Il bambino triste

di Emanuela Pidri

Dall’attaccamento alla strutturazione della personalità

I processi di maturazione hanno il loro fulcro nella costruzione dell’identità e si articolano caratteristicamente nel corso dell’adolescenza, attraverso momenti di fisiologica instabilità che comportano anche bruschi abbassamenti del tono dell’umore (cosiddetta “depressione fisiologica”), espressione di riassetti critici dell’equilibrio interno, in rapporto alle modalità soggettive di assimilare e riferire a sé l’esperienza vissuta. Pertanto, nel corso della preadolescenza e adolescenza, fisiologiche variazioni del tono dell’umore rivestono un ruolo fondamentale nella maturazione e quindi nella strutturazione della personalità. Tali modulazioni del tono dell’umore, più o meno brusche, intense e durature, sebbene costituiscano momenti di “crisi” possono dar luogo a esiti diversi, sia di tipo adattivo e quindi maturativi, sia di tipo disadattivo con oscillazioni che si esprimono attraverso disturbi psicopatologici di vario tipo e gravità.

La Teoria dell’Attaccamento ha dimostrato il ruolo della Sintonizzazione Madre-Bambino come elemento cardine dello sviluppo dell’attaccamento e come fattore predittivo dello sviluppo della personalità, sottolineando il ruolo di alcuni elementi fondamentali: primato dei legami emotivi intimi con le figure di attaccamento, schemi di attaccamento e condizioni dello sviluppo, persistenza degli schemi comportamentali, percorsi dello sviluppo della personalità. Lo sviluppo non viene più visto, seguendo gli studi dello psichiatra statunitense Daniel Stern, nell’ottica di punti di fissazione e di regressione, ma come differenti percorsi di sviluppo, più o meno sani, imboccati dal soggetto in base al suo corredo biologico in continua interazione con l’ambiente.

Attraverso il legame con i genitori, in particolare con la figura di attaccamento, il bimbo comincia a integrare le sue sensazioni emotive, con specifiche azioni, percezioni e ricordi, cominciando così a costruire la propria soggettività, riconoscendosi sempre più come entità differenziata dalle cose e dagli altri. Dagli anni ’80, il lavoro di Vittorio Guidano e Giovanni Liotti, ha evidenziato come il contributo dell’attaccamento rivesta un ruolo centrale nella costruzione del sé e nel mantenimento della coerenza di tale organizzazione intermodale. Nell’adolescente esiste la tristezza, la collera, il sentimento di inutilità, il pessimismo, la colpa, l’umiliazione, l’isolamento.  La presenza di questi aspetti nel corso dei processi normali di sviluppo fanno pensare che non ci sia adolescente senza depressione. Evidentemente si osserva l’esistenza di diversi processi a carattere depressivo: separazione, rottura di legami, perdita; aggressività e sentimenti di colpa; effetto depressivo di base (isolamento, pessimismo, noia, timidezza, tedio, tono affettivo basso) che se non vengono ben gestiti dalla sintonizzazione madre-bambino (attaccamento non sicuro) assumono significati differenti nello sviluppo evolutivo e identitario dell’individuo.

Lo stile affettivo (modalità adulta di stabilire legami, compreso l’amore), essendo una forma matura di affettività, ha come caratteristica di avere maggiori possibilità di astrazione rispetto all’attaccamento infantile e tende nelle situazioni “normali” ad arricchirsi e articolarsi nel corso della vita. C’è una modalità dello sviluppo umano in cui il senso di solitudine sembra acquisire una centralità e una prevalenza legata a specifiche esperienze di vita e di attaccamento. Lo stile depressivo è uno stile affettivo derivante dall’attaccamento evitante in cui, per il bambino, l’accesso alla figura di attaccamento è chiaramente poco o per nulla accessibile. La caratteristica centrale di questo stile è la sensazione di solitudine, di separazione dal resto del gruppo, dovuta all’esperienza di perdita, di abbandono, con il conseguente senso di auto-sufficienza sperimentata fin dall’infanzia, che porta a una posizione, nell’adulto, di evitamento dei rapporti affettivi. Le emozioni prevalentemente attivate sono la disperazione e la rabbia, è intorno a queste due polarità che si costruisce un tema di significato personale.

Per approfondimenti:

BARA B. (1990). Scienza cognitiva. Torino, Bollati Boringhieri.

BARA B.G. 2000. Il metodo della scienza cognitiva: un approccio evolutivo allo studio della mente. Bollati Boringhieri, Torino

BRACONNIER A. (2002). Minaccia Depressiva e depressione in adolescenza. In “adolescenza e psicoanalisi”. Anno II- N°3 Settembre.

CUTOLO G. (2012). L’empatia: comprendere gli altri facendoci capire da loro. Neuroni specchio, mentalizzazione, attaccamento” su L’Altro, anno XV, n.1 genn.-apr.2012, pag.12-19

GUIDANO V.F. (1992) “Il sé nel suo divenire” Bollati Boringhieri Torino

LAMBRUSCHI F. (2004). Psicoterapia cognitiva dell’età’ evolutiva. Bollati Boringhieri

LIOTTI G., (2001). Le Opere della Coscienza. Raffaello Cortina, Milano. Mantovani N., L’elefante invisibile, Giunti, Firenze.

NARDI B, (2004). La depressione adolescenziale in Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva, a cura di F. Lambruschi., Bollati Boringhieri, Torino

REDA AM. E CANESTRI L.  (2012). “All You Need is Love”: La Rilevanza dello Stile Affettivo in Psicoterapia Post-Razionalista. XIII CONVEGNO DI PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA

 

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Ritratto del sopravvissuto

di Marzia Albanese

I sintomi del Disturbo Post traumatico da Stress e il loro trattamento

“Se lo racconterai, nessuno ti crederà”. Sono queste le parole rassegnate di un soldato che ha subito violenza sessuale durante l’arruolamento nell’esercito americano. Secondo i dati del Pentagono, ogni anno, circa diecimila reclute subiscono episodi di violenza.

Male Rape”, crudo reportage della fotoreporter Mary F. Calvert, mette a nudo il dolore e le conseguenze del trauma testimoniato da sei soldati americani. I loro ritratti in bianco e nero danno un volto ai sintomi tipici del Disturbo Post traumatico da Stress (PTSD):

Sintomi intrusivi. Si tratta di immagini relative all’evento traumatico che si presentano al soggetto in maniera automatica e disturbante sia nei momenti di veglia, attraverso i flashback, sia nei momenti di sonno, attraverso gli incubi.
Una delle immagini ritrae il Sig. Lloyd, picchiato e abusato da un’altra recluta durante una doccia, appena entrato nell’esercito: è accasciato, tra gli scaffali del supermercato vicino casa, con la testa tra le mani, a causa del profumo di una candela che ha lo stesso odore dello shampoo che aveva usato in quella doccia tredici anni fa. “E’ l’inferno e non hai scampo dall’inferno, – dice – può succedere qualcosa e tu torni lì, improvvisamente, in quella doccia quadrata tre metri per tre”.
A descrivere la seconda tipologia dei sintomi intrusivi è invece il Sig. Williams, che, in una notte del 1966, quando aveva diciotto anni, venne chiamato nell’ufficio del sergente e abusato sessualmente, mentre le altre reclute dormivano nella stanza accanto. “Dopo l’accaduto ho fatto quello che sentivo di dover fare. Sono tornato in camera. Ho fatto una doccia e sono tornato a letto”. Ma da allora il sonno non è stato più così facile per lui, che ancora oggi, a settantuno anni, trascorre le notti come nella foto che lo immortala: girovagando insonne per il quartiere a causa dei terribili incubi che lo svegliano di soprassalto e gli impediscono di tornare a dormire.

Evitamento. Dopo un evento traumatico, l’utilizzo di strategie di evitamento esperenziale per evitare di entrare a contatto con qualunque stimolo ricordi il trauma è molto forte. La tendenza della persona è infatti quella di evitare sia richiami esterni all’esperienza stressante (persone, luoghi, oggetti, odori) sia interni (emozioni connesse al trauma come la paura e l’impotenza). È per questo motivo che il Sig. Capshaw, a distanza di trentanove anni, viene ritratto supino sul divano della cucina. Essendo stato abusato e torturato dal medico dell’esercito nella sua stanza da letto a soli diciassette anni, evita di dormire su un letto da allora. E proprio come lui, anche il Sig. Hanson viene ritratto nella vasca da bagno perché non riesce più a entrare in una doccia: “Ogni volta che vengo a contatto con il vapore, l’acqua calda o tutto ciò che rende la mia pelle scivolosa, mi viene voglia di vomitare”. Tutto questo evoca un ricordo troppo doloroso per il Sig. Hanson, membro del gruppo dei Marines che furono sessualmente aggrediti sotto le docce durante il campo di addestramento a Camp Pendleton.

Alterazioni dell’umore. Chi ha vissuto un trauma può mostrarsi particolarmente arrabbiato e irritabile, fino ad avere comportamenti violenti e distruttivi (auto o etero diretti). È quello accaduto al Sig. Minnix, ritratto in compagnia del suo cane in una casa di campagna dove ha scelto di isolarsi a causa della sua “inspiegabile” e “improvvisa” aggressività che lo ha progressivamente portato ad allontanarsi dalla sua famiglia. “Mi sento solo, ma non ho molta scelta. Qualcosa dentro di me si è rotto e mi impedisce di vivere serenamente insieme agli altri”.

Convinzioni negative. Si tratta di credenze su di sé (“c’è qualcosa di sbagliato in me” “sono cattivo”), sugli altri (“nessuno è come sembra” “non posso fidarmi di nessuno”) e sul mondo (“il mondo è un posto totalmente pericoloso”) che portano la persona a piombare e persistere in un eterno vissuto di sfiducia generalizzata. È per tale motivo che il Sig. Phillips appare in grande difficoltà nella foto che lo ritrae mentre, con grande e visibile sforzo, decide di sfidare tali credenze aprendosi e raccontando la sua storia ai membri del Senato: “Sono stato abusato sessualmente quando ero nella Marina degli Stati Uniti, a diciassette anni, sulla mia nave di servizio e per diversi mesi”.

Eppure, il Sig. Phillips ci mostra, oltre che un sintomo del PTSD, la sua cura: la narrazione del trauma rappresenta l’imprescindibile avvio per la guarigione. Solo attraverso essa la persona può ricostruire in maniera coerente la propria storia e affrontarne la frammentazione traumatica al fine di ricollocare l’evento nel passato. Il racconto può essere fatto con varie tecniche psicoterapiche, tra cui la Narrative Exposure Therapy (NET) e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR).

Certo “non è facile”, come sottolinea il Sig. Phillips, perché “in alcuni momenti mi pietrifica”. Eppure “se non posso più servire il mio Paese, lo servo così: evito che quello che è successo a me accada a qualcun altro e soprattutto, do una voce e un nome al mio dolore”.

Per approfondimenti:

Lind, M. J., Baylor, A., Overstreet, C. M., Hawn, S. E., Rybarczyk, B. D., Kendler, K. S., Amstadter, A. B. (2017). Relationships between potentially traumatic events, sleep disturbances, and symptoms of PTSD and alcohol use disorder in a young adult sample. Sleep medicine, 34, 141-147.

Moraczewski, J., & McCall, W. V. (2019). Emotional Content in PTSD Nightmares and Its Relation to other PTSD Features; An Exploratory Study. International Journal of Dream Research, 89-94.

Philipps, D., Calvert M.F. (2019) Six men tell their stories of sexual assault in the military. Ney York Times

Genitori non si nasce, si diventa

di Sonia Di Munno

Depressione post partum. Un trattamento efficace per i genitori

Il periodo della gravidanza e quello successivo al parto sono molto particolari e delicati per la famiglia. La madre, in primis, vive un momento che può essere meraviglioso ed entusiasmante ma anche di grande fragilità e vulnerabilità. Il cambio di ruolo, la riorganizzazione familiare, le paure, il senso di inadeguatezza possono portare alcune donne a sviluppare una depressione post partum. Il disturbo generalmente esordisce dalla sesta alla dodicesima settimana dalla nascita del figlio: la madre si sente inadeguata, impotente e triste e molte volte provare questa tristezza può portare a sentimenti di colpa e vergogna che non permettono di chiedere aiuto.

Simile alla depressione post partum è il baby blues, un disturbo dell’umore transitorio (in genere scompare dopo il primo mese), molto comune nelle neomamamme, dovuto principalmente al cambiamento ormonale e caratterizzato da lievi sintomi depressivi.

La depressione post partum comporta una varietà di sintomi: dai disturbi del sonno, dell’appetito e di concentrazione alla sensazione di vuoto, inadeguatezza, dall’assenza di piacere a pensieri di poter far del male al bambino o che la vita sia inutile.

Vi sono dei fattori di rischio che possono portare alla depressione post partum, come avere una depressione prenatale, ansia prenatale, mancanza di supporto sociale, stress finanziario o coniugale ed eventi avversi nella vita, aver avuto in passato una precedente storia di depressione o aver sofferto di baby blues dopo la nascita. Anche la giovane età della madre può essere un fattore di rischio (è molto più frequente nelle madri adolescenti). Inoltre, come per molti altri disturbi, aver subito dei traumi (abusi sessuali sia nell’infanzia sia nell’età adulta) o aver sperimentano degli eventi stressanti prima e durante la gravidanza può portare a sviluppare questa patologia.

Di solito i trattamenti per questo disturbo comprendono l’uso dei farmaci antidepressivi e di psicoterapia; tuttavia durante la gravidanza e l’allattamento, devono essere molto ben valutati e limitati perché possono comportare rischi sia per il feto sia per la madre, aumentando la suscettibilità a disturbi come l’ipertensione. Per questo motivo sono stati studiati e convalidati nuovi trattamenti per il benessere della mamma e del bambino, con dei protocolli molto efficaci che si basano sui mindfulness-based programs (MBP) e sulla compassione.

I programmi basati sulla mindfulness (consapevolezza) sono corsi educativi mente-corpo, che hanno lo scopo specifico di allenare la mente, attraverso la pratica della meditazione, ad adottare una consapevolezza non giudicante focalizzata sul momento presente. Per “compassione”, si intende un particolare orientamento della mente che riconosce l’universalità della sofferenza nell’esperienza umana e coltiva la capacità di affrontare quella sofferenza con gentilezza, empatia e pazienza. Crescono le prove che la compassione sia un meccanismo importante negli MBP e alcuni ricercatori sostengono l’importanza di un’esercitazione pratica alla compassione all’interno del percorso. Questi trattamenti hanno dimostrato di essere efficaci sia per i sintomi di depressione sia per altri disturbi mentali.

Gli MBP producono un  miglioramento della salute e del benessere mentale e fisico,  riducono significativamente i sintomi della depressione e prevengono le recidiva alla stessa, oltre a essere un valido aiuto per la gestione e la riduzione dello stress. Nel caso specifico del periodo peri/post natale hanno aiutato anche a gestire il dolori e i fastidi della gravidanza (compreso quello del parto), diventando un valido aiuto per i genitori in attesa; queste pratiche hanno permesso anche di  aumentare la disponibilità e le attenzioni dei genitori alla cura del bambino una volta nato.

Genitori non si nasce ma si diventa, e questo momento di passaggio e di cambiamento nella vita di un genitore porta con sé anche tante paure e difficoltà, insite nella natura umana. Come diceva Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, sono un essere umano, niente che sia umano mi è estraneo.

Per approfondimenti

Jennifer L. Payne, Jamie Maguire (2019), Pathophysiological Mechanisms Implicated in Postpartum Depression, Neuroendocrinol. 52: 165–180. doi:10.1016/j.yfrne.2018.12.001.

Ministero della salute (2017), La nostra salute, Enciclopedia Salute, Disturbi psichici, Depressione post partum

Olga Sacristan-Martin, Miguel A. Santed, Javier Garcia-Campayo, Larissa G. Duncan, Nancy Bardacke, Carmen Fernandez-Alonso, Gloria Garcia-Sacristan, Diana Garcia-Sacristan, Alberto Barcelo-Soler  and Jesus Montero-Marin (2019); A mindfulness and compassion-based program applied to pregnant women and their partners to decrease depression symptoms during pregnancy and postpartum: study protocol for a randomized controlled trial. Sacristan-Martin et al. Trials, 20:654 https://doi.org/10.1186/s13063-019-3739-z

Ridurre le ossessioni modificando i ricordi d’infanzia

Da una ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC) è emerso come la tecnica dell’Imagery Rescripting sia efficace nella riduzione dei sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo.

“Riscrivere” i ricordi dell’infanzia legati al rimprovero può ridurre le ossessioni dell’individuo. È il risultato dello studio innovativo Imagery rescripting on guilt-inducing memories in OCD: A single case series study, condotto da un gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, diretta dallo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, e pubblicato a settembre 2020 sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Gli autori hanno rilevato cambiamenti clinicamente significativi nella sintomatologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo a seguito di un intervento terapeutico basato sull’utilizzo della tecnica dell’Imagery Rescripting (ImRs).

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica sperimentata da circa l’1,5% della popolazione e caratterizzata da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri ricorrenti e persistenti.

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Le compulsioni sono invece quei comportamenti che l’individuo si sente spinto a compiere in risposta a un’ossessione, volti a prevenire o ridurre l’ansia, l’angoscia e, in particolare, il senso di colpa: i risultati di diversi studi hanno infatti attribuito alla responsabilità e al senso di colpa un ruolo cruciale nell’insorgenza e nel mantenimento del Disturbo ossessivo-compulsivo. Le osservazioni cliniche mostrano che in caso di rimprovero, i genitori di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo ritirano l’amore, ignorano il bambino e non sono inclini a perdonare. È quindi plausibile che queste esperienze abbiano convinto il paziente che basta un piccolo errore per ricevere rimproveri seri, aggressivi, sprezzanti e umilianti da figure significative, come i genitori.

È qui che si fa strada la tecnica dell’Imagery Rescripting: partendo dai risultati ottenuti in un recente studio dello psichiatra britannico David Veale, gli autori della ricerca hanno voluto verificare se modificando – tramite l’utilizzo dell’ImRs – la valenza emotiva dei ricordi dei rimproveri che hanno indotto i sensi di colpa, si potessero ridurre in maniera duratura i sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo. Un campione di 18 partecipanti di età compresa tra 18 e 65 anni con una diagnosi di DOC è stato invitato a selezionare dalla memoria i primi ricordi dell’infanzia e, in particolare, il ricordo di rimprovero più intenso dal punto di vista emotivo, non necessariamente legato ai sintomi di DOC. Dopo tre sessioni di ImRs, seguite da un monitoraggio fino a tre mesi, i partecipanti hanno sperimentato una significativa riduzione clinica dei sintomi: 14 dei 18 partecipanti – il 77,7% – hanno ottenuto un miglioramento almeno pari al 35% sulla scala Yale-Brown (Y-BOCS), che misura il Disturbo ossessivo-compulsivo e quattro sono risultati addirittura asintomatici.
Lo studio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma apre dunque un nuovo e interessante scenario nell’intervento clinico del Disturbo ossessivo-compulsivo e nella ricerca contemporanea sul DOC.
Per approfondimenti:

Depressione con aspetti atipici

di Sonia Di Munno

Una visione d’insieme delle peculiarità del disturbo

Diagnosi

Il disturbo depressivo maggiore  provoca un cambiamento nell’umore in cui vi è un sostanziale abbassamento dell’umore o una perdita di piacere e interesse, a questi si possono aggiungere dei sintomi come insonnia, perdita di peso, mancanza di concentrazione, pensieri di morte, ecc., compromettendo significativamente delle aree importanti della vita di chi ne soffre (lavoro, amici, famiglia).
Vi sono, però, ulteriori specificatori che inquadrano di più il tipo di depressione. Una delle tipologie di disturbo depressivo è la Depressione Atipica (AD), detta così perché presenta alcuni sintomi “invertiti” della depressione, come iperfagia (invece di mancanza di appetito), ipersonnia (vs insonnia), e la “paralisi plumbea” (sensazione prolungata di stanchezza e pesantezza alle gambe e alle braccia, che dura di più di un’ora al giorno per almeno tre mesi). A differenza della depressione “classica”, l’umore varia, diventando anche eutimico o allegro quando vi sono degli eventi positivi reali o potenziali (reattività emotiva). Chi ne soffre presenta, inoltre, un’elevata sensibilità al rifiuto interpersonale, non dipendente dall’umore depresso.

Epidemiologia

In un sondaggio nazionale condotto negli Stati Uniti nei primi anni ’90, una percentuale tra il 36 e il 39% dei pazienti con depressione presentava ipersonnia e iperfagia, compatibili con la depressione atipica. I risultati di un’indagine epidemiologica nazionale sulla popolazione americana eseguita, poi, dieci anni dopo hanno mostrato, inoltre, una prevalenza del 10,2% della depressione con caratteristiche atipiche nel corso della vita, mentre la prevalenza della depressione senza caratteristiche atipiche era del 6,3%.
Sono stati condotti numerosi studi neurobiologici e neuropsicologici sulla patogenesi dell’AD. Hanno prodotto risultati interessanti: gli studi sulla famiglia hanno fornito un supporto per la validità del sottotipo atipico della depressione maggiore. Infatti, in quelli condotti sui gemelli di sottotipi depressivi, sono stati osservati tassi di concordanza più elevati per il sottotipo atipico nei gemelli monozigoti rispetto ai gemelli dizigoti. Inoltre, la familiarità è risultata essere molto più preponderante nella depressione atipica rispetto a quella malinconica.

Meccanismi fisiopatologici e neuropsicologici

Dal punto di vista fisiopatologico e biologico, dagli studi di George P. Chrousos sono state riscontrate delle differenze nell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nella secrezione della corticotropina: più specificatamente nella depressione melanconica vi è un’ipersecrezione di quest’ormone in risposta allo stress mentre nella depressione atipica vi è un iposecrezione e una minore attivazione di questo sistema biologico.
Dal punto di vista delle funzioni neuropsicologiche, recentemente è stata pubblicata una revisione sistematica della letteratura sugli studi neuropsicologici nella depressione malinconica e nell’AD. Gli autori hanno confrontato i risultati dei test cognitivi nel tipo di depressione malinconica e non malinconica (NMD). Secondo la recensione, i pazienti malinconici hanno prestazioni peggiori rispetto ai pazienti con NMD quando si tratta di compiti che coinvolgono la memoria verbale e visiva, la funzione esecutiva, l’attenzione e la durata sostenute, nonché la velocità psicomotoria. Gli autori hanno trovato che i test di fluidità verbale e le attività di velocità psicomotoria sembrano essere strumenti adatti per differenziare la depressione da depressione malinconica, poiché i pazienti malinconici hanno ottenuto risultati peggiori e hanno mostrato disabilità più ampie e maggiori rispetto ai pazienti con NMD.

Implicazioni con i problemi cardiovascolari

Molti studi hanno indagato l’incidenza di un maggior rischio di problemi cardiovascolari (CVD) con la depressione, tra questi vi è una ricerca cospicua di Stephanie M. Case del 2018: i risultati hanno dimostrato che gli intervistati con disturbo depressivo atipico avevano oltre il doppio delle probabilità di avere una problematica cardiovascolare nell’arco del tempo rispetto a quelli senza disturbo depressivo. Inoltre, gli adulti con depressione atipica, rispetto a quelli con depressione non atipica, hanno tassi o livelli più elevati di diversi fattori di rischio CVD, tra cui dislipidemia, ipertensione, diabete, obesità, sindrome metabolica, inattività fisica e infiammazione sistemica.

Ipotesi Psicologica

Dal punto di vista psicologico, vi è l’ipotesi che l’AD, caratterizzata da un’ipersensensibilità al rifiuto, sia la conseguenza di questo tratto di personalità, poiché il modello personale di sensibilità al rifiuto è sempre accompagnato da una varietà di problemi emotivi (ansia eccessiva) e comportamenti  auto-consolatori disregolati (sonno eccessivo e eccesso di cibo). Questo presupporrebbe che l’AD sia una depressione reattiva a questa sensibilità temperamentale. Inoltre, è stato in più studi dimostrato che pazienti con depressione atipica hanno molte comorbidità con i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobia sociale), disturbi alimentari e le depressioni stagionali. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la depressione sarà tra le cause più comuni di malattia e morte prematura in tutto il mondo. L’identificazione del sottotipo atipico della depressione nella diagnosi, in termini di caratteristiche cliniche e biologiche, darebbe ai pazienti una possibilità in più per un trattamento personalizzato.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali, quinta edizione. DSM-5. Raffaello Cortina Editore

Dorota Lojko, Janusz K Rybakowski (2017). Atypical depression: current perspectives. Neuropsychiatric Disease and Treatment

Stephanie M. Case, Manisha Sawhney, and Jesse C. Stewart (2018). Atypical Depression and Double Depression Predict New-Onset Cardiovascular Disease in U.S. Adults. Depress Anxiety. 2018 January ; 35(1): 10–17. doi:10.1002/da.22666.

Tyuvina N.A., Verbitskaya M.S., Stolyarova A.E. (2020). Atypical depression: selection criteria, systematics, approaches to therapy. Neurology, Neuropsychiatry, Psychosomatics. 12(2):98–103.

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Costruire la resilienza

di Emanuela Pidri

La resilienza come processo di coping degli stati emotivi legati al Covid-19

Il Covid-19 sta avendo un forte impatto sulla salute fisica, ma anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico di tutta la popolazione.  La paura del contagio, l’isolamento forzato, il timore di perdere i propri cari – accumulato all’incertezza economica del lavoro, della gestione familiare e del futuro – ha favorito sintomi depressivi, stati ansiosi, stress profondo e duraturo, in un numero considerevole di persone. In questo contesto, possono subentrare anche situazioni di notevole disagio che portano ad assumere alcol, droghe o ad attuare comportamenti potenzialmente rischiosi come il gioco d’azzardo. In base alle esperienze di quarantena passate, gli scienziati suggeriscono tra le implicazioni psicologiche la comparsa di depressione, stress, disturbi d’ansia e dell’umore, irritabilità, insonnia e disturbi da stress post-traumatico. Per questo motivo, focalizzarsi sulla salute mentale ha un carattere di estrema urgenza perché la pandemia di Covid-19 rischia di scatenare un massiccio aumento dei casi di psicopatologia.

Un fattore predittivo di salute mentale viene riconosciuto nella resilienza. La resilienza non è un tratto di personalità né qualcosa di straordinario, è possibile apprezzarla nelle persone che dimostrano un’ammirevole capacità di riprendersi dopo eventi critici della vita.  La resilienza può essere appresa in quanto  è una capacità di crescita, un processo dinamico, uno strumento di vita, un trampolino che dovrebbe servire a risollevare gli individui nei momenti di debolezza, di sconforto e, soprattutto, quando vengono colpiti dalle avversità. La resilienza è la capacità che permette alle persone di fronteggiare gli eventi stressanti e critici della vita, prima di tutto riconoscendoli e accettando di essere imperfetti, successivamente lavorando sui propri “punti critici”.  I fattori che potenziano la resilienza sono: stabilire relazioni positive con l’ambiente circostante e coltivare amicizie positive; accettare che i cambiamenti sono inevitabili nella vita; evitare di vedere le crisi della vita come problemi insuperabili; stabilire piccole mete che siano raggiungibili; non avere paura di prendere decisioni; coltivare una visione positiva di sé stessi; scoprire sé stessi ritrovando il proprio lato spirituale, leggendo, esplorando il proprio corpo e la propria mente, poiché una mente occupata si tiene lontana dai pensieri negativi; infine, pensare in prospettiva e riportare alla memoria gli eventi stressanti e negativi che si sono superati.

Alcuni esercizi utili per potenziare la resilienza si basano sull’ascolto e sulla condivisione delle proprie emozioni, per poterle comprendere senza pretendere di controllarle: ad esempio, scrivere un diario, ritagliarsi momenti di sana solitudine, svolgere attività piacevoli e significative. Inoltre, è importante l’attività fisica, visto che un esercizio fisico, leggero ma quotidiano, genera cambiamenti positivi nel cervello liberando endorfine e riducendo il livello di cortisolo nel sangue. Praticare la Mindfulness aiuta a imparare a lasciar andare ciò che non si può controllare, maturando la flessibilità mentale necessaria per sviluppare la capacità di resilienza. Bisogna allenarsi a venire a patti con l’assenza di certezze e soluzioni definitive immediate: non tollerare l’incertezza, infatti, è un elemento comune ad ansia, depressione, disturbo ossessivo compulsivo, mentre tollerare la frustrazione del non sapere permette di affrontare in modo più efficace tutti i pensieri e le emozioni che provocano disagio procrastinando, in questo modo, la ricerca di aggiornamenti continui sullo stato della pandemia.  L’ansia aumenta proporzionalmente a quanto si cerca di liberarsene, quindi lasciare che i pensieri, i sentimenti e le sensazioni vengano liberamente vissute permette di affrontare il paradosso dell’ansia. Bisogna sottolineare come la forza stia nella vulnerabilità e che è la stessa vulnerabilità a dare una spinta per rialzarsi dagli eventi critici della vita. Non bisogna negare il momento di difficoltà ma accettarlo e credere nelle proprie capacità.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore

Cantoni, F. (2014). La resilienza come competenza dinamica e volitiva. Torino: Giappichelli Editore

Duchek S., Organizational resilience: a capability-based conceptualization, Business Research, 2019

Foto di eberhard grossgasteiger da Pexels

Quando le parole restano in gola…

di Giordana Ercolani

“Non sembra nostra figlia: da sempre, quando siamo fuori casa, non la riconosciamo. In mezzo alla gente sembra così spaventata e imbarazzata che proprio non sappiamo come sia possibile! A casa con noi è completamente diversa, ha sempre qualcosa da dire, non sta mai zitta…”

Sabrina* è una ragazza di soli 13 anni, tuttavia ha già alle spalle una lunga storia di sofferenza emotiva a cui conseguono grandi difficoltà nella vita quotidiana. Secondo quanto raccontato dai suoi genitori, da sempre la loro bambina ha difficoltà a comunicare verbalmente con gli altri, sia che si tratti di adulti sia di coetanei. Nessuno oltre le mura domestiche ha mai sentito la sua voce, neanche la mamma e il papà o le sue sorelle: se Sabrina è fuori casa, circondata da persone che non fanno parte della ristretta cerchia familiare, in lei si attiva il silenzio. Nel tempo, a ciò si è aggiunta una sempre più intensa inibizione, che non le permette di alzare lo sguardo da terra per osservare il mondo intorno a lei, guardare qualcuno negli occhi, scrivere con fluidità, muoversi o, ancor peggio, in alcune situazioni, anche solo camminare in modo coordinato, pur non avendo alcuna problematica inerente la coordinazione motoria. Sabrina sa fare molto più che camminare: sa saltare con la corda, giocare all’elastico, andare in bicicletta, proprio come tutte le sue coetanee. Le piace molto cantare, ballare, recitare le scene dei suoi film preferiti; è ironica, invia messaggi vocali alle sue sorelle, racconta barzellette e fa discorsi davanti lo specchio per essere pronta a ogni evenienza, anche se poi nel momento fatidico… Tantissima ansia e nessun filo di voce.

È così che il “mutismo selettivo” costringe Sabrina nel silenzio e la porta a essere, agli occhi degli altri, chi non sente pienamente di essere.

In psicoterapia, dopo un lungo periodo di mutismo anche con la propria terapeuta, Sabrina riesce a descrivere ciò che le accade quando si trova in mezzo alla gente: “Le parole non escono… Non vogliono uscire, anche se io vorrei riuscirci […]. Non so che mi prende, non è una cosa normale starsene sempre zitti quando gli altri si aspettano che tu dica qualcosa […]. In questo modo tutti si accorgono quanto sono strana… Non mi sembra una cosa che accade alle ragazze normali”.
Un incontro dietro l’altro, Sabrina riesce a comprendere ciò che le accade emotivamente in quelle circostanze. Ricostruendo il quadro nel dettaglio, un pezzo alla volta come si fa con i puzzle più complessi, viene a delinearsi gradualmente una sequenza di emozioni legate a specifici pensieri e credenze, su sé stessa e su gli altri; pensieri che si ripetono ormai automaticamente da molti anni nel funzionamento psicologico della ragazza e che sorreggono un circolo vizioso composto da idee, emozioni e comportamenti che hanno amplificato la problematica a tal punto da sembrare impossibile risolverla.

Il mutismo selettivo è un disturbo che ha ancora molto bisogno di essere conosciuto dall’opinione pubblica. Quando ci imbattiamo in un bambino particolarmente silenzioso, ricordiamoci di Sabrina: potrebbe avere molte cose da dire ma non riuscirci in quel momento.

* nome di fantasia

Per approfondimenti

Clark, D. M., & Wells, A. (1995). A cognitive model of social phobia. In R. G. Heimberg, M. R. Liebowitz, D. A. Hope, & F. R. Schneier (Eds.), Social phobia: Diagnosis, assessment, and treatment (p. 69–93). The Guilford Press.

Wells, A. & Clark, D. M. (1997). Social phobia: A cognitive approach. In G. C. L. Davey (Ed.), Phobias: A handbook of description, treatment and theory (pp. 3–26). Chichester, Sussex: Wiley.

Castelfranchi C., Che figura. Emozioni e Immagine sociale, Bologna: il Mulino,1988.

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Poeti, Santi e Navigatori in terapia

di Mauro Giacomantonio e Roberto Lorenzini

La psicoterapia favorisce la riduzione della sofferenza individuale ma non necessariamente il bene collettivo

“In Italia per 300 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e di democrazia. E cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù.Orson Wells

In anni recenti, è stata mossa più volte la critica alla psicoterapia, in particolare cognitivo-comportamentale, di essere figlia del capitalismo. Per estremizzare, il suo compito sarebbe quello di “aggiustare gli individui” per permettergli di dare il loro efficiente contributo alla società. L’incremento dell’enfasi sui beni materiali, tipica del capitalismo, produce una maggiore sofferenza psicologica che dovrebbe essere trattata con la psicoterapia cognitivo-comportamentale che, quindi, diventerebbe uno strumento stesso del capitalismo con cui condivide l’approccio razionalista, edonista, individualista ed efficientista.

Secondo questa visione, la psicoterapia cognitivo-comportamentale in particolare e tutta la psichiatria più in generale spingerebbero verso un conformismo che permetterebbe di preservare il sistema evitando che gli individui ne soffrano troppo.

Questo approccio critico nei confronti della terapia cognitivo-comportamentale, al di là della sua fondatezza e delle alternative che propone, sembrerebbe partire dalla fondamentale assunzione che la somma del benessere individuale porti a un maggiore benessere collettivo.

Tuttavia, la relazione tra psicoterapia, benessere collettivo e sistema sociale non è affatto scontata.

La teoria dei giochi e le ricerche di psicologia sociale sulla cooperazione, infatti, delineano un quadro molto diverso: molto spesso, l’interesse individuale è in contrasto con l’interesse comune. Prendiamo un esempio etologico. Osservando i pinguini, si può notare come in tanti si ammassino sulla costa affamati. Sanno che entrando in acqua troveranno il cibo per sfamarsi. Potrebbero però anche trovare dei temibili predatori: le orche. Se esitassero troppo a lungo, potrebbero tutti morire di fame e la loro comunità si estinguerebbe rapidamente. È necessario, quindi, che qualcuno si sacrifichi lanciandosi per primo e offrendosi come cibo per le orche (o come indicatore della loro assenza). Il sacrificio dei primi, pochi, pinguini che si tuffano, va a beneficio della collettività che potrà (o meno) tuffarsi in tutta tranquillità e sopravvivere prosperosa. Lo stesso si è verificato nel D-day durante lo sbarco alleato in Normandia che ci ha liberato dall’orca hitleriana.

Quali sono gli scopi e le credenze di quei primi pinguini coraggiosi? Probabilmente si sono tuffati per mostrare il loro valore personale, o perché volevano compiacere gli altri o perché non hanno saputo contrapporsi alle aspettative del gruppo, o perché erano affamati e meno capaci degli altri di inibire il “craving” da pesce fresco.

Si sarebbero buttati lo stesso se qualche anno prima avessero affrontato una terapia andata a buon fine?  L’esempio è intenzionalmente estremo. Ma incarna un dilemma che caratterizza la relazione tra individuo e società in molti ambiti: un vantaggio individuale può portare un importante svantaggio a livello collettivo e viceversa.

Se è vero che la psicoterapia cura principalmente l’interesse e il vantaggio dell’individuo e che opera cercando di ridurre i comportamenti svantaggiosi e la sofferenza che li motiva, ne potrebbe conseguire uno svantaggio importante per la società.

Esaminiamo degli esempi che riguardino gli esseri umani.

Uno degli esiti più sperabili della psicoterapia è l’accettazione e il disinvestimento che ne segue. Molte ricerche, unitamente all’esperienza clinica, dimostrano che accettare che alcuni scopi siano compromessi o troppo difficili da raggiungere, e quindi disinvestire da essi per investire altrove, è un tassello fondamentale nel contrasto alla sofferenza. Ma se Leopardi avesse avuto una mente più accettante, a seguito di una psicoterapia col miglior cognitivista di Recanati, noi avremmo probabilmente perso un capitolo fondamentale di letteratura e poesia che caratterizza la nostra cultura.

Molte scoperte, invenzioni, opere d’arte e progressi sociali, cioè inestimabili beni comuni, derivano proprio dall’autodistruttiva incapacità di rinunciare a degli obiettivi irraggiungibili e costosi da parte dei loro autori.  Nikola Tesla, Vincent Van Gogh, i fratelli Wright, Cristoforo Colombo, Martin Luther King, sono ottimi esempi di questi casi. Cosa avremmo perso, collettivamente, se avessero intrapreso una moderna ed efficacissima psicoterapia?

È interessante notare come, per certi versi, proprio l’accettazione possa favorire il mantenimento di alcune delle principali iniquità della nostra società. La teoria della “giustificazione del sistema” ci insegna che le persone che per vari motivi (genere, razza, estrazione sociale) vivono una situazione di svantaggio sociale, tendono a sviluppare una visione accettante del sistema che li discrimina. Il motivo principale è che questo li tiene al riparo dalla sofferenza legata all’essere discriminati e dalla fatica e incertezza legate al tentativo di cambiare le cose. Quindi, sebbene la sofferenza individuale sarà mitigata da una visione accettante, il sistema continuerà a discriminare alcune categorie senza grandi scossoni, perdendo importanti occasioni per migliorarsi e per tendere a un vero benessere collettivo.

Dove ci porta questo ragionamento? Probabilmente a due semplici conclusioni. La prima è che promuovere l’accettazione, il perdono, prospettive meno giudicanti verso sé e gli altri, un bilanciamento della centralità del valore personale o dell’accudimento degli altri, l’adesione ai propri valori, poco ha a che vedere con una visione capitalista della società.

L’altro approdo è forse ancora più importante. Questi ragionamenti, per quanto estremi, ci mostrano che la psicoterapia non è e non deve diventare un’ideologia che pretende di incarnare le grandi verità su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, su come sia opportuno vivere, su cosa serva all’essere umano e cosa gli sia nocivo in termini assoluti. La ricerca e lo studio in psicoterapia sono fondamentali per comprendere e trattare la sofferenza. E lì, ci si dovrebbe fermare senza andare oltre. Sarebbe importante avere chiaro il confine tra la sofferenza egodistonica, cioè il vero target della psicoterapia, e il modo di stare al mondo di quello specifico individuo, giusto o sbagliato che possa sembrarci. Il nostro ruolo è trattare la prima cercando di toccare il meno possibile il secondo.

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Anna vede ma non viene vista

di Claudia Colafrancesco
a cura di Erica Pugliese
illustrazione di Elena Bilotta – Disegni per la salute mentale

Cosa è successo ai bambini che hanno assistito alla violenza durante il lockdown?

“Dottoressa, secondo lei si sta bene anche da sola? Mica devo avere un compagno per forza? Quando il mio ragazzo mi ha lasciato, papà ha fatto un casino, per lui la famiglia deve restare unita. Non sopporta neanche che mio cugino si sia separato e abbia un’altra compagna. A me sembra felice”.

[…] “Ma l’amore esiste davvero? Io non voglio un compagno. Ho visto soffrire troppo mamma e non voglio fare la sua stessa fine”.

[…] “Una volta ho visto papà picchiare mio fratello. Calci e pugni. Gli prendeva la testa e gliela sbatteva contro il muro. Ho avuto paura. Mica è normale?! Avrebbe potuto anche ucciderlo.

Una volta è successo anche con mamma, ma ero più grande e ho chiamato i Carabinieri. Papà ancora oggi ce lo rinfaccia. Mamma dice che è meglio non denunciare. Se pazientiamo ancora un po’, vendiamo la casa e andiamo a vivere da un’altra parte”.

[…] “Papà dice che andrà via ma a me pare che sta sempre lì. Secondo lei non se ne va perché è ancora innamorato di mamma? Mamma dice che deve essere lui a lasciare la casa, noi non ce ne dobbiamo andare”.

[…] “Non ce la faccio più dottoressa, non si può più uscire e anche lui sta sempre a casa. No, non è violento. Con me non è mai stato violento (fisicamente, ndr). L’altra mattina ho fatto rumore mentre mi facevo il caffè e l’ho disturbato. Mi ha detto: ‘Sta grassona! Ancora stai a casa a spese mie. Quando morirà tua madre, che pensi che ti manterrà tuo fratello?! Resterai sola!’. Ho provato a raccontarlo a mamma, ma lui mi ha sentito. Ha fatto uno scatto, come se volesse farmi del male. Aveva gli occhi indemoniati. Ho pensato: ‘Ora mi uccide!’. Si è fermato”.

Anna vede ma non viene vista. È stata una bambina “invisibile”, cresciuta nella paura del padre. Non considerata oggetto di violenza, soprattutto quando questa è stata meno palese come lo è il maltrattamento psicologico, viene percepita estranea alla situazione. Oggi è una giovane donna, ma respira ancora violenza. Quella violenza invisibile, a volte assistita, altre subita, che non lascia segni sulla pelle e sulle ossa. Le “cicatrici” sono visibili, però, nel suo presente dai contorni incerti, fatto di dubbi ossessivi, e nei suoi vissuti stravolti da una burrasca emotiva legata al terrore di restare sola.

Per Anna il periodo di reclusione ha esacerbato i costi della convivenza con un padre violento, così come tanti bambini e adolescenti che in questi mesi di chiusura forzata sono stati costretti a respirare l’aria di casa.

I media hanno promosso immagini positive di famiglie intente a preparare pizze e dolci e a studiare passatempi per rendere meno noiose le giornate. Ma dietro questi quadretti gioiosi si nascondono le tante, sicuramente troppe, “Anna” che hanno vissuto tre mesi da incubo, come denuncia Gloria Soavi, presidente del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia (Cismai) che, assieme ad altre decine di associazioni, ha chiesto al Governo un “decreto bambini” per realizzare una task force dedicata e la messa in campo di misure straordinarie. L’isolamento amplifica le situazioni di violenza:  “anche in condizioni normali – ha spiegato Soavi – non è facile chiedere aiuto, adesso è praticamente impossibile riuscire a rivolgersi a un adulto di cui si fidano”.

Una ricerca portata avanti dall’ospedale Giannina Gaslini ha evidenziato le ripercussioni che il lockdown ha portato con sé sullo stato psicologico dei bambini. Dall’analisi dei dati relativi alle famiglie con figli minori di 18 anni a carico, è emerso che sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. In particolare, si è registrato un aumento dell’irritabilità, instabilità emotiva, cambiamenti del tono dell’umore, disturbi del sonno e disturbi d’ansia, per effetto diretto del confinamento stesso e per il riflesso del malessere vissuto dai genitori.

Se questo è lo specchio di quel che è stato il lockdown per i bambini in “comuni” famiglie italiane, possiamo solo immaginare le conseguenze per quei bambini che abitualmente respirano violenza. Un intervento tempestivo nella fase acuta consente di ridurre i rischi di sintomatologie post-traumatiche perduranti nel tempo. La letteratura nazionale e internazionale considera la psicoterapia cognitivo comportamentale (TCC) il trattamento psicologico d’elezione nei casi di violenza assistita con una efficacia dimostrata a livello scientifico secondo una prospettiva di Evidence-based Medicine.

Anna è intrappolata in una casa che dovrebbe proteggerla, l’unico spazio che sente suo è quando si reca in terapia e può essere “vista”.

Per approfondimenti:

http://www.gaslini.org/wp-content/uploads/2020/06/Indagine-Irccs-Gaslini.pdf

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/minori_maltrattati_cismai_il_lockdown_ha_innalzato_il_rischio_di_abusi_