Un test per scoprire emozioni da Covid

di Giuseppe Femia e Isabella Federico

Gli effetti psicologici della pandemia che stiamo vivendo

Gli effetti psicologici connessi a Covid-19 sembrano – ora più che mai – apparire come tutt’altro che secondari, anzi, talvolta sembrano addirittura precedere e anticipare quelli fisici.

La “coronafobia” provoca: panico, ansia, comportamenti ossessivi, atteggiamenti di “accaparramento”, paranoia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nel lungo periodo, un sentimento di maggiore solitudine negli anziani, maggiori ansia e incertezza, irritabilità e noia nei bambini e nei ragazzi, episodi di violenza e scompenso nei pazienti psichiatrici. Tali manifestazioni sono peraltro continuamente alimentate da una cosiddetta “infodemic”, ovvero dai continui messaggi riguardo il virus trasmessi dalle diverse piattaforme dei social media. Non solo: assistiamo a esplosioni di razzismo, stigmatizzazione e xenofobia contro le comunità straniere.

Abbiamo qui associato le lettere che compongono la parola “Covid” agli aspetti che mettono a dura prova la nostra psicologia in questo periodo storico, procurando effetti negativi a lungo termine e segnando la nostra memoria emotiva:

C – OSCIENZA/ COSTRIZIONE: certamente la pandemia e tutti i suoi scenari scuotono la nostra coscienza (di tipo individuale e collettivo), generando uno stato di allarme generalizzato e di preoccupazione, un senso di confusione rispetto ai nostri piani esistenziali, costringendoci a entrare in contatto con gli aspetti più vulnerabili del “Sé”. Ci troviamo di fronte a quelli che sono universalmente gli scenari più temuti: ammalarsi, morire, rimanere soli, in un clima di deprivazione emotiva, di difficoltà ed emergenza. Siamo costretti a un modus vivendi inconsueto, restrittivo, ponendoci di fronte a una richiesta che suona quasi come un paradosso: ignorare la nostra natura sociale di scambio e interazione, diventare degli “animali distanzianti”, a garanzia di un bene comune, quello di preservare la specie.

O–SSESSIONE: il Covid-19 ha generato un proliferare di ossessioni in generale e in particolare di quelle connesse alla salute, all’igiene, oltre a preoccupazioni riguardanti il futuro, una sorta di rimuginio. Ha certamente sollecitato il nostro pensiero spingendolo a ruminare su quanto sia probabile ammalarsi, guarire o morire, e quanto sia grave rispetto alla responsabilità che potremmo avere nel generare un contagio o nel subirlo.

V–ERDETTO: positivo o negativo? Se il verdetto è negativo, possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma se il verdetto è positivo? Come mai le persone temono così tanto rendere pubblica la propria positività? Come se non bastasse, allo stato di allerta e pericolo, sembra aggiungersi – nella maggior parte dei casi – un incremento di emozioni non solo di ansia ma di vergogna, senso di colpa e di vissuti di inadeguatezza, come se essere positivi al Covid-19 determinasse un vero e proprio stigma. Uno stato di tensione che genera ansia e certamente segna il proprio vissuto, la propria storia e quotidianità. Uno stato, questo, che certamente favorisce quei fenomeni di ansia anticipatoria, di controllo eccessivo e di preoccupazione ipocondriaca.

I–MMUNITÀ: tutti sogniamo di essere immuni, o poterlo diventare, e taluni credono di esserlo già: negano addirittura la presenza del virus e la sua pericolosità, si sentono onnipotenti e lo sfidano, e alcuni di loro escogitano strategie complottiste, un chiaro segno di rifiuto della realtà. Tale fenomeno ha chiaramente ingrediente di interesse clinico, riflettendo i meccanismi eziopatogenetici di talune condizioni psicopatologiche: spesso quando la minaccia diventa eccessiva si escogitano meccanismi di diniego o di alterazione dell’esame di realtà.

D–EMOCRAZIA/DOMINANZA: nessuno ha più la possibilità di non pensare al Covid-19, il virus ha totalmente invaso la nostra libertà mentale, oltre che fisica (limitazioni negli spostamenti, coprifuoco, etc), DOMINANDOLA. Tutti siamo tenuti a considerarlo nei suoi aspetti catastrofici, dietro i quali risuona la più generale paura della malattia, della morte, della perdita e, se dovessimo dimenticarlo, certamente qualcuno sarà pronto a ricordarcelo. Persino coloro che provano a negare la sua presenza combattono per non vederlo, si ribellano e ne sono invasi in termini di pensiero e comportamento.

Riflettendo sulla situazione attuale dovuta alla pandemia e alla quarantena, possiamo dunque concludere che il clima psicologico del Covid-19 porta con sé una crisi di valori, personali e collettivi, che certamente ci costringe a rivalutare le priorità e a mettere in discussione molti dei nostri schemi culturali di riferimento e di funzionamento psicosociale e per questo si rendono necessari interventi coordinati dei professionisti della salute mentale.

Al fine di indagare sugli effetti mentali del periodo che stiamo vivendo, abbiamo creato il test online Le emozioni durante la pandemia da Covid-19, rivolto a chiunque voglia parteciparvi in forma anonima e gratuita. Gli effetti psicologici a lungo termine dovuti a Covid-19 non sono da sottovalutare, specialmente in relazione a questa seconda ondata. Pertanto meritano approfondimento e ulteriore livello di indagine.

 

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Le emozioni durante la Pandemia da Covid-19 

 

Per approfondimenti

Damasio, A. (1994). L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano. Adelphi, Milano, 1995

Dubey, S., Biswas, P., Ghosh, R., Chatterjee, S., Dubey, M. J., Chatterjee, S., Lahiri, D., & Lavie, C. J. (2020). Psychosocial impact of COVID-19. Diabetes & metabolic syndrome, 14(5), 779–788. https://doi.org/10.1016/j.dsx.2020.05.035

Lyons, D., Frampton, M., Naqvi, S., Donohoe, D., Adams, G., & Glynn, K. (2020). Fallout from the COVID-19 pandemic – should we prepare for a tsunami of post viral depression?. Irish journal of psychological medicine, 1–6. Advance online publication. https://doi.org/10.1017/ipm.2020.40

Talevi, D., Socci, V., Carai, M., Carnaghi, G., Faleri, S., Trebbi, E., di Bernardo, A., Capelli, F., & Pacitti, F. (2020). Mental health outcomes of the CoViD-19 pandemic. Rivista di psichiatria55(3), 137–144. https://doi.org/10.1708/3382.33569

Vindegaard, N., & Benros, M. E. (2020). COVID-19 pandemic and mental health consequences: Systematic review of the current evidence. Brain, behavior, and immunity, 89, 531–542. https://doi.org/10.1016/j.bbi.2020.05.048

Il controllo: un tratto della personalità

di Barbara Masciopinto

Rigidità e perfezionismo nei propri scopi come strategia per comprovare la propria autoefficacia

Attraverso l’esperienza, l’individuo sviluppa la propria autoefficacia: la fiducia sulle proprie capacità di ottenere gli effetti voluti con l’azione e di poter controllare il pericolo. Stili di attaccamento disfunzionali potrebbero condizionarne il corretto sviluppo: quando il genitore è fonte di conforto e di pericolo al tempo stesso, il bambino reagisce all’imprevedibilità sviluppando strategie di coping (comportamenti adattivi per fronteggiare stress), strategie regolative e strategie di controllo.

Esperienze di deprivazione affettiva, inoltre, alterano il Sistema della Gratificazione, un’area cerebrale finalizzata a incentivare comportamenti importanti per la sopravvivenza. Un’esperienza gratificante libera dopamina, un neurotrasmettitore che renderà salienti gli stimoli collegati all’esperienza vissuta e permetterà di memorizzare anche le azioni eseguite. La ripetizione automatica delle azioni sarà permessa grazie alla contemporanea ipo-attivazione delle aree frontali, deputate al controllo degli impulsi.

All’interno di un ambiente imprevedibile, quando l’individuo emetterà comportamenti per ripetere un’esperienza gratificante otterrà nulla o addirittura una conseguenza avversativa. L’esperienza di piacere potrebbe quindi connotarsi come qualcosa di pericoloso, da dover controllare. Tuttavia, la neurobiologia ha dimostrato l’esistenza di due tipi di piacere: quello edonistico, legato al consumo, e quello legato all’appetizione, sperimentato durante l’emissione dei comportamenti strumentali per ottenerlo, anche in assenza della ricompensa. Attraverso il corso dello sviluppo, quindi, si potrebbero verificare una serie di apprendimenti nei quali l’individuo sperimenta piacere in corrispondenza di “esperienze di controllo”, gratificanti in termini di autoefficacia. L’esercizio del controllo diventerebbe pertanto un comportamento automatico, difficile da inibire e da gestire con maggiore flessibilità (esempio: Sara, quando inizia una relazione e la lontananza fisica indebolisce la sua percezione di controllo del rapporto, si induce il vomito).

Il tratto dell’esercizio del controllo si potrebbe collocare su un continuum di gravità in funzione del trauma, della disfunzionalità della risposta ricevuta e dalle strategie metacognitive, intese come capacità di riflettere sui propri e altrui stati mentali:

  • Se durante l’infanzia si sperimenta l’indifferenza, la sensazione di trasparenza potrebbe interferire con la costruzione dell’identità, determinando la comparsa di un tratto istrionico. L’esercizio del controllo potrebbe diventare la strategia elettiva per gestire i propri stati interni e l’ambiente come ad esempio nel Disturbo ossessivo compulsivo di personalità; impotenza significa inconsistenza: “Se non controllo sento di non esistere”. (Esempio: Quando Rebecca, durante il litigio, sperimenta una reazione dell’altro incongrua rispetto alla sua, dubita dell’esistenza di ciò che lei stessa ha manifestato. Successivamente si morde e la comparsa del livido la tranquillizza).
  • Se si sperimenta una risposta disfunzionale, l’esperienza d’impotenza potrebbe produrre una sensazione simile al crollo e il controllo potrebbe diventare il mezzo per confermare la propria capacità di resistenza.

Lo sviluppo della metacognizione permetterebbe il conseguimento di obiettivi personali, con una crescita dell’autostima e un conseguente minore bisogno di messa alla prova (esempio: Anna tratteneva l’urina fino allo sfinimento, questa condotta scompare in adolescenza, quando riesce a negarsi i suoi cibi preferiti). Al contrario, il fallimento dei tentativi di controllo sull’ambiente, indebolirebbero l’autostima, con conseguente aumento del bisogno di farne di nuovi. Questo circolo vizioso potrebbe facilitare relazioni di co-dipendenza con partner abusanti o squalificanti, nelle quali l’individuo sperimenta scarsa efficacia a livello interpersonale, richiamando il trauma infantile. È possibile che l’egocentrismo infantile sia determinante nello stabilire una connessione tra accudimento carente e una propria inadeguatezza; ciò probabilmente stimolerà, in età adulta, strategie di controllo in ambito relazionale, finalizzate a ottenere riconoscimento dell’altro.

Il perfezionista si assume la responsabilità del fallimento del rapporto; ciò stimolerebbe nuovi tentativi per mettersi alla prova e ottenere la relazione ideale. Ignorando il funzionamento dell’altro come causa del blocco relazionale, il perfezionista corroderà la propria autostima, ostacolando l’uscita dal circolo vizioso. Infatti, uno dei timori è che esista qualcun altro, in grado di ottenere la relazione, che proverebbe il “non aver fatto abbastanza”. Il partner, a sua volta, si nasconderà dietro le presunte debolezze dell’altro, alimentando il senso di colpa e la caduta dell’autostima di quest’ultimo.

Infine, l’autocontrollo è indebolito dalla numerosità degli stimoli sul quale si esercita: se l’individuo conferma il proprio potere negandosi il piacere, proprio la rigidità e l’eccesso di deprivazione potrebbero far scivolare nel polo opposto della dicotomia, ovvero la dipendenza.

In conclusione, guidare il bisogno dell’individuo verso l’indipendenza dalle dimostrazioni della propria autoefficacia, attraverso la costruzione di più funzionali strategie di regolazione, potrebbe rappresentare un aspetto primario nella terapia di pazienti con tale funzionamento.

Per approfondimenti:
Bandura A. Autoefficacia: teoria e applicazioni. 1997, ed. it. 2000: 17,68,69

Liotti, G., Farina B. 2011. Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano. Cortina editore.

Schultz W. Neuronal reward and decision signals: from theories to data. Physiological Reviews.95(3): 853-951; Berridge KC, Kringelbach ML. Plasure systems in the brain. Neuron. 2015 6; 86(3): 646-64

Schultz W (1986) Responses of midbrain dopamine neurons to behavioral trigger stimuli in the monkey. J Neurophysiol. 56: 1439-1462.

Kelley AE Memory and addiction: shared neural circuity and molecular mechanisms. Neuron. 2004 Sep 30; 44 (1): 161-79

Il bambino triste

di Emanuela Pidri

Dall’attaccamento alla strutturazione della personalità

I processi di maturazione hanno il loro fulcro nella costruzione dell’identità e si articolano caratteristicamente nel corso dell’adolescenza, attraverso momenti di fisiologica instabilità che comportano anche bruschi abbassamenti del tono dell’umore (cosiddetta “depressione fisiologica”), espressione di riassetti critici dell’equilibrio interno, in rapporto alle modalità soggettive di assimilare e riferire a sé l’esperienza vissuta. Pertanto, nel corso della preadolescenza e adolescenza, fisiologiche variazioni del tono dell’umore rivestono un ruolo fondamentale nella maturazione e quindi nella strutturazione della personalità. Tali modulazioni del tono dell’umore, più o meno brusche, intense e durature, sebbene costituiscano momenti di “crisi” possono dar luogo a esiti diversi, sia di tipo adattivo e quindi maturativi, sia di tipo disadattivo con oscillazioni che si esprimono attraverso disturbi psicopatologici di vario tipo e gravità.

La Teoria dell’Attaccamento ha dimostrato il ruolo della Sintonizzazione Madre-Bambino come elemento cardine dello sviluppo dell’attaccamento e come fattore predittivo dello sviluppo della personalità, sottolineando il ruolo di alcuni elementi fondamentali: primato dei legami emotivi intimi con le figure di attaccamento, schemi di attaccamento e condizioni dello sviluppo, persistenza degli schemi comportamentali, percorsi dello sviluppo della personalità. Lo sviluppo non viene più visto, seguendo gli studi dello psichiatra statunitense Daniel Stern, nell’ottica di punti di fissazione e di regressione, ma come differenti percorsi di sviluppo, più o meno sani, imboccati dal soggetto in base al suo corredo biologico in continua interazione con l’ambiente.

Attraverso il legame con i genitori, in particolare con la figura di attaccamento, il bimbo comincia a integrare le sue sensazioni emotive, con specifiche azioni, percezioni e ricordi, cominciando così a costruire la propria soggettività, riconoscendosi sempre più come entità differenziata dalle cose e dagli altri. Dagli anni ’80, il lavoro di Vittorio Guidano e Giovanni Liotti, ha evidenziato come il contributo dell’attaccamento rivesta un ruolo centrale nella costruzione del sé e nel mantenimento della coerenza di tale organizzazione intermodale. Nell’adolescente esiste la tristezza, la collera, il sentimento di inutilità, il pessimismo, la colpa, l’umiliazione, l’isolamento.  La presenza di questi aspetti nel corso dei processi normali di sviluppo fanno pensare che non ci sia adolescente senza depressione. Evidentemente si osserva l’esistenza di diversi processi a carattere depressivo: separazione, rottura di legami, perdita; aggressività e sentimenti di colpa; effetto depressivo di base (isolamento, pessimismo, noia, timidezza, tedio, tono affettivo basso) che se non vengono ben gestiti dalla sintonizzazione madre-bambino (attaccamento non sicuro) assumono significati differenti nello sviluppo evolutivo e identitario dell’individuo.

Lo stile affettivo (modalità adulta di stabilire legami, compreso l’amore), essendo una forma matura di affettività, ha come caratteristica di avere maggiori possibilità di astrazione rispetto all’attaccamento infantile e tende nelle situazioni “normali” ad arricchirsi e articolarsi nel corso della vita. C’è una modalità dello sviluppo umano in cui il senso di solitudine sembra acquisire una centralità e una prevalenza legata a specifiche esperienze di vita e di attaccamento. Lo stile depressivo è uno stile affettivo derivante dall’attaccamento evitante in cui, per il bambino, l’accesso alla figura di attaccamento è chiaramente poco o per nulla accessibile. La caratteristica centrale di questo stile è la sensazione di solitudine, di separazione dal resto del gruppo, dovuta all’esperienza di perdita, di abbandono, con il conseguente senso di auto-sufficienza sperimentata fin dall’infanzia, che porta a una posizione, nell’adulto, di evitamento dei rapporti affettivi. Le emozioni prevalentemente attivate sono la disperazione e la rabbia, è intorno a queste due polarità che si costruisce un tema di significato personale.

Per approfondimenti:

 

BARA B. (1990). Scienza cognitiva. Torino, Bollati Boringhieri.

BARA B.G. 2000. Il metodo della scienza cognitiva: un approccio evolutivo allo studio della mente. Bollati Boringhieri, Torino

BRACONNIER A. (2002). Minaccia Depressiva e depressione in adolescenza. In “adolescenza e psicoanalisi”. Anno II- N°3 Settembre.

CUTOLO G. (2012). L’empatia: comprendere gli altri facendoci capire da loro. Neuroni specchio, mentalizzazione, attaccamento” su L’Altro, anno XV, n.1 genn.-apr.2012, pag.12-19

GUIDANO V.F. (1992) “Il sé nel suo divenire” Bollati Boringhieri Torino

LAMBRUSCHI F. (2004). Psicoterapia cognitiva dell’età’ evolutiva. Bollati Boringhieri

LIOTTI G., (2001). Le Opere della Coscienza. Raffaello Cortina, Milano. Mantovani N., L’elefante invisibile, Giunti, Firenze.

NARDI B, (2004). La depressione adolescenziale in Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva, a cura di F. Lambruschi., Bollati Boringhieri, Torino

REDA AM. E CANESTRI L.  (2012). “All You Need is Love”: La Rilevanza dello Stile Affettivo in Psicoterapia Post-Razionalista. XIII CONVEGNO DI PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA

 

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Ritratto del sopravvissuto

di Marzia Albanese

I sintomi del Disturbo Post traumatico da Stress e il loro trattamento

“Se lo racconterai, nessuno ti crederà”. Sono queste le parole rassegnate di un soldato che ha subito violenza sessuale durante l’arruolamento nell’esercito americano. Secondo i dati del Pentagono, ogni anno, circa diecimila reclute subiscono episodi di violenza.

Male Rape”, crudo reportage della fotoreporter Mary F. Calvert, mette a nudo il dolore e le conseguenze del trauma testimoniato da sei soldati americani. I loro ritratti in bianco e nero danno un volto ai sintomi tipici del Disturbo Post traumatico da Stress (PTSD):

Sintomi intrusivi. Si tratta di immagini relative all’evento traumatico che si presentano al soggetto in maniera automatica e disturbante sia nei momenti di veglia, attraverso i flashback, sia nei momenti di sonno, attraverso gli incubi.
Una delle immagini ritrae il Sig. Lloyd, picchiato e abusato da un’altra recluta durante una doccia, appena entrato nell’esercito: è accasciato, tra gli scaffali del supermercato vicino casa, con la testa tra le mani, a causa del profumo di una candela che ha lo stesso odore dello shampoo che aveva usato in quella doccia tredici anni fa. “E’ l’inferno e non hai scampo dall’inferno, – dice – può succedere qualcosa e tu torni lì, improvvisamente, in quella doccia quadrata tre metri per tre”.
A descrivere la seconda tipologia dei sintomi intrusivi è invece il Sig. Williams, che, in una notte del 1966, quando aveva diciotto anni, venne chiamato nell’ufficio del sergente e abusato sessualmente, mentre le altre reclute dormivano nella stanza accanto. “Dopo l’accaduto ho fatto quello che sentivo di dover fare. Sono tornato in camera. Ho fatto una doccia e sono tornato a letto”. Ma da allora il sonno non è stato più così facile per lui, che ancora oggi, a settantuno anni, trascorre le notti come nella foto che lo immortala: girovagando insonne per il quartiere a causa dei terribili incubi che lo svegliano di soprassalto e gli impediscono di tornare a dormire.

Evitamento. Dopo un evento traumatico, l’utilizzo di strategie di evitamento esperenziale per evitare di entrare a contatto con qualunque stimolo ricordi il trauma è molto forte. La tendenza della persona è infatti quella di evitare sia richiami esterni all’esperienza stressante (persone, luoghi, oggetti, odori) sia interni (emozioni connesse al trauma come la paura e l’impotenza). È per questo motivo che il Sig. Capshaw, a distanza di trentanove anni, viene ritratto supino sul divano della cucina. Essendo stato abusato e torturato dal medico dell’esercito nella sua stanza da letto a soli diciassette anni, evita di dormire su un letto da allora. E proprio come lui, anche il Sig. Hanson viene ritratto nella vasca da bagno perché non riesce più a entrare in una doccia: “Ogni volta che vengo a contatto con il vapore, l’acqua calda o tutto ciò che rende la mia pelle scivolosa, mi viene voglia di vomitare”. Tutto questo evoca un ricordo troppo doloroso per il Sig. Hanson, membro del gruppo dei Marines che furono sessualmente aggrediti sotto le docce durante il campo di addestramento a Camp Pendleton.

Alterazioni dell’umore. Chi ha vissuto un trauma può mostrarsi particolarmente arrabbiato e irritabile, fino ad avere comportamenti violenti e distruttivi (auto o etero diretti). È quello accaduto al Sig. Minnix, ritratto in compagnia del suo cane in una casa di campagna dove ha scelto di isolarsi a causa della sua “inspiegabile” e “improvvisa” aggressività che lo ha progressivamente portato ad allontanarsi dalla sua famiglia. “Mi sento solo, ma non ho molta scelta. Qualcosa dentro di me si è rotto e mi impedisce di vivere serenamente insieme agli altri”.

Convinzioni negative. Si tratta di credenze su di sé (“c’è qualcosa di sbagliato in me” “sono cattivo”), sugli altri (“nessuno è come sembra” “non posso fidarmi di nessuno”) e sul mondo (“il mondo è un posto totalmente pericoloso”) che portano la persona a piombare e persistere in un eterno vissuto di sfiducia generalizzata. È per tale motivo che il Sig. Phillips appare in grande difficoltà nella foto che lo ritrae mentre, con grande e visibile sforzo, decide di sfidare tali credenze aprendosi e raccontando la sua storia ai membri del Senato: “Sono stato abusato sessualmente quando ero nella Marina degli Stati Uniti, a diciassette anni, sulla mia nave di servizio e per diversi mesi”.

Eppure, il Sig. Phillips ci mostra, oltre che un sintomo del PTSD, la sua cura: la narrazione del trauma rappresenta l’imprescindibile avvio per la guarigione. Solo attraverso essa la persona può ricostruire in maniera coerente la propria storia e affrontarne la frammentazione traumatica al fine di ricollocare l’evento nel passato. Il racconto può essere fatto con varie tecniche psicoterapiche, tra cui la Narrative Exposure Therapy (NET) e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR).

Certo “non è facile”, come sottolinea il Sig. Phillips, perché “in alcuni momenti mi pietrifica”. Eppure “se non posso più servire il mio Paese, lo servo così: evito che quello che è successo a me accada a qualcun altro e soprattutto, do una voce e un nome al mio dolore”.

Per approfondimenti:

Lind, M. J., Baylor, A., Overstreet, C. M., Hawn, S. E., Rybarczyk, B. D., Kendler, K. S., Amstadter, A. B. (2017). Relationships between potentially traumatic events, sleep disturbances, and symptoms of PTSD and alcohol use disorder in a young adult sample. Sleep medicine, 34, 141-147.

Moraczewski, J., & McCall, W. V. (2019). Emotional Content in PTSD Nightmares and Its Relation to other PTSD Features; An Exploratory Study. International Journal of Dream Research, 89-94.

Philipps, D., Calvert M.F. (2019) Six men tell their stories of sexual assault in the military. Ney York Times

Genitori non si nasce, si diventa

di Sonia Di Munno

Depressione post partum. Un trattamento efficace per i genitori

Il periodo della gravidanza e quello successivo al parto sono molto particolari e delicati per la famiglia. La madre, in primis, vive un momento che può essere meraviglioso ed entusiasmante ma anche di grande fragilità e vulnerabilità. Il cambio di ruolo, la riorganizzazione familiare, le paure, il senso di inadeguatezza possono portare alcune donne a sviluppare una depressione post partum. Il disturbo generalmente esordisce dalla sesta alla dodicesima settimana dalla nascita del figlio: la madre si sente inadeguata, impotente e triste e molte volte provare questa tristezza può portare a sentimenti di colpa e vergogna che non permettono di chiedere aiuto.

Simile alla depressione post partum è il baby blues, un disturbo dell’umore transitorio (in genere scompare dopo il primo mese), molto comune nelle neomamamme, dovuto principalmente al cambiamento ormonale e caratterizzato da lievi sintomi depressivi.

La depressione post partum comporta una varietà di sintomi: dai disturbi del sonno, dell’appetito e di concentrazione alla sensazione di vuoto, inadeguatezza, dall’assenza di piacere a pensieri di poter far del male al bambino o che la vita sia inutile.

Vi sono dei fattori di rischio che possono portare alla depressione post partum, come avere una depressione prenatale, ansia prenatale, mancanza di supporto sociale, stress finanziario o coniugale ed eventi avversi nella vita, aver avuto in passato una precedente storia di depressione o aver sofferto di baby blues dopo la nascita. Anche la giovane età della madre può essere un fattore di rischio (è molto più frequente nelle madri adolescenti). Inoltre, come per molti altri disturbi, aver subito dei traumi (abusi sessuali sia nell’infanzia sia nell’età adulta) o aver sperimentano degli eventi stressanti prima e durante la gravidanza può portare a sviluppare questa patologia.

Di solito i trattamenti per questo disturbo comprendono l’uso dei farmaci antidepressivi e di psicoterapia; tuttavia durante la gravidanza e l’allattamento, devono essere molto ben valutati e limitati perché possono comportare rischi sia per il feto sia per la madre, aumentando la suscettibilità a disturbi come l’ipertensione. Per questo motivo sono stati studiati e convalidati nuovi trattamenti per il benessere della mamma e del bambino, con dei protocolli molto efficaci che si basano sui mindfulness-based programs (MBP) e sulla compassione.

I programmi basati sulla mindfulness (consapevolezza) sono corsi educativi mente-corpo, che hanno lo scopo specifico di allenare la mente, attraverso la pratica della meditazione, ad adottare una consapevolezza non giudicante focalizzata sul momento presente. Per “compassione”, si intende un particolare orientamento della mente che riconosce l’universalità della sofferenza nell’esperienza umana e coltiva la capacità di affrontare quella sofferenza con gentilezza, empatia e pazienza. Crescono le prove che la compassione sia un meccanismo importante negli MBP e alcuni ricercatori sostengono l’importanza di un’esercitazione pratica alla compassione all’interno del percorso. Questi trattamenti hanno dimostrato di essere efficaci sia per i sintomi di depressione sia per altri disturbi mentali.

Gli MBP producono un  miglioramento della salute e del benessere mentale e fisico,  riducono significativamente i sintomi della depressione e prevengono le recidiva alla stessa, oltre a essere un valido aiuto per la gestione e la riduzione dello stress. Nel caso specifico del periodo peri/post natale hanno aiutato anche a gestire il dolori e i fastidi della gravidanza (compreso quello del parto), diventando un valido aiuto per i genitori in attesa; queste pratiche hanno permesso anche di  aumentare la disponibilità e le attenzioni dei genitori alla cura del bambino una volta nato.

Genitori non si nasce ma si diventa, e questo momento di passaggio e di cambiamento nella vita di un genitore porta con sé anche tante paure e difficoltà, insite nella natura umana. Come diceva Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, sono un essere umano, niente che sia umano mi è estraneo.

Per approfondimenti

Jennifer L. Payne, Jamie Maguire (2019), Pathophysiological Mechanisms Implicated in Postpartum Depression, Neuroendocrinol. 52: 165–180. doi:10.1016/j.yfrne.2018.12.001.

Ministero della salute (2017), La nostra salute, Enciclopedia Salute, Disturbi psichici, Depressione post partum

Olga Sacristan-Martin, Miguel A. Santed, Javier Garcia-Campayo, Larissa G. Duncan, Nancy Bardacke, Carmen Fernandez-Alonso, Gloria Garcia-Sacristan, Diana Garcia-Sacristan, Alberto Barcelo-Soler  and Jesus Montero-Marin (2019); A mindfulness and compassion-based program applied to pregnant women and their partners to decrease depression symptoms during pregnancy and postpartum: study protocol for a randomized controlled trial. Sacristan-Martin et al. Trials, 20:654 https://doi.org/10.1186/s13063-019-3739-z

Ridurre le ossessioni modificando i ricordi d’infanzia

Da una ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC) è emerso come la tecnica dell’Imagery Rescripting sia efficace nella riduzione dei sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo.

“Riscrivere” i ricordi dell’infanzia legati al rimprovero può ridurre le ossessioni dell’individuo. È il risultato dello studio innovativo Imagery rescripting on guilt-inducing memories in OCD: A single case series study, condotto da un gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, diretta dallo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, e pubblicato a settembre 2020 sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Gli autori hanno rilevato cambiamenti clinicamente significativi nella sintomatologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo a seguito di un intervento terapeutico basato sull’utilizzo della tecnica dell’Imagery Rescripting (ImRs).

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica sperimentata da circa l’1,5% della popolazione e caratterizzata da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri ricorrenti e persistenti.

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Le compulsioni sono invece quei comportamenti che l’individuo si sente spinto a compiere in risposta a un’ossessione, volti a prevenire o ridurre l’ansia, l’angoscia e, in particolare, il senso di colpa: i risultati di diversi studi hanno infatti attribuito alla responsabilità e al senso di colpa un ruolo cruciale nell’insorgenza e nel mantenimento del Disturbo ossessivo-compulsivo. Le osservazioni cliniche mostrano che in caso di rimprovero, i genitori di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo ritirano l’amore, ignorano il bambino e non sono inclini a perdonare. È quindi plausibile che queste esperienze abbiano convinto il paziente che basta un piccolo errore per ricevere rimproveri seri, aggressivi, sprezzanti e umilianti da figure significative, come i genitori.

È qui che si fa strada la tecnica dell’Imagery Rescripting: partendo dai risultati ottenuti in un recente studio dello psichiatra britannico David Veale, gli autori della ricerca hanno voluto verificare se modificando – tramite l’utilizzo dell’ImRs – la valenza emotiva dei ricordi dei rimproveri che hanno indotto i sensi di colpa, si potessero ridurre in maniera duratura i sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo. Un campione di 18 partecipanti di età compresa tra 18 e 65 anni con una diagnosi di DOC è stato invitato a selezionare dalla memoria i primi ricordi dell’infanzia e, in particolare, il ricordo di rimprovero più intenso dal punto di vista emotivo, non necessariamente legato ai sintomi di DOC. Dopo tre sessioni di ImRs, seguite da un monitoraggio fino a tre mesi, i partecipanti hanno sperimentato una significativa riduzione clinica dei sintomi: 14 dei 18 partecipanti – il 77,7% – hanno ottenuto un miglioramento almeno pari al 35% sulla scala Yale-Brown (Y-BOCS), che misura il Disturbo ossessivo-compulsivo e quattro sono risultati addirittura asintomatici.
Lo studio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma apre dunque un nuovo e interessante scenario nell’intervento clinico del Disturbo ossessivo-compulsivo e nella ricerca contemporanea sul DOC.
Per approfondimenti:

Depressione con aspetti atipici

di Sonia Di Munno

Una visione d’insieme delle peculiarità del disturbo

Diagnosi

Il disturbo depressivo maggiore  provoca un cambiamento nell’umore in cui vi è un sostanziale abbassamento dell’umore o una perdita di piacere e interesse, a questi si possono aggiungere dei sintomi come insonnia, perdita di peso, mancanza di concentrazione, pensieri di morte, ecc., compromettendo significativamente delle aree importanti della vita di chi ne soffre (lavoro, amici, famiglia).
Vi sono, però, ulteriori specificatori che inquadrano di più il tipo di depressione. Una delle tipologie di disturbo depressivo è la Depressione Atipica (AD), detta così perché presenta alcuni sintomi “invertiti” della depressione, come iperfagia (invece di mancanza di appetito), ipersonnia (vs insonnia), e la “paralisi plumbea” (sensazione prolungata di stanchezza e pesantezza alle gambe e alle braccia, che dura di più di un’ora al giorno per almeno tre mesi). A differenza della depressione “classica”, l’umore varia, diventando anche eutimico o allegro quando vi sono degli eventi positivi reali o potenziali (reattività emotiva). Chi ne soffre presenta, inoltre, un’elevata sensibilità al rifiuto interpersonale, non dipendente dall’umore depresso.

Epidemiologia

In un sondaggio nazionale condotto negli Stati Uniti nei primi anni ’90, una percentuale tra il 36 e il 39% dei pazienti con depressione presentava ipersonnia e iperfagia, compatibili con la depressione atipica. I risultati di un’indagine epidemiologica nazionale sulla popolazione americana eseguita, poi, dieci anni dopo hanno mostrato, inoltre, una prevalenza del 10,2% della depressione con caratteristiche atipiche nel corso della vita, mentre la prevalenza della depressione senza caratteristiche atipiche era del 6,3%.
Sono stati condotti numerosi studi neurobiologici e neuropsicologici sulla patogenesi dell’AD. Hanno prodotto risultati interessanti: gli studi sulla famiglia hanno fornito un supporto per la validità del sottotipo atipico della depressione maggiore. Infatti, in quelli condotti sui gemelli di sottotipi depressivi, sono stati osservati tassi di concordanza più elevati per il sottotipo atipico nei gemelli monozigoti rispetto ai gemelli dizigoti. Inoltre, la familiarità è risultata essere molto più preponderante nella depressione atipica rispetto a quella malinconica.

Meccanismi fisiopatologici e neuropsicologici

Dal punto di vista fisiopatologico e biologico, dagli studi di George P. Chrousos sono state riscontrate delle differenze nell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nella secrezione della corticotropina: più specificatamente nella depressione melanconica vi è un’ipersecrezione di quest’ormone in risposta allo stress mentre nella depressione atipica vi è un iposecrezione e una minore attivazione di questo sistema biologico.
Dal punto di vista delle funzioni neuropsicologiche, recentemente è stata pubblicata una revisione sistematica della letteratura sugli studi neuropsicologici nella depressione malinconica e nell’AD. Gli autori hanno confrontato i risultati dei test cognitivi nel tipo di depressione malinconica e non malinconica (NMD). Secondo la recensione, i pazienti malinconici hanno prestazioni peggiori rispetto ai pazienti con NMD quando si tratta di compiti che coinvolgono la memoria verbale e visiva, la funzione esecutiva, l’attenzione e la durata sostenute, nonché la velocità psicomotoria. Gli autori hanno trovato che i test di fluidità verbale e le attività di velocità psicomotoria sembrano essere strumenti adatti per differenziare la depressione da depressione malinconica, poiché i pazienti malinconici hanno ottenuto risultati peggiori e hanno mostrato disabilità più ampie e maggiori rispetto ai pazienti con NMD.

Implicazioni con i problemi cardiovascolari

Molti studi hanno indagato l’incidenza di un maggior rischio di problemi cardiovascolari (CVD) con la depressione, tra questi vi è una ricerca cospicua di Stephanie M. Case del 2018: i risultati hanno dimostrato che gli intervistati con disturbo depressivo atipico avevano oltre il doppio delle probabilità di avere una problematica cardiovascolare nell’arco del tempo rispetto a quelli senza disturbo depressivo. Inoltre, gli adulti con depressione atipica, rispetto a quelli con depressione non atipica, hanno tassi o livelli più elevati di diversi fattori di rischio CVD, tra cui dislipidemia, ipertensione, diabete, obesità, sindrome metabolica, inattività fisica e infiammazione sistemica.

Ipotesi Psicologica

Dal punto di vista psicologico, vi è l’ipotesi che l’AD, caratterizzata da un’ipersensensibilità al rifiuto, sia la conseguenza di questo tratto di personalità, poiché il modello personale di sensibilità al rifiuto è sempre accompagnato da una varietà di problemi emotivi (ansia eccessiva) e comportamenti  auto-consolatori disregolati (sonno eccessivo e eccesso di cibo). Questo presupporrebbe che l’AD sia una depressione reattiva a questa sensibilità temperamentale. Inoltre, è stato in più studi dimostrato che pazienti con depressione atipica hanno molte comorbidità con i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobia sociale), disturbi alimentari e le depressioni stagionali. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la depressione sarà tra le cause più comuni di malattia e morte prematura in tutto il mondo. L’identificazione del sottotipo atipico della depressione nella diagnosi, in termini di caratteristiche cliniche e biologiche, darebbe ai pazienti una possibilità in più per un trattamento personalizzato.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali, quinta edizione. DSM-5. Raffaello Cortina Editore

Dorota Lojko, Janusz K Rybakowski (2017). Atypical depression: current perspectives. Neuropsychiatric Disease and Treatment

Stephanie M. Case, Manisha Sawhney, and Jesse C. Stewart (2018). Atypical Depression and Double Depression Predict New-Onset Cardiovascular Disease in U.S. Adults. Depress Anxiety. 2018 January ; 35(1): 10–17. doi:10.1002/da.22666.

Tyuvina N.A., Verbitskaya M.S., Stolyarova A.E. (2020). Atypical depression: selection criteria, systematics, approaches to therapy. Neurology, Neuropsychiatry, Psychosomatics. 12(2):98–103.

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Costruire la resilienza

di Emanuela Pidri

La resilienza come processo di coping degli stati emotivi legati al Covid-19

Il Covid-19 sta avendo un forte impatto sulla salute fisica, ma anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico di tutta la popolazione.  La paura del contagio, l’isolamento forzato, il timore di perdere i propri cari – accumulato all’incertezza economica del lavoro, della gestione familiare e del futuro – ha favorito sintomi depressivi, stati ansiosi, stress profondo e duraturo, in un numero considerevole di persone. In questo contesto, possono subentrare anche situazioni di notevole disagio che portano ad assumere alcol, droghe o ad attuare comportamenti potenzialmente rischiosi come il gioco d’azzardo. In base alle esperienze di quarantena passate, gli scienziati suggeriscono tra le implicazioni psicologiche la comparsa di depressione, stress, disturbi d’ansia e dell’umore, irritabilità, insonnia e disturbi da stress post-traumatico. Per questo motivo, focalizzarsi sulla salute mentale ha un carattere di estrema urgenza perché la pandemia di Covid-19 rischia di scatenare un massiccio aumento dei casi di psicopatologia.

Un fattore predittivo di salute mentale viene riconosciuto nella resilienza. La resilienza non è un tratto di personalità né qualcosa di straordinario, è possibile apprezzarla nelle persone che dimostrano un’ammirevole capacità di riprendersi dopo eventi critici della vita.  La resilienza può essere appresa in quanto  è una capacità di crescita, un processo dinamico, uno strumento di vita, un trampolino che dovrebbe servire a risollevare gli individui nei momenti di debolezza, di sconforto e, soprattutto, quando vengono colpiti dalle avversità. La resilienza è la capacità che permette alle persone di fronteggiare gli eventi stressanti e critici della vita, prima di tutto riconoscendoli e accettando di essere imperfetti, successivamente lavorando sui propri “punti critici”.  I fattori che potenziano la resilienza sono: stabilire relazioni positive con l’ambiente circostante e coltivare amicizie positive; accettare che i cambiamenti sono inevitabili nella vita; evitare di vedere le crisi della vita come problemi insuperabili; stabilire piccole mete che siano raggiungibili; non avere paura di prendere decisioni; coltivare una visione positiva di sé stessi; scoprire sé stessi ritrovando il proprio lato spirituale, leggendo, esplorando il proprio corpo e la propria mente, poiché una mente occupata si tiene lontana dai pensieri negativi; infine, pensare in prospettiva e riportare alla memoria gli eventi stressanti e negativi che si sono superati.

Alcuni esercizi utili per potenziare la resilienza si basano sull’ascolto e sulla condivisione delle proprie emozioni, per poterle comprendere senza pretendere di controllarle: ad esempio, scrivere un diario, ritagliarsi momenti di sana solitudine, svolgere attività piacevoli e significative. Inoltre, è importante l’attività fisica, visto che un esercizio fisico, leggero ma quotidiano, genera cambiamenti positivi nel cervello liberando endorfine e riducendo il livello di cortisolo nel sangue. Praticare la Mindfulness aiuta a imparare a lasciar andare ciò che non si può controllare, maturando la flessibilità mentale necessaria per sviluppare la capacità di resilienza. Bisogna allenarsi a venire a patti con l’assenza di certezze e soluzioni definitive immediate: non tollerare l’incertezza, infatti, è un elemento comune ad ansia, depressione, disturbo ossessivo compulsivo, mentre tollerare la frustrazione del non sapere permette di affrontare in modo più efficace tutti i pensieri e le emozioni che provocano disagio procrastinando, in questo modo, la ricerca di aggiornamenti continui sullo stato della pandemia.  L’ansia aumenta proporzionalmente a quanto si cerca di liberarsene, quindi lasciare che i pensieri, i sentimenti e le sensazioni vengano liberamente vissute permette di affrontare il paradosso dell’ansia. Bisogna sottolineare come la forza stia nella vulnerabilità e che è la stessa vulnerabilità a dare una spinta per rialzarsi dagli eventi critici della vita. Non bisogna negare il momento di difficoltà ma accettarlo e credere nelle proprie capacità.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore

Cantoni, F. (2014). La resilienza come competenza dinamica e volitiva. Torino: Giappichelli Editore

Duchek S., Organizational resilience: a capability-based conceptualization, Business Research, 2019

Foto di eberhard grossgasteiger da Pexels

Il timore della colpa

di Miriam Miraldi

La scala FOGS per indagarlo e misurarlo

L’origine e il mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono strettamente legati sia all’emozione di colpa sia a un costrutto affine ma ben distinto, ovvero il timore della colpa: la paura di provare quella sensazione che può comportare la messa in atto di comportamenti disfunzionali, per esempio ritualistici o di esplicito evitamento, tesi a eludere questa condizione percepita come sgradevole. La persona con DOC attua attività ossessive con uno scopo protettivo, volto ad anticipare e annullare la possibilità di sentirsi in colpa e, quindi, moralmente deplorevole.

È ragionevole aspettarsi che, nella diagnosi del DOC e nella valutazione della gravità dei sintomi correlati, la paura della colpa svolga un ruolo diverso rispetto alla propensione e alla sensibilità alla colpa. È bene, infatti, sottolineare che propensione alla colpa, sensibilità alla colpa e timore di colpa sono costrutti diversi, che possono prendere anche direzioni differenti: con “propensione alla colpa” intendiamo la tendenza del soggetto a sperimentare tale emozione; con “sensibilità alla colpa” ci riferiamo alla scarsa tolleranza nei confronti dell’emozione di colpa, che viene valutata negativamente; il “timore di colpa” ha invece a che fare con la paura di sentirsi e valutarsi colpevoli per una propria irresponsabilità, giudicando tale irresponsabilità più grave del danno in sé. Le persone con DOC non necessariamente provano livelli di colpa più elevati, ma temono i sensi di colpa che potrebbero provare e quindi agiscono preventivamente per attenuare la colpa.

Sappiamo bene quanto sia importante, nella ricerca così come nella pratica clinica, disporre di strumenti specifici, idonei a misurare le variabili psicologiche. Allo stato attuale, in lingua italiana troviamo questionari che misurano la propensione alla colpa – come la Guilt Inventory di Jones, Schratter e Kluger – e la sensibilità individuale verso questa emozione – come la scala proposta nel 2015 da Perdighe e colleghi; tuttavia non vi è nessuno strumento atto a valutare il timore di colpa e l’impegno profuso nel prevenire o neutralizzare questa esperienza. Nel 2016 gli studiosi canadesi Chiang, Purdon e Radomsky hanno pubblicato la scala denominata Fear of Guilt Scale (FOGS), composta da 17 item volti a valutare l’intensità della paura della colpa, considerando due diversi fattori: a) il fattore punitivo, ovvero l’impulso a punirsi per i sentimenti di colpa e la convinzione che la colpa designi il proprio sé come immorale e imperfetto; b) il fattore di prevenzione dei danni, cioè la spinta proattiva a prevenire danni o altre cause di colpa.

Visto che la scala FOGS si è rivelata essere una misura valida e affidabile della paura del senso di colpa, il gruppo di ricerca di Teresa Cosentino e colleghi, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, ne ha di recente tradotto e validato statisticamente la versione italiana, per poter così disporre di uno strumento che consenta di indagare meglio il peso di questo costrutto nell’origine e nel mantenimento del DOC. A tal fine, sono stati realizzati due studi: il primo, volto a valutare la struttura e la validità psicometrica della scala, è stato condotto su due campioni non clinici e a tutti i partecipanti è stata sottoposta una batteria di questionari, per misurare la sensibilità all’ansia, la colpa, la sensibilità alla colpa, la depressione e i sintomi ossessivi; il secondo studio ha proposto la stessa batteria di questionari ma si è rivolto a una popolazione clinica, a sua volta suddivisa in tre sottogruppi: uno con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, un altro con diagnosi di disturbo depressivo maggiore e, infine, un terzo con diagnosi di disturbo d’ansia. La finalità era indagare se la paura della colpa fosse prominente per i sintomi di DOC sia rispetto ad altre misure legate alla colpa (ad esempio la propensione, misurata dalla Guilt Inventory e la sensibilità alla colpa, misurata invece con la Guilt Sensitivity Scale), nonché rispetto ad altri disturbi psicologici, come la depressione e l’ansia.

In linea con i risultati di ricerche precedenti, Cosentino e colleghi hanno rilevato che la FOGS mostra alte correlazioni con altre misure relative al DOC che indagano la colpa e che, tali associazioni, sono più forti rispetto a quelle che presenta con le misure di depressione o ansia. Inoltre, la FOGS si è mostrata in grado di discriminare l’appartenenza dei pazienti al gruppo DOC, piuttosto che ai gruppi di pazienti con disturbi ansiosi o depressivi: questo ha supportato l’ipotesi che la paura della colpa caratterizzi, in particolare, i pazienti con sintomi ossessivi rispetto ai pazienti con altre diagnosi. La misura del timore di colpa, ottenuta tramite la FOGS, è un predittore significativo della gravità dei sintomi ossessivi, suggerendo che nel DOC la paura di sentirsi in colpa giochi un ruolo chiave, e che una maggiore intensità di tale emozione rappresenti un’indicazione precisa della presenza di sintomi ossessivi.

Concludendo, il timore di colpa, derivante dal significato attribuito a una condotta percepita come immorale, misurato mediante la FOGS, può contribuire a migliorare la nostra comprensione del DOC. Le analisi hanno fornito prove empiriche sulla bontà della versione italiana dello strumento nel misurare il costrutto, nonché la sua idoneità a distinguere e cogliere le due dimensioni chiave del timore di colpa proposte da Chiang e colleghi, ovvero il fattore punitivo e il fattore di prevenzione del danno.

La FOGS, anche nella sua recente versione italiana, si rivela dunque uno strumento estremamente utile per tutti quei ricercatori e per i clinici che vogliono indagare l’impatto del timore di colpa sulle decisioni e il comportamento e il suo peso specifico nello sviluppo e mantenimento della sintomatologia ossessiva.

Per approfondimenti

Cosentino, T., Pellegrini, V., Gacomantonio, M., Saliani, A. M., Basile, B., Saettoni, M., Gragnani, A., Buonanno, C., & Mancini, F. (2020). Validation and psychometric properties of the Italian version of the Fear of Guilt Scale. Rassegna di Psicologia37(1), 59-70.

Chiang, B., Purdon, C., & Radomsky, A. S. (2016). Development and initial validation of the Fear of Guilt Scale for obsessive-compulsive disorder (OCD). Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders11, 63-73.

Jones, W.H., Schratter, A.K., & Kugler, K. (2000). The guilt inventory. Psychological Reports, 87, 1039-1042.

Perdighe, C., Cosentino, T., Faraci, P., Gragnani, A., Saliani, A.M., & Mancini, F. (2015). Individual differences in guilt sensitivity: The Guilt Sensitivity Scale (GSS). Testing, Psychometrics, Methodology in Applied Psychology, 22, 349-362.