Affrontare il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Quaderno di lavoro

a cura di Giuseppe Femia

A partire da una fotografia narrativa, “una nuvola di smog” (Italo Calvino), gli Autori Paola Spera e Francesco Mancini offrono ai clinici e di conseguenza ai pazienti un nuovo contributo:  “Affrontare il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Quaderno di lavoro”, fornendo una descrizione esaustiva di questa manifestazione psicopatologica, vale a dire il DOC, nelle sue diverse declinazioni, evidenziandone il grado di disagio e sofferenza implicati, e promuovendo un approccio pratico per fronteggiare gli aspetti sintomatologici e le conseguenze che ne derivano in ambito personale, relazionale e sociale.

Nella parte introduttiva viene chiarito come spesso, sbagliando, si pensa che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) sia semplice da comprendere e curare, incorrendo così in errore durante il trattamento. L’immediatezza dell’acronimo – DOC – , l’incidenza elevata di questo disagio e il fatto che sia un disordine noto e diffuso, potrebbero ingannare il clinico portandolo a pensare che sia un disturbo ordinario, e pertanto un terreno facile su cui intervenire.

Contrariamente, nella pratica clinica spesso il DOC si mostra insidioso, complesso e resistente durante il lavoro in psicoterapia.

Ad esempio, la natura “camaleontica” del DOC e la possibilità che questo tipo di disagio possa migrare da una forma ad un’altra per passare per fasi di remissione sintomatologica, rendono alcuni quadri maggiormente complessi in termini di comprensione ed intervento.

I diversi contributi proposti (una squadra di specialisti e clinici che da anni studiano il disturbo ossessivo/compulsivo) evidenziano come, per affrontare questo tipo di disturbo, sia fondamentale sviluppare una competenza specifica e seguire delle linee guida che tengano conto delle più recenti ricerche, ad esempio quelle che chiariscono il ruolo della colpa e del disgusto nella  eziopatogenesi del DOC.

Nella prima parte, “conosci il tuo nemico”, vengono affrontati tutti i tipi di DOC e le differenze con il Disturbo ossessivo Compulsivo di Personalità, e vengono descritte le principali ossessioni e compulsioni nelle loro diverse caratteristiche. Proseguendo sono presentate le diverse tecniche cognitive, come l’ ABC, il laddering e la ristrutturazione cognitiva, normalmente impiegate in psicoterapia durante la fase di ricostruzione dello schema di funzionamento. Tutto il testo si pone come una guida pratica ed esplicativa del modello teorico di riferimento da utilizzare durante le fasi di trattamento con il contributo del paziente in seduta o mediante tecniche di homework da condividere successivamente con il proprio psicoterapeuta.

La seconda parte fornisce strumenti per affrontare direttamente il disturbo lavorando sulla riduzione della probabilità e della gravità dell’evento temuto e sull’accettazione della minaccia, cercando di interrompere quei processi di fusione pensiero/azione e pensiero/realtà e intervenendo sulle valutazioni di natura secondaria che di norma incrementano il disagio. Inoltre, viene affrontato e chiarito il rationale dell’ERP, Esposizione con Prevenzione della Risposta, protocollo evidence-based per il trattamento del DOC. Non mancano quelle tecniche che potremmo definire anti-disgusto, che mettono in evidenza quanto questo tipo di emozione sia molto connessa alla fenomenologia del DOC.

La terza parte integra la prospettiva d’intervento, specificando come le tecniche di terza generazione, l’ Acceptance and Commitment Therapy ACT e la Mindfulness siano degli interventi validi e complementari capaci di potenziare il trattamento CBT standard.

Successivamente, viene affrontato il tema dei familiari e del contesto in cui si “accomoda il DOC” evidenziando i cicli di mantenimento di matrice relazionale, ovvero interpersonali, che seppure messi in atto a fini di bene (ad esempio: elargire rassicurazioni, favorire le compulsioni, “pacca sulla spalla”) rinforzano e mantengono la sintomatologia.

Infine, è proposta una sezione dedicata interamente alla prevenzione delle ricadute con particolare attenzione verso alla vulnerabilità storica nel trattamento del DOC. Si sottolinea infatti quanto sia importante individuare da dove originano le credenze disfunzionali e quali siano le esperienze sensibilizzanti alla base del disagio con lo scopo funzionale di impostare un lavoro  mediante tecniche afferenti alla Schema Therapy (ST) al fine di re-scrivere le esperienze precoci in cui si è strutturato il vissuto di colpa a causa di esperienze di rimprovero sprezzante e/o di  emozioni precoci di disgusto, con l’obiettivo clinico di ottenere una riduzione della sintomatologia. Parallelamente si promuovono interventi ed esercizi volti ad allenare e promuovere le strategie più  adeguate a sorvegliare e arginare il rischio di ricaduta.

In conclusione, questo manuale, mediante un linguaggio metaforico, offrendo esercitazioni pratiche e dettagliate, vuole essere una guida applicativa e pragmatica che  riesce senza dubbio a far sentire gli  psicoterapeuti  meno impotenti di fronte alle insidie del DOC con lo scopo ultimo di far sentire maggiormente compresi, validati e certamente meno soli i pazienti che soffrono a causa di un DOC, portandoli , in linea con gli interventi proposti, a sviluppare maggiori abilità di accettazione e gestione della propria problematica.

Non allontanarmi anche se mi ribello

di Giuseppe Grossi

Il potere della relazione come ricetta per il cambiamento

Curioso, il bambino inizia a osservare gli altri, ad apprendere la lingua, a conoscere il mondo. La sua fragilità lo spinge a creare legami e fidarsi dell’altro; ma in alcuni casi si trova di fronte un muro di ostilità e freddezza, di odio e paura; un muro che lo costringe a ripiegare in una dimensione di totale solitudine, al riparo da qualunque contatto umano.

Nel tempo quel bambino, ormai cresciuto, entra nella stanza del suo terapeuta. Il capo coperto dal solito cappuccio, un po’ più basso della fronte, ma troppo poco per mascherare la vergogna; quella vergogna che molti negano, descrivendo il “mostro” oggi poco più che adolescente.
Si siede dopo aver osservato ogni angolo della stanza, in totale silenzio e come fosse la prima volta. In realtà, nonostante la sua età, è difronte al secondo, terzo o quarto terapeuta della sua vita, costretto questa volta dai genitori, dalla scuola, dai servizi sociali o chissà da quale altra “autorità”. Confessa quella promessa fatta ai genitori, spesso assurda e impossibile, accettata come moneta di scambio per la “sua” seduta dallo psicologo, quella che dovrebbe ancora una volta renderlo migliore, accettabile. Con voce ferma e beffarda si racconta: “Sono qui solo per ottenere quello che mi hanno promesso, solo pe’ fare contenta mia madre… Non tornerò”.

Subito dopo inizia un lungo silenzio. “Sdraiato” sulla sedia continua a giocare con un filo della sua maglia, resa quasi uno straccio, mentre nella sua mente inizia la ricerca di tutte quelle “scuse” che potrebbero giustificare l’ultimo dei tanti litigi, aggressioni o atti di ribellione. Improvvisamente, nella fantasia del paziente, si susseguono gli scenari peggiori e il terapeuta in quel momento riesce a percepire e ascoltare il suo desiderio di sentirsi al sicuro, di non sentirsi disprezzato, inadeguato, ancora una volta allontanato e rifiutato.

Tra lunghi sguardi e parole non dette, il solo respiro spezza il silenzio di uno spazio sempre più freddo, in cui forte si sente la puzza del sospetto. Un ambiente tanto familiare al paziente ma non sempre al suo terapeuta che a fatica riesce ad ascoltare e a rispondere alla sua domanda: “Mi posso fidare?”.
Così, tra continue provocazioni, durante la sua terapia, il ragazzo parla d’ingiustizia e di valori; di una morale che il terapeuta, disarmato, fatica a integrare con i suoi comportamenti. Racconta della sua famiglia, di una educazione rigida, di un luogo fatto di tante regole; troppe, a differenza di come molti pensano. Un luogo in cui si generano gli incubi peggiori.
Parla della colpa di non riuscire a sentirsi degno, meritevole, e della fatica nel seguire un ordine e un rigore per tanti semplice e naturale. E così, ridotto a un assemblaggio di etichette cucite male (pazzo, tossico, antisociale, terribile), il nostro bambino nato buono diventa il “mostro”, colui che non sa e non può mettersi al posto degli altri, che non prova colpa ed empatia; egoista, manipolatore e insensibile.

Chi non avvertirebbe forte una spinta al rifiuto, lasciando quel bambino solo al proprio destino e ai sui sensi di colpa? Chi può avere la forza di leggere nei sui comportamenti un tentativo di riparazione, forse il desiderio di mettere tutto in discussione, e non solo la dimostrazione della sua imperfezione? Chi accetterebbe la “condanna” di conoscere quel bambino, superando le sue provocazioni e regalandogli uno spazio sicuro in cui raccontarsi e cucire le ferite di una relazione malata?

Ricordo le parole del mio “maestro” durante il corso per diventare psicoterapeuti: “Chi di voi è disposto a passare un’ora del suo tempo con una persona che lo provoca, che non gli sta simpatica, che non ha nulla di interessante da dirgli, che forse ritiene poco intelligente e magari non stima?”. A volte, tra tecniche, protocolli e modelli, dimentichiamo la forza e il potere della relazione, che oltre a essere un fattore aspecifico nella terapia, può essere un elemento specifico del cambiamento.

Disturbo mentale o normale reazione?

di Emanuela Pidri

La depressione tra condizione esistenziale e malattia

Il Disturbo Depressivo può essere identificato come alterazione della sfera cognitiva, della regolazione delle emozioni e del comportamento oppure come espressione di una disfunzione nei processi psicologici, biologici o evolutivi. Tale sindrome è connessa alla presenza di disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti della vita dell’individuo. Tuttavia può essere considerata come una reazione normale e prevedibile o culturalmente accettata di fronte a un fattore stressante poiché i comportamenti socialmente devianti e i conflitti non sono disturbi mentali se non sono l’espressione di una disfunzione.

In base alla specificità dei criteri diagnostici, esistono vari tipi di disturbo dell’umore: disturbo disforico, disturbo depressivo maggiore, disturbo depressivo persistente (distimia), disturbo bipolare, disturbo ciclotimico, disturbo depressivo con altra specificazione (depressione breve ricorrente, episodio depressivo di breve durata, episodio depressivo con sintomatologia insufficiente). Ogni disturbo è identificabile in relazione alle cause, ai sintomi e ai segni, all’evoluzione e al decorso, alla prognosi. Non solo i disturbi depressivi sono frequenti, ma si associano ad aumentata mortalità (suicidio e altre cause) e ad alta disabilità. La letteratura riporta una frequenza maggiore di comportamenti suicidari in anziani e di comportamenti parasuicidari negli adolescenti. Il 90% dei suicidi è correlato a disturbi psichici e il 16% di chi ha tentato il suicidio lo ripete entro l’anno.

Una tappa prioritaria nell’assessment clinico è, quindi, la rilevazione dei comportamenti suicidari. Viene valutato il livello di pianificazione, il grado di conoscenza della letalità del mezzo usato, i livelli di intenzionalità, l’intervento o non intervento casuale di altre persone, l’assunzione di sostanze psicoattive. L’applicabilità dei fattori di rischio varia in base alla persona e alla sua cultura, tuttavia spesso manca la volontà di parlarne per il timore di essere ricoverati e che il ricovero si prolunghi, di deludere e di non essere creduti oppure che venga minimizzato il problema. L’accuratezza dell’assessment e la specificità della diagnosi permettono di attuare un intervento individualizzato e calibrato alla complessità del quadro clinico in atto. I trattamenti efficaci previsti dalle linee guida per i disturbi dell’umore sono trattamenti farmacologici, psicologici e psicosociali (social skills training, psicoeducazione, lavoro supportato, illness management). Rispetto all’intervento farmacologico, è importante sapere che il dosaggio con il quale si ha la risposta, in funzione del numero di episodi di malattia e/o della loro gravità, è lo stesso con il quale proseguire il trattamento.

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) persegue l’obiettivo psicoeducativo di fornire informazioni al paziente e ai familiari riconoscendo precocemente i segnali d’allarme e le credenze disfunzionali. Attraverso sedute strutturate, il paziente potrà lavorare sulla visione negativa di sé (io inadeguato e difettoso), sull’interpretazione negativa delle esperienze (lette come sconfitte, privazioni, denigrazioni) e sulla visione negativa del futuro (previsione omogenea alle esperienze), identificando e ristrutturando i bias cognitivi (deduzione arbitraria, astrazione selettiva, ipergeneralizzazione, minimizzazione/ingigantimento, personalizzazione, pensiero dicotomico). Per migliorare a lungo tempo l’esito della terapia e ridurre la probabilità di ricadute, la CBT prevede che il paziente acquisisca abilità di “problem-solving”, vale a dire capacità di regolazione emotiva e strategie adattive di fronteggiamento degli “stressor” psico-sociali.

Una terapia integrata (terapia farmacologia combinata con psicoterapia), quindi, migliora notevolmente la prognosi e permette all’individuo di sperimentare un senso di potere personale che incide sul miglioramento della propria qualità di vita.

Per approfondimenti

Ankarberg P., Falkenstrom F. (2008), “Treatment of depression with antidepressants is primarily a psychological treatment”. Psychoterapy Theory, Research, Practice, Trainig, Vol. 45, 3, September 2008, p. 329-339 (APA Journals)

Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981

Beck A. (1970), “The core problem in depression: the cognitive triad”. In: Masserman J. (a cura di), Science and Psychoanalysis, vol. 17, Grune & Stratton, New York. Citato in: Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981

Beck A. (1976), Cognitive Therapy and the Emotional Disorders, International Universities Press, New York. Citato in: Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981

Narcisista maligno in psicoterapia

di Fabiana Gino
curato da Elena Bilotta

Il narcisismo maligno viene descritto da Otto Kernberg come una variante del narcisismo patologico contenente, oltre ai classici elementi di grandiosità, anche alcuni elementi quali la paranoia, il sadismo, l’aggressività e la psicopatia. Il narcisista maligno interpreta le azioni degli altri con una forte propensione alla paranoia e vi risponde con un’abbondanza di aggressività, presenta inoltre una persistente volontà di dominanza sociale. Difatti, quando il narcisista maligno esprime la propria aggressività verso gli altri, sperimenta un aumento della propria autostima e del suo Sé grandioso.

Kernberg, con il suo gruppo di ricerca coordinato da Lenzenweger, ha effettuato uno studio per verificare se a livelli elevati di narcisismo maligno (considerato come dimensione della personalità e non diagnosi categoriale) corrispondesse un più lento declino dell’ansia nel tempo e un più lento miglioramento del funzionamento psicosociale globale dell’individuo.

Il campione della ricerca era composto da 57 soggetti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità (DBP) secondo il DSM-IV. Per un periodo di 12 mesi ai soggetti venivano somministrate ripetutamente nel corso del tempo due scale: la Brief Symptom Inventory-Anxiety Scale (BSI-A) per misurare i livelli di ansia, e la Global Assessment of Functioning (GAF) per valutare il livello di funzionamento psicosociale/psicologico dell’individuo.

Rispetto alle variabili indagate da queste scale, sono state considerate alcune componenti considerate in linea con la concettualizzazione del narcisismo maligno come dimensione della patologia della personalità:

  • La “Predisposizione paranoica”, che include l’esternalizzazione della colpa, la sospettosità e il rancore verso gli altri;
  • La “Dominanza impavida”, che comporta uno stile interpersonale privo di paura e di tendenza alla dominanza sociale;
  • Il “Cuore freddo”, caratterizzato da una propensione all’aggressività dalla capacità di manipolazione e mancanza di empatia.

I pazienti con DBP citati in questo studio, venivano trattati con 1 di 3 possibili trattamenti per pazienti con DBP, già trattati in un precedente studio di Clarkin et al. (2007) per un periodo di 12 mesi. L’assegnazione al trattamento era randomizzata. I ricercatori avevano ipotizzato che elevati livelli di narcisismo maligno avrebbero rallentato in modo significativo il progresso terapeutico, in particolare in termini di miglioramento psicologico/psicosociale globale e di riduzione dell’ansia.

In linea con quanto ipotizzato, i risultati hanno mostrato che il narcisismo maligno aveva un’associazione significativamente più forte con un più lento miglioramento del funzionamento generale (punteggi GAF) a prescindere dal tipo di trattamento utilizzato; inoltre, i comportamenti antisociali risultavano correlati a rallentamenti nel miglioramento dell’ansia.

Questi risultati suggeriscono come il narcisismo maligno possa esercitare un impatto importante sul miglioramento globale della persona, anche in individui trattati, in questo caso in pazienti con DBP.

In particolare, il narcisismo maligno sembra influenzare il decorso di un disturbo di personalità, o la risposta al trattamento, anche quando il disturbo primario non è di tipo narcisistico.

BIBLIOGRAFIA:

Clarkin, J. F., Levy, K. N., Lenzenweger, M. F., & Kernberg, O. F. (2007). Evaluating three treatments for borderline personality disorder: A multiwave study. The American Journal of Psychiatry, 164(6), 922–928.

Lenzenweger M, F, Clarkin J, F, Caligor E, Cain N, M, Kernberg O, F: Malignant Narcissism in Relation to Clinical Change in Borderline Personality Disorder: An Exploratory Study. Psychopathology, 2018;51:318-325.

Alla scoperta della gentilezza

di Elena Cirimbilla

Come il comportamento in età evolutiva può influenzare il successivo sviluppo sociale dell’individuo

Nel momento in cui pensiamo alla gentilezza, nelle nostre menti compaiono immagini legate a concetti come compassione, empatia, generosità o altruismo. Tali concetti appartengono al “comportamento prosociale”, inteso come l’agire in modo gentile, cooperativo e compassionevole, in una costellazione di atti volontari orientati al beneficio altrui.

L’età evolutiva, grazie alla scoperta e interazione continua con il prossimo, si configura come uno dei periodi critici che influenzano il successivo sviluppo sociale dell’individuo.

Durante l’infanzia e l’adolescenza, la progressiva capacità del soggetto di assumere la prospettiva dell’altro consente la decodifica delle emozioni e la comprensione degli stati mentali del prossimo e contribuisce allo sviluppo dei comportamenti prosociali.

Numerosi studi si sono occupati di indagare questo tipo di comportamento nei giovani e, in particolare, le successive ripercussioni sullo sviluppo sociale.

In un recente studio, un campione di giovani è stato suddiviso in quattro gruppi, da bassa ad alta prosocialità. I quattro profili sono stati suddivisi in base al livello di comportamento prosociale mostrato dai giovani, misurato con item come: “Il bambino sembra preoccupato quando gli altri bambini sono in difficoltà”, “Il bambino è gentile verso i pari” o ancora “Il bambino offre aiuto o conforto quando gli altri bambini sono turbati”.
Due anni dopo è stata esaminata l’associazione tra i profili sociali individuati e le relazioni tra pari nella prima adolescenza, partendo dall’idea che elevati livelli  di comportamento prosociale potessero essere legati a relazioni interpersonali più positive negli anni a seguire. Le variabili misurate in adolescenza riguardavano, in particolare: l’aggressività, l’esclusione sociale, il bullismo e la vittimizzazione.

Coerentemente con l’ipotesi e le precedenti ricerche, gli autori hanno evidenziato come il comportamento prosociale sia un predittore critico delle successive relazioni tra pari.

I risultati hanno infatti mostrato che il gruppo caratterizzato da bassa prosocialità era significativamente più a rischio di mostrare aggressività e bullismo e di sperimentare vittimizzazione ed esclusione sociale rispetto ai giovani di tutti gli altri profili sociali. Al contrario, i ragazzi altamente prosociali hanno riportato bassi punteggi in tutte le aree problematiche.

In altre parole, i ragazzi che avevano ottenuto bassi punteggi sugli indicatori dei comportamenti prosociali avevano rapporti tra pari più problematici nella prima adolescenza, all’opposto di quelli con elevata prosocialità.

I risultati della ricerca favoriscono una riflessione sull’importanza di attuare comportamenti a beneficio del prossimo, in una chiave altruistica e orientata all’altro. In più, gli studi evidenziano che essere gentili o, in generale, compiere atti prosociali aumenta il benessere. In linea con la letteratura, i dati di una ricerca in pubblicazione di un gruppo di psicologi e psicoterapeuti della Scuola di Psicologia Cognitiva di Roma (SPC), coordinato dalla dott.ssa Claudia Perdighe, mostrano una correlazione positiva tra felicità, moralità e gratitudine.

In quest’ottica, condividere la merenda, mandare un messaggio carino a un amico, aiutare il compagno in un compito o ascoltarlo quando si sente triste, possono configurarsi come piccoli, ma fondamentali, gesti quotidiani.

Accompagnare i bambini e ragazzi nella ricerca e nella scoperta della gentilezza può sembrare difficile o impegnativo ma, come ogni cosa nuova, è possibile allenarsi. Ad esempio, insieme a nostro figlio, fermiamoci di tanto in tanto e soffermiamoci sul ricordo di un momento in cui si è stati disponibili o gentili con qualcun altro, in cui è stato offerto il proprio aiuto o un abbraccio e, se è vero che la gentilezza è contagiosa, proviamo anche a notare i momenti in cui gli altri lo sono con noi.

Per approfondimenti:

Hui B.P.H, Ng J.C.K., Berzaghi E., Cunningham-Amos L.A., Kogan A. (2020). Rewards of kindness? A meta-analysis of the link between prosociality and well-being. Psychological Bulletin doi: dx.doi.org/10.1037/bul0000298

Iannucci A., Albanese A., Cascone R., Cirimbilla E., Maravolo R., Mignogna C., Mignogna V., Napoli E., Patriciello M., Pelosi G., Rosini P., Villirillo C., Giacomantonio M., Perdighe C., (2017) “Standard morali: ostacolo od opportunità per la felicità?”. In pubblicazione

Ma T.L., Zarrett N., Simpkins S., Vandell D.L., Jiang S. (2020). Brief report: Patterns of prosocial behaviors in middle childhood predicting peer relations during early adolescence. Journal of Adolescence, 78:1-8. doi: 10.1016/j.adolescence.2019.11.004

Foto di Alexander Suhorucov da Pexels

Mamma controlla, papà aspetta

di Barbara Basile

Riconoscere e affrontare le dinamiche genitoriali

La madre è comunemente la principale figura di accudimento del bambino, soprattutto nei suoi primi anni di vita. Di conseguenza, la madre è la figura che trascorre più tempo con il bambino e che lo conosce meglio. Sa riconoscere il significato del suo pianto, ne identifica i bisogni e corrisponde le sue esigenze.

La mamma, vicina e presente, rischia così di diventare il “guardiano” di tutto ciò che riguarda il bambino, incluso l’avvicinarsi degli altri. Questo controllo, in parte naturale e in parte giustificato dalle esigenze ambientali, può portare sia al burnout della mamma – dopotutto, se guardi sempre tuo figlio, anche quando è il turno di qualcun altro che si prende cura di lui, ti sentirai presto esausto e esaurito – sia a un crescente conflitto tra i due genitori.

Accanto alle “mamma guardiana” (dall’inglese maternal gatekeeping), infatti, si delinea il “papà che aspetta”. Il papà in attesa del riconoscimento del proprio ruolo di padre e della possibilità di poterlo espletare. Quando il padre rientra a casa e cerca di inserirsi nel nucleo familiare non sempre trova lo spazio o il tempo per esplorare e conoscere i bisogni del piccolo. La mamma è sempre lì, pronta a fornire indicazioni, ad anticipare e spiegare cosa fare e come farlo al meglio, criticando o sbuffando alla prima cosa che non va come secondo lei dovrebbe andare, dalla temperatura del latte del biberon, al giusto abbinamento degli abitini indossati, all’elargizione di premi e punizioni: con diritto o meno, la madre è pronta a giudicare o inibire gli interventi del padre. A questa immagine si associano frasi come “quando saprà parlare…”, “quando lo capirà”, “quando saprà camminare…”. Quando, quando, quando. I vantaggi e i traguardi di cui potrà godere il padre vengono sempre posticipati al futuro, dilatando di anno in anno la possibilità di creare un legame con il figlio e correndo il rischio di non vederli mai arrivare.

Le ragioni per cui una madre si impegna nel gatekeeping variano. Le madri potrebbero avere difficoltà a rinunciare alla responsabilità della cura della prole, potrebbero voler convalidare il loro ruolo ed essere riconosciute per i sacrifici che fanno per le loro famiglie oppure potrebbero considerare il padre come incapace o addirittura un pericolo per i figli. Quest’ultimo punto di vista potrebbe essere basato su prove reali, sui comportamenti passati del padre o sui suoi fallimenti come uomo e padre.
La dinamica della “mamma guardiana” e del “papà che aspetta” si mantiene nel tempo, lasciando spazio a una madre che gira come una trottola attorno ai bisogni e alle necessità dei figli e a un padre assente. Questa dinamica, reiterata, può provocare conflitti e può accrescere la distanza tra i partner, logorandone il legame.

Se come genitori vi riconoscete in questa dinamica non cercatene la causa o l’origine. Per uscirne  non serve trovare il colpevole o individuare chi ha iniziato! Per lui il punto d’inizio potrebbe essere stato: “non mi lasciavi mai prendere in braccio il bambino”, mentre per lei forse era: “non mostravi alcun interesse per lui, non mi hai mai chiesto di poterlo cambiare”.  Seguire questa linea rischia di dare avvio a ulteriori discussioni interminabili, senza realmente offrire una soluzione. Il punto è che entrambi avete bisogno l’uno dell’altro nel percorso di genitorialità e della vostra coppia. Provate ad allontanarvi dal contenuto delle discussioni e spostatevi, invece, sui vostri bisogni. Come donna forse avresti bisogno di avere un partner che si mostri più coinvolto nella cura dei bambini e nella loro gestione quotidiana? E come uomo, invece, forse vorresti che la tua compagna ti consentisse di fare il papà? Provate ad essere più dolci l’uno per l’altro.

Prendiamo un esempio classico: il caricare la lavastoviglie. È il tipico stereotipo che fa sorridere, ma che divide le famiglie da quando hanno inventato la lavapiatti! Ciascuno vuole farla a proprio modo. Capita che quando un partner inserisce le stoviglie a modo suo, l’altro intervenga criticando o imponendo il proprio, più corretto. Come affrontare in modo più sereno questo  gesto di vita di coppia quotidiana?

La prima cosa da fare è prendere le distanze:

  • qual è lo scopo del caricare la lavastoviglie?  Che piatti, posate e bicchieri vengano puliti.
  • è possibile che questo avvenga in diversi modi? Certamente!
  • E ora… Qual è lo scopo dell’educare i figli? Che crescano e diventino adulti e che sappiano perseguire i valori e rispettare le regole che voi trovate importanti nella vita
  • È possibile che questo avvenga in modi diversi? Certamente!

Questo significa che dobbiamo lasciar andare tutto e far fare agli altri quello che gli pare? Oppure, che la lavastoviglie debba girare anche con un piatto e una postata, senza dire nulla in merito se non siamo d’accordo? Certamente no.

Significa, piuttosto, non alimentare una discussione infinita, cercando, invece, di restare nella relazione senza cadere in un circolo di accuse. In un attimo ci si trova a dire “ma cosa stai facendo ora?! Lasci partire la lavastoviglie senza niente dentro?”. Se l’altro partner ha avviato la lavastoviglie con cinque pezzi, forse aveva un buon motivo per farlo? Forse i piatti erano rimasti sporchi e oleosi oppure preferiva giocare con i bambini, invece di sprecare il proprio tempo lavando piatti e, magari, desiderava farti un piacere facendoti trovare tutto pulito al rientro a casa?

I bambini hanno bisogno che i padri abbiano il loro ruolo. I modi diversi di prendersi cura e di gestire le incombenze domestiche rappresentano un arricchimento peri bambini, senza dimenticare che pensare che ci sia una differenza nei modi di assolvere certi ruoli o compiti non implica necessariamente che questa differenza realmente esista!

Per approfondimenti
Nina Mouton (2020). Mild Ouderschap. Zelfs tijdens de woedeaanval in de supermarkt

Foto di Katie E da Pexels

A bischero sciolto

di Giuseppe Romano

Un’espressione che, talvolta, amava usare Roberto Lorenzini, che mi è rimasta impressa e che simpaticamente mi fa pensare al suo sguardo e al suo sorriso, mentre lo dice, aspettandosi una reazione divertita da parte di chi lo ascolta.

Roberto era così: diretto, semplice, schietto, con la sua ironia che colpiva e faceva riflettere, ma che, spesso, capivi qualche istante dopo.

Allora anche io, a bischero sciolto, voglio raccontare un po’ di lui, ricordare un po’ di lui con me, raccontare un po’ di noi.

Voglio un bene enorme a Roberto.

Il suo insegnamento e la sua presenza, nella mia vita, vanno oltre la “semplice” importanza che ha avuto come didatta.

Mi ha aiutato a diventare un uomo prima ancora che un terapeuta.

Mi ha sostenuto, soprattutto durante gli anni della mia formazione, in modo rispettoso e attento delle mie necessità, attento alla persona che ero, alle mie fragilità e ai miei limiti, non facendomi mai percepire di essere in debito con lui… e invece gli devo tanto.

Roberto ti capiva e sapeva usare le giuste parole per starti vicino in modo discreto, il suo supporto era fondamentale e ti arrivava dritto e profondo e in quei momenti, chiudendo la conversazione o leggendo tra le righe del suo messaggio o della sua mail, mi accorgevo che mi stava dicendo proprio quello che mi serviva. Ed era così, con me, sia come didatta che come collega e amico.

Sapeva trarre da qualsiasi avventura e disavventura un’occasione, uno spunto, per elaborare una possibile teoria, per dare origine a una riflessione clinica, per delineare una nuova manovra terapeutica.  Mi ha insegnato ad avere un atteggiamento aperto e curioso, nei confronti dei pazienti, ad essere benevolo e rispettoso verso le idee altrui: anche quella che può sembrare un’apparente conclusione inutile, merita di essere ascoltata perché è frutto di riflessione e impegno, perché il processo di ragionamento è più importante del risultato a cui si è giunti.

Sono tanti e preziosi i ricordi insieme: le sere, dopo una cena con Brunella, Andrea e Luigi, a discutere di “credenze dolenti” e “teorie naïve”, i capitoli scritti a 4 o 6 mani, i viaggi in macchina verso Grosseto, verso le sedi dei congressi SITTC o il Forum di Assisi, le mail di supervisione che scriveva alle 4 di notte e che leggevo la mattina appena sveglio.

Estote parati: da bravo formatore e capo scout, ce lo hai fatto capire almeno altre due volte che dovevamo essere pronti a questo momento, ma non è così, non sono pronto… lasci un vuoto incolmabile.

Mindfulness e gioco d’azzardo

di Alessandro Giurgola

Il ruolo della psicoterapia basata sulla mindfulness nel trattamento del craving del gioco d’azzardo patologico (gap)

Il Gioco d’azzardo patologico (GAP) entra nel 2014 in una nuova sezione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) intitolata “Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction” segnando un passaggio fondamentale nella psicopatologia. Joseph

Nowak e altri accademici statunitensi nel 2014 hanno rilevato che la prevalenza del GAP tra gli universitari era del 10,23%, in aumento rispetto al passato, grazie anche alla diffusione di massa del gioco online.

Il GAP, come le altre addiction, è contraddistinto da fasi di craving – desiderio improvviso e incontrollabile di assumere una sostanza psicoattiva -, discontrollo emotivo e dipendenza. Il lavoro psicoterapeutico finalizzato alla prevenzione delle ricadute è diretto al craving in quanto elemento di mantenimento del problema. I modelli comportamentali automatici del GAP che conducono il soggetto a rispondere impulsivamente agli stimoli scatenanti (triggers) sono fondamentali per il paziente per educarlo a tollerarli e non replicarli.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è il principale tra gli approcci utilizzati per il trattamento del Gioco d’azzardo patologico e l’evidenza empirica supporta la sua efficacia. La CBT, in particolare quella basata sulla pratica della Mindfulness (MBCT), promuove l’importanza di riconoscere il pensiero come prodotto dalla nostra mente e non come sinonimo di fatto (pensiero ≠ realtà), preferendo accettarne l’esistenza piuttosto che modificarne il contenuto. La Mindfulness porta intenzionalmente consapevolezza alle sensazioni corporee, ai pensieri e alle emozioni coinvolti nel craving. I pazienti acquisiscono abilità a osservarne le caratteristiche come farebbero spettatori esterni, come se appartenessero a qualcun altro. L’effetto atteso è quello di ridurre la durata, l’intensità e l’importanza del desiderio di giocare d’azzardo.

In uno studio della psichiatra canadese Diane McIntosh e colleghi, vengono messi a confronto l’efficacia della CBT attraverso la formulazione e la condivisione del caso, i protocolli classici e la MBCT per trattare il GAP. Tutti e tre gli interventi hanno ottenuto miglioramenti significativi a tre e sei mesi di follow-up. La Mindfulness è stata più efficace dei classici protocolli CBT nel ridurre il comportamento problematico e lo stress associato. Gli autori hanno concluso che un breve intervento di Mindfulness, psicoeducazione e CBT, possono essere un utile complemento rispetto ai soli protocolli CBT, favorendo la riduzione della ruminazione e la soppressione del pensiero disfunzionale automatico.

Perché la MBCT è utile nel GAP?
Perché aumenta la consapevolezza di sé, riduce le risposte automatiche e quindi le ricadute; le emozioni negative associate al craving e alle ricadute sono sostituite dalla compassione verso di sé; il valore delle ricompense ottenute tramite il gioco diminuisce; vengono sviluppati maggiori valori personali; la tolleranza alla frustrazione aumenta con una maggiore capacità di ritardare le ricompense.

Affrontare i propri impulsi è cruciale nella gestione dei problemi legati al gioco d’azzardo e la Mindfulness sembra essere un’ottima alleata degli psicoterapeuti.

Per approfondimenti

Ventola A. M., Yela José Ramón, Crego A., Maria Cortés-Rodríguez, Effectiveness of a mindfulness-based cognitive therapy group intervention in reducing gambling-related craving, Journal of Evidence-Based Psychotherapies, Vol. 20, No. 1, March 2020, 107-134

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La psicoterapia è sempre positiva?

di Chiara Mignogna

Se molti pazienti ottengono un cambiamento clinico significativo, alcuni di loro potrebbero sperimentare eventi avversi e indesiderati

Se un martello funziona per infilare un chiodo, funziona anche nel pestare un dito. La psicoterapia, nei suoi diversi approcci, è stata ampiamente dimostrata essere efficace e in grado di produrre effetti benefici sui pazienti.

Nel corso degli anni, la ricerca si è largamente occupata di dimostrarne l’efficacia, con lo scopo di individuare gli interventi più adeguati in relazione a specifiche problematiche psicologiche e quindi maggiormente in grado di produrre effetti positivi sui pazienti, ad esempio in termini di riduzione della sintomatologia e di una migliore qualità di vita.

Tuttavia è importante considerare che un trattamento che ha la capacità di aiutare una persona può essere anche causa di potenziali effetti negativi. Se sosteniamo, infatti, che la psicoterapia funziona ed è in grado di promuovere cambiamenti positivi nella vita delle persone, è allo stesso tempo lecito sostenere che sia potenzialmente in grado di produrne di negativi, altrimenti il suo funzionamento potrebbe essere messo in discussione!

Se l’interesse per l’efficacia e quindi per gli esiti positivi della psicoterapia è dimostrato dalla mole di studi presenti in letteratura, sorprende invece come non ci sia lo stesso interesse nel valutare e cercare quelli che possono essere gli effetti negativi di una psicoterapia, come se essa fosse esente dal rapporto rischio-beneficio in cui incorrono le altre pratiche cliniche, come la medicina o la farmacologia. Infatti, la maggior parte degli studi clinici si concentra esclusivamente sull’esito del trattamento e sul numero di pazienti che ottengono un cambiamento clinico significativo, ignorando il fatto che alcuni di loro potrebbero sperimentare eventi avversi e indesiderati.

La ricerca sugli effetti negativi in psicoterapia può, d’altro canto, essere complicata da diversi aspetti. In primo luogo, perché può essere difficile avere un consenso su cosa si intende per effetto negativo e cosa ancora più difficile è poter stabilire un rapporto di causa-effetto tra eventi avversi e psicoterapia.

Diversi eventi negativi e indesiderati possono verificarsi durante un trattamento terapeutico ma è importante saper riconoscere quelli correlati alla psicoterapia da quelli dovuti all’influenza di altri fattori interferenti, come ad esempio il decorso naturale di alcune patologie o l’impatto indesiderato di alcuni fattori stressanti quotidiani.

Si parla di effetti negativi della psicoterapia, invece, quando tali effetti sono attribuibili al trattamento terapeutico.

Secondo una definizione proposta dallo psichiatra tedesco Michael Linden e il suo gruppo di ricerca e ora adottata a livello internazionale, gli effetti negativi causati da una terapia eseguita correttamente vengono definiti “effetti collaterali”. Essi includono: la dipendenza dal terapeuta o la sua idealizzazione, lo stigma, il peggioramento dei sintomi o l’insorgenza di nuovi, le difficoltà relazionali con il proprio partner oppure difficoltà che insorgono in altri ambienti come lavoro, famiglia e amici.

Gli effetti collaterali di una psicoterapia vanno, però, distinti dagli effetti avversi dovuti a un trattamento effettuato in maniera inadeguata, ad esempio attribuibili a negligenza e a malpratica da parte del terapeuta, come una diagnosi o un trattamento sbagliato, oppure causati da condotte non etiche da parte del terapeuta stesso come abusi, violenze e pregiudizi.

La distinzione tra le conseguenze di una terapia eseguita in modo adeguato da quelle di una terapia impropria ed errata è di fondamentale importanza e permette di valutare oggettivamente quali possono essere gli effetti negativi di una corretta psicoterapia, ovvero gli effetti collaterali.

La conoscenza e la consapevolezza dei potenziali effetti collaterali permettono non solo di informare i pazienti sui rischi e benefici degli interventi terapeutici, ma forniscono al terapeuta l’opportunità di contrastarli o addirittura prevenirli.

In considerazione dell’importanza che tale tema occupa nella pratica clinica e delle poche ricerche presenti, è in corso uno studio, diretto da Claudia Perdighe, psicologa e psicoterapeuta della Scuola di Psicoterapia cognitiva di Roma (SPC), che ha l’obiettivo di indagare gli effetti negativi della psicoterapia su un vasto campione italiano e quali variabili correlano con la loro presenza.

Tutte le persone maggiorenni che hanno effettuato o stanno tuttora effettuando un percorso di psicoterapia possono contribuire alla ricerca accedendo al link qui di seguito riportato:

https://apc.questionpro.com/a/TakeSurvey?tt=73Bip3EJ3WY%3D

Per approfondimenti

  • Foulkes, P. (2010). The therapist as a vital factor in side-effects of psychotherapy. Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 44(2), 189-189.
  • Herzog, P., Lauff, S., Rief, W., & Brakemeier, E. L. (2019). Assessing the unwanted: A systematic review of instruments used to assess negative effects of psychotherapy. Brain and behavior, 9(12), e01447.
  • Klatte, R., Strauss, B., Flückiger, C., & Rosendahl, J. (2018). Adverse effects of psychotherapy: protocol for a systematic review and meta-analysis. Systematic reviews, 7(1), 1-7.
  • Ladwig, I., Rief, W., & Nestoriuc, Y. (2014). What are the risks and side effects of psychotherapy? development of an inventory for the assessment of negative effects of psychotherapy (INEP). Verhaltenstherapie, 24(4), 252-63.9).
  • Linden, M., & Schermuly-Haupt, M. L. (2014). Definition, assessment and rate of psychotherapy side effects. World Psychiatry, 13(3), 306.
  • Linden, M., Strauß, B., Scholten, S., Nestoriuc, Y., Brakemeier, E. L., & Wasilewski, J. (2018). Definition and Decision-Making in the Determination and Detection of Side Effects of Psychotherapy. PPmP-Psychotherapie· Psychosomatik· Medizinische Psychologie, 68(09/10), 377-382.
  • Rozental, A., Kottorp, A., Boettcher, J., Andersson, G., & Carlbring, P. (2016). Negative effects of psychological treatments: An exploratory factor analysis of the negative effects questionnaire for monitoring and reporting adverse and unwanted events. PloS one, 11(6), e0157503.8)
  • Moritz, S., Nestoriuc, Y., Rief, W., Klein, J. P., Jelinek, L., & Peth, J. (2018). It can’t hurt, right? Adverse effects of psychotherapy in patients with depression. European archives of psychiatry and clinical neuroscience, 269(5), 577-586.

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