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Autore: cognitivismo

Gli occhiali dei bambini

Verso una visione bambino-centrica

A cura di Elena Cirimbilla

“Mio figlio non vuole andare a scuola, dice che ha paura. Io ho cercato in tutti i modi di trasmettergli che la scuola è divertente e non deve aver paura, che è un posto bello, dove si imparano tante cose… ma non cambia nulla! Non può farmi tutte quelle storie al mattino, siamo troppo di corsa!”

Sarà semplice per il lettore immaginare la frustrazione e il dispiacere provati dal genitore che, nonostante gli sforzi, non riesce a “mandar via” la paura nel figlio, che continua ad opporsi all’idea di andare a scuola. E nemmeno suonerà strano pensare che abbia sperimentato rabbia, nel momento in cui si sarà innescata una lotta fra i due per uscire finalmente di casa. Chissà se magari, una volta entrato in questo circolo arriverà anche rimproverarlo, sperimentando poi, una volta calmo, senso di colpa.

Un’insalata di emozioni negative e contrastanti: frustrazione, tristezza, rabbia e senso di colpa…Ma cosa accade in questi momenti e che cosa può aiutare il genitore a sintonizzarsi al meglio sul proprio figlio?

La difficoltà del genitore è probabilmente quella di “mettersi nei panni” del bimbo, mettendo i suoi stessi occhiali e spostando la visione da adulto-centrica a una più bambino-centrica.

Sarebbe “facile” se l’adulto riuscisse a ricordare di quando era bambino, di quando aveva paura, di quanto era difficile leggersi dentro e capire “com’erano fatte” le emozioni che sperimentava: riuscirebbe certamente a indossare quegli occhiali da bambino e a connettersi con il proprio figlio. Ma non è semplice né tantomeno immediato, sull’onda dell’urgenza e della gestione della situazione “problematica”, mettere da parte le proprie emozioni e spostare il proprio focus sul bambino.

Ma se è vero che non è semplice è anche vero che, come tutte le cose difficili, è possibile fare esercizio: mettersi nei panni del bambino e “capire” davvero di cosa ha bisogno (e cosa no!) quando sperimenta una determinata emozione/situazione. Ad esempio, tornando all’estratto di conversazione iniziale, se l’adulto immaginasse di dover entrare ogni mattina in un bosco dove ci sono i lupi, per cui avesse (giustamente) paura di andare e qualcuno gli rispondesse: “Nessun problema, il bosco è molto divertente, è un posto bello e farai tante esperienze”, come si sentirebbe?

Probabilmente non si sentirebbe compreso e supportato. E, allo stesso tempo, probabilmente riuscirebbe a capire cosa non desidera suo figlio. Occorre però trovare una strategia, perché purtroppo nel bosco è necessario andarci, non è possibile evitarlo (l’evitamento è la strategia che con molta probabilità quell’adulto avrebbe messo in campo, come il bambino quando chiede di non andare a scuola). È il momento di chiedersi: cosa vorrebbe sentirsi dire quell’adulto spaventato?

Forse che si è dispiaciuti che provi questa paura, che qualcuno lo accompagnerà, o che ha le risorse per fare quell’esperienza. Certo non risolverebbe il problema, ma probabilmente aiuterebbe. Quell’adulto sarebbe sollevato nel percepire che l’altro comprende e rispetta la sua paura.

A questo punto, la maggior parte dei lettori avrà pensato che non è pensabile mettere a paragone un bosco con i lupi e la paura della scuola. E probabilmente avrà ragione. Ma qui, l’intento è quello di proporre “un trucco” che permetta di ribaltare la propria prospettiva e adottare una visione bambino-centrica. L’adulto potrà provare a mettersi nei panni del bambino, immaginando di provare la stessa emozione.

Cosa vorrebbe sentirsi dire? Vorrebbe un abbraccio? Una soluzione strategica?

Applicare questo trucco, con l’idea di comprendere e validare le emozioni del bambino permetterà di sentirsi genitori efficaci, comprensivi e sintonizzati e al contempo il bambino potrà percepirsi compreso e accettato nei suoi vissuti.

Si potrà partire quindi dal riconoscere l’emozione del bambino, comprenderne la motivazione e accettarla. Si tratta di un allenamento quotidiano, tenendo a mente che magari, la maestra che urla è al pari di un lupo in un bosco.

Riferimenti bibliografici

Di Pietro M. (2014). L’ABC delle mie emozioni 4-7 anni, corso di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, Edizioni Erickson, Trento

Faber A., Mazlish E. (2020). Come parlare perché i bambini ti ascoltino e come ascoltare perché ti parlino. Mondadori

 

Foto di Anna Shvets: https://www.pexels.com/it-it/foto/carino-cappello-verde-sorridente-3876542/

Le storie che curano

di Giuseppe Femia

Le storie che curano

Ha davvero senso raccontare storie di psicoterapia, l’esperienza del medico che cura e del paziente che viene curato?

La giornata tipo di uno psicoterapeuta si caratterizza per alti e bassi di adrenalina, curiosità, rabbia espressa, coiti riferiti, perversioni frequenti.

Passa per nevrosi di vario tipo, disturbi di ansia, stati depressivi a personalità borderline. Si muove dalla sessualità a banali problemi di cuore drammatizzati, oscilla fra psicosi straordinarie a fastidi ordinari della vita quotidiana.

E lo psicoterapeuta? Una mente che cerca di muoversi con attenzione e sensibilità fra stati emotivi, pensieri, credenze, relazioni, esperienze passate e investimenti futuri. Una mente che muove e vive altre menti, altre vite.

Certo la giornata di un dentista non deve essere più leggera e meno adrenalinica di quella di uno psicoterapeuta, fra pulpiti, cure canalari, ponti e perni, dolore e anestesie, e nemmeno sarà priva di fobie e ansie. Ma quella dello psicoterapeuta passa per la vita degli altri, intreccia storie, emozioni , ricordi, sogni, riflessioni, e cura con la parola e la relazione. Questa professione ha perciò caratteristiche intrinseche che la rendono peculiare, avvincente, complessa e affascinante.

Raccontare le storie e i casi incontrati in psicoterapia potrebbe quindi risultare interessante anche per chi non pratica questo mestiere e per chi non l’ha mai incontrata né da un lato né dall’altro della scrivania: a differenza di quello che avviene in uno studio dentistico, che potrebbe potenzialmente anche regalare spunti interessanti dai mille risvolti, le storie di psicoterapie possono riguardare davvero tutti, e offrirsi come spunto riflessivo o come osservatorio privilegiato per ogni individuo che pensa, soffre, gioisce. La narrazione infatti stimola processi di riflessione, inibisce lo stigma verso la sofferenza psicologica, avvicina, integra e scuote abbattendo resistenze e obiezioni. Inoltre, la storia di un paziente è essa stessa terapeutica, perché ricostruire la storia del proprio disagio con nuovi significati e integrarla in relazione alla propria identità, dando senso alla propria sofferenza, diventa un processo quasi di cura. E può aiutare chi la ascolta a individuare somiglianze e simboli che fanno risuonare qualcosa. Ecco dunque una storia clinica, verosimile, o per meglio dire vera, modificata negli aspetti che possano tradire la privacy: una narrazione come risultato di una reale esperienza di psicoterapia.

Cosimo: occhi azzurri e pensieri neri
(clicca qui per scaricare la storia in formato pdf)

Illustrazioni di @disegniperlasalutementale
https://www.instagram.com/disegniperlasalutementale?igsh=MTl1YXN2MmUyeHE0aQ==

Perché un Master in Psicologia Cognitiva del Lavoro

di Andrea Pompili e Roberto Noccioli

Cenni storici

Da quando la Psicologia è uscita dai Laboratori Scientifici, sono cominciate a nascere riflessioni e sperimentazioni di come poter applicare le conoscenze acquisite in diversi ambiti e contesti. Il mondo del lavoro non ha fatto eccezione; le aziende e i contesti organizzati hanno ben presto intravisto la possibilità di ottenere benefici.

In Italia, ad esempio, già agli inizi del ‘900 iniziarono i primi tentativi di applicare le conoscenze psicologiche. Guarda caso furono le grandi strutture ad avvalersi per prime degli psicologi: in ambito militare, l’Aereonautica per la scelta degli aviatori, e le strutture parastatali, le Ferrovie dello Stato per la selezione dei macchinisti. Ovviamente per portare avanti questo tipo di attività furono chiamanti esponenti del mondo accademico: Agostino Gemelli e Mario Ponzo.

La Selezione

Fin da subito fu individuato l’ambito della selezione come attività principe per la Psicotecnica, così veniva chiamata la branca applicativa della Psicologia. Il presupposto teorico era che esistessero attitudini e capacità fondamentali per svolgere “al meglio” una determinata attività; una volta elencate e definite tali capacità si andava a ricercarne la presenza nei candidati. Il lavoro, o meglio l’attività lavorativa, era parcellizzato in compiti e azioni elementari; lo psicotecnico doveva, quindi, misurare la presenza/assenza delle capacità con strumenti creati appositamente.

Le selezioni erano tutte su mansioni, ruoli e lavori di tipo prettamente manuale e operativo; Siamo in un periodo in cui grandi masse di persone dovevano essere “scelte” per lavorare come operai, tranvieri, macchinisti o militari; il lavoro di concetto era riservato a chi poteva studiare e ambire ad altri ambiti.

L’orientamento professionale

Quasi di pari passo si sviluppano tentativi di orientamento professionale. Dal punto di vista teorico i presupposti erano i medesimi, si cercavano le attitudini delle persone per indirizzarli al mestiere per il quale erano più “inclini”.

Oggi

Master di Alta Formazione in Psicologia Cognitiva del Lavoro

A più di un secolo di distanza possiamo notare che oggi in alcune selezioni il sotteso teorico non è molto diverso: si costruisce una job description, la scheda che formalizza le principali caratteristiche di una posizione lavorativa, da questa si stila un elenco di capacità e competenze necessarie per svolgere un’attività (ed eventualmente si stabilisce il grado in cui queste devono essere possedute). In fase di valutazione si “misurano” i candidati rispetto a queste ultime attraverso strumenti specifici (test, questionari, simulazioni di ruolo, colloqui di gruppo, interviste più o meno strutturate, ecc.).

Il valore aggiunto dello psicologo

La specificità psicologica, vale a dire il valore aggiunto che lo Psicologo può apportare in questi casi, è nella competenza nell’utilizzo degli strumenti. Possiamo dire di più: quando la variabile è di personalità, e quindi sono richiesti test specifici, per legge solo lo Psicologo può gestire lo strumento. Non è un caso che alcune Aziende o alcune organizzazioni, soprattutto di matrice statale, richiedano l’iscrizione all’Albo professionale per svolgere alcune selezioni.

Sempre più spesso, però, ci si rende conto che una visione più ampia, che comprenda ad esempio la lettura del contesto lavorativo, la relazione con cui le persone si pongono nei confronti del lavoro, la cultura piuttosto che il clima che caratterizzano gli ambienti di lavoro, incida in maniera significativa sul modo in cui le persone lavorano.

Per capire meglio a cosa si faccia riferimento, anche in questo caso la storia della Psicologia può venirci in aiuto.

Torniamo un momento indietro

Sul finire degli anni ’20 (circa un secolo fa!) Elton Mayo condusse una serie di esperimenti all’interno di una fabbrica: l’intendo era quello di capire come aumentare la produttività e diminuire il turnover delle operaie. La sperimentazione prevedeva la variazione di alcuni elementi strutturali (ad esempio illuminazione, retribuzione e pause) per verificare quanto queste impattassero sulla produzione. Oggi, a differenza di allora, non ci dovrebbero stupire i risultati che emersero; vale a dire che l’impatto maggiore fosse dettato da variabili di contesto e psicologiche. Più che il numero delle pause, la retribuzione o la quantità di illuminazione dei luoghi, il fatto stesso che le operaie fossero state coinvolte e interpellate su cosa per loro fosse fondamentale per produrre meglio, risultò essere l’elemento cruciale sulla produttività. Si cominciò, quindi, a parlare di “Fattore Umano” come elemento rilevante nel lavoro.

Da “personale” a “risorsa umana”, per arrivare al concetto di persona

L’evoluzione di queste riflessioni oggi si chiama wellbeing; le Aziende si interrogano su come creare o irrobustire un contesto lavorativo che sia funzionale agli obiettivi di business. Oggi nelle imprese si strutturano analisi di clima, si predispongono percorsi di coaching e corsi di formazione sulle soft skill, si valutano le persone e si formano su variabili comportamentali, si parla di sviluppo delle persone. L’elemento psicologico è ritenuto cardinale nella gestione di quelle che vengono ancora definite risorse umane, tanto che molto spesso nelle aziende esistono Unità Organizzative che prendono questo nome. Queste stesse unità organizzative oggi si interrogano proprio sul concetto di persona, non più risorsa.

È chiaro che le competenze psicologiche hanno assunto una rilevanza sempre più importante nelle aziende. Lo Psicologo è però capace di tradurre le proprie competenze (il sapere psicologico) in un linguaggio fruibile nei contesti aziendali? Lo Psicologo, formato nei contesti universitari e post-universitari, possiede gli strumenti per “mettere a terra” le conoscenze specifiche della propria disciplina? È capace di dialogare con le altre figure che operano all’interno dei contesti organizzati?

Diventa, quindi, cruciale avere percorsi che fungano da anello di congiunzione tra le conoscenze teoriche e le competenze applicative; è necessario che lo Psicologo che voglia operare nei contesti aziendali conosca la teoria, le tecniche, gli strumenti e anche le modalità con cui poter rendere efficace la Psicologia nel mondo del lavoro.

Per chi desidera approfondire il tema della Storia della Psicologia Applicata:

Lombardo G. P., Pompili A., Mammarella V., (2002), “Psicologia applicata e del lavoro in Italia. Studi storici”, Franco Angeli.

Visita la pagina web del Master a questo link: https://apc.it/lista-eventi/master-di-alta-formazione-in-psicologia-cognitiva-del-lavoro/

Foto di Kampus Production: https://www.pexels.com/it-it/foto/scrivania-ufficio-business-stanza-8463166/

Quando una storia può aiutare a cambiare

di Francesca Romani e Giordana Ercolani

Ogni individuo nel corso della propria storia di vita può attraversare situazioni in grado di contribuire alla costruzione di credenze e regole su sé stesso e su gli altri. Questo processo inizia fin da bambini. Infatti è proprio nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza che le esperienze quotidiane con i genitori, prima, e successivamente con i compagni ed altri adulti significativi (es. familiari, insegnanti, allenatori etc.) sono in grado di suggerire una versione del mondo che con il tempo potrebbe irrigidirsi e diventare la sola “lente” con cui leggere gli eventi, le persone e sé stessi. Dunque quando questa “lente” si è costruita sulla base di esperienze accompagnate, ad esempio, da sensazioni di intensa frustrazione, critica, inadeguatezza, rifiuto o esclusione con conseguenti emozioni di rabbia, senso di colpa, ansia o tristezza, la sofferenza emotiva segue, solitamente, una traiettoria negativa che può condurre a profili psicopatologici più o meno precoci.

Nella psicoterapia Cognitivo-comportamentale (CBT) è consuetudine affrontare con il paziente proprio questo sistema di regole e credenze che caratterizza tipicamente il suo funzionamento psicologico, dedicando maggiore attenzione a quelle responsabili della sofferenza.

L’obiettivo è quello di ridurne la rigidità, favorire una defocalizzazione dall’ipotesi peggiore e affiancarvi punti di vista alternativi (Buonanno, Gragnani, 2021) con un successivo incremento della flessibilità psicologica responsabile di più alti livelli di benessere. Anche negli interventi con bambini e ragazzi si procede allo stesso modo; sebbene la giovane età può far credere che tale sistema non sia poi così disfunzionale, è esperienza comune per i terapeuti dell’età evolutiva imbattersi in idee già estremamente rigide e pervasive, inserite in quadri di sofferenza emotiva già ben strutturati.

In CBT tale processo di ampliamento del punto di vista e disponibilità a considerare una versione differente delle cose riguardanti se stessi e gli altri, prende il nome di ristrutturazione cognitiva.

Tante sono le tecniche e gli strumenti in grado di favorirla e tra questi si trovano anche le favole per bambini. Riprendendo l’esempio della “lente” usato poco fa, potremmo dire che una storia ha il potere di ridurne l’utilizzo e alimentare l’assunzione di una nuova prospettiva da cui guardarsi intorno per poi trarre conclusioni. Di fatto, nel caso delle favole, grazie al processo di identificazione con le situazioni e i personaggi, è possibile prima di tutto normalizzare la propria sofferenza; sapere infatti che anche altri soffrono come soffriamo noi ci fa sentire meno soli. Altresì la lettura di una storia, anche se di fantasia, può offrire la possibilità di rintracciare nelle vicende altrui, temi di sofferenza simili ai propri e avere così la possibilità di prendere in esame delle alternative che prima di allora non si erano considerate.

Pertanto, da un’esigenza clinica di questo tipo nasce la storia de “Il cappello Matteo” che siamo qui a condividere affinché possa essere di aiuto non solo al bambino per cui è stata scritta ma anche a tutti quelli che come lui, dopo una delusione, si sono ritrovati a pensare di non essere abbastanza di valore per ottenere l’affetto e la vicinanza degli altri, decidendo così di isolarsi e rinunciarvi per sempre.

 

Il cappello Matteo: clicca qui per scaricare la storia completa in formato pdf

Illustrazione di @disegniperlasalutementale

 

Riferimenti bibliografici
Buonanno C., Gragnani A. (2021). Le tecniche di ristrutturazione cognitiva. In: Perdighe C., Gragnani A. (a cura di) (2021). Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore.

Io non credo nella psicoterapia

di Elena Bilotta

Io non credo nella psicoterapia“. Un esordio del genere non promette molto di buono, ma da terapeuta che lavora con i disturbi personalità sono abbastanza abituata a sentirmelo dire e non mi indispone, anzi mi incuriosisce. Non deve essere facile per la persona che ho di fronte sentire di avere bisogno di qualcosa in cui non crede. La sua sofferenza deve essere profonda e radicata, come la sua solitudine, e deve averne provate tante, forse tutte. “Le ho provate tutte“. Ecco, come sospettavo.

La persona seduta davanti a me è un uomo di mezza età, sovrappeso, non particolarmente curato nell’aspetto. Mi racconta che i suoi familiari non sanno che è venuto in terapia, perché nessuno capirebbe. In famiglia se si parla di terapia si pensa solo a Sergio Castellitto (per via della serie italiana “In treatment”) e in generale tutti dicono che i soldi spesi per un terapeuta sono buttati. Per loro è molto più efficace il lettino dell’estetista che quello dell’analista. “Beh qui non abbiamo un lettino, quindi forse abbiamo un problema in meno“, scherzo io, sorridendo. Ma lui mi guarda un po’ schifato dal mio umorismo spicciolo. Ha ragione, avrei potuto proprio risparmiarmela, soprattutto perché ancora non so nulla di lui e del suo funzionamento, e l’umorismo, almeno nei primi incontri, va sempre dosato e calibrato, perché potrebbe essere sempre interpretato come sarcasmo escludente e umiliante, anziché come ironia benevola e inclusiva, che era poi la mia intenzione.

L’inizio non è dei migliori, e io comincio a sentirmi un po’ a disagio, esaminata e testata, scrutata come se dall’altra parte lui volesse capire quale sarebbe la qualità che io dovrei avere e che lui non ha. La pesantezza del clima che avverto mi suggerisce che potrebbe trattarsi di un disturbo di personalità. Difficile sentirsi così quando si ha davanti un paziente “solo” ansioso od ossessivo. Certo, potrei sbagliarmi e quindi continuo ad ascoltare senza giudizio o diagnosi in testa.

A malincuore mi racconta il suo problema: “Non dormo da due anni“. “Mi sveglio 5, 6, 7 volte a notte e la mia mente viene avvolta da una nube di pensieri che non riesco a gestire, allora sento un peso al petto e penso che mi stia venendo un attacco di cuore, così mi alzo, vado sul balcone, fumo una sigaretta e magari bevo un grappino e poi torno a letto”.

La mia prima domanda è quella più semplice e intuitiva, forse da lui letta come banale, ma non devo colpirlo con effetti speciali, come mi spingerebbe a fare la sensazione del suo sguardo addosso: “è successo qualcosa due anni fa, in concomitanza con questo cambiamento nella qualità del suo sonno?“. “Beh, è venuta a vivere a casa mia la mia compagna. Ma mica è per questo, che c’entra!” Mi guarda sempre più schifato e non capisco se a questo punto l’espressione di disgusto che ha quasi costantemente in viso non sia invece spavento. Paura che qualcun altro capisca qualcosa che lui non ha capito, che qualcun altro prenda il controllo, facendolo così perdere a lui. Eh no, sicuramente per la persona che ho davanti il controllo è importante, e non devo in nessun modo fargli pensare che io voglia toglierglielo.

No certo, non intendevo questo, ho solo fatto questa domanda per capire se associa questo cambiamento interno a un cambiamento esterno“. “No, non lo associo a niente“. “Ok“.

Le capita di rimuginare anche di giorno o solo durante la notte?“. “Anche di giorno purtroppo, per quello sono qui. Provo a distrarmi ma non funziona niente, a allora mi capita che divento molto nervoso, rispondo male a tutti, pure sul lavoro e pure con la mia fidanzata“. “Cos’è che la fa arrabbiare di solito?” continuo con le domande ovvie. “Tutto e tutti, mi urtano i nervi. E poi mi danno fastidio tutte quelle coppie felici coi bambini, tutti innamorati e contenti e io mi dico perché io no?”. Come spesso capita nei pazienti complessi, le informazioni arrivano un po’ a raffica e confuse su diversi piani, e lo sforzo da fare è quello di provare a mettere in ordine i contenuti e provare a metterli in un ordine gerarchico che abbia un senso e che venga condiviso dalla persona che si ha di fronte. Non credo che la persona che ho davanti però condividerebbe qualcosa con me.

Mi scusi, non ho ben capito, quindi ciò cos’è che esattamente la infastidisce?“. “Eh lo so che tanto lei andava a parare lì: sì, allora io vorrei un figlio ma la mia compagna non vuole. All’inizio neanche io volevo, ma adesso ho cambiato idea, forse perché sto diventando vecchio, inizio ad avere i capelli grigi e paura della morte“. Il tono cambia, non mi guarda in faccia. Capisco che si sta aprendo più di quanto avesse preventivato, ma questo non è un bel segnale per un paziente così; una volta uscito dalla seduta potrebbe pentirsene e starci molto male. Bisogna andarci piano perché condividere troppo, per alcuni pazienti, è insostenibile. “Immagino che questo le provochi tanto dolore“, dico, nella totale semplicità letta forse come banalità. “Sì, infatti. E ora che lo so che ci faccio?“. Ecco, appunto, ho detto una frase sbagliata per chi ho davanti. La persona che mi trovo di fronte tollera difficilmente qualsiasi tipo di comprensione o simil-compassione; le vive come umilianti. Già il fatto di essersi “ridotto” a parlare con uno specialista è per lui sconfortante e fonte di rabbia e frustrazione, come spesso accade in alcuni funzionamenti narcisisti. Sarà dura, penso, e forse sarà solamente una esperienza di profonda impotenza.

Ho però già da questi pochi scambi delle indicazioni che sono estremamente importanti per gestire il colloquio e il mio modo di pormi col paziente. Devo restare sullo sfondo e non devo avvicinarmi troppo. Non devo fare espressioni del volto che comunichino pena o tenerezza nei confronti del suo dolore, ma devo mantenermi il più possibile neutrale e con una espressione del viso che non lasci trapelare alcuna emozione specifica. Non devo fare troppe domande e non devo irrigidirmi quando ho la sensazione che io debba, con le poche informazioni che ho, dare una soluzione immediata al suo problema. Non devo cadere nella trappola dell’urgenza, dentro la quale lui è caduto già da tanto tempo.

Forse questo potrà essere un buon inizio.

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Illustrazione di @disegniperlasalutementale

Psicoterapia tra diffidenza e fiducia

di Giuseppe Femia

Raccontare le storie di psicoterapia assolve a diversi compiti, stimola comprensione ed empatia, normalizza, promuove condivisione e comprensione. La narrazione stimola processi di riflessione, inibisce lo stigma verso la sofferenza psicologica, avvicina, integra e scuote abbattendo resistenze e obiezioni.

Le storie, quasi come le metafore, raggiungono la consapevolezza saltando in modo quasi giocoso le resistenze che spesso attiviamo di fronte al riconoscimento del nostro disagio, del dolore, dei nostri limiti.

Inoltre, la storia di un paziente è essa stessa terapeutica, ovvero ricostruire la storia del proprio disagio con nuovi significati e integrarla in relazione alla propria identità, dando senso alla propria sofferenza, diventa un processo di simil cura. La storia diventa il valore aggiunto ad ogni disagio psicologico che altrimenti sarebbe identico per ciascuno, non rispettoso della specialità e del carattere soggettivo di ogni sintomo o malessere che sia.  Dunque, la storia aiuta il terapeuta a curare, il paziente ad essere curato. E può aiutare chi ascolta a individuare somiglianze e simboli che facciano risuonare qualcosa, e che collaborino alla riflessione  mediante processi di decentramento fino a stimolare processi di integrazione. La narrazione aiuta a familiarizzare con parti e caratteristiche di sé che neghiamo o distanziamo con critica, promuovendo accettazione e integrazione.

Ecco dunque una storia clinica, verosimile, o per meglio dire vera, modificata negli aspetti che possano tradire la privacy, dunque: una narrazione come risultato di una reale esperienza di psicoterapia.

La corazza di Leonardo: storia di una mente paranoide

Passività; Ansia; Rancore; Attacco;Negazione; Ostilità; Inadeguatezza; Antagonismo: PARANOIA

Leonardo capelli ricci e occhi vigili, quasi in allarme il suo sguardo. Postura rigida, formale, un po’ compiacente nella comunicazione, eppure subito attacca, e propone test relazionali. La sua diffidenza si sente dal primo minuto: il complotto arriva prima di lui. Poi arriva la rabbia, il rancore misto a dolore e ansia.

Diffidenza, vigilanza, persecuzione sono sovrani nel mondo di Leonardo: quando decide di affidarsi a qualcuno la mente di L. deve sempre comunque fare controlli per verificare se davvero può fidarsi o se deve ancora una volta mettere in moto distanza, distacco e attacco. Oscilla fra compiacenza e diffidenza. Trascuratezza e tristezza sono caratteristiche della sua storia di vita.

Il suo stato mentale sembra essere caratterizzato da un conflitto fra uno stato desiderato – essere compreso, amato, potersi fidare degli altri – e uno stato temuto – essere tradito e deriso – che finisce per prevalere e lo porta a difendersi. La sofferenza innesca controllo, che a sua volta lo induce a non fidarsi degli altri con credenze, regole e aspettative che vanno a confermare le credenze patogene che vedono l’altro sempre come minaccioso, inaffidabile, poco amorevole o addirittura abusante.

La sua storia di vita si mostra infatti segnata da schemi di sfiducia e abuso. Leonardo non giocava, spesso stava in silenzio, chiuso in stanza, a letto; si fidava solo dei suoi giochi, sapeva che loro non lo avrebbero tradito o attaccato.

Quindi da dove nasce la sfiducia verso gli altri? Come inizia a pensare che il mondo sia minaccioso, Leonardo? Da dove si generano queste convinzioni che vedono l’altro come persecutore?

Mediante un ponte, invisibile agli occhi ma silente per la mente, durante la psicoterapia abbiamo tracciato gli eventi significativi da cui generano i suoi timori e le sue credenze di base; ovvero quelle che giocano un ruolo cruciale nella sua sofferenza emotiva e relazionale, nella sua psicopatologia in cui spicca la paranoia, il risentimento e la difesa dal mondo-persecutore.

…continua

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Illustrazione di @disegniperlasalutementale

Nuove terapie: come orientarsi?

di Claudia Perdighe

Il convegno SITCC di Bari ha affrontato il tema dell’approccio professionale agli interventi di psicoterapia più recenti e in continua nascita

Come orientarsi nel proliferare di sempre “nuove psicoterapie”? Non sarebbe compito delle scuole di formazione fare da interfaccia tra gli studenti e le varie forme di terapia possibile?

Sono questi i due quesiti centrali emersi durante la tavola rotonda che ha dato il via al convegno Sitcc di Bari. La prima domanda, posta dal prof. Cesare Maffei, ha trovato risposta della seconda, rivolta al relatore da una studentessa tra il pubblico. Ebbene, sono proprio le scuole a supportare gli specializzandi nelle scelte rispetto alla formazione e sugli interventi terapeutici più efficaci con i pazienti.

Argomentazioni esaurienti a queste e ad altre domane sono state fornite durante il simposio “Disturbo Ossessivo Compulsivo: protocolli di intervento, procedure e tecniche di intervento innovative”, che ha visto Elena Prunetti  in veste di chair e  Teresa Cosentino nel ruolo di discussant. Difficile sintetizzare l’intera discussione, che tocca vari temi chiave per la psicoterapia.  Per darvi un’idea dei percorsi affrontati, ecco un elenco di quesiti con risposta che possono rappresentare i cardini delle riflessioni durante l’incontro:

    • perché si soffre? La spiegazione va cercata a livello di scopi e credenze;
    • perché i pazienti con Disturbo Ossessivo Compulsivo soffrono? Perché hanno il terrore di vedere minacciata la loro dignità morale, vale a dire iper-investono sulla prevenzione della colpa;
    • quale è il bersaglio dell’intervento, vale a dire cosa devo cambiare perché i sintomi si riducano? Il timore di colpa;
    • quali strumenti terapeutici abbiamo a disposizione per colpire il bersaglio? Tutti quelli della terapia cognitivo comportamentale (CBT) di prima e seconda generazione, innovazioni di queste (come quella proposta da Angelo Saliani), procedure di terza generazione come la compassion therapy;
    • funziona? Sono stati elaborati dati attendibili su esiti positivi delle procedure.

In altri termini, sembra che quando ci si muove su una spiegazione chiara della psicopatologia e di uno specifico disturbo, ne derivi una ipotesi chiara sul funzionamento dello specifico paziente che definisce il target dell’intervento. Diventa così più facile orientarsi (e orientare i giovani specializzandi) tra le procedure e forme di terapia. Ad esempio, se è chiaro che il mio bersaglio è il timore di colpa, posso provare a farlo con: esposizione, provando a modificare le credenze che lo sostengono, provando ad aumentare la disponibilità al perdono di sé e all’autocompassione, provando a modificare le memorie delle esperienze su cui il timore di colpa si è creato con procedure di Schema Therapy o EMDR e cosi via. Con questa impostazione, ne deriva anche una maggiore facilità di risposta alla domanda: funziona?

Un’osservazione a margine: in questo simposio non si è posta l’attenzione esplicita sulla relazione. L’impressione è che, come suggerito sempre da Angelo Saliani nelle tavole rotonde sull’impasse terapeutico, una profonda conoscenza della psicopatologia permette di ricavare interventi che riducono i problemi di ordine relazionale oltre a facilitare una via d’uscita efficace laddove si presentano.

In sintesi, tornando al tema principale, laddove ci sia una teoria psicopatologica chiara (e in questo caso è quella di Francesco Mancini sul DOC), diventa molto più facile orientarsi, applicare e studiare l’efficacia di procedure nuove.

In questa impostazione, troviamo anche una risposta alla domanda: come ci si può formare bene su tutte queste nuove terapie?

Non è necessario “formarsi bene”, se con questo si intende formarsi a un altro modello teorico di spiegazione della psicopatologia. È vero che le terapie di terza onda sono basate su una teoria esplicativa diversa da quelle di seconda generazione, ma per usare molte procedure non è necessario “comprare tutto il pacchetto”.

Cosi come è accaduto con il training assertivo o con l’ERP, procedure di cambiamento nate all’interno della teoria comportamentale, possono essere integrate perfettamente tra le tecniche di un terapeuta CBT senza la necessità di “sposare” la teoria esplicativa sottostante. Se fatto in modo coerente non è confusivo ne tantomeno un ecclettismo pasticciato; l’importante è avere chiaro cosa esattamente si vuole cambiare nel paziente e in che modo quella procedura può essere utile a tale fine. Del resto credo che pochi tra i colleghi della Sitcc che usano l’EMDR, sposino anche la teoria esplicativa sottostante.

Un’ultima osservazione: sembra che parte della confusione nasca dal mettere molte procedure di cambiamento nella categoria “terapia” e non “tecnica” o “procedura”, con il sottinteso che è una nuova o differente teoria di spiegazione, oltre che di cura, del paziente. E, purtroppo, forse spesso la ragione di questo è più economica e di status, che di tipo scientifico.

Assessment e Cognitivismo

di Anna Chiara Franquillo (SPC sede di Grosseto)

Il ruolo degli scopi e degli antiscopi nella concettualizzazione del paziente.

Più è accurata la mappa, più è sicuro il viaggio: assessment e trattamento dei disturbi di personalità è il nome del simposio che, al XXI Congresso Nazionale SITCC di Bari, ha ospitato un lavoro molto interessante, oltre che innovativo, sul ruolo degli scopi e degli antiscopi all’interno della prospettiva cognitivista. Perché è centrale comprendere la concezione scopo/antiscopo all’interno della psicopatologia? Giuseppe Femia, insieme ad un nutrito gruppo di ricerca composto dai colleghi Isabella Federico, Andrea Gragnani, Francesca D’Olimpio, Guyonne Rogier, Roberto Lorenzini e Francesco Mancini, ha risposto ad un interrogativo così importante e cruciale attraverso un complesso studio, che si è posto l’obiettivo di sottolineare quanto l’iperinvestimento sugli scopi e gli antiscopi, oltre che la rigidità, la pervasività e persistenza degli stessi, possano costituire un nucleo centrale di sofferenza soprattutto in relazione a manifestazioni psicopatologiche come i disturbi di personalità.
Ma… andando per gradi… che definizione potremmo dare alla concezione di goal e antigoal?
Potremmo parlare di entrambi differenziandoli in stato desiderato e stato temuto, come qualcosa, cioè, da raggiungere e da evitare ad ogni costo, all’interno di una rappresentazione individuale in cui questi si strutturano nel tempo e costruiscono il modo in cui la persona si muove nel mondo. Sulla base di ciò, l’obiettivo dello studio era proprio quello di osservare se fosse maggiore l’iperinvestimento degli scopi/antiscopi in un campione clinico rispetto al gruppo di controllo e a quello di psicoterapeuti in formazione, e se l’iperinvestimento si associasse a maggiore disagio e sofferenza. È stato costruito, pertanto, uno strumento ad hoc chiamato Strumento Scopi- Antiscopi (S-AS) in grado proprio di cogliere sia attraverso domande qualitative, che quantitative, oltre che con l’utilizzo di una checklist di emozioni, l’architettura scopistica dell’individuo. Questo strumento vanta la sua costruzione sulla base di una grande pratica clinica, oltre che su un confronto attivo con i colleghi in grado di fornire stimoli e spunti di riflessioni secondo la prospettiva cognitivista. Quello che emerge è che il gruppo clinico, rispetto al gruppo di controllo e quello degli psicoterapeuti in formazione, ottiene punteggi più alti rispetto alla scala del prestigio interpersonale, a quella dell’instabilità psicologica e quella dell’esclusione sociale, del perfezionismo, dell’autosacrificio dell’identità e, infine, della fiducia. Queste considerazioni statistiche supportano la concezione iniziale teorica che fonda le basi dello studio e fornisce delle prime osservazioni sull’importanza di tale strumento all’interno dell’assessment cognitivista. L’utilizzo di tale strumento si rivela fondamentale poiché, se l’assessment è ben fatto e riesce a cogliere le specifiche dell’individuo attraverso la formulazione degli scopi e antiscopi che lo muovono nel rapporto con sé e con il mondo esterno, allora anche la strutturazione del trattamento può diventare mirata e ben focalizzata sulla persona, sui suoi personali significati e rappresentazioni. Un buon trattamento non può esistere se prima non si è fatto un buon assessment. Per questo, ampliare la prospettiva cognitivista di uno strumento come il S-AS può diventare un plus valore sia per i pazienti che per i terapeuti stessi, i quali si troveranno ad accedere in maniera più agevolata al paziente e ai suoi contenuti più profondi, costruendo di conseguenza interventi sia mirati che accurati.

Foto di Ishaan Aggarwal: https://www.pexels.com/it-it/foto/cartina-geografica-bussola-tiro-verticale-mappa-8231152/

Più è accurata la mappa, più è sicuro il viaggio

di Augusta Luana, Bartolo Emmanuela, De Santis Giuseppe, Lavilla Federica (centro clinico Ecopoiesis Reggio Calabria)

Assessment e disturbi di personalità

Il XXI Congresso Nazionale SITCC è stato il teatro, nella sede mediterranea di Bari, di un simposio sull’assessment, con chair il Dott. Andrea Gragnani e la Dott.ssa Donatella Fiore nel ruolo di discussant, ricco di interventi che hanno sintetizzato al meglio gli obiettivi di ricerca e di impegno sociale propri della psicoterapia cognitiva: più è accurata la mappa, più è sicuro il viaggio: assessment e trattamento dei disturbi di personalità.

Già il titolo introduce l’importanza di considerare la valutazione iniziale con il paziente come una guida imprescindibile per il clinico, finalizzata a una migliore gestione dell’intervento terapeutico e orientata a scegliere il miglior trattamento possibile. Per procedura di assessment intendiamo infatti l’operazione di valutazione che ha inizio al momento del primo contatto con il soggetto, e che prosegue durante tutta la durata della terapia (Bara, 2006).

Nella prima relazione, dal titolo “Assessment terapeutico” e drop-out nei pazienti complessi, il Dott. Gaetano Mangiola (Centro Clinico Ecopoiesis, Reggio Calabria) ha indagato l’efficacia di anteporre al trattamento dei pazienti con disturbi di personalità una fase iniziale di assessment standardizzato, in linea con il Therapeutic Model of Assessment TMA (Finn, 1998).

La procedura di assessment dell’Associazione Ecopoiesis prevede un primo colloquio clinico semi-strutturato per analizzare il motivo della visita; due incontri dedicati all’intervista SCID-5-PD, alla somministrazione di una batteria di test (MMPI-2, PID-5, LPFS, SCL-90, TAS-20, ASQ e IIP-47) e all’approfondimento di un questionario anamnestico; un ultimo incontro di restituzione al paziente del suo funzionamento in ottica cognitiva e di una proposta terapeutica.

Ciò che in genere si osserva è che, al termine dell’incontro di restituzione, nel paziente avviene un processo di insight rispetto al proprio funzionamento, con un aumento della fiducia e della motivazione al trattamento che migliorano l’alleanza terapeutica (Sartori, 2010) e favoriscono di conseguenza un outcome migliore.

Partendo da questa ipotesi, il lavoro si è proposto di confrontare i dati relativi al drop-out del campione di 484 soggetti con disturbi di personalità a disposizione del Centro Clinico con quelli presenti in letteratura, ipotizzando che il modo in cui la procedura di assessment è strutturata riduca la percentuale di drop-out dei pazienti complessi.

Effettivamente, i risultati della ricerca hanno mostrato come l’assessment sembri avere un effetto positivo in termini di riduzione del drop-out dei pazienti con disturbi di personalità, in particolare del cluster B, soprattutto con diagnosi di tipo narcisistico e borderline. Inoltre, i pazienti che effettuano una procedura standardizzata di assessment comprensiva di un incontro di restituzione hanno un outcome migliore rispetto ai dati presenti in letteratura, e presentano anche un tasso di drop-out significativamente più basso rispetto ai pazienti che non effettuano una procedura standard di valutazione.

A seguire il Dott. Giuseppe Femia, con l’iper-investimento su scopi e la psicopatologia: quale relazione?, ha presentato lo strumento Scopi-Antiscopi (S-AS, Femia et al., 2021), ancora in fase di validazione, che sembrerebbe essere in grado di indagare scopi e antiscopi dei pazienti.
Dal punto di vista clinico, l’utilizzo dello strumento potrebbe cogliere l’architettura scopistica, agevolando così il lavoro di assessment e offrendo un supporto per lo sviluppo dell’alleanza terapeutica, oltre che per una progettazione mirata dell’intervento.

Cornice teorica alla base dello studio è che la mente degli esseri umani non si limita a credere e sapere, ma crea anche rappresentazioni di ciò che vuole – gli scenari desiderati o scopi – e ciò che non vuole – gli scenari temuti o antiscopi (Saliani et al., 2020). Dunque, la psicopatologia e, più specificamente, i disturbi di personalità, oltre che da caratteristiche di rigidità degli investimenti, pervasività e persistenza che portano allo svilupparsi di un piano esistenziale povero che genera sofferenza e resistenza al cambiamento, sembrano essere propriamente caratterizzati anche da un iperinvestimento in termini di scopi e antiscopi.

Lo studio condotto ha quindi voluto esplorare la struttura fattoriale dello strumento S-AS e la relazione che intercorre tra i diversi fattori del S-AS e i domini della personalità. A tal fine ad un campione di 572 soggetti, suddivisi in tre gruppi: popolazione generale, gruppo clinico e psicoterapeuti in formazione, resi omogenei per età e per genere, è stato somministrato lo strumento S-AS, questionario composto da un elenco di 20 scopi e 20 antiscopi. Inoltre, ipotizzando che il gruppo clinico avesse risultati più elevati rispetto agli altri due gruppi, si è voluto valutare se ci fossero differenze tra i tre gruppi in termini di iperinvestimento (su scopi e antiscopi) e se un maggior iperinvestimento fosse associato ad un aumento dei punteggi in termini di sofferenza e disagio percepiti. Per tale obiettivo, ad un sotto-campione di 327 soggetti è stato chiesto di compilare ulteriormente il PID-5 e la SCL-90-R.

Le analisi fattoriali hanno mostrato una struttura del S-AS a 8 fattori: Prestigio interpersonale, Instabilità psicologica, Esclusione sociale, Perfezionismo, Difettosità, Autosacrificio, Identità e Fiducia. Tali fattori saranno quindi oggetto di approfondimento nelle ricerche future.

I dati ottenuti si sono rivelati efficaci nel supportare il clinico in maniera rapida e al contempo accurata nel processo di assessment e di successiva pianificazione del trattamento, «mappando» quelli che sono i temi di vita e, nello specifico, gli scopi e gli antiscopi iperinvestiti nei pazienti.  Le analisi correlazionali, invece, tra i punteggi del S-AS e dei domini del PID-5 e tra i punteggi del S-AS e della SCL-90-R sembrerebbero confermare le ipotesi iniziali. I risultati ottenuti, ad eccezione del quinto fattore, suggerirebbero, dunque, una relazione tra tratti e domini di personalità maladattivi e iperinvestimento in termini di scopi e antiscopi. Inoltre, sembrerebbe che all’aumentare dell’iperinvestimento in termini di scopi e antiscopi aumenterebbe anche la sofferenza sintomatologica e l’indice di distress generale (Global Severity Index), confermando, di fatto, la relazione tra iperinvestimento e psicopatologia.

Nella terza relazione, dal titolo MMPI-2 e PID-5 a confronto: scale cliniche e funzionamento della personalità mediante un caso clinico, il Dott. Emanuele Del Castello si è proposto l’obiettivo di dimostrare la capacità dell’MMPI-2 di delineare il profilo di funzionamento della personalità tramite l’utilizzo di una lettura sia di tipo clinico-categoriale che di tipo dimensionale.

Esaminando l’MMPI-2 è possibile riscontrare due livelli: il livello statistico attuariale (Scale Cliniche e alcune Scale Supplementari) e il livello di contenuto (Scale di Contenuto, Sottoscale Cliniche e Item Critici). Entrambi i livelli permettono di costruire una rappresentazione complessa e articolata del funzionamento della personalità, essenziale ai fini diagnostici e clinici. Per favorire l’integrazione tra questi due livelli è possibile applicare una tecnica di aggregazione dei dati che viene definita Psicodiagnosi Strutturale (Del Castello, 2015): una metodologia che permette al clinico di far convergere i dati provenienti dai vari strumenti di indagine, clinici e testologici, nelle varie aree del funzionamento mentale del paziente, contribuendo, in tal modo, a costruire un quadro ordinato e pertinente degli aspetti problematici e anche dei punti di forza del paziente in oggetto.

Mediante l’analisi di caso clinico, è stato possibile osservare come, mettendo a confronto i domini emersi nel PID-5 e le Scale PSY-5 dell’MMPI-2, ci sia un pieno grado di accordo e una piena corrispondenza tra le dimensioni del DSM-5 presenti nel PID-5 (Antagonism, Psychoticism, Disinhibition, Negative affectivity e Detachment) con il modello PSY-5 dell’MMPI-2 (Aggressiveness, Psychoticism, Disconstraint, Negative emotionality neuroticism, Introversion/low positive emotion). In tal modo è stato possibile dimostrare come l’MMPI-2 sia perfettamente in grado di valutare clinicamente il funzionamento della personalità secondo i criteri dimensionali previsti dal DSM-5-TR (APA, 2023) e dal modello alternativo sui Disturbi della Personalità (Sezione II del DSM-5-TR).

Nell’ultimo contributo del simposio, dal titolo Il ruolo della noia come emozione cruciale nel funzionamento di alcune dimensioni personologiche, la Dott.ssa Anna Chiara Franquillo ha approfondito la relazione tra la noia e alcuni tratti di personalità, indagando le ricadute di tale associazione sul distress psicologico.

Sulla base dei dati presenti in letteratura sembra infatti che la noia, descritta come uno stato affettivo specifico caratterizzato da diverse componenti tra cui basso arousal, mancanza di attenzione, valenza negativa, una percezione amplificata del tempo e una sensazione di mancanza di scopo esistenziale, correli positivamente con il tratto di personalità del nevroticismo, caratterizzato da ansia, preoccupazione, instabilità emotiva e generale insicurezza (Mercer-Lynn, 2013; Tam et al., 2021) e sia presente in soggetti affetti da Disturbo Borderline di Personalità (DBP) (Masland et al., 2020) e da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) (Wink and Donahue, 1997).

Sulla base di tali premesse, il lavoro di ricerca si è proposto di approfondire la relazione tra la noia di stato e la psicopatologia generale, ipotizzando che la relazione con la sintomatologia depressiva fosse più forte che con altre condizioni psicopatologiche, e di comprendere la relazione tra la noia e i tratti di personalità, ipotizzando una forte relazione tra questi due costrutti.

Lo studio è stato condotto su un campione di 588 italiani adulti appartenenti ad una popolazione generale, cui sono stati somministrati, tramite una survey online, due strumenti di valutazione: il MSBS per la noia e il PID-5 per la valutazione dei tratti di personalità, in accordo con il modello dimensionale proposto dal DSM-5.

I risultati hanno mostrato un’interessante associazione tra la noia e il distress psicologico, in particolar modo con la depressione, e tra la noia e alcune tendenze personologiche, considerate tratti, come l’affettività negativa e il distacco. In merito a quest’ultimo aspetto, sembra sia proprio la depressione a giocare un ruolo cruciale nel mettere in relazione la noia con tratti di personalità come il nevroticismo e il distacco.

Sulla base di tali osservazioni, seppur riscontrabili all’interno di un campione non clinico, è possibile affermare che la noia sembrerebbe essere un vissuto centrale e trasversale ad alcuni tratti strutturanti la personalità, oltre che a diverse condizioni sintomatologiche che causano sofferenza. Lo studio della noia offre, dunque, interessanti spunti di riflessione clinica sia in termini di assessment che di intervento cognitivo-comportamentale. Esso contribuisce, infatti, ad una più ampia comprensione degli stati mentali problematici e alla costruzione di nuovi modelli di trattamento specifici indirizzati verso la gestione di questa emozione.

Senza alcun dubbio, potrebbe rivelarsi interessante orientare gli sviluppi futuri di tale lavoro verso un’osservazione del costrutto su un campione specificatamente clinico, integrando ulteriori analisi ed eventuali strumenti di valutazione al fine di approfondire la relazione tra le variabili e il loro effetto.

Il simposio preso in esame ha avuto, in conclusione, il merito di confrontare e far comunicare contributi e punti di vista differenti, dimostrando ancora una volta l’importanza di integrare le varie chiavi di lettura volte ad osservare i processi implicati nella valutazione della psicopatologia della personalità, per una sempre più profonda conoscenza e valutazione del funzionamento mentale.

Foto di Amine M’siouri : https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-che-cammina-sul-deserto-2245436/