Covid e ripresa scolastica

di Giuseppina Lauria

Esercizi di mindfulness per affrontare le conseguenze della pandemia a scuola

Confusione, preoccupazione e incertezza sembrano essere le parole che caratterizzano la ripresa dell’attività didattica 2020.
Con la chiusura degli istituti scolastici, studenti e genitori, perdendo i ritmi scanditi dalla frequenza scolastica, hanno rivoluzionato i loro modi di stare insieme e la loro quotidianità. Dopo un periodo di apparente tranquillità, tornano ansia e paura rispetto alla possibilità di ammalarsi. Complice anche l’aumento dei contagi al quale stiamo assistendo, che aumenta la preoccupazione soprattutto di genitori e docenti che avranno il compito di far rispettare le nuove disposizioni agli studenti. Cosa non semplice se si pensa ai piccolissimi o a tutti quei bambini considerati vivaci.
Ritiro sociale, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza, stress, irritabilità e, con l’aumento dell’età, anche comportamenti a rischio, come abuso di sostanze o alcool, potrebbero diventare le problematiche più diffuse.

Cosa fare allora?

Un valido aiuto, sia quando si è in casa sia a scuola, viene offerto dalla mindfulness. Questo termine che ha origini antichissime, in italiano viene tradotto con “consapevolezza”. Usando le parole di Kabat Zinn in “Vivere momento per momento”, mindfulness significa prestare attenzione al momento presente in maniera intenzionale e non giudicante.
Educare la mente ad avere questo tipo di atteggiamento permette di riconoscere e accettare con più facilità pensieri, sensazioni ed emozioni spesso spiacevoli e imparare a convivere con essi. In questo modo è possibile raggiungere e mantenere equilibrio e stabilità, fondamentali per il benessere sia psicologico sia mentale.
Alcuni piccoli esercizi di consapevolezza che genitori e insegnanti potrebbero fare con i bambini sono:

  • meditazione sul respiro: stando seduti per terra o sulla sedia, si porta l’attenzione al respiro, al passaggio dell’aria che entra e che esce e al movimento dell’addome con l’inspirazione e l’espirazione. Provando a non modificare la respirazione, si rimane in ascolto delle sensazioni fisiche per qualche minuto. Per i bambini anche un paio sono sufficienti;
  • ascolto della campana: per questo esercizio si può utilizzare una campana tibetana o in alternativa una delle tantissime app che ne riproducono il suono, come ancora per la nostra attenzione. Un gioco divertente da fare con i bambini è suonare la campana e far alzare loro la mano nel momento in cui non sentono più il suono e ripetere l’esercizio più volte (a inizio e fine della giornata scolastica o di ogni lezione, ad esempio) per vedere se ci sono differenze tra una sessione e l’altra;
  • mindful yoga sulla sedia: i bambini saranno costretti a passare molto tempo fermi e questo potrebbe avere una forte ripercussione sia sul corpo, come tensione o intorpidimento, che sulla loro concentrazione. Si potrebbero proporre allora alcuni esercizi di yoga da seduti in modo da riattivare il corpo e la mente rispettando il distanziamento sociale;
  • spazio consapevolezza: prevedere un momento della giornata in cui condividere pensieri, emozioni e riflessioni non solo aiuterà i bambini a comprendere ed elaborare i propri stati interni, ma facilità la ripresa delle relazioni sociali con compagni e insegnanti.

Alcuni accorgimenti

Durante gli esercizi potrebbe capitare di ritrovarsi persi nei pensieri. Questo è un fenomeno normale che viene definito “mind wondering” e che rappresenta la tendenza naturale della mente a vagare. In questi casi si ritorna semplicemente all’ancora che si stava usando (respiro, suono) cercando di non giudicare noi stessi o l’esecuzione del compito come un fallimento.
È importante adattare gli esercizi alle esigenze dei bambini e della classe, nonché alle disposizioni che ci vengono fornite per la prevenzione del contagio.
Gli esercizi possono diventare dei momenti divertenti e piacevoli che aiutano grandi e piccoli a ritrovare la gioia dello stare insieme anche se con restrizioni e accorgimenti.

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E fattela ’na risata!

di Benedetto Astiaso Garcia

“Se non potessimo ridere, diventeremmo tutti pazzi” Robert Frost
L‘utilizzo dell’ironia in psicoterapia

La psicoterapia è una cosa seria: è proprio per questo che l’ironia gioca un ruolo importante al suo interno. Freccia nella faretra del terapeuta, essa incarna uno “scottante” strumento non sempre facile da utilizzare in termini di timing, frequenza e propensione innata al suo impiego. Promuovere una comunicazione che possa anche essere ironica, ovviamente all’interno di un contesto sicuro, significa ridurre la tensione e generare un abbassamento delle emozioni negative, utile qualora esse non siano eccessivamente attivate nel paziente. Tale atteggiamento, al fine di ottenere un’orientata efficacia, deve essere il riflesso di una indispensabile disposizione dell’animo del paziente e della figura curante, entrambi tacitamente disposti a danzare insieme sui carboni ardenti.

Come un pattinatore su un ghiaccio sottilissimo, lo psicoterapeuta utilizza l’umorismo in maniera strategica, rappresentandosi mentalmente uno scopo e un effetto, chiari e definiti, sottostanti l’approccio comunicativo stesso. L’ironia prende in contropiede la vita e favorisce l’autoriflessività. Decatastrofizzando lo scenario mentale, porta luce negli angoli più bui dell’essere, rinfrescando una torrida percezione della realtà e alleggerendo il pesante zaino di uno stanco viandante.
Forma evoluta dell’intelligenza e peculiarità della specie umana, l’autoironia non elude, ovviamente, la sofferenza, permette invece di guardarla da più lontano: non modifica l’esperienza ma offre la possibilità di mutare interpretazione e significato della stessa, rielaborando il vissuto emotivo e facendo crollare, come un castello di carte, l’autocriticismo.

Sviluppare un senso di autoironia, pertanto, è segno di attenzione e tenerezza verso se stessi, dal momento che conferisce all’individuo la possibilità di entrare maggiormente nella verità: insight ed egodistonia rispetto al proprio malessere, infatti, rompono la tensione tra ciò che la persona è e ciò che essa ritiene di dover essere, catapultandola nella sanità del reale.
Favorire la lettura della mente altrui, prendere distanza dalla propria condizione e generare nuovi significati sono solamente alcuni dei vantaggi che un atteggiamento benevolo verso se stessi può indurre. Essere autoironici, in altre parole, è un atto di fede che permette al paziente di tirarsi momentaneamente fuori dall’inferno in cui vive, ridimensionandone la connotazione disperata e tormentosa. È un salvifico strumento che permette di uscire dalle sabbie mobili di un condannante iper-razionalismo, un filo di Arianna per fuggire da un labirinto di specchi dove il cogito cartesiano, travestito da Minotauro, perseguita Teseo.  È il bacio sulla ferita del bambino, tanto utile quanto poco utilitaristico. Il tasto funzionante di un pianoforte rotto, la lacrima tenuta sulla punta del dito, l’eco del silenzio, il profumo dell’intimità, il sorriso di chi si è dissetato con le proprie lacrime.

Siamo realmente più forti quando riusciamo a sorridere delle nostre debolezze. L’ironia è, dunque, l’anticamera della libertà, specchio di un Io sano, termometro per consapevolizzare l’individuo dei propri limiti, strumento per spezzare la solitudine e la paura, asta per camminare sul filo della vita. Essa è, in fondo, l’immagine di un’anima, seppur triste, consapevole. D’altronde, parafrasando le parole di Chopin, chi non è in grado di ridere di sé non è una persona seria. Non scegliamo di essere ironici, semplicemente a volte non abbiamo altra scelta.

Poeti, Santi e Navigatori in terapia

di Mauro Giacomantonio e Roberto Lorenzini

La psicoterapia favorisce la riduzione della sofferenza individuale ma non necessariamente il bene collettivo

“In Italia per 300 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e di democrazia. E cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù.Orson Wells

In anni recenti, è stata mossa più volte la critica alla psicoterapia, in particolare cognitivo-comportamentale, di essere figlia del capitalismo. Per estremizzare, il suo compito sarebbe quello di “aggiustare gli individui” per permettergli di dare il loro efficiente contributo alla società. L’incremento dell’enfasi sui beni materiali, tipica del capitalismo, produce una maggiore sofferenza psicologica che dovrebbe essere trattata con la psicoterapia cognitivo-comportamentale che, quindi, diventerebbe uno strumento stesso del capitalismo con cui condivide l’approccio razionalista, edonista, individualista ed efficientista.

Secondo questa visione, la psicoterapia cognitivo-comportamentale in particolare e tutta la psichiatria più in generale spingerebbero verso un conformismo che permetterebbe di preservare il sistema evitando che gli individui ne soffrano troppo.

Questo approccio critico nei confronti della terapia cognitivo-comportamentale, al di là della sua fondatezza e delle alternative che propone, sembrerebbe partire dalla fondamentale assunzione che la somma del benessere individuale porti a un maggiore benessere collettivo.

Tuttavia, la relazione tra psicoterapia, benessere collettivo e sistema sociale non è affatto scontata.

La teoria dei giochi e le ricerche di psicologia sociale sulla cooperazione, infatti, delineano un quadro molto diverso: molto spesso, l’interesse individuale è in contrasto con l’interesse comune. Prendiamo un esempio etologico. Osservando i pinguini, si può notare come in tanti si ammassino sulla costa affamati. Sanno che entrando in acqua troveranno il cibo per sfamarsi. Potrebbero però anche trovare dei temibili predatori: le orche. Se esitassero troppo a lungo, potrebbero tutti morire di fame e la loro comunità si estinguerebbe rapidamente. È necessario, quindi, che qualcuno si sacrifichi lanciandosi per primo e offrendosi come cibo per le orche (o come indicatore della loro assenza). Il sacrificio dei primi, pochi, pinguini che si tuffano, va a beneficio della collettività che potrà (o meno) tuffarsi in tutta tranquillità e sopravvivere prosperosa. Lo stesso si è verificato nel D-day durante lo sbarco alleato in Normandia che ci ha liberato dall’orca hitleriana.

Quali sono gli scopi e le credenze di quei primi pinguini coraggiosi? Probabilmente si sono tuffati per mostrare il loro valore personale, o perché volevano compiacere gli altri o perché non hanno saputo contrapporsi alle aspettative del gruppo, o perché erano affamati e meno capaci degli altri di inibire il “craving” da pesce fresco.

Si sarebbero buttati lo stesso se qualche anno prima avessero affrontato una terapia andata a buon fine?  L’esempio è intenzionalmente estremo. Ma incarna un dilemma che caratterizza la relazione tra individuo e società in molti ambiti: un vantaggio individuale può portare un importante svantaggio a livello collettivo e viceversa.

Se è vero che la psicoterapia cura principalmente l’interesse e il vantaggio dell’individuo e che opera cercando di ridurre i comportamenti svantaggiosi e la sofferenza che li motiva, ne potrebbe conseguire uno svantaggio importante per la società.

Esaminiamo degli esempi che riguardino gli esseri umani.

Uno degli esiti più sperabili della psicoterapia è l’accettazione e il disinvestimento che ne segue. Molte ricerche, unitamente all’esperienza clinica, dimostrano che accettare che alcuni scopi siano compromessi o troppo difficili da raggiungere, e quindi disinvestire da essi per investire altrove, è un tassello fondamentale nel contrasto alla sofferenza. Ma se Leopardi avesse avuto una mente più accettante, a seguito di una psicoterapia col miglior cognitivista di Recanati, noi avremmo probabilmente perso un capitolo fondamentale di letteratura e poesia che caratterizza la nostra cultura.

Molte scoperte, invenzioni, opere d’arte e progressi sociali, cioè inestimabili beni comuni, derivano proprio dall’autodistruttiva incapacità di rinunciare a degli obiettivi irraggiungibili e costosi da parte dei loro autori.  Nikola Tesla, Vincent Van Gogh, i fratelli Wright, Cristoforo Colombo, Martin Luther King, sono ottimi esempi di questi casi. Cosa avremmo perso, collettivamente, se avessero intrapreso una moderna ed efficacissima psicoterapia?

È interessante notare come, per certi versi, proprio l’accettazione possa favorire il mantenimento di alcune delle principali iniquità della nostra società. La teoria della “giustificazione del sistema” ci insegna che le persone che per vari motivi (genere, razza, estrazione sociale) vivono una situazione di svantaggio sociale, tendono a sviluppare una visione accettante del sistema che li discrimina. Il motivo principale è che questo li tiene al riparo dalla sofferenza legata all’essere discriminati e dalla fatica e incertezza legate al tentativo di cambiare le cose. Quindi, sebbene la sofferenza individuale sarà mitigata da una visione accettante, il sistema continuerà a discriminare alcune categorie senza grandi scossoni, perdendo importanti occasioni per migliorarsi e per tendere a un vero benessere collettivo.

Dove ci porta questo ragionamento? Probabilmente a due semplici conclusioni. La prima è che promuovere l’accettazione, il perdono, prospettive meno giudicanti verso sé e gli altri, un bilanciamento della centralità del valore personale o dell’accudimento degli altri, l’adesione ai propri valori, poco ha a che vedere con una visione capitalista della società.

L’altro approdo è forse ancora più importante. Questi ragionamenti, per quanto estremi, ci mostrano che la psicoterapia non è e non deve diventare un’ideologia che pretende di incarnare le grandi verità su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, su come sia opportuno vivere, su cosa serva all’essere umano e cosa gli sia nocivo in termini assoluti. La ricerca e lo studio in psicoterapia sono fondamentali per comprendere e trattare la sofferenza. E lì, ci si dovrebbe fermare senza andare oltre. Sarebbe importante avere chiaro il confine tra la sofferenza egodistonica, cioè il vero target della psicoterapia, e il modo di stare al mondo di quello specifico individuo, giusto o sbagliato che possa sembrarci. Il nostro ruolo è trattare la prima cercando di toccare il meno possibile il secondo.

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Saper uscire dal protocollo

di Elena Cirimbilla

Dal manuale a Dragon Ball: la flessibilità del terapeuta in età evolutiva

Il termine “flessibilità” indica, in senso figurato, la “facilità a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse”. Nel lavoro clinico o di ricerca, frequentemente si incontra la raccomandazione al terapeuta di essere flessibile. Ciò significa, se osserviamo il significato del termine, adattarsi alle condizioni del paziente.

Certamente occorre tener conto delle esigenze del paziente in ogni fase di vita, ma l’età evolutiva richiede una particolare attenzione all’adattamento dei contenuti al livello di sviluppo. A partire da questa necessità, il terapeuta ha la possibilità di rifarsi a numerosi manuali che propongono modalità ludiche con le quali è possibile adattare l’intervento al bambino.

Così, qualche tempo fa, a un piccolo paziente è stato proposto l’uso del “semaforo”, uno strumento per il problem-solving (volto cioè all’apprendimento di strategie di risoluzione dei problemi), tipico dell’intervento cognitivo comportamentale con l’età evolutiva. Con molto entusiasmo, è stato costruito lo strumento e ne è stata condivisa la modalità di utilizzo. All’incontro successivo però, il semaforo non aveva funzionato, il paziente non era riuscito a utilizzarlo e farlo suo e, non ultimo, aveva avvertito un senso di inadeguatezza per questo.

Uno strumento semplice, divertente e adatto all’età del bambino che i manuali suggeriscono non era stato utile. Che fare?

Sarebbe stato possibile riproporlo, provando a capire se gli fosse sfuggito qualcosa o se non lo avesse applicato nel modo giusto, ma il rischio di farlo sentire nuovamente inadeguato era elevato. A questo punto diviene fondamentale la flessibilità del terapeuta, intesa non solo come la capacità di non aderire rigidamente ai protocolli, ma, soprattutto nel lavoro con i bambini, la capacità di costruire e cucire sul piccolo paziente il processo o lo strumento più adatto a lui. In tal senso, la flessibilità nel lavoro in età evolutiva si può intendere come la capacità di distanziarsi dal manuale, di cogliere il razionale dietro agli strumenti per riadattarli sulla base delle passioni e degli interessi del bambino, al fine di permettergli di essere agente e attore del cambiamento.

Attraverso il gioco, le immagini, gli esempi concreti e le metafore a lui familiari, legate ad aspetti di vita conosciuti e sperimentati, il terapeuta può costruire assieme al bambino uno strumento nuovo, personalizzato, che lo accompagni nel processo sul quale si sta intervenendo. Non è inusuale che il terapeuta legga i fumetti o veda i cartoni a cui il bambino è appassionato, in una prima fase per costruire una buona alleanza, ma successivamente per poter utilizzare ciò che il bambino ama e in cui è semplice coinvolgersi al servizio della terapia.

E così all’incontro successivo, nel lavoro sul problem solving, il “semaforo” che il manuale tanto decantava era diventato “Karin”, il gatto maestro di arti marziali di Dragon Ball.

 

Per approfondimenti:

Di Pietro M., Bassi E. (2013). L’intervento cognitivo comportamentale per l’età evolutiva. Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento. Trento: Erickson Edizioni

Foto di Jennifer Murray da Pexels

Maternità e ossessioni

di Rossella Cascone

Quando preoccuparsi diventa un problema

La maternità e l’esperienza della gravidanza sono fasi di vita molto delicate che comportano uno sconvolgimento emotivo e di adattamento ai cambiamenti nello stile di vita e nelle relazioni.  L’insorgenza o la preesistenza di problemi di salute mentale in gravidanza possono comportare enormi difficoltà, interferendo con l’adattamento alla maternità, con la cura del neonato e con il rapporto con il compagno e con la famiglia.

Nell’articolo Gravidanza ed emozioni, abbiamo visto come esistano delle ansie specifiche legate alla gravidanza e come queste influiscano sulla madre e sul bambino.

I disturbi d’ansia in gravidanza hanno ricevuto minor attenzione rispetto ai disturbi dell’umore e, in particolare, alla depressione, nonostante la loro prevalenza sia altrettanto significativa. Individuarli non risulta sempre facile a causa della sovrapposizione di sintomi fisici e psichici propri dell’esperienza della gravidanza con i sintomi di un disturbo d’ansia specifico che può attivarsi o esordire nel periodo perinatale. Ad esempio, nausea, affaticamento e disturbi del sonno, sono sintomi fisici propri della gravidanza ma anche di uno stato ansioso in gravidanza. Ugualmente, possono essere presenti in entrambe le condizioni paure legate al proprio stato di salute e a quello del bambino, al timore del cambiamento del corpo e la paura del parto.

Molti degli studi che si sono interessati ai disturbi d’ansia durante la gravidanza e nel post-partum sottolineano come vi sia una significativa prevalenza dei disturbi d’ansia, tra cui il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), in questa delicata fase di vita.

I dati emersi dal lavoro di review di Jonathan Abramowitz, professore di psicologia e direttore della clinica Disturbi Ansia e Stress presso l’Università del North Carolina, evidenziano che durante la gravidanza il DOC ha una prevalenza che risulta di poco inferiore ai dati sulla popolazione generale, con un incremento nel terzo trimestre di gravidanza, mentre nel periodo post-partum risulta essere addirittura superiore.

Dai dati presenti in letteratura, emerge come le ossessioni presenti in gravidanza sono principalmente relative alla salute del bambino, come la paura di contaminarlo a causa di agenti chimici o dallo sporco presente nell’abitazione, con conseguenti rituali di controllo e pulizia, e anche richieste di rassicurazioni o continui controlli medici. Nel periodo del post-partum, invece, le ossessioni sembrano riguardare la paura di poter fare accidentalmente del male al proprio bimbo (in particolare, farlo cadere a terra o dalle scale), la paura di aggredirlo, creargli delle fratture tenendolo male in braccio o che il neonato soffochi nel sonno. A queste ossessioni, in alcuni casi seguono dei rituali di controllo o delle condotte di evitamento rispetto al trovarsi soli con il bambino.

Per quanto riguarda i fattori di rischio, uno studio della psichiatra Carla Fonseca Zambaldi e colleghi, condotto su un campione non clinico di 400 donne dopo il parto, ha evidenziato come fattori predisponenti al disturbo possano essere un’anamnesi personale di precedenti disturbi psichiatrici, presenza di malattie somatiche, complicanze ostetriche, parto cesareo ed essere già madri di altri bambini.

Il DOC nel periodo del post-partum se non viene adeguatamente trattato può essere estremamente debilitante, poichè la madre ha poco tempo ed energia per la cura di sé stessa e del bambino, essendo troppo provata dalle ossessioni e dalle compulsioni.

Quanto descritto fa riflettere sulle implicazioni potenzialmente negative che tale disturbo può avere per la maternità, il funzionamento coniugale, lo sviluppo infantile e il sostegno sociale e quanto sia importante intervenire in modo efficace e tempestivo.

La ricerca basata sui dati scientifici suggerisce che la psicoterapia cognitivo comportamentale è la terapia più efficace nella cura delle ossessioni e delle compulsioni. Nonostante non vi siano delle linee guida specifiche di intervento per il DOC post-partum esistono ricerche che hanno evidenziato l’efficacia del trattamento della terapia cognitivo–comportamentale su questa specifica patologia.

In particolare, sono interessanti gli esiti di un trattamento cognitivo-comportamentale intensivo per il Disturbo Ossessivo Compulsivo svolto da Victoria Oldfield e colleghi, condotto su un gruppo di 22 pazienti con diagnosi di DOC, comparati con un gruppo corrispondente (per età, genere e sintomatologia iniziale) sottoposto a trattamento settimanale: è emerso, infatti che sia il trattamento cognitivo comportamentale standard sia quello intensivo risultano efficaci.

La modalità intensiva può essere una risposta adeguata a situazioni di vita particolari, come il post-partum, in cui l’evoluzione del disturbo è rapida e vi è la necessità di intervenire sulla madre in modo da promuovere e preservare il normale sviluppo del bambino.


Per approfondimenti:

Abramowitz JS, Schwartz SA, Moore KM, Luenzmann KR. Obsessive-compulsive symptoms in pregnancy and the puerperium: a review of the literature. J Anxiety Disord 2003;17:461-78.

Oldfield, V., Salkovskis, P., & Taylor, T. (2011). Time-intensive cognitive behaviour therapy for obsessive-compulsive disorder: A case series and matched comparison group. British Journal of Clinical Psychology , 7-18.

Uguz, F., Gezgincb, K., Zeytincia, I.E., Karataylia, S., Askina, R., Gulerc, O., Sahind, F.K., Emulc, H.M., Ozbulutc, O., Gecicic, O. (2007). Obsessive-compulsive disorder in pregnant women during the third trimester of pregnancy. Comprehensive Psychiatry, 48, 441-445.

Zambaldi, C., Cantilino, A., Montenegro, A., Paes, J., Albuquerque, T., & Sougey, E. (2009). Postpartum obsessive-compulsive disorder: prevalence and clinical characteristics. Comprehensive Psychiatry , 503–509.

https://cognitivismo.com/2012/03/18/time-intensive-cbt-una-risposta-al-doc-post-partum/

Foto di Polina Tankilevitch da Pexels

Come applicare le tecniche della Schema Therapy nel trattamento dei pazienti con disturbo di personalità?

di Elena Bilotta

Una serie di video spiegano l’applicazione della Schema Therapy nella pratica terapeutica

Quante volte durante il percorso di formazione in psicoterapia o durante un corso di aggiornamento, dopo aver ascoltato la spiegazione di una tecnica, dopo aver letto articoli e volumi che la descrivono, ci si sente comunque incerti e insicuri nella sua applicazione? E quante volte, proprio a causa di questa incertezza, si finisce per rinunciare alla sua applicazione, nonostante sia magari anche di comprovata efficacia?

Proprio per ovviare a queste problematiche che riguardano sia terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti, l’Istituto Olandese di Schema Therapy ha creato una serie di video si cui alcuni sono stati recentemente sottotitolati in lingua italiana (a cura di Barbara Basile) dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

In una prima serie di video raccolti nel cofanetto “Schema Therapy: Step by Step”, novantuno vignette cliniche descrivono e rappresentano specifiche tecniche e modalità di intervento nell’intervento con una paziente con un disturbo di Personalità Borderline. I video mostrano inoltre tipici momenti di empasse nel trattamento o difficoltà nella gestione del paziente, insieme a proposte di soluzioni da parte del terapeuta.

Ampio spazio viene lasciato alla spiegazione e descrizione dell’uso di tecniche esperienziali come l’Imagery (utilizzate anche in altri approcci terapeutici diversi dalla Schema Therapy), tra le quali l’Imagery diagnostico e l’Imagery with rescripting, particolarmente utili ed efficaci per la gestione di schemi disfunzionali e identificazione di bisogni emotivi non soddisfatti, o il lavoro con le sedie, per aiutare il paziente a fare esperienza delle parti,  o mode, e che si possono attivare in momenti problematici e a gestire questi in modo più funzionale.  Un’altra parte delle vignette è incentrata sugli aspetti relazionali attivi nella relazione terapeutica. Vengono mostrati gli interventi di confronto empatico e limited reparenting che permettono di creare una salda alleanza terapeutica e di riparare momenti di rottura relazionale.

Buona visione!

Potete trovare e acquistare i video al seguente link:
Schema Therapy Step by Step

Se la scuola è virtuale

di Emanuela Pidri

L’approccio didattico-motivazionale come strumento utile alla didattica a distanza

L’emergenza sanitaria in atto ha causato uno stop forzato portando inevitabilmente a ripercussioni negative anche sulle condizioni psicologiche dei bambini. Secondo una recente indagine dell’American Health Association, un bambino su cinque ha manifestato sintomi depressivi e stato di infelicità per via della mancanza di relazione con i coetanei; mentre secondo una ricerca pubblicata su Psychology Today, un periodo prolungato di desocializzazione scaturisce in un deficit di attenzione e capacità di espressione. Il protrarsi di tempo eccessivo davanti allo schermo può provocare deficit di sonno che possono aggravare il rischio di ansia e depressione. La ricerca, inoltre, conclude che l’eccesso di esposizione alle tecnologie potrebbe portare, nell’arco di cinque anni, a un aumento nel numero di alunni con problemi emotivi, sociali e comportamentali e con una riduzione dell’empatia. Per potenziare le capacità multitasking dei bambini attraverso lezioni a distanza, fondamentali per non perdere il rapporto con docenti e compagni di classe, potrebbe essere importante introdurre un approccio volto alla motivazione. L’approccio didattico-motivazionale è un approccio innovativo che pone la motivazione come obiettivo scolastico da perseguire nel processo di istruzione. Partendo da questa idea, occorre quindi pianificare interventi didattici specifici, comprendere quali scelte didattiche possono  creare ambienti on line di apprendimento motivanti, sviluppare e selezionare forme di insegnamento motivanti fruibili anche virtualmente. Un’azione didattica creativa e dotata di molteplici sfumature può prevenire la demotivazione degli studenti ed educare a un permanente interesse  ad apprendere anche se la didattica non può avvenire di persona ma tramite PC.

In letteratura sono presenti varie tecniche:

  • lo Student Teams Achievement Divisions è una tecnica che si basa sulle nozioni motivazionali di ricompensa di gruppo accessibili virtualmente (come ad esempio un voto in più sul compito), di pari opportunità, di successo e di responsabilità individuale. Implica la conduzione di gruppi di apprendimento lungo una sequenza di fasi: a) presentazione dei contenuti da apprendere, b) formazione dei gruppi, c) lavoro di gruppo anche tramite Whatsapp, d) risultati.
  • Il Jigsaw, letteralmente “gioco di costruzione ad incastro”, impegna i membri dei gruppi su livelli di compito diversi e ha il vantaggio di valorizzare tutti i componenti poiché offre a ognuno la possibilità di dare un contributo personale allo sviluppo della conoscenza su un determinato argomento.
  • Il Group Investigation può favorire lo sviluppo di un alto senso di responsabilità, processi cognitivi di autoregolazione, della capacità di presa di decisione e della disponibilità ad aiutarsi reciprocamente. L’obiettivo formativo è promuovere nello studente la capacità di auto-motivarsi non escludendo i feedback educativi positivi degli insegnanti poiché, sulla base di questi, gli alunni si costruiscono un’immagine di sé e si attribuiscono un valore. Le lezioni in videoconferenza, inoltre, favoriscono gli stimoli visivi e auditivi consentendo di restare in contatto con i propri docenti e compagni di classe, mantenendo un senso di continuità del percorso scolastico.

Nella sua strutturazione virtuale l’approccio didattico-motivazionale, con l’ausilio dei genitori, dovrebbe prevedere: attività ludiche che ricordino l’ambiente scolastico per non far pesare sui bambini l’assenza relazionale del gruppo classe; attività di recupero dei concetti di memoria culturale e tradizione familiare con lo scopo di combinare espressioni creative, rilassamento e azioni; attività motorie meglio all’aria aperta per garantire un corretto sviluppo psicofisico. È fondamentale non sopperire la routine, che aiuta a orientarsi a livello spaziale, relazione e temporale, sviluppando una sicurezza interna per compiere le semplici azioni quotidiane. Lo scopo ultimo è quello di garantire un ambiente di crescita graduale il più sano possibile con le risorse a disposizione, contenendo il Covid-19.

Per approfondimenti:

COMOGLIO M., CARDOSO M.A., (1996). Insegnare e apprendere in gruppo. Il Cooperative Learning. LAS Roma

SLAVIN R. (1980) Cooperative Learning. Review of Educational Research

Foto di Julia M Cameron da Pexels

Rischi psicologici dell’attore

di Marzia Albanese

Post Dramatic Stress e identificazione con il personaggio

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Luigi Pirandello

New York, 22 gennaio 2008. Due donne trovano il corpo di un giovane inanime nella sua abitazione. È Heath Ledger, talentuoso attore australiano due volte candidato al premio Oscar. Da subito si pensa al suicidio. Le testimonianze raccolte intorno alla vita dell’attore non fanno che riportare un marcato cambiamento della personalità nel periodo antecedente al tragico evento: alterazione dell’umore, insonnia, trasandatezza nell’abbigliamento, forte irritabilità, abuso di droghe.
L’attore ventottenne, infatti, durante le riprese del film “Il cavaliere oscuro” della saga di Batman, sembra subire un forte stress legato al letale incontro tra le problematiche personali e familiari del periodo (separazione dalla moglie, timore di non avere la custodia della figlia) e la complessità del ruolo chiamato a interpretare nel suo nuovo film, quello di Joker.

Da sempre, il personaggio di Joker occupa un posto di spicco tra i villain del cinema internazionale, dovuto principalmente alla complessità dei suoi tratti psicologici. Nonostante le numerose diagnosi nel corso delle varie trasposizioni cinematografiche, come spiegato dallo stesso Ledger in una intervista, la psicopatia sembrerebbe essere stata il suo riferimento diagnostico per l’identificazione con questo personaggio, spingendo l’attore a chiudersi volontariamente per un intero mese in una camera d’albergo. Per meglio favorire il processo identificativo durante questo periodo, Ledger sembrerebbe aver richiamato alla mente, come emerge da un diario appositamente ideato, personali memorie relative all’infanzia con lo zio affetto da disturbo bipolare e con il nonno con la medesima sofferenza psichiatrica.

L’utilizzo di eventi dolorosi da parte dell’attore è uno dei metodi proposti nel processo di identificazione con un personaggio e trova un ruolo cruciale nel metodo proposto di Ivana Chubbuck, nota insegnante di recitazione a Los Angeles di stampo Stanislavskijano. La Chubbuck consiglia di utilizzare avvenimenti personali recenti o passati purché abbiano lasciato questioni irrisolte, poiché la mancata risoluzione è indispensabile al mantenimento di emozioni vivide. In questo processo di identificazione, l’attore è dunque chiamato a individuare sì la storia del personaggio (chi è e come si muove nel mondo, cosa pensa di dover fare per sopravvivere emotivamente e fisicamente) ma anche la propria, per poterlo personalizzare in ogni suo aspetto, tessendo un legame tra le due storie.
Per poter identificare informazioni personali dettagliate da applicare alla storia del personaggio, il metodo prevede che l’attore compili un “diario emotivo” utile a far riaffiorare i ricordi dolorosi, che tendono a essere generalmente rimossi, attraverso la libera e immediata trascrizione dei contenuti del proprio processo di identificazione.

Tutto questo implica, inevitabilmente, per l’attore un lavoro su sé stesso, sulla propria identità e lo può portare a entrare in contatto con specifiche emozioni per la prima volta. Emozioni sopite, emozioni evitate.

Ma a che prezzo?

In risposta a questa domanda e agli interrogativi sulla moralità di alcune tecniche che, come questa, chiedono all’attore di entrare in contatto con un personale trauma del passato come risorsa per la creazione del personaggio, l’insegnante e studioso Mark Cariston Seton delinea, un quadro sintomatologico ben dettagliato: il Post Dramatic Stress. I fattori di rischio che possono incidere sulla salute di un attore nel corso della sua carriera sono del resto innumerevoli: abuso vocale, potenziali incidenti a causa della scenografia, privazione di sonno, cambio delle abitudini alimentari (talvolta cattive) per l’interpretazione di un personaggio, pressioni esterne da parte di produttori e pubblicitari e, inoltre, aspettative e timori relativi alla performance. Tra questi fattori di rischio, Brandfonbrener ne individua uno ulteriore: il pericolo psicologico derivante dal fatto che, per interpretare in modo convincente le emozioni dei loro personaggi, gli attori sono costretti ad assumerne temporaneamente i tratti di personalità.

Partendo dalla propria identità, Heath Ledger ha approfondito il profilo psicologico del personaggio di Joker e, a differenza delle sue precedenti trasposizioni cinematografiche, lo ha umanizzato sulla base di personali esperienze ugualmente dolorose e violente estrapolate dalla propria memoria emotiva. Ne nasce, infatti, un Joker sottoposto a una drammatica lotta interiore tra melanconia e mania, caratterizzato da un volto depresso e ferito accompagnato, quasi ossimoricamente, da una risata maniacale e un linguaggio rapido e volutamente esasperato nei contenuti.
Frutto di un processo identificativo talmente ben riuscito che intrappola però l’attore negli stati emotivi angosciosi del personaggio, anche a telecamera spenta, come testimoniano le sue parole: “Ho finito per ritrovarmi sempre più nei panni di uno psicopatico: un tizio con pochissima o nessuna coscienza degli atti che compie […] la settimana scorsa ho dormito una media di due ore a notte. Non riuscivo a smettere di pensare. Il mio corpo era esausto, ma avevo la testa che continuava ad andare.”

La proposta di Seton è allora quella di prevenire questo quadro sintomatologico che per quanto denominato provocatoriamente sembra avere radici ben visibili nelle storie di attori che, come Heath Ledger e Robbie Williams, ne hanno dimostrato la potenza distruttiva.
Come farlo?
Attraverso l’introduzione nel modello di insegnamento della recitazione di tre principi volti alla salvaguardia del benessere psicologico dell’attore:

  1. l’individuazione e la valutazione dei rischi e dei benefici del processo di identificazione con il personaggio per sé stessi e per la collettività;
  2. la sensibilità e l’interesse verso lo stato emotivo delle persone coinvolte in tale processo identificativo;
  3. la riflessione sulle implicazioni sociali e culturali del processo.

Del resto, come lo stesso Ledger diceva: “recitare è soprattutto un fatto di esplorazione di sé […] Devo conoscere me stesso come si conosce uno strumento musicale”.
Probabilmente in alcuni casi però questo non basta. Occorre conoscere anche gli strumenti per sapersi ascoltare.

Per approfondimenti:

Picci G. (2020) L’attore alla ricerca del personaggio. Le dinamiche del processo identificativo: una ricerca esplorativa. Kimerik

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Donne vittime del lockdown

di Rossella Cascone e Erica Pugliese

Durante l’isolamento sono aumentati gli episodi di violenza domestica. Ecco come chiedere aiuto

A partire dal 9 marzo scorso, per tutti gli italiani vi è stato l’obbligo di restare a casa e ridurre al minimo la circolazione e gli spostamenti se non per motivi di necessità. Inevitabilmente il periodo di lockdown ha prodotto effetti spiacevoli e negativi, in diversa misura, per tutti.

Come evidenziato da articoli di cronaca, per alcune donne la casa è diventata una trappola mortale. Le donne vittime di violenza domestica sono state costrette, infatti, a restare in casa a stretto contatto con i loro aguzzini, sole o con i propri figli. Questo ha comportato un rischio maggiore per la loro salute e per la loro incolumità, essendo più esposte a violenze sia fisiche sia verbali senza avere l’alternativa di fuggire per proteggere sé stesse e chi assiste inerme alla violenza.

I bambini e le bambine sono stati più frequentemente testimoni della violenza subita dalla loro madre, delle scene aggressive e delle minacce. A questo si aggiunge il vissuto emotivo che tale esposizione comporta e il senso di impotenza e di colpa per non essere in grado di contrastare tali violenze. Come dimostrato da diversi studi sulla violenza assistita, tutto questo comporta un’alterazione del loro benessere fisico e psicologico e una compromissione del loro sviluppo su vari livelli anche nel lungo termine.

L’isolamento da lockdown è stato sicuramente un’aggravante. Secondo un’organizzazione no profit cinese che lavora con le donne, il numero dei casi di violenza domestica nella provincia di Hubei è aumentato in maniera vertiginosa riportando, nel mese di febbraio, il doppio delle segnalazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le autorità francesi hanno denunciato un incremento delle violenze del 30% in questo periodo. In Turchia, nello specifico a Istanbul, la polizia dichiara un aumento del 40% degli episodi di violenza domestica denunciati. Secondo un rapporto Istat pubblicato a maggio e in linea con i dati europei, anche in Italia durante il lockdown le richieste d’aiuto sono incrementate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nonostante l’incremento dei casi di violenza e delle successive richieste d’aiuto, nella prima metà di marzo le chiamate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, si sono ridotte del 55,1% rispetto all’anno scorso. Questo dato è legato al fatto che l’isolamento forzato ha incrementato la possibilità da parte dell’abusante di controllare e limitare la libertà della vittima. Inoltre, ha diminuito il supporto sociale, forte fattore protettivo contro la violenza domestica. La vittima, non potendo uscire, ha avuto delle difficoltà a trovare dei momenti disponibili per contattare i servizi di competenza e ricevere aiuto e un sostegno psicologico.

Un’altra ragione che può spiegare questo calo delle denunce risiede nel fatto che la coppia possa essersi trovata nella cosiddetta “fase della luna di miele” o comunque in un momento di “tregua”, ovvero in una fase del ciclo di violenza in cui si ricomincia a vivere più tranquillamente e alla donna possono essere fatte delle “concessioni”. Il motivo di questa calma apparente risiede nel fatto che il maltrattante esercita maggiore controllo sulla vittima e, di conseguenza, diminuiscono i pretesti più vari percepiti come “colpe” della partner.

La violenza è però sempre dietro l’angolo ed è quindi importante non sottovalutare i segnali di una relazione tossica.
D’altra parte, dall’osservazione clinica è risultato che le vittime hanno sfruttato ogni occasione a disposizione durante il lockdown per poter contattare i servizi antiviolenza: quando portavano a spasso il cane, quando andavano a fare la spesa o in farmacia e anche mentre buttavano la spazzatura.

Il 1522, il numero anti violenza e stalking, istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno ed è gratuito. Nel caso in cui il clima di terrore renda difficile fare una telefonata, esiste anche un’applicazione che permette di chattare con un’operatrice del 1522. Su internet è disponibile, inoltre, un elenco dei Centri Antiviolenza presenti sul territorio nazionale che è possibile contattare in qualsiasi momento.

Anche la Polizia di Stato si è attivata per garantire la massima accessibilità al pronto intervento per le donne vittime di violenza. L’applicazione YouPol, ideata per contrastare bullismo e spaccio di sostanze stupefacenti nelle scuole, è stata aggiornata aggiungendo la possibilità di segnalare i reati di violenza domestica con le stesse modalità delle altre tipologie di segnalazione. Si può inoltre effettuare direttamente una chiamata al numero di emergenza unico (Nue) e le segnalazioni possono essere effettuate anche da chi è testimone diretto o indiretto della violenza, come ad esempio figli o vicini di casa.

Vi è infine la possibilità di contattare le varie associazioni che si occupano della violenza di genere e della violenza assistita che hanno attivato canali via chat per mettersi in contatto con un’operatrice e chiedere aiuto.

Se ti trovi in una situazione di violenza e non sai come uscirne o se conosci qualcuno in queste condizioni rompi il silenzio e chiedi aiuto.

Per approfondimenti:
https://www.cognitivismo.com/2019/10/23/i-5-segnali-di-un-amore-tossico/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3384540/

https://www.sixthtone.com/news/1005253/domestic-violence-cases-surge-during-covid-19-epidemic

https://www.istat.it/it/files//2020/05/Stat-today_Chiamate-numero-antiviolenza.pdf

https://www.france24.com/en/20200410-french-domestic-violence-cases-soar-during-coronavirus-lockdown

https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/coronavirus_violenza_donne_turchia_quarantena-5155946.html

https://www.lastampa.it/cronaca/2020/03/19/news/l-altra-faccia-del-coronavirus-e-emergenza-violenza-sulle-donne-ecco-i-numeri-da-chiamare-per-chiedere-aiuto-1.38612088

 

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