Vita adulta del bambino iperattivo

di Franca Carzedda

La formulazione del caso del paziente con ADHD da un punto di vista cognitivo.

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è il disturbo comportamentale più diffuso dell’infanzia. I sintomi principali sono impulsività, disattenzione e iperattività. Le difficoltà legate a questi sintomi sono tipicamente osservate prima dei sette anni, sebbene i ricercatori attuali del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM V) raccomandino di estendere l’età di insorgenza a circa 12 anni. Per fare la diagnosi in età adulta è necessaria una chiara evidenza che i sintomi si siano manifestati in maniera clinicamente significativa durante l’infanzia.

Sebbene le manifestazioni dell’ADHD possano differire da quelle vissute durante l’infanzia, la portata e l’entità dei loro effetti sulla vita quotidiana adulta non si risolvono inesorabilmente: piuttosto che “uscirne”, i sintomi sembrano crescere con l’individuo.

Quello che una volta era un comportamento iperattivo nell’infanzia è descritto dagli adulti come un senso soggettivo di irrequietezza, impazienza e agitazione, spesso senza iperattività manifesta. Le difficoltà funzionali comunemente incontrate dagli adulti con ADHD includono problemi con gli obiettivi accademici e professionali, la gestione di una famiglia, la gestione dei conflitti interpersonali, il completamento dei progetti e delle attività.

I comportamenti del bambino con ADHD sono visti dagli altri come “difficili” o “distruttivi” e, per tale motivo, il piccolo incorporerà il feedback negativo e svilupperà uno schema cognitivo correlato, per esempio, alla difettosità. A sua volta, il bambino farà delle scelte basate su questa identità informata dallo schema e acquisirà insidiosamente esperienze che confermano tale schema, in modo affettivo, comportamentale e cognitivo.

Ad esempio, un paziente ha descritto un ricordo d’infanzia relativo a un suo comportamento a scuola e di essere stato costretto a sedersi accanto alla cattedra del suo insegnante. Mentre la strategia di far sedere uno studente altamente distratto vicino all’insegnante può essere adeguata, il paziente ricorda che l’insegnante ha usato la mossa come esempio per gli altri studenti, isolando e umiliando il paziente. Di conseguenza, ha sviluppato la convinzione condizionale: “Se riesco ad adattarmi e non attirare l’attenzione su di me, allora apparirò normale”. Il paziente ha iniziato a evitare situazioni in cui potrebbe essere evidente e vulnerabile alle critiche. Queste credenze e strategie hanno portato a una gamma ristretta di esperienze di vita e diversi “fallimenti” percepiti, confermando apparentemente il suo senso di “difettosità” e impedendo il suo sviluppo di abilità personali al di là delle sue difficoltà di funzionamento esecutivo. Man mano che gli schemi diventano più radicati, le loro soglie di attivazione vengono abbassate, diventando più facilmente innescate da stimoli interni o esterni associati a tali sistemi di credenze. Tuttavia, gli schemi servono anche come parte di un sistema feedforward: la modifica o il controllo di un processo è necessario per analizzare i risultati e prevedere delle conseguenze in quanto attivano una rete di sequenze affettive, cognitive e comportamentali apprese che culminano in una “profezia che si autoavvera”.

In Terapia Cognitiva, la nozione di “strategia compensativa” allude al mantenimento di uno schema disadattivo, che non permette l’acquisizione di nuove credenze funzionali allo scopo. Una strategia compensativa comune vista negli adulti con ADHD è l’evitamento. Ad esempio, uno studente di college che ha uno schema di “fallimento” riattivato da voti mediocri potrebbe rimandare gli incarichi fino a quando non si trova una scadenza. Inoltre, potrebbe evitare spiacevoli emozioni, associate al lavoro svolgendo attività più piacevoli a breve termine e evitare cognitivamente di considerare le conseguenze delle sue (in)azioni.

Alcuni schemi comuni riscontrati negli adulti con ADHD sono intorno a nozioni di fallimento (“Non ho realizzato il mio potenziale”), difettosità (“Sono inadeguato”), indesiderabilità sociale, esclusione (“Sono diverso e sono trattato diversamente”), risentimento (“Tutti gli altri sono meglio di me ”) e trattamento ingiusto (“Nessuno smette di trattarmi male”).

Di seguito, le strategie compensative più frequentemente utilizzate dagli ADHD.

“Brinksmanship” o la politica del rischio calcolato è una strategia che implica il pensiero “Lavoro meglio sotto pressione” che porta ad aspettare fino a quando non ci si trova in una scadenza prima di dedicare tempo a un compito. “Pseudo-efficienza” è un’altra strategia che la persona utilizza riferendo di sentirsi molto impegnata e che riesce a completare molte cose. Tuttavia, ciò riflette spesso una sottile forma di evitamento, in quanto l’elemento di massima priorità viene spesso rinviato mentre vengono invece eseguite attività meno importanti e più facilmente completate.
Una strategia compensativa correlata è la “giocoleria”. Questa è la tendenza ad assumere nuovi progetti interessanti piuttosto che completare quelli che sono incompleti.

Secondo un gruppo di ricercatori cognitivisti dell’Università della Pennsylvania, l’obiettivo della terapia cognitiva per l’ADHD è di aiutare il paziente a sviluppare un maggiore senso di libero arbitrio personale, a prendere decisioni per la vita e a gestire meglio i sintomi e le comorbidità associate. Ciò si ottiene identificando, elaborando e modificando il sistema di credenze del paziente nella misura in cui limita le sue opzioni di funzionamento e  le sue esperienze.

Gli adulti con ADHD rappresentano una popolazione clinica impegnativa. Le loro difficoltà sono spesso croniche e influenzano una vasta gamma di problemi della vita. La TC adattata per questi pazienti offre una forma potenzialmente utile di terapia che può contribuire all’efficacia di un piano di trattamento generale, sia per i sintomi principali sia per i problemi associati.

Per approfondimenti:
J.R. Ramsay, A.L. Rostain (2003). A Cognitive Therapy Approach for Adult Attention Deficit/ Hyperactivity Disorder. Journal of Cognitive Psychotherapy: An International Quarterly, Vol. 17, No. 4.

Il bambino triste

di Emanuela Pidri

Dall’attaccamento alla strutturazione della personalità

I processi di maturazione hanno il loro fulcro nella costruzione dell’identità e si articolano caratteristicamente nel corso dell’adolescenza, attraverso momenti di fisiologica instabilità che comportano anche bruschi abbassamenti del tono dell’umore (cosiddetta “depressione fisiologica”), espressione di riassetti critici dell’equilibrio interno, in rapporto alle modalità soggettive di assimilare e riferire a sé l’esperienza vissuta. Pertanto, nel corso della preadolescenza e adolescenza, fisiologiche variazioni del tono dell’umore rivestono un ruolo fondamentale nella maturazione e quindi nella strutturazione della personalità. Tali modulazioni del tono dell’umore, più o meno brusche, intense e durature, sebbene costituiscano momenti di “crisi” possono dar luogo a esiti diversi, sia di tipo adattivo e quindi maturativi, sia di tipo disadattivo con oscillazioni che si esprimono attraverso disturbi psicopatologici di vario tipo e gravità.

La Teoria dell’Attaccamento ha dimostrato il ruolo della Sintonizzazione Madre-Bambino come elemento cardine dello sviluppo dell’attaccamento e come fattore predittivo dello sviluppo della personalità, sottolineando il ruolo di alcuni elementi fondamentali: primato dei legami emotivi intimi con le figure di attaccamento, schemi di attaccamento e condizioni dello sviluppo, persistenza degli schemi comportamentali, percorsi dello sviluppo della personalità. Lo sviluppo non viene più visto, seguendo gli studi dello psichiatra statunitense Daniel Stern, nell’ottica di punti di fissazione e di regressione, ma come differenti percorsi di sviluppo, più o meno sani, imboccati dal soggetto in base al suo corredo biologico in continua interazione con l’ambiente.

Attraverso il legame con i genitori, in particolare con la figura di attaccamento, il bimbo comincia a integrare le sue sensazioni emotive, con specifiche azioni, percezioni e ricordi, cominciando così a costruire la propria soggettività, riconoscendosi sempre più come entità differenziata dalle cose e dagli altri. Dagli anni ’80, il lavoro di Vittorio Guidano e Giovanni Liotti, ha evidenziato come il contributo dell’attaccamento rivesta un ruolo centrale nella costruzione del sé e nel mantenimento della coerenza di tale organizzazione intermodale. Nell’adolescente esiste la tristezza, la collera, il sentimento di inutilità, il pessimismo, la colpa, l’umiliazione, l’isolamento.  La presenza di questi aspetti nel corso dei processi normali di sviluppo fanno pensare che non ci sia adolescente senza depressione. Evidentemente si osserva l’esistenza di diversi processi a carattere depressivo: separazione, rottura di legami, perdita; aggressività e sentimenti di colpa; effetto depressivo di base (isolamento, pessimismo, noia, timidezza, tedio, tono affettivo basso) che se non vengono ben gestiti dalla sintonizzazione madre-bambino (attaccamento non sicuro) assumono significati differenti nello sviluppo evolutivo e identitario dell’individuo.

Lo stile affettivo (modalità adulta di stabilire legami, compreso l’amore), essendo una forma matura di affettività, ha come caratteristica di avere maggiori possibilità di astrazione rispetto all’attaccamento infantile e tende nelle situazioni “normali” ad arricchirsi e articolarsi nel corso della vita. C’è una modalità dello sviluppo umano in cui il senso di solitudine sembra acquisire una centralità e una prevalenza legata a specifiche esperienze di vita e di attaccamento. Lo stile depressivo è uno stile affettivo derivante dall’attaccamento evitante in cui, per il bambino, l’accesso alla figura di attaccamento è chiaramente poco o per nulla accessibile. La caratteristica centrale di questo stile è la sensazione di solitudine, di separazione dal resto del gruppo, dovuta all’esperienza di perdita, di abbandono, con il conseguente senso di auto-sufficienza sperimentata fin dall’infanzia, che porta a una posizione, nell’adulto, di evitamento dei rapporti affettivi. Le emozioni prevalentemente attivate sono la disperazione e la rabbia, è intorno a queste due polarità che si costruisce un tema di significato personale.

Per approfondimenti:

BARA B. (1990). Scienza cognitiva. Torino, Bollati Boringhieri.

BARA B.G. 2000. Il metodo della scienza cognitiva: un approccio evolutivo allo studio della mente. Bollati Boringhieri, Torino

BRACONNIER A. (2002). Minaccia Depressiva e depressione in adolescenza. In “adolescenza e psicoanalisi”. Anno II- N°3 Settembre.

CUTOLO G. (2012). L’empatia: comprendere gli altri facendoci capire da loro. Neuroni specchio, mentalizzazione, attaccamento” su L’Altro, anno XV, n.1 genn.-apr.2012, pag.12-19

GUIDANO V.F. (1992) “Il sé nel suo divenire” Bollati Boringhieri Torino

LAMBRUSCHI F. (2004). Psicoterapia cognitiva dell’età’ evolutiva. Bollati Boringhieri

LIOTTI G., (2001). Le Opere della Coscienza. Raffaello Cortina, Milano. Mantovani N., L’elefante invisibile, Giunti, Firenze.

NARDI B, (2004). La depressione adolescenziale in Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva, a cura di F. Lambruschi., Bollati Boringhieri, Torino

REDA AM. E CANESTRI L.  (2012). “All You Need is Love”: La Rilevanza dello Stile Affettivo in Psicoterapia Post-Razionalista. XIII CONVEGNO DI PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA

 

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Ritratto del sopravvissuto

di Marzia Albanese

I sintomi del Disturbo Post traumatico da Stress e il loro trattamento

“Se lo racconterai, nessuno ti crederà”. Sono queste le parole rassegnate di un soldato che ha subito violenza sessuale durante l’arruolamento nell’esercito americano. Secondo i dati del Pentagono, ogni anno, circa diecimila reclute subiscono episodi di violenza.

Male Rape”, crudo reportage della fotoreporter Mary F. Calvert, mette a nudo il dolore e le conseguenze del trauma testimoniato da sei soldati americani. I loro ritratti in bianco e nero danno un volto ai sintomi tipici del Disturbo Post traumatico da Stress (PTSD):

Sintomi intrusivi. Si tratta di immagini relative all’evento traumatico che si presentano al soggetto in maniera automatica e disturbante sia nei momenti di veglia, attraverso i flashback, sia nei momenti di sonno, attraverso gli incubi.
Una delle immagini ritrae il Sig. Lloyd, picchiato e abusato da un’altra recluta durante una doccia, appena entrato nell’esercito: è accasciato, tra gli scaffali del supermercato vicino casa, con la testa tra le mani, a causa del profumo di una candela che ha lo stesso odore dello shampoo che aveva usato in quella doccia tredici anni fa. “E’ l’inferno e non hai scampo dall’inferno, – dice – può succedere qualcosa e tu torni lì, improvvisamente, in quella doccia quadrata tre metri per tre”.
A descrivere la seconda tipologia dei sintomi intrusivi è invece il Sig. Williams, che, in una notte del 1966, quando aveva diciotto anni, venne chiamato nell’ufficio del sergente e abusato sessualmente, mentre le altre reclute dormivano nella stanza accanto. “Dopo l’accaduto ho fatto quello che sentivo di dover fare. Sono tornato in camera. Ho fatto una doccia e sono tornato a letto”. Ma da allora il sonno non è stato più così facile per lui, che ancora oggi, a settantuno anni, trascorre le notti come nella foto che lo immortala: girovagando insonne per il quartiere a causa dei terribili incubi che lo svegliano di soprassalto e gli impediscono di tornare a dormire.

Evitamento. Dopo un evento traumatico, l’utilizzo di strategie di evitamento esperenziale per evitare di entrare a contatto con qualunque stimolo ricordi il trauma è molto forte. La tendenza della persona è infatti quella di evitare sia richiami esterni all’esperienza stressante (persone, luoghi, oggetti, odori) sia interni (emozioni connesse al trauma come la paura e l’impotenza). È per questo motivo che il Sig. Capshaw, a distanza di trentanove anni, viene ritratto supino sul divano della cucina. Essendo stato abusato e torturato dal medico dell’esercito nella sua stanza da letto a soli diciassette anni, evita di dormire su un letto da allora. E proprio come lui, anche il Sig. Hanson viene ritratto nella vasca da bagno perché non riesce più a entrare in una doccia: “Ogni volta che vengo a contatto con il vapore, l’acqua calda o tutto ciò che rende la mia pelle scivolosa, mi viene voglia di vomitare”. Tutto questo evoca un ricordo troppo doloroso per il Sig. Hanson, membro del gruppo dei Marines che furono sessualmente aggrediti sotto le docce durante il campo di addestramento a Camp Pendleton.

Alterazioni dell’umore. Chi ha vissuto un trauma può mostrarsi particolarmente arrabbiato e irritabile, fino ad avere comportamenti violenti e distruttivi (auto o etero diretti). È quello accaduto al Sig. Minnix, ritratto in compagnia del suo cane in una casa di campagna dove ha scelto di isolarsi a causa della sua “inspiegabile” e “improvvisa” aggressività che lo ha progressivamente portato ad allontanarsi dalla sua famiglia. “Mi sento solo, ma non ho molta scelta. Qualcosa dentro di me si è rotto e mi impedisce di vivere serenamente insieme agli altri”.

Convinzioni negative. Si tratta di credenze su di sé (“c’è qualcosa di sbagliato in me” “sono cattivo”), sugli altri (“nessuno è come sembra” “non posso fidarmi di nessuno”) e sul mondo (“il mondo è un posto totalmente pericoloso”) che portano la persona a piombare e persistere in un eterno vissuto di sfiducia generalizzata. È per tale motivo che il Sig. Phillips appare in grande difficoltà nella foto che lo ritrae mentre, con grande e visibile sforzo, decide di sfidare tali credenze aprendosi e raccontando la sua storia ai membri del Senato: “Sono stato abusato sessualmente quando ero nella Marina degli Stati Uniti, a diciassette anni, sulla mia nave di servizio e per diversi mesi”.

Eppure, il Sig. Phillips ci mostra, oltre che un sintomo del PTSD, la sua cura: la narrazione del trauma rappresenta l’imprescindibile avvio per la guarigione. Solo attraverso essa la persona può ricostruire in maniera coerente la propria storia e affrontarne la frammentazione traumatica al fine di ricollocare l’evento nel passato. Il racconto può essere fatto con varie tecniche psicoterapiche, tra cui la Narrative Exposure Therapy (NET) e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR).

Certo “non è facile”, come sottolinea il Sig. Phillips, perché “in alcuni momenti mi pietrifica”. Eppure “se non posso più servire il mio Paese, lo servo così: evito che quello che è successo a me accada a qualcun altro e soprattutto, do una voce e un nome al mio dolore”.

Per approfondimenti:

Lind, M. J., Baylor, A., Overstreet, C. M., Hawn, S. E., Rybarczyk, B. D., Kendler, K. S., Amstadter, A. B. (2017). Relationships between potentially traumatic events, sleep disturbances, and symptoms of PTSD and alcohol use disorder in a young adult sample. Sleep medicine, 34, 141-147.

Moraczewski, J., & McCall, W. V. (2019). Emotional Content in PTSD Nightmares and Its Relation to other PTSD Features; An Exploratory Study. International Journal of Dream Research, 89-94.

Philipps, D., Calvert M.F. (2019) Six men tell their stories of sexual assault in the military. Ney York Times

Genitori non si nasce, si diventa

di Sonia Di Munno

Depressione post partum. Un trattamento efficace per i genitori

Il periodo della gravidanza e quello successivo al parto sono molto particolari e delicati per la famiglia. La madre, in primis, vive un momento che può essere meraviglioso ed entusiasmante ma anche di grande fragilità e vulnerabilità. Il cambio di ruolo, la riorganizzazione familiare, le paure, il senso di inadeguatezza possono portare alcune donne a sviluppare una depressione post partum. Il disturbo generalmente esordisce dalla sesta alla dodicesima settimana dalla nascita del figlio: la madre si sente inadeguata, impotente e triste e molte volte provare questa tristezza può portare a sentimenti di colpa e vergogna che non permettono di chiedere aiuto.

Simile alla depressione post partum è il baby blues, un disturbo dell’umore transitorio (in genere scompare dopo il primo mese), molto comune nelle neomamamme, dovuto principalmente al cambiamento ormonale e caratterizzato da lievi sintomi depressivi.

La depressione post partum comporta una varietà di sintomi: dai disturbi del sonno, dell’appetito e di concentrazione alla sensazione di vuoto, inadeguatezza, dall’assenza di piacere a pensieri di poter far del male al bambino o che la vita sia inutile.

Vi sono dei fattori di rischio che possono portare alla depressione post partum, come avere una depressione prenatale, ansia prenatale, mancanza di supporto sociale, stress finanziario o coniugale ed eventi avversi nella vita, aver avuto in passato una precedente storia di depressione o aver sofferto di baby blues dopo la nascita. Anche la giovane età della madre può essere un fattore di rischio (è molto più frequente nelle madri adolescenti). Inoltre, come per molti altri disturbi, aver subito dei traumi (abusi sessuali sia nell’infanzia sia nell’età adulta) o aver sperimentano degli eventi stressanti prima e durante la gravidanza può portare a sviluppare questa patologia.

Di solito i trattamenti per questo disturbo comprendono l’uso dei farmaci antidepressivi e di psicoterapia; tuttavia durante la gravidanza e l’allattamento, devono essere molto ben valutati e limitati perché possono comportare rischi sia per il feto sia per la madre, aumentando la suscettibilità a disturbi come l’ipertensione. Per questo motivo sono stati studiati e convalidati nuovi trattamenti per il benessere della mamma e del bambino, con dei protocolli molto efficaci che si basano sui mindfulness-based programs (MBP) e sulla compassione.

I programmi basati sulla mindfulness (consapevolezza) sono corsi educativi mente-corpo, che hanno lo scopo specifico di allenare la mente, attraverso la pratica della meditazione, ad adottare una consapevolezza non giudicante focalizzata sul momento presente. Per “compassione”, si intende un particolare orientamento della mente che riconosce l’universalità della sofferenza nell’esperienza umana e coltiva la capacità di affrontare quella sofferenza con gentilezza, empatia e pazienza. Crescono le prove che la compassione sia un meccanismo importante negli MBP e alcuni ricercatori sostengono l’importanza di un’esercitazione pratica alla compassione all’interno del percorso. Questi trattamenti hanno dimostrato di essere efficaci sia per i sintomi di depressione sia per altri disturbi mentali.

Gli MBP producono un  miglioramento della salute e del benessere mentale e fisico,  riducono significativamente i sintomi della depressione e prevengono le recidiva alla stessa, oltre a essere un valido aiuto per la gestione e la riduzione dello stress. Nel caso specifico del periodo peri/post natale hanno aiutato anche a gestire il dolori e i fastidi della gravidanza (compreso quello del parto), diventando un valido aiuto per i genitori in attesa; queste pratiche hanno permesso anche di  aumentare la disponibilità e le attenzioni dei genitori alla cura del bambino una volta nato.

Genitori non si nasce ma si diventa, e questo momento di passaggio e di cambiamento nella vita di un genitore porta con sé anche tante paure e difficoltà, insite nella natura umana. Come diceva Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, sono un essere umano, niente che sia umano mi è estraneo.

Per approfondimenti

Jennifer L. Payne, Jamie Maguire (2019), Pathophysiological Mechanisms Implicated in Postpartum Depression, Neuroendocrinol. 52: 165–180. doi:10.1016/j.yfrne.2018.12.001.

Ministero della salute (2017), La nostra salute, Enciclopedia Salute, Disturbi psichici, Depressione post partum

Olga Sacristan-Martin, Miguel A. Santed, Javier Garcia-Campayo, Larissa G. Duncan, Nancy Bardacke, Carmen Fernandez-Alonso, Gloria Garcia-Sacristan, Diana Garcia-Sacristan, Alberto Barcelo-Soler  and Jesus Montero-Marin (2019); A mindfulness and compassion-based program applied to pregnant women and their partners to decrease depression symptoms during pregnancy and postpartum: study protocol for a randomized controlled trial. Sacristan-Martin et al. Trials, 20:654 https://doi.org/10.1186/s13063-019-3739-z

E se i più resilienti fossero i bambini?

di Elena Cirimbilla

Fornire un ambiente accogliente e di supporto ai più piccoli, senza dimenticare cosa sta accadendo

L’inizio della scuola è sempre un momento di transizione, per i genitori e per i bambini. Siamo soliti prepararci all’avvenimento con l’acquisto dei materiali, la sveglia anticipata o la scelta delle attività extrascolastiche.

Ma c’è qualcosa di diverso quest’anno: grandi e piccini sono concentrati sulla pandemia e su due aspetti di essa, la paura e l’ignoto. Nicholas Carleton, docente di psicologia all’università di Regina, in Canada, definisce la paura dell’ignoto come la propensione dell’individuo a sperimentare paura, a diverse intensità e con i suoi correlati fisiologici, a causa dell’assenza percepita di informazioni. Secondo il professore, si basa sull’equilibrio tra gli elementi conosciuti e quelli sconosciuti. In questo momento storico, dunque, data la percezione di incertezza, possiamo forse parlare di paura dell’ignoto?

Oltre alla paura però, con il ritorno scuola, alle emozioni del genitore si aggiunge la tristezza. Una tristezza data dal fatto che i bambini non potranno abbracciare i compagni, che non potranno ricevere la coccola della maestra, giocare in giardino o condividere il proprio materiale. Sono stati limitati quegli aspetti che nell’immaginario comune rendono la scuola un luogo divertente e di condivisione, un luogo assimilabile a una palestra sociale, terreno fertile per le esperienze relazionali, dove il bambino ha la possibilità di sperimentare e sperimentarsi, nel rapporto con i pari e con le insegnanti.

Dovremmo forse sentire, da parte dei bambin,i lamentele, pianti o irritabilità. E se invece non fosse così?

Alla fine della prima settimana di scuola, alcuni bambini hanno commentato: “Pensavo potesse andare peggio”, “Con la mascherina per parlare facciamo il gioco del mimo”, “Abbiamo inventato il gioco della distanza”, “Il telegiornale diceva cose più brutte”.

È possibile che si stia dimenticando che i bambini, se supportati, hanno un’ottima capacità di resilienza, dove per resilienza intendiamo il processo che permette di far fronte alle difficoltà ed esita in una riorganizzazione positiva e un buon adattamento all’ambiente. Dal momento che nei bambini tale competenza si sviluppa e può essere incrementata nel tempo, è possibile, in qualità di genitori e insegnanti, educare alla resilienza, modificando lo sguardo con cui si leggono le esperienze e comunicando un messaggio di fiducia, speranza e possibilità di cambiamento.

Certamente per i bambini ci saranno momenti di frustrazione, quando non sarà possibile avere l’abbraccio dell’amico, la coccola della maestra o il gioco del compagno. È in questi momenti, quindi, che sarà necessario supportarli, prestando loro ascolto e fornendo rassicurazione ed è qui che l’adulto potrà scegliere di trasmettere un messaggio positivo esaltando il ritorno alla scuola, alla routine e alle relazioni sociali.

Certo, una scuola un po’ diversa, ma pur sempre la loro scuola. Sarà quindi utile anche per noi adulti mettere da parte quello che conosciamo e ripartire in modo flessibile all’esplorazione di altro, insieme ai bambini.

Siamo abituati, ad esempio, all’ufficialità del passaggio in prima elementare o al compagno di banco, che magari diventerà l’amichetto. Quello a cui non siamo abituati è provare nuove strade e reinventarci positivamente. È invece possibile un nuovo primo giorno di scuola, come quello proposto da numerose insegnanti, durante il quale al posto del genitore che accompagna il bambino al banco c’è il “taglio del nastro” o in cui i banchi singoli sono trasformati in piccole “jeep”.

Ciò non significa dimenticare quello che sta accadendo, ma fornire ai bambini un ambiente accogliente e di supporto che ne comprenda e ne validi le emozioni, senza minimizzarle o sottovalutarle. Nel momento in cui ci fermeremo ad ascoltare empaticamente, il bambino si sentirà supportato e permetterà all’adulto di entrare nel proprio mondo. Così le loro emozioni, anche se negative, saranno un’occasione di crescita.

Sarà quindi utile riconoscere al bambino che la paura è un’emozione normale e che il genitore e la scuola sono al suo fianco in questo percorso di nuovo adattamento, nel quale le cose saranno sì differenti, ma nel quale nessuno ha dimenticato che i bambini hanno bisogno di essere sereni.

E così potremmo mettere da parte un po’ di quella paura dell’ignoto, perché basta un nastro o la sagoma di un’auto a tirare fuori quella positività che è dentro ogni bambino e dalla quale possiamo scegliere di farci coinvolgere.

Per approfondimenti:

Carleton, R. N. (2016). Into the unknown: A review and synthesis of contemporary models involving uncertainty. Journal of Anxiety Disorders, 39, 30-43. https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2016.02.007

Gottman, J. & De Claire, J. (2001). Intelligenza emotiva per un figlio. Bologna: Rizzoli.

Malaguti E. (2005). Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi. Edizioni  Erickson, Trento

Mancini F., Romano G. (2010), Introduzione alla Psicopatologia dello sviluppo. Il ruolo dei fattori di rischio, dei fattori di protezione e dei meccanismi di mantenimento. In: C. Perdighe, F. Mancini. (a cura di), Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Roma, Fioriti Editore (II edizione), 255-280.

Smorti M, (2016), Rapporti tra pari sui banchi di scuola. Come promuovere la competenza sociale. in Smorti, M., Tschiesner, R., Farneti, A. (a cura di). Psicologia per la buona scuola, 121-148.

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Fuori da me

di Giuseppe Femia

Superare il disturbo di depersonalizzazione

La depersonalizzazione è una manifestazione che spesso viene trascurata in fase di valutazione o non riferita per vergogna e timore dai pazienti. È di difficile riscontro nella pratica clinica perché spesso si costituisce come fenomeno trasversale e trans-diagnostico.

La sensazione di essere distaccati, estranei a sé stessi, al proprio mondo, di avvertire una non integrazione fra corpo e mente è un fenomeno di matrice dissociativa che si associa a diversi disordini e che, in taluni casi, può costituirsi in un vero e proprio disturbo. I pazienti che ne soffrono spesso riferiscono di sentirsi lontani dalle proprie emozioni, di avere pensieri di natura esistenziale e di chiedersi: “Perché viviamo? Sono davvero io? Esistiamo veramente?”.

La storia di M., 32 anni, sofferente a causa di un disturbo di panico con agorafobia e un vissuto depressivo di natura secondaria, può aiutare a comprendere la depersonalizzazione. Durante le sedute, mi riferisce: “Alle volte ho la sensazione di vivere la vita in modo meccanico, nessuno mai riuscirà a capirmi!”. Si chiede: “Potrei dissolvermi? Potrei non essere più padrone dei miei pensieri? Impazzire?”. E ancora: “Alle volte per sentire che esisto devo pizzicarmi molto forte una parte del corpo”.
Tali sensazioni di irrealtà e disorientamento si accompagnano spesso a fenomeni di ruminazione mentale di tipo ansioso/fobico, di tipo rabbioso, ai pensieri ossessivi di natura intrusiva o in risposta a vissuti depressivi e problemi di disregolazione emotiva, oppure, cosa ancor più frequente, in risposta a eventi traumatici che rimangono irrisolti.

Nel libro “Fuori da me”, le autrici Katharine Donnelly e Fugen Neziroglu, con il contributo di diversi clinici, forniscono una definizione chiara dei fenomeni di depersonalizzazione, chiariscono la diagnosi differenziale e le possibili comorbidità ma soprattutto, mediante una serie di vignette cliniche, descrivono la fenomenologia e le diverse tecniche di intervento di possibile applicazione rispetto ai fenomeni di depersonalizzazione.

Si parla delle tecniche di ristrutturazione cognitiva standard in cui ai pensieri automatici si risponde con risposte alternative e funzionali mediante un ragionamento socratico che si contrappone alla generalizzazione; delle tecniche di defusione e di esposizione e prevenzione della risposta; di mindfulness o di altri interventi di accettazione e di protocolli di psicoterapia a partire da un modello di derivazione dialettico comportamentale. Il testo fornisce una serie di schede pratiche di applicazione e di esercizi che certamente possono essere di aiuto durante il trattamento di tali manifestazioni e nella condivisione con il paziente del funzionamento del disturbo, oltre che nella fase di spiegazione del lavoro che si intende intraprendere.

Fra le diverse pratiche proposte, troviamo il “Flooding Statement”, un esercizio immaginativo di tipo narrativo che cerca di indagare lo scenario temuto e sollecita il paziente a riflettere e decentrasi dalle sue paure.

Ad esempio, il signor M. descrive le sue sensazioni di depersonalizzazione e le paure che ne derivano: “È un appannamento mentale che diventa una disintegrazione, che mi fa cadere a pezzi come un mosaico quando si toglie il primo di una lunga serie di tasselli tutti collegati tra loro, gli uni con gli altri, e che porta alla disintegrazione totale di me stesso, della mia figura, della mia mente, del mio spirito, della mia anima. Sentirsi a pezzi nel profondo, vuoto, svuotato, distrutto, morto dentro. La paura è convivere per sempre con  queste condizioni o peggio ancora, quella di non sentire più niente se non il vuoto”.
Questo tipo di tecnica porta il paziente a immergersi e a sperimentare la situazione che più lo spaventa. Tale immersione favorisce uno scambio fra paziente e psicoterapeuta circa le sensazioni e le paure riportate e una riflessione sull’infondatezza e l’improbabilità di taluni scenari, avviando un processo di ristrutturazione cognitiva degli errori di ragionamento, del pensiero catastrofico, oltre che di modulazione dei vissuti di ansia e angoscia che ne derivano. Il Flooding Statement espone quindi il paziente a vivere uno stato di attivazione ansiosa con lo scopo di condurlo ad acquisire una maggiore abilità di gestione emotiva.

Oltre a essere una lettura piacevole e innovativa, “Fuori da me” rappresenta una buona opportunità per il clinico che si trova ad affrontare sintomi e disagi legati alla depersonalizzazione, per conoscere e approfondire alcune tecniche che possono essere utilizzate in relazione a questo tipo di disagio. Inoltre, si mostra utile per chi ne soffre e si sente pertanto incompreso.

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Rischio suicidario e pandemia globale

di Marco Saettoni e Silvia Timitilli

Il distanziamento fisico equivale al distanziamento sociale?

Per contenere e prevenire la diffusione del virus Covid-19, sono state messe in atto azioni di sanità pubblica senza precedenti. Se da una parte si spera che tali interventi siano utili nel fronteggiare questa emergenza, dall’altra si teme per le ricadute sul futuro: uno degli ambiti più colpiti sarà l’economia, ma un rischio riguarderà anche il settore della salute mentale, con particolare riferimento al rischio suicidario.

Gli ultimi dati Istat indicano una diminuzione del suicidio in Italia: se nel 1995 sono stati registrati 8,1 casi ogni 100.000 abitanti, dieci anni dopo, nel 2015, la media si è abbassata a  6,5 casi, dato che colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con il minor tasso di suicidi. Il fenomeno interessa in misura prevalente gli uomini rispetto alle donne (77,9% contro il 22,1%) e le fasce di popolazione di età più elevata (dai 45 anni in su) con un basso livello di istruzione (14,8 %).

Dati più recenti provengono dagli Stati Uniti: nel 2017 il suicidio ha costituito la decima causa di morte e tra il 2006 e il 2015 si è assistito a un incremento dei tassi di incidenza del 10%, che ha interessato, in particolare, donne, adolescenti e adulti di età compresa tra i 65 e i 74 anni. L’incremento dei tassi di suicidio è risultato, inoltre, uno dei fattori che ha giocato un ruolo nella riduzione dell’aspettativa di vita media ed è proprio all’interno di questo contesto che l’emergenza Covid-19 ha colpito questo Paese.

Dinnanzi alla pandemia, appare dunque opportuno chiedersi quale possa essere l’impatto delle misure di contenimento e prevenzione del contagio sul rischio suicidario, un ambito in cui la ricerca ha sempre sottolineato l’importanza di approfondire la conoscenza dei fattori di rischio e protettivi, elementi centrali per implementare interventi di prevenzione efficaci.

I dati in letteratura sottolineano la centralità del contatto sociale come elemento chiave nella prevenzione del suicidio: le persone che presentano ideazione suicidaria sono soggetti che hanno una scarsa rete di supporto sociale e che, quando incrementa il rischio di attuazione del suicidio, tendono a isolarsi ulteriormente e a ridurre al minimo (fino a interrompere) qualunque tipo di relazione sociale. Le misure di distanziamento sociale possono quindi incrementare il rischio suicidario, riducendo le occasioni effettive di contatto, favorendo l’isolamento sociale e compromettendo, al contempo, la percezione della disponibilità al contatto anche laddove questo fosse possibile.

A causa delle restrizioni imposte dalle misure di contenimento, l’accesso ai servizi di salute mentale può apparire difficoltoso (appuntamenti annullati, notizie di reparti sovraffollati, importanti operazioni chirurgiche rimandate o annullate), veicolando una percezione di assenza di supporto professionale anche quando questo risulterebbe strettamente necessario.

Anche la potenziale ripercussione negativa della pandemia sul piano economico costituisce un ulteriore elemento di rischio: la ricerca evidenzia come le recessioni economiche siano generalmente associate a tassi di suicidio più elevati rispetto a periodi di relativa prosperità.

All’interno di questo quadro, quali sono gli interventi di prevenzione possibili?

Agire sulla percezione della disponibilità del contatto sociale appare un elemento chiave negli interventi di prevenzione, dal momento che il distanziamento fisico non equivale necessariamente a un distanziamento sociale. Utili, in tal senso, risulteranno gli interventi volti a mantenere e a promuovere il contatto con altri significativi tramite telefono o video, l’erogazione in via telematica dei servizi di salute mentale e il ricorso ad interventi evidence-based di prevenzione del suicidio progettati per essere gestiti in remoto, come brevi contatti telefonici e le cosiddette “Caring Letters”.

Foto di Markus Spiske da Pexels

Per approfondimenti:

Reger M.A., Stanley I.H., Joiner T.E. (2020). Suicide Mortality and Coronavirus Disease 2019 – A Perfect Storm? JAMA Psychiatry

Wang J., Summer S.A., Simon T.R., Crosby A.E., Annor F.B., Gaylor E., Xu L., Holland K.M. (2020). Trends in the Incidence and Lethality of Suicidal Acts in the United States, 2006 to 2015. JAMA Psychiatry

Covid e ripresa scolastica

di Giuseppina Lauria

Esercizi di mindfulness per affrontare le conseguenze della pandemia a scuola

Confusione, preoccupazione e incertezza sembrano essere le parole che caratterizzano la ripresa dell’attività didattica 2020.
Con la chiusura degli istituti scolastici, studenti e genitori, perdendo i ritmi scanditi dalla frequenza scolastica, hanno rivoluzionato i loro modi di stare insieme e la loro quotidianità. Dopo un periodo di apparente tranquillità, tornano ansia e paura rispetto alla possibilità di ammalarsi. Complice anche l’aumento dei contagi al quale stiamo assistendo, che aumenta la preoccupazione soprattutto di genitori e docenti che avranno il compito di far rispettare le nuove disposizioni agli studenti. Cosa non semplice se si pensa ai piccolissimi o a tutti quei bambini considerati vivaci.
Ritiro sociale, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza, stress, irritabilità e, con l’aumento dell’età, anche comportamenti a rischio, come abuso di sostanze o alcool, potrebbero diventare le problematiche più diffuse.

Cosa fare allora?

Un valido aiuto, sia quando si è in casa sia a scuola, viene offerto dalla mindfulness. Questo termine che ha origini antichissime, in italiano viene tradotto con “consapevolezza”. Usando le parole di Kabat Zinn in “Vivere momento per momento”, mindfulness significa prestare attenzione al momento presente in maniera intenzionale e non giudicante.
Educare la mente ad avere questo tipo di atteggiamento permette di riconoscere e accettare con più facilità pensieri, sensazioni ed emozioni spesso spiacevoli e imparare a convivere con essi. In questo modo è possibile raggiungere e mantenere equilibrio e stabilità, fondamentali per il benessere sia psicologico sia mentale.
Alcuni piccoli esercizi di consapevolezza che genitori e insegnanti potrebbero fare con i bambini sono:

  • meditazione sul respiro: stando seduti per terra o sulla sedia, si porta l’attenzione al respiro, al passaggio dell’aria che entra e che esce e al movimento dell’addome con l’inspirazione e l’espirazione. Provando a non modificare la respirazione, si rimane in ascolto delle sensazioni fisiche per qualche minuto. Per i bambini anche un paio sono sufficienti;
  • ascolto della campana: per questo esercizio si può utilizzare una campana tibetana o in alternativa una delle tantissime app che ne riproducono il suono, come ancora per la nostra attenzione. Un gioco divertente da fare con i bambini è suonare la campana e far alzare loro la mano nel momento in cui non sentono più il suono e ripetere l’esercizio più volte (a inizio e fine della giornata scolastica o di ogni lezione, ad esempio) per vedere se ci sono differenze tra una sessione e l’altra;
  • mindful yoga sulla sedia: i bambini saranno costretti a passare molto tempo fermi e questo potrebbe avere una forte ripercussione sia sul corpo, come tensione o intorpidimento, che sulla loro concentrazione. Si potrebbero proporre allora alcuni esercizi di yoga da seduti in modo da riattivare il corpo e la mente rispettando il distanziamento sociale;
  • spazio consapevolezza: prevedere un momento della giornata in cui condividere pensieri, emozioni e riflessioni non solo aiuterà i bambini a comprendere ed elaborare i propri stati interni, ma facilità la ripresa delle relazioni sociali con compagni e insegnanti.

Alcuni accorgimenti

Durante gli esercizi potrebbe capitare di ritrovarsi persi nei pensieri. Questo è un fenomeno normale che viene definito “mind wondering” e che rappresenta la tendenza naturale della mente a vagare. In questi casi si ritorna semplicemente all’ancora che si stava usando (respiro, suono) cercando di non giudicare noi stessi o l’esecuzione del compito come un fallimento.
È importante adattare gli esercizi alle esigenze dei bambini e della classe, nonché alle disposizioni che ci vengono fornite per la prevenzione del contagio.
Gli esercizi possono diventare dei momenti divertenti e piacevoli che aiutano grandi e piccoli a ritrovare la gioia dello stare insieme anche se con restrizioni e accorgimenti.

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E fattela ’na risata!

di Benedetto Astiaso Garcia

“Se non potessimo ridere, diventeremmo tutti pazzi” Robert Frost
L‘utilizzo dell’ironia in psicoterapia

La psicoterapia è una cosa seria: è proprio per questo che l’ironia gioca un ruolo importante al suo interno. Freccia nella faretra del terapeuta, essa incarna uno “scottante” strumento non sempre facile da utilizzare in termini di timing, frequenza e propensione innata al suo impiego. Promuovere una comunicazione che possa anche essere ironica, ovviamente all’interno di un contesto sicuro, significa ridurre la tensione e generare un abbassamento delle emozioni negative, utile qualora esse non siano eccessivamente attivate nel paziente. Tale atteggiamento, al fine di ottenere un’orientata efficacia, deve essere il riflesso di una indispensabile disposizione dell’animo del paziente e della figura curante, entrambi tacitamente disposti a danzare insieme sui carboni ardenti.

Come un pattinatore su un ghiaccio sottilissimo, lo psicoterapeuta utilizza l’umorismo in maniera strategica, rappresentandosi mentalmente uno scopo e un effetto, chiari e definiti, sottostanti l’approccio comunicativo stesso. L’ironia prende in contropiede la vita e favorisce l’autoriflessività. Decatastrofizzando lo scenario mentale, porta luce negli angoli più bui dell’essere, rinfrescando una torrida percezione della realtà e alleggerendo il pesante zaino di uno stanco viandante.
Forma evoluta dell’intelligenza e peculiarità della specie umana, l’autoironia non elude, ovviamente, la sofferenza, permette invece di guardarla da più lontano: non modifica l’esperienza ma offre la possibilità di mutare interpretazione e significato della stessa, rielaborando il vissuto emotivo e facendo crollare, come un castello di carte, l’autocriticismo.

Sviluppare un senso di autoironia, pertanto, è segno di attenzione e tenerezza verso se stessi, dal momento che conferisce all’individuo la possibilità di entrare maggiormente nella verità: insight ed egodistonia rispetto al proprio malessere, infatti, rompono la tensione tra ciò che la persona è e ciò che essa ritiene di dover essere, catapultandola nella sanità del reale.
Favorire la lettura della mente altrui, prendere distanza dalla propria condizione e generare nuovi significati sono solamente alcuni dei vantaggi che un atteggiamento benevolo verso se stessi può indurre. Essere autoironici, in altre parole, è un atto di fede che permette al paziente di tirarsi momentaneamente fuori dall’inferno in cui vive, ridimensionandone la connotazione disperata e tormentosa. È un salvifico strumento che permette di uscire dalle sabbie mobili di un condannante iper-razionalismo, un filo di Arianna per fuggire da un labirinto di specchi dove il cogito cartesiano, travestito da Minotauro, perseguita Teseo.  È il bacio sulla ferita del bambino, tanto utile quanto poco utilitaristico. Il tasto funzionante di un pianoforte rotto, la lacrima tenuta sulla punta del dito, l’eco del silenzio, il profumo dell’intimità, il sorriso di chi si è dissetato con le proprie lacrime.

Siamo realmente più forti quando riusciamo a sorridere delle nostre debolezze. L’ironia è, dunque, l’anticamera della libertà, specchio di un Io sano, termometro per consapevolizzare l’individuo dei propri limiti, strumento per spezzare la solitudine e la paura, asta per camminare sul filo della vita. Essa è, in fondo, l’immagine di un’anima, seppur triste, consapevole. D’altronde, parafrasando le parole di Chopin, chi non è in grado di ridere di sé non è una persona seria. Non scegliamo di essere ironici, semplicemente a volte non abbiamo altra scelta.