scopo viene perseguito nonostante i costi elevati in termini di salute fisica e il frequente rischio di morte. L’anoressica e lo sportivo estremo inoltre tendono entrambi a sovra-investire sullo scopo che diventa centrale e totalizzante nella loro vita e che, se abbandonato o allentato, evoca il terrore profondo di scivolare nell’eccesso opposto (“se lascio andare il controllo sul cibo e sul corpo, sarà terribile perchè più difficile e doloroso da ristabilire”). In termini terapeutici la Vitousek sottolinea l’appropriatezza delle tecniche di esposizione (al cibo, al peso e all’immagine corporea) con particolare attenzione alla sospensione dei comportamenti di sicurezza e protezione, esattamente come è consuetudine fare nelle esposizioni nei casi di disturbi d’ansia e ossessivo-compulsivo.

Infine, nel suo magistrale intervento, Michelle Craske dell’Università della California (USA ) ha spiegato come i dati provenienti dagli studi di neuroscienze possano favorire una maggiore efficacia della psicoterapia, se adeguatamente interpretati. La professoressa ha spiegato, ad esempio, come l’utilizzo di farmaci in grado di interferire con la funzionalità dell’ippocampo (per esempio, la scopolamina) possano aumentare l’esito di interventi basati sull’esposizione, poiché interferiscono con il cosiddetto “context renewal of fear” (la riattivazione della paura nel contesto). Al contrario, il potenziamento della funzionalità dell’ippocampo (tramite somministrazione di glucosio) potrebbe essere utilizzato subito dopo un evento traumatico poiché impedisce la generalizzazione della paura ad altre situazioni.

Le key lectures più affollate, soprattutto dalle nuove leve, hanno visto implicati eminenti clinici come Steve Hayes (fondatore dell’ACT), Arnoud Arntz (autorevole rappresentante europeo della Schema Therapy), Paul Gilbert (ideatore della Compassion Focused Therapy), e, trai i big della TCC, David Clark, Richard Bentall, Paul Salkovskis, Judith Beck e Christine Padesky. Un convegno con grandi numeri e molti volti famosi, i cui contenuti e la cui organizzazione però non sono sempre stati innovativi e appaganti come sperato!

L’origine del narcisismo

di Paola Manno, Annalisa L’Abbate, Melania Catania e Silvia Zappatore

Il 21 Giugno 2019, presso l’Hotel Tiziano, si è svolto il convegno “L’origine del Narcisismo”. Sono intervenuti il Dr. Pietro Muratori (IRCCS Fondazione Stella Maris , Pisa), il Prof. Sanders Thomaes (Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo dell’Università di Utrecht) ed il Dr. Carlo Buonanno (didatta e membro Equipe Età Evolutiva APC/SPC).

Il Dr. Pietro Muratori, ha introdotto il tema del narcisismo in età evolutiva presentando la Child Narcisism Scale (CNS), uno strumento self-report unidimensionale di rapida somministrazione (10 item) dotato di una buona coerenza interna.

Il Prof. Sanders Thomaes, ha illustrato le caratteristiche del narcisismo in età evolutiva: un’immagine grandiosa di sé che cerca conferme nella relazione e ricerca la validazione esterna. Parte del primo intervento è stata dedicata alla presentazione di studi che mettono in relazione tratti narcisistici, autostima e aggressività; su come differenti stili di parenting possono contribuire allo sviluppo di tratti narcisistici. Sono stati presentati i risultati di alcune ricerche che hanno indagato la relazione tra tratti narcisistici e bullismo e tra tratti narcisistici e disturbi alimentari.

Il Dr. Carlo Buonanno ha introdotto un riflessione volta a comprendere in che modo i dati di ricerca presentati siano applicabili e contestualizzabili all’ambito clinico.

Il Prof. Thomaes, ha poi focalizzato il secondo intervento sul costrutto di autostima in età evolutiva e il Better Than Average Effect (BTAE), ovvero la tendenza dei bambini a sovrastimare le proprie abilità associata ad una definizione di sé più benevola in relazione ad un obiettivo da raggiungere. Tale tendenza, sembra avere un valore adattivo: agevolare l’esplorazione dell’ambiente e l’apprendimento consentendo di perseverare nell’attività.

Nei giorni 21, 22 e 23 Giugno ha poi avuto luogo, presso la sede APC di Lecce, il corso di formazione “Il Coping Power Program: un protocollo di intervento sui disturbi da comportamento dirompente”, condotto dal Dr. Pietro Muratori e dal Dr. Carlo Buonanno e promosso dall’ equipe per l’età evolutiva della scuola APC/SPC di Roma.

Il Coping Power Program (CPP) è un programma applicabile in contesti clinici e di prevenzione, sviluppato per la gestione della rabbia e il controllo dell’aggressività nei bambini dai 7 ai 14 anni. E’ un protocollo cognitivo-comportamentale evidence based che prevede una componente dedicata ai bambini, illustrata dal Dr. Muratori ed una rivolta ai genitori, presentata dal Dr. Buonanno, da svolgersi in setting di gruppo paralleli.

Il corso, che ha incontrato grande interesse da parte dei numerosi partecipanti, ha fornito utili strumenti per il trattamento dei disturbi da comportamento dirompente.

Il modulo CPP per i bambini è strutturato in 34 sessioni di gruppo che si prefiggono di potenziare l’abilità di intraprendere obiettivi a breve e a lungo termine; l’organizzazione e le abilità di studio; il riconoscimento e la modulazione della rabbia; il perspective taking; il problem-solving in situazioni conflittuali; l’abilità a resistere alle pressioni dei pari e le abilità sociali e l’ingresso in gruppi sociali positivi

Il modulo per i genitori mira a sviluppare e potenziare fondamentali funzioni parentali tra cui la capacità di stabilire regole chiare, di gratificare il bambino e fornirgli attenzione positiva, di promuovere e organizzare le sue abilità scolastiche, di migliorare la comunicazione in famiglia ed il problem solving nei momenti di conflitto, nonché di gestire lo stress genitoriale.

È stato appreso come, per il raggiungimento di questi obiettivi sia fondamentale l’organizzazione coerente e consapevole del setting di gruppo, che rappresenta la situazione ideale per l’apprendimento e la sperimentazione di abilità sociali e relazionali in un ambiente supportivo e non giudicante, sia per i bambini che per i loro genitori.