Ridurre le ossessioni modificando i ricordi d’infanzia

Da una ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC) è emerso come la tecnica dell’Imagery Rescripting sia efficace nella riduzione dei sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo.

“Riscrivere” i ricordi dell’infanzia legati al rimprovero può ridurre le ossessioni dell’individuo. È il risultato dello studio innovativo Imagery rescripting on guilt-inducing memories in OCD: A single case series study, condotto da un gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, diretta dallo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, e pubblicato a settembre 2020 sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Gli autori hanno rilevato cambiamenti clinicamente significativi nella sintomatologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo a seguito di un intervento terapeutico basato sull’utilizzo della tecnica dell’Imagery Rescripting (ImRs).

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica sperimentata da circa l’1,5% della popolazione e caratterizzata da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri ricorrenti e persistenti.

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Le compulsioni sono invece quei comportamenti che l’individuo si sente spinto a compiere in risposta a un’ossessione, volti a prevenire o ridurre l’ansia, l’angoscia e, in particolare, il senso di colpa: i risultati di diversi studi hanno infatti attribuito alla responsabilità e al senso di colpa un ruolo cruciale nell’insorgenza e nel mantenimento del Disturbo ossessivo-compulsivo. Le osservazioni cliniche mostrano che in caso di rimprovero, i genitori di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo ritirano l’amore, ignorano il bambino e non sono inclini a perdonare. È quindi plausibile che queste esperienze abbiano convinto il paziente che basta un piccolo errore per ricevere rimproveri seri, aggressivi, sprezzanti e umilianti da figure significative, come i genitori.

È qui che si fa strada la tecnica dell’Imagery Rescripting: partendo dai risultati ottenuti in un recente studio dello psichiatra britannico David Veale, gli autori della ricerca hanno voluto verificare se modificando – tramite l’utilizzo dell’ImRs – la valenza emotiva dei ricordi dei rimproveri che hanno indotto i sensi di colpa, si potessero ridurre in maniera duratura i sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo. Un campione di 18 partecipanti di età compresa tra 18 e 65 anni con una diagnosi di DOC è stato invitato a selezionare dalla memoria i primi ricordi dell’infanzia e, in particolare, il ricordo di rimprovero più intenso dal punto di vista emotivo, non necessariamente legato ai sintomi di DOC. Dopo tre sessioni di ImRs, seguite da un monitoraggio fino a tre mesi, i partecipanti hanno sperimentato una significativa riduzione clinica dei sintomi: 14 dei 18 partecipanti – il 77,7% – hanno ottenuto un miglioramento almeno pari al 35% sulla scala Yale-Brown (Y-BOCS), che misura il Disturbo ossessivo-compulsivo e quattro sono risultati addirittura asintomatici.
Lo studio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma apre dunque un nuovo e interessante scenario nell’intervento clinico del Disturbo ossessivo-compulsivo e nella ricerca contemporanea sul DOC.
Per approfondimenti:

Depressione con aspetti atipici

di Sonia Di Munno

Una visione d’insieme delle peculiarità del disturbo

Diagnosi

Il disturbo depressivo maggiore  provoca un cambiamento nell’umore in cui vi è un sostanziale abbassamento dell’umore o una perdita di piacere e interesse, a questi si possono aggiungere dei sintomi come insonnia, perdita di peso, mancanza di concentrazione, pensieri di morte, ecc., compromettendo significativamente delle aree importanti della vita di chi ne soffre (lavoro, amici, famiglia).
Vi sono, però, ulteriori specificatori che inquadrano di più il tipo di depressione. Una delle tipologie di disturbo depressivo è la Depressione Atipica (AD), detta così perché presenta alcuni sintomi “invertiti” della depressione, come iperfagia (invece di mancanza di appetito), ipersonnia (vs insonnia), e la “paralisi plumbea” (sensazione prolungata di stanchezza e pesantezza alle gambe e alle braccia, che dura di più di un’ora al giorno per almeno tre mesi). A differenza della depressione “classica”, l’umore varia, diventando anche eutimico o allegro quando vi sono degli eventi positivi reali o potenziali (reattività emotiva). Chi ne soffre presenta, inoltre, un’elevata sensibilità al rifiuto interpersonale, non dipendente dall’umore depresso.

Epidemiologia

In un sondaggio nazionale condotto negli Stati Uniti nei primi anni ’90, una percentuale tra il 36 e il 39% dei pazienti con depressione presentava ipersonnia e iperfagia, compatibili con la depressione atipica. I risultati di un’indagine epidemiologica nazionale sulla popolazione americana eseguita, poi, dieci anni dopo hanno mostrato, inoltre, una prevalenza del 10,2% della depressione con caratteristiche atipiche nel corso della vita, mentre la prevalenza della depressione senza caratteristiche atipiche era del 6,3%.
Sono stati condotti numerosi studi neurobiologici e neuropsicologici sulla patogenesi dell’AD. Hanno prodotto risultati interessanti: gli studi sulla famiglia hanno fornito un supporto per la validità del sottotipo atipico della depressione maggiore. Infatti, in quelli condotti sui gemelli di sottotipi depressivi, sono stati osservati tassi di concordanza più elevati per il sottotipo atipico nei gemelli monozigoti rispetto ai gemelli dizigoti. Inoltre, la familiarità è risultata essere molto più preponderante nella depressione atipica rispetto a quella malinconica.

Meccanismi fisiopatologici e neuropsicologici

Dal punto di vista fisiopatologico e biologico, dagli studi di George P. Chrousos sono state riscontrate delle differenze nell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nella secrezione della corticotropina: più specificatamente nella depressione melanconica vi è un’ipersecrezione di quest’ormone in risposta allo stress mentre nella depressione atipica vi è un iposecrezione e una minore attivazione di questo sistema biologico.
Dal punto di vista delle funzioni neuropsicologiche, recentemente è stata pubblicata una revisione sistematica della letteratura sugli studi neuropsicologici nella depressione malinconica e nell’AD. Gli autori hanno confrontato i risultati dei test cognitivi nel tipo di depressione malinconica e non malinconica (NMD). Secondo la recensione, i pazienti malinconici hanno prestazioni peggiori rispetto ai pazienti con NMD quando si tratta di compiti che coinvolgono la memoria verbale e visiva, la funzione esecutiva, l’attenzione e la durata sostenute, nonché la velocità psicomotoria. Gli autori hanno trovato che i test di fluidità verbale e le attività di velocità psicomotoria sembrano essere strumenti adatti per differenziare la depressione da depressione malinconica, poiché i pazienti malinconici hanno ottenuto risultati peggiori e hanno mostrato disabilità più ampie e maggiori rispetto ai pazienti con NMD.

Implicazioni con i problemi cardiovascolari

Molti studi hanno indagato l’incidenza di un maggior rischio di problemi cardiovascolari (CVD) con la depressione, tra questi vi è una ricerca cospicua di Stephanie M. Case del 2018: i risultati hanno dimostrato che gli intervistati con disturbo depressivo atipico avevano oltre il doppio delle probabilità di avere una problematica cardiovascolare nell’arco del tempo rispetto a quelli senza disturbo depressivo. Inoltre, gli adulti con depressione atipica, rispetto a quelli con depressione non atipica, hanno tassi o livelli più elevati di diversi fattori di rischio CVD, tra cui dislipidemia, ipertensione, diabete, obesità, sindrome metabolica, inattività fisica e infiammazione sistemica.

Ipotesi Psicologica

Dal punto di vista psicologico, vi è l’ipotesi che l’AD, caratterizzata da un’ipersensensibilità al rifiuto, sia la conseguenza di questo tratto di personalità, poiché il modello personale di sensibilità al rifiuto è sempre accompagnato da una varietà di problemi emotivi (ansia eccessiva) e comportamenti  auto-consolatori disregolati (sonno eccessivo e eccesso di cibo). Questo presupporrebbe che l’AD sia una depressione reattiva a questa sensibilità temperamentale. Inoltre, è stato in più studi dimostrato che pazienti con depressione atipica hanno molte comorbidità con i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobia sociale), disturbi alimentari e le depressioni stagionali. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la depressione sarà tra le cause più comuni di malattia e morte prematura in tutto il mondo. L’identificazione del sottotipo atipico della depressione nella diagnosi, in termini di caratteristiche cliniche e biologiche, darebbe ai pazienti una possibilità in più per un trattamento personalizzato.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali, quinta edizione. DSM-5. Raffaello Cortina Editore

Dorota Lojko, Janusz K Rybakowski (2017). Atypical depression: current perspectives. Neuropsychiatric Disease and Treatment

Stephanie M. Case, Manisha Sawhney, and Jesse C. Stewart (2018). Atypical Depression and Double Depression Predict New-Onset Cardiovascular Disease in U.S. Adults. Depress Anxiety. 2018 January ; 35(1): 10–17. doi:10.1002/da.22666.

Tyuvina N.A., Verbitskaya M.S., Stolyarova A.E. (2020). Atypical depression: selection criteria, systematics, approaches to therapy. Neurology, Neuropsychiatry, Psychosomatics. 12(2):98–103.

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Costruire la resilienza

di Emanuela Pidri

La resilienza come processo di coping degli stati emotivi legati al Covid-19

Il Covid-19 sta avendo un forte impatto sulla salute fisica, ma anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico di tutta la popolazione.  La paura del contagio, l’isolamento forzato, il timore di perdere i propri cari – accumulato all’incertezza economica del lavoro, della gestione familiare e del futuro – ha favorito sintomi depressivi, stati ansiosi, stress profondo e duraturo, in un numero considerevole di persone. In questo contesto, possono subentrare anche situazioni di notevole disagio che portano ad assumere alcol, droghe o ad attuare comportamenti potenzialmente rischiosi come il gioco d’azzardo. In base alle esperienze di quarantena passate, gli scienziati suggeriscono tra le implicazioni psicologiche la comparsa di depressione, stress, disturbi d’ansia e dell’umore, irritabilità, insonnia e disturbi da stress post-traumatico. Per questo motivo, focalizzarsi sulla salute mentale ha un carattere di estrema urgenza perché la pandemia di Covid-19 rischia di scatenare un massiccio aumento dei casi di psicopatologia.

Un fattore predittivo di salute mentale viene riconosciuto nella resilienza. La resilienza non è un tratto di personalità né qualcosa di straordinario, è possibile apprezzarla nelle persone che dimostrano un’ammirevole capacità di riprendersi dopo eventi critici della vita.  La resilienza può essere appresa in quanto  è una capacità di crescita, un processo dinamico, uno strumento di vita, un trampolino che dovrebbe servire a risollevare gli individui nei momenti di debolezza, di sconforto e, soprattutto, quando vengono colpiti dalle avversità. La resilienza è la capacità che permette alle persone di fronteggiare gli eventi stressanti e critici della vita, prima di tutto riconoscendoli e accettando di essere imperfetti, successivamente lavorando sui propri “punti critici”.  I fattori che potenziano la resilienza sono: stabilire relazioni positive con l’ambiente circostante e coltivare amicizie positive; accettare che i cambiamenti sono inevitabili nella vita; evitare di vedere le crisi della vita come problemi insuperabili; stabilire piccole mete che siano raggiungibili; non avere paura di prendere decisioni; coltivare una visione positiva di sé stessi; scoprire sé stessi ritrovando il proprio lato spirituale, leggendo, esplorando il proprio corpo e la propria mente, poiché una mente occupata si tiene lontana dai pensieri negativi; infine, pensare in prospettiva e riportare alla memoria gli eventi stressanti e negativi che si sono superati.

Alcuni esercizi utili per potenziare la resilienza si basano sull’ascolto e sulla condivisione delle proprie emozioni, per poterle comprendere senza pretendere di controllarle: ad esempio, scrivere un diario, ritagliarsi momenti di sana solitudine, svolgere attività piacevoli e significative. Inoltre, è importante l’attività fisica, visto che un esercizio fisico, leggero ma quotidiano, genera cambiamenti positivi nel cervello liberando endorfine e riducendo il livello di cortisolo nel sangue. Praticare la Mindfulness aiuta a imparare a lasciar andare ciò che non si può controllare, maturando la flessibilità mentale necessaria per sviluppare la capacità di resilienza. Bisogna allenarsi a venire a patti con l’assenza di certezze e soluzioni definitive immediate: non tollerare l’incertezza, infatti, è un elemento comune ad ansia, depressione, disturbo ossessivo compulsivo, mentre tollerare la frustrazione del non sapere permette di affrontare in modo più efficace tutti i pensieri e le emozioni che provocano disagio procrastinando, in questo modo, la ricerca di aggiornamenti continui sullo stato della pandemia.  L’ansia aumenta proporzionalmente a quanto si cerca di liberarsene, quindi lasciare che i pensieri, i sentimenti e le sensazioni vengano liberamente vissute permette di affrontare il paradosso dell’ansia. Bisogna sottolineare come la forza stia nella vulnerabilità e che è la stessa vulnerabilità a dare una spinta per rialzarsi dagli eventi critici della vita. Non bisogna negare il momento di difficoltà ma accettarlo e credere nelle proprie capacità.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore

Cantoni, F. (2014). La resilienza come competenza dinamica e volitiva. Torino: Giappichelli Editore

Duchek S., Organizational resilience: a capability-based conceptualization, Business Research, 2019

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Il timore della colpa

di Miriam Miraldi

La scala FOGS per indagarlo e misurarlo

L’origine e il mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono strettamente legati sia all’emozione di colpa sia a un costrutto affine ma ben distinto, ovvero il timore della colpa: la paura di provare quella sensazione che può comportare la messa in atto di comportamenti disfunzionali, per esempio ritualistici o di esplicito evitamento, tesi a eludere questa condizione percepita come sgradevole. La persona con DOC attua attività ossessive con uno scopo protettivo, volto ad anticipare e annullare la possibilità di sentirsi in colpa e, quindi, moralmente deplorevole.

È ragionevole aspettarsi che, nella diagnosi del DOC e nella valutazione della gravità dei sintomi correlati, la paura della colpa svolga un ruolo diverso rispetto alla propensione e alla sensibilità alla colpa. È bene, infatti, sottolineare che propensione alla colpa, sensibilità alla colpa e timore di colpa sono costrutti diversi, che possono prendere anche direzioni differenti: con “propensione alla colpa” intendiamo la tendenza del soggetto a sperimentare tale emozione; con “sensibilità alla colpa” ci riferiamo alla scarsa tolleranza nei confronti dell’emozione di colpa, che viene valutata negativamente; il “timore di colpa” ha invece a che fare con la paura di sentirsi e valutarsi colpevoli per una propria irresponsabilità, giudicando tale irresponsabilità più grave del danno in sé. Le persone con DOC non necessariamente provano livelli di colpa più elevati, ma temono i sensi di colpa che potrebbero provare e quindi agiscono preventivamente per attenuare la colpa.

Sappiamo bene quanto sia importante, nella ricerca così come nella pratica clinica, disporre di strumenti specifici, idonei a misurare le variabili psicologiche. Allo stato attuale, in lingua italiana troviamo questionari che misurano la propensione alla colpa – come la Guilt Inventory di Jones, Schratter e Kluger – e la sensibilità individuale verso questa emozione – come la scala proposta nel 2015 da Perdighe e colleghi; tuttavia non vi è nessuno strumento atto a valutare il timore di colpa e l’impegno profuso nel prevenire o neutralizzare questa esperienza. Nel 2016 gli studiosi canadesi Chiang, Purdon e Radomsky hanno pubblicato la scala denominata Fear of Guilt Scale (FOGS), composta da 17 item volti a valutare l’intensità della paura della colpa, considerando due diversi fattori: a) il fattore punitivo, ovvero l’impulso a punirsi per i sentimenti di colpa e la convinzione che la colpa designi il proprio sé come immorale e imperfetto; b) il fattore di prevenzione dei danni, cioè la spinta proattiva a prevenire danni o altre cause di colpa.

Visto che la scala FOGS si è rivelata essere una misura valida e affidabile della paura del senso di colpa, il gruppo di ricerca di Teresa Cosentino e colleghi, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, ne ha di recente tradotto e validato statisticamente la versione italiana, per poter così disporre di uno strumento che consenta di indagare meglio il peso di questo costrutto nell’origine e nel mantenimento del DOC. A tal fine, sono stati realizzati due studi: il primo, volto a valutare la struttura e la validità psicometrica della scala, è stato condotto su due campioni non clinici e a tutti i partecipanti è stata sottoposta una batteria di questionari, per misurare la sensibilità all’ansia, la colpa, la sensibilità alla colpa, la depressione e i sintomi ossessivi; il secondo studio ha proposto la stessa batteria di questionari ma si è rivolto a una popolazione clinica, a sua volta suddivisa in tre sottogruppi: uno con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, un altro con diagnosi di disturbo depressivo maggiore e, infine, un terzo con diagnosi di disturbo d’ansia. La finalità era indagare se la paura della colpa fosse prominente per i sintomi di DOC sia rispetto ad altre misure legate alla colpa (ad esempio la propensione, misurata dalla Guilt Inventory e la sensibilità alla colpa, misurata invece con la Guilt Sensitivity Scale), nonché rispetto ad altri disturbi psicologici, come la depressione e l’ansia.

In linea con i risultati di ricerche precedenti, Cosentino e colleghi hanno rilevato che la FOGS mostra alte correlazioni con altre misure relative al DOC che indagano la colpa e che, tali associazioni, sono più forti rispetto a quelle che presenta con le misure di depressione o ansia. Inoltre, la FOGS si è mostrata in grado di discriminare l’appartenenza dei pazienti al gruppo DOC, piuttosto che ai gruppi di pazienti con disturbi ansiosi o depressivi: questo ha supportato l’ipotesi che la paura della colpa caratterizzi, in particolare, i pazienti con sintomi ossessivi rispetto ai pazienti con altre diagnosi. La misura del timore di colpa, ottenuta tramite la FOGS, è un predittore significativo della gravità dei sintomi ossessivi, suggerendo che nel DOC la paura di sentirsi in colpa giochi un ruolo chiave, e che una maggiore intensità di tale emozione rappresenti un’indicazione precisa della presenza di sintomi ossessivi.

Concludendo, il timore di colpa, derivante dal significato attribuito a una condotta percepita come immorale, misurato mediante la FOGS, può contribuire a migliorare la nostra comprensione del DOC. Le analisi hanno fornito prove empiriche sulla bontà della versione italiana dello strumento nel misurare il costrutto, nonché la sua idoneità a distinguere e cogliere le due dimensioni chiave del timore di colpa proposte da Chiang e colleghi, ovvero il fattore punitivo e il fattore di prevenzione del danno.

La FOGS, anche nella sua recente versione italiana, si rivela dunque uno strumento estremamente utile per tutti quei ricercatori e per i clinici che vogliono indagare l’impatto del timore di colpa sulle decisioni e il comportamento e il suo peso specifico nello sviluppo e mantenimento della sintomatologia ossessiva.

Per approfondimenti

Cosentino, T., Pellegrini, V., Gacomantonio, M., Saliani, A. M., Basile, B., Saettoni, M., Gragnani, A., Buonanno, C., & Mancini, F. (2020). Validation and psychometric properties of the Italian version of the Fear of Guilt Scale. Rassegna di Psicologia37(1), 59-70.

Chiang, B., Purdon, C., & Radomsky, A. S. (2016). Development and initial validation of the Fear of Guilt Scale for obsessive-compulsive disorder (OCD). Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders11, 63-73.

Jones, W.H., Schratter, A.K., & Kugler, K. (2000). The guilt inventory. Psychological Reports, 87, 1039-1042.

Perdighe, C., Cosentino, T., Faraci, P., Gragnani, A., Saliani, A.M., & Mancini, F. (2015). Individual differences in guilt sensitivity: The Guilt Sensitivity Scale (GSS). Testing, Psychometrics, Methodology in Applied Psychology, 22, 349-362. 

DOC e DOCP durante la pandemia

di Gianluca Ghiandi e Giuseppe Femia

Il lockdown per il Covid-19 ha evidenziato le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità

Il Covid-19 è un virus noto ormai da alcuni mesi a livello mondiale a causa dei suoi effetti negativi non solo per la salute fisica (febbre, tosse, polmonite e persino la morte) ma anche per quella psichica, soprattutto considerando le ripercussioni che questa malattia ha avuto nella vita delle persone.
Il lockdown mondiale ha infatti portato, forse per la prima volta nella storia dell’essere umano, a un “cessate il fuoco” collettivo, un’immobilizzazione di massa a cui probabilmente non eravamo preparati. Viviamo, infatti, in un’era in cui la “corsa contro il tempo”, affinché si riesca a svolgere tutte le attività giornaliere programmate, sembra essere una prerogativa fondamentale delle nostre vite. Fare, fare e ancora fare.
Risulta quindi comprensibile supporre che, quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di “non fare”, non solo questo ci risulta strano e inaspettato, ma produce anche conseguenze negative di considerevole impatto sul nostro status psico-emotivo, con le quali tutti (o quasi) dovremmo farne i conti. Un’indagine condotta da Wan-Sheng Wang e collaboratori della Huaibei Normal University, in Cina, ha mostrato un aumento dei vissuti emotivi di ansia, depressione e sensibilità ai rischi sociali, con una conseguente diminuzione della soddisfazione della vita.

Nonostante la prevalenza di questi vissuti emotivi sia molto comune nella popolazione, le reazioni comportamentali sembrerebbero invece essere diverse in simili circostanze. Prendiamo ad esempio in esame il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità. Da tempo questi due disturbi, nonostante le numerose evidenze scientifiche mostrino il contrario, vengono spesso associati e confusi come due manifestazioni sintomatologiche sovrapponibili. Infatti, mentre la persona con disturbo ossessivo compulsivo presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da ansia e pensieri indesiderati, insight e sofferenza a causa delle proprie ossessioni, sentimenti di colpa e propensione al disgusto, le persone che presentano un assetto ossessivo della personalità si caratterizzano per la presenza di standard elevati, rigidità, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, iper-produttività a discapito delle attività di svago e di piacere, regole rigide e intransigenti rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, estrema aderenza all’autorità e scarsa capacità a comprendere il punto di vista e le emozioni degli altri, apparendo spesso arroganti, prepotenti, testardi e polemici. Quest’ultimi mostrerebbero, inoltre, una spiccata difficoltà a manifestare le proprie emozioni in quanto spinti dall’idea che debbano essere controllate per non danneggiare il valore di sé. Infine, nella clinica si è riscontrato spesso che i pazienti con DOC manifestano maggiore capacità di adattamento sul piano sociale, affettivo e interpersonale rispetto ai pazienti con DOCP.

Forse oggi, in tempo di pandemia, è possibile riuscire a delineare ed evidenziare una maggiore differenziazione di comportamento e reazione tra questi due quadri sintomatologici. Sappiamo ad esempio che, in genere, i pazienti con una personalità ossessiva tendono a mostrare un bisogno costante di controllo interpersonale, con conseguenti manifestazioni di rabbia (occasionali ma esagerate) che si manifestano sia in ambiente familiare sia in ambiente lavorativo, soprattutto quando percepiscono che le cose non vengono fatte secondo il loro principio di perfezione. Inoltre, è interessante notare come da un lato mostrano una tendenza ad essere eccessivamente esigenti e punitivi nei confronti di un subordinato e dall’altro, presentano invece una predisposizione a sottomettersi facilmente all’autorità. Sono spinti da una forte motivazione intrinseca, una sorta di automatismo, una doverizzazione (“Faccio così perché è giusto che sia così, questo è il modo giusto di farlo”), che non permette loro di riconoscere che in realtà sono persone dotate di desideri, intenzioni e scopi e che potrebbero lasciarsi guidare da questi senza per forza doversi sottomettere al proprio giudizio.
Al contrario, le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo sembrano essere governate dallo scopo di volere essere accettati, degni e non colpevoli, e soprattutto non criticati in modo sprezzante. Ad esempio, nei soggetti con il timore delle contaminazioni, lo scopo ultimo non è tanto quello di prevenire ed evitare il contagio in sé, quanto piuttosto quello di eludere il rischio di essere responsabili della contaminazione propria ed eventualmente di altri, di poter quindi recare loro un danno, al fine di non poter essere considerati moralmente responsabili o omissivi; a queste preoccupazioni segue una seconda valutazione critica di sé, della sintomatologia, dei rituali, dei costi, assieme al timore di poter essere fonte di disgusto e disprezzo e giudizio negativo da parte degli altri. I pazienti DOC si caratterizzano, quindi, per un timore di giudizio negativo e in particolare circa la possibilità che le persone possano provare verso di loro disgusto e disprezzo compromettendone l’immagine e l’integrità morale.

Dall’analisi di questi due quadri comportamentali risulterebbero chiari ed evidenti i punti di divergenza e convergenza dei due disturbi. In entrambi i casi sembrerebbe molto probabile che, in questo periodo di crisi, le due tipologie di pazienti mostrino vissuti depressivi e paranoici e un incremento di ansia rispetto al tema della responsabilità e delle regole. Plausibilmente, troveremo in entrambi un totale rispetto delle regole della pandemia, anche se esse sono sostenute da scopi diversi: da una parte i pazienti con DOC mostrano una costante paura del contagio e fanno di tutto affinché questo non avvenga per non sentirsi moralmente responsabili di essere eventuali vettori del virus, aumentando così probabilmente le loro compulsioni e le loro restrizioni, dall’altra i pazienti che mostrano una personalità ossessiva sono, invece, di per sé ligi alle regole a causa dei sentimenti di giustezza che governano la loro vita, pronti a conformarsi quando gli altri non lo sono e dunque pertanto potrebbero arrabbiarsi se queste non vengono rispettate, data anche la loro tendenza a sottoporsi facilmente alle regole dell’autorità. A causa quindi delle restrizioni, quest’ultimi potrebbero inoltre provare rabbia ed essere polemici e scombussolati dal fatto che i programmi siano saltati o da ridefinire. Potrebbero sperimentare preoccupazione rispetto al futuro, ai danni economici e sono pronti a rinnovare la loro parsimonia e la loro testardaggine a livello interpersonale.

Per approfondimenti

Brooks, Sam & Webster, Rebecca & Smith, Louise & Woodland, Lisa & Wessely, Simon & Greenberg, Neil & Rubin, G.. (2020). The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. SSRN Electronic Journal. 395. 10.2139/ssrn.3532534.

Li, S., Wang, y., Xue, J., Zhao, N., & Zhu, T. (2020). The impact of Covid-19 epidemic Declaration on Psychological consequences: a study on active Weibo users. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(6), 2032.

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore. Milano

Papà tristi durante la gravidanza

di Rossella Cascone

La depressione perinatale paterna

L’attesa di un figlio e la sua nascita implicano grandi cambiamenti individuali e relazionali e possono provocare forti ansie e preoccupazioni. La maggior parte degli studi scientifici si sono concentrati sulla figura materna e sulla possibilità di sviluppare una sintomatologia depressiva, tralasciando che la gravidanza è un evento di coppia.

Nonostante sia vero che le donne manifestano un’incidenza maggiore delle sindromi depressive rispetto agli uomini, e che quindi sono considerate più a rischio di sviluppare una patologia in gravidanza, è importante sottolineare come anche i padri possano sviluppare psicopatologie della genitorialità.

Ricerche mostrano come oltre il 10% dei padri sperimenta depressione e ansia durante il periodo perinatale. Questa incidenza è alta e spesso sottostimata, anche se negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per l’argomento.

Il padre, nonostante viva un coinvolgimento diverso rispetto alla donna durante la gravidanza, prova e sperimenta forti emozioni come paura e gioia, ma anche gelosia, invidia e senso di esclusione dalla relazione tra mamma e figlio.

Con “Depressione Perinatale Paterna”, dal francese Depression Périnatale Paternelle (DPP), si definisce la manifestazione nel padre di una sintomatologia depressiva dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino, caratterizzata da: tristezza, malinconia, irrequietezza, impotenza, umore depresso, disperazione, sconforto, costante preoccupazione, ansia elevata, perdita d’interessi, calo della libido, insonnia, crisi di rabbia, ipocondria e somatizzazione. A questi si associano anche acting out comportamentali come fughe, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, dipendenze patologiche, attività fisiche o sessuali compulsive.

In Italia, una ricerca ha messo in evidenza il ruolo fondamentale del pediatra nel riconoscere la depressione post-partum all’interno della coppia somministrando loro un semplice test. Dall’indagine, condotta su un campione di 499 padri e 1122 madri, è emerso come alla prima visita il 26,6% delle madri e il 12,6% dei padri ha riportato un alto punteggio all’EPDS mentre, alla seconda visita, il 19,0% delle madri e il 9,1% dei padri, ha riportato un risultato al test che segnalava il rischio della malattia depressiva. Dati che dimostrano come la DPP è comune nella popolazione media.

Nella maggior parte degli studi condotti sul tema si ha conferma del fatto che i disturbi mentali della madre rappresentano un fattore di rischio per la Depressione Perinatale Paterna. In altri studi, il basso livello di soddisfazione di coppia, la coesione coniugale e gli alti livelli di stress perinatale sono stati individuati come fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione paterna e possono influenzare anche l’attaccamento dei padri ai loro figli. In particolare, elevati livelli di stress, in entrambi i sessi, possono presentarsi durante la gravidanza fino a diciotto mesi dal parto, soprattutto se il neonato ha un temperamento impegnativo, richiede continuamente attenzione, piange o dorme con difficoltà. Francine de Montigny e colleghi dell’Università del Québec, in Canada, sottolineano come questi aspetti sono percepiti come più stressanti dai padri rispetto alle madri. Gli studiosi hanno inoltre evidenziato come sperimentare un senso di inutilità, sentirsi inadeguato e percepirsi poco efficace come genitore costituiscano fattori predittivi per la depressione paterna.

Fra i fattori di rischio vi sono anche i tratti di personalità. Alcune ricerche, tra cui quella condotta nel 2010 da Franco Baldoni e Luisa Ceccarelli dell’Università di Bologna, hanno individuato nei padri con depressione post-natale la presenza di tratti depressivi e ansiosi, di un elevato grado di nevroticismo e di un basso livello di estroversione. In particolare, i tratti ansiosi possono emergere più marcatamente fra il terzo trimestre di gestazione e i primi due mesi di vita del bambino e sono caratterizzati da pensieri intrusivi e comportamenti volti a prevenire “danni irreparabili” alla mamma e al bambino, quasi del tutto sovrapponibili a quelli che si manifestano nel Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Infine, lo scarso sostegno sociale e familiare rappresenta un ulteriore aspetto di vulnerabilità sia nelle madri sia nei padri.

Dagli studi fino ad oggi condotti, emerge come i disturbi depressivi paterni solitamente si inseriscono all’interno di una crisi di coppia, in cui vi è un basso consenso e una  scarsa coesione coniugale, associati a disturbi mentali nella partner. Attualmente non vi sono informazioni circa la conduzione dello screening sulla depressione perinatale paterna e sulle terapie più indicate ma la letteratura scientifica sottolinea come la terapia cognitivo comportamentale risulta molto efficace per il trattamento della depressione e della depressione post-partum. Nonostante i sintomi della depressione paterna siano tendenzialmente più lievi e maggiormente esternalizzanti rispetto alla depressione post-partum materna, vi sono casi in cui la sintomatologia risulta essere più marcata. In questi casi, l’intervento psicoterapeutico dovrebbe mirare alla riduzione della sintomatologia ansiosa e depressiva.  Inoltre, l’analisi delle ricerche più recenti mostra il diffondersi di terapie sulla prevenzione e sulla cura della depressione perinatale basate sulla mindfulness. Tale tecnica potrebbe essere applicata anche nella prevenzione della depressione perinatale paterna così da attuare un intervento con entrambi i genitori.

Per approfondimenti

  • Baldoni F., Ceccarelli L. (2010). “La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed Empirica”, Infanzia e adolescenza, 9(2), 79 – 92.
  • Cicchiello S. (2015). “La depressione perinatale materna e paterna”, Psicoterapeuti in-formazione 15, 3 -36.
  • Currò V., De Rosa E., Maulucci S., Maulucci M.L., Silvestri M.T., Zambrano A., Regine V. (2009). “The use of Edinburgh Postnatal Depression Scale to identify postnatal depression symptoms at well child visit”. Italian Journal of Pediatry 28, 35, 1, 32
  • Demontigny F., Girard M.E., Lacharité C., Dubeau D., Devault A. (2013). “Psychosocial factors associated with paternal postnatal depression”. Journal of Affective Disorders 150, 1, 44-49.
  • Goodman J.K. (2004). “Paternal postpartum depression, its relationship to maternal postpartum depression, and implications for family health”. Journal of Advanced Nursery 45, 1, 26-35.
  • Letourneau N., Tryphonopoulos P.D., Duffett-Leger L., Stewart M., Benzies K., Dennis C.L., Joschko J. (2012). “Support intervention needs and preferences of fathers affected by postpartum depression”. Journal of Perinatal and Neonatal Nursing 26, 1, 69-80.
  • Paulson, J.F., Bazemore, S.D., (2010), “Prenatal and postpartum depression in fathers and its association with maternal depression: a meta-analysis”, JAMA vol. 303, 19.

 

Gravidanza ed emozioni

di Rossella Cascone

Gli effetti dell’ansia perinatale

La gravidanza è uno dei momenti più importanti nella vita di una donna. Molte donne non vedono l’ora di diventare mamme e vivere una gravidanza piacevole. D’altra parte, ci sono alcune disposizioni psicologiche e condizioni di vita che occasionalmente causano emozioni negative nella madre.

Nella visione collettiva della nostra società, la scoperta di una gravidanza è spesso vista come un momento di gioia desiderato dai futuri genitori. Altrettanto spesso, però, la donna può sperimentare emozioni contrastanti con l’immaginario collettivo della maternità.

Durante la gravidanza, si va incontro a molteplici cambiamenti e “inconvenienti” come nausee, aumento del peso, stanchezza, dolori addominali, faticabilità, che comportano un cambiamento dei ritmi abituali di una donna.

Da un punto di vista psicologico, a questi cambiamenti fisici si associano labilità emotiva, forte irritabilità e tante preoccupazioni per la propria salute e quella del nascituro. Vi è anche la paura per il parto e quella associata al diventare genitori.

Questi cambiamenti sono spesso accompagnati da emozioni altalenanti quali gioia, paura, ansia, sorpresa, rabbia, che, se affrontate in solitudine o comunque senza un sostegno emotivo, possono essere vissute con maggior intensità.

Numerose donne si possono sentire in colpa se non amano il periodo della gravidanza, scontrandosi con la visione idealizzata della maternità. Non è raro, infatti, che alla scoperta di essere incinta vi siano donne che non gioiscono per la notizia o che non provano fin da subito affetto per il feto che portano in grembo. In realtà, questi sentimenti sono del tutto normali e segnalano il grande lavoro che la mente sta facendo per adattarsi alla nuova realtà.

Un’altra problematica che può insorgere nel secondo e terzo trimestre di gravidanza, quando vi è un aumento di peso e la pancia risulta più visibile, è la preoccupazione per la propria immagine corporea. Molte donne vivono bene questi cambiamenti, altre invece tendono a preoccuparsi, in alcuni casi eccessivamente, dell’aumento di peso e del recupero della forma fisica dopo il parto. Molto spesso ci si trova a confrontarsi con le esperienze delle proprie madri o amiche che hanno avuto una gravidanza e può succedere che il paragone con le esperienze altrui porti a vivere male la propria. Questi cambiamenti nell’aspetto, nella forma e nell’attrattiva di una donna possono suscitare un complicato insieme di sentimenti.

Un’emozione molto comune in gravidanza è la paura. Nel primo trimestre può essere legata al timore di un aborto o a quello di fare qualcosa che possa nuocere alla salute del bambino. Nel secondo trimestre potrebbero sorgere paure per le immense responsabilità derivanti dal prendersi cura del neonato e quelle legate al desiderio di essere una buona madre. Vi potrebbe essere, infine, la paura di soffrire per il parto e la preoccupazione che qualcosa possa non andare bene durante il travaglio.  In gravidanza, ansia e paura vanno spesso di pari passo. Vi sono situazioni in cui la fragilità emotiva, molto comune in gravidanza, associata a un’eccessiva preoccupazione, può sfociare in veri e propri stati di ansia o di depressione.

L’ansia provata in gravidanza ha uno specifico significato ovvero quello di attivare e preparare psicologicamente la donna al travaglio, al parto e al post-partum. Nei casi positivi questi livelli di ansia materna sono moderati e transitori, mentre nel caso in cui persistono e risultano invalidanti, l’ansia può divenire patologica.

Nello studio sull’ansia sono state identificate alcune ansie specifiche, le Pregnancy Specific Anxiety (PSA), che possono esordire e influenzare negativamente la gravidanza. Quelle più presenti in letteratura riguardano il parto e la salute del feto, in particolare timore per la presenza di anomalie o per la morte in pancia.

Recenti studi relativi al periodo gestazionale evidenziano come in oltre il 25% delle donne vi sia un aumento dei livelli di ansia clinica nel primo e nel terzo trimestre di gravidanza, mentre nel secondo trimestre queste ansie hanno un declino.

Vi sono molte prove scientifiche che mostrano come l’ansia della gravidanza non influisca solo sulla salute delle donne ma ha anche un impatto sul parto e sul basso peso del bambino alla nascita. Alcune ricerche rilevano una continuità dell’ansia patologica fra pre e post parto, anche se dopo il parto il livello di ansia clinica tende a decrescere. Durante il periodo perinatale, l’ansia patologica può presentarsi in comorbidità con la sintomatologia depressiva.

Per tale ragione, quando le preoccupazioni assumono caratteristiche di forte pervasività, attraverso pensieri e immagini che risultano difficilmente controllabili e che portano a stati affettivi negativi, è importante che le ansie specifiche della gravidanza siano considerate fattori di rischio per la relazione madre-bambino in quanto perdono la specifica funzione adattativa.

Per approfondimenti

Carmona Monge F.J., Penacoba-Puente C., Morales D.M., Abellàn I.C. (2012). Factor structure, validity and reliability of the Spanish version of the Cambridge Worry Scale. Midwifery, 28, 112-119.

Catov J.M., Abatemarco D.J., Markovic N., Roberts J.M. (2010) Anxiety and optimism associated with gestational age at birth and fetal growth. Maternal and Child Health Journal, 14 (5), pp. 758-764.

Dunkel Schetter C. (2010). Psychological science on pregnancy: stress processes, biopsychosocial models, and emerging research issues. Annu Rev Psychol.;62:531–558.

Dunkel Schetter C., Tanner L., 2012. Anxiety, depression and stress in pregnancy: implications for mothers, children, research, and practice. Cur. Opin. Psychiatry, 25, 141-148.

Grant K.A., McMahon C., Austin M.P. (2008). Maternal anxiety during the transition to parenthood: A prospective study. Journal of Affective Disorders 108, 101-111.

Hart, R., McMahon, C.A. (2006). Mood state and psychological adjustment to pregnancy. Archives of Women’s Mental Health, 9, 329-337.

Hernandez-Martinez C., Val V.A., Murphy M., Busquets P.C., Sans J.C . (2011). Relation between positive and negative maternal emotional states and obstetrical outcomes. Women and Health, 51 (2), pp. 124-135.

Huizink A.C., Mulder E.J.H., de Medina P.G.R., Visser G.H.A., Buitelaar J.K. (2004). Is pregnancy anxiety a distinctive syndrome? Early Human Development, 79(2), 81-91.

Lee A.M., Lam S.K., Mun Lau S.M.S., Chong C.S.Y., Chui H.W., Fong D.Y.T., (2007). Prevalence, course, and risk factors for antenatal anxiety and depression. Obstetrics and Gynecology, 110, 1102-1112.

Lobel M., Cannella D.L., Graham J.E., DeVincent C., Schneider J., Meyer B.A. (2008). Pregnancy-specific stress, prenatal health behaviors, and birth outcomes. Health Psychology, 27 (5), pp. 604-615.

Reck C., Struben K., Backenstrass M., Stefanelli U., Reinig K., Fuchs T. et al. (2008). Prevalence onset and comorbidity of postpartum anxiety and depressive disordersActa Psychiatrica Scandinavica, 118(6), 459-468.

Rubertsson C., Hellstrom J., Cross M., et al (2014). Anxiety in early pregnancy: prevalence and contribuiting factors. Archives of Women’s Mental Health, 17(3),221-228.

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Lasciare il passato al suo posto

di Miriam Miraldi

Neurobiologia dell’EMDR per il trattamento dei ricordi traumatici

Le esperienze dolorose sono tra i nostri fattori comuni più potenti, che ci fanno sentire universalmente simili, come esseri umani. Ciascuno di noi ha fatto esperienza di sofferenza, ma ad alcuni accade di rimanervi agganciati, come se si fosse per errore calata l’àncora in un porto insicuro e spaventoso, e poi non si sapesse più come tirarla su e riprendere la navigazione: per quanto si provi a spostarsi in avanti, nel futuro, una forza terrifica, trattiene e rimbalza indietro.

Quando impariamo e facciamo esperienza di qualcosa, le informazioni vengono processate e immagazzinate nelle reti neurali: si trattiene ciò che è utile, si scarta ciò che non lo è, e si mettono in connessione fatti e vissuti simili. Anche gli eventi di vita emotivamente carichi vengono generalmente elaborati dal cervello attraverso una risoluzione adattiva, ma quando l’attivazione emotiva è estrema, come quando ci sentiamo gravemente in pericolo e sperimentiamo sensazioni di impotenza, questo può sopraffare il sistema e il normale processo risolutivo può bloccarsi, favorendo l’insorgenza di un disturbo da trauma.

Possono presentarsi sintomi come pensieri intrusivi, incubi, bassa concentrazione, difficoltà mnestiche, ansia, ipervigilanza rispetto a certi stimoli, sensazioni di torpore, come di essere “in una bolla”, evitamento di ciò che si ricorda o è in assonanza con l’evento traumatico. Ogni volta che attraverso qualche stimolo sensoriale o per analogia si ricontatta ciò che è successo, si rivivono nuovamente le stesse paure e angosce, con la medesima intensità, come se fosse ora. Il passato è ancora drasticamente presente, e allora non basterà il tempo a curare tutte le ferite.

L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing è un trattamento evidence-based in otto fasi per la cura del Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD). Il terapeuta guida i pazienti ad accedere a esperienze passate che sono alla base di problematiche attuali. Attraverso forme di stimolazione bilaterale (es. movimenti oculari, tapping, stimoli sonori alternati) interviene sui ricordi non elaborati, consentendo al sistema di elaborazione di informazioni del nostro cervello di metabolizzare i vecchi ricordi, in modo che non impattino più emotivamente sul presente, e vengano mentalizzati come eventi passati, che non possono più farci del male.

Negli ultimi anni diverse ricerche neurobiologiche, utilizzando le neuroimmagini, hanno documentato come la EMDR modifichi concretamente le reti neurali e le aree cerebrali: per fare un esempio, si è visto che nelle persone che soffrono di PTSD, l’ippocampo, il centro responsabile del consolidamento delle memorie a lungo termine, può restringersi e, se prima si credeva che ciò costituisse una condizione patologica permanente, le risonanze magnetiche hanno invece dimostrato che la ricrescita dell’ippocampo è possibile quando si interviene psicoterapeuticamente nella risoluzione del trauma. Altri studi svolti con l’ausilio di elettroencefalogramma (EEG) ci vengono in aiuto per comprendere in che modo funziona l’EMDR: dai tracciati EEG si evidenzia come i meccanismi di elaborazione del trauma siano sovrapponibili a ciò che avviene alle informazioni che elaboriamo durante il sonno. In particolare, sembra che la stimolazione bilaterale riproduca le condizioni fisiologiche del sonno non-REM. Usualmente, l’ippocampo si occupa di costituire la memoria episodica, mentre le emozioni a essa associata vengono immagazzinate nell’amigdala; da queste due aree del sistema limbico, l’informazione migra per essere poi elaborata e integrata nella memoria semantica corticale, che consente di dare senso all’evento, all’interno storia personale dell’individuo: questo passaggio avviene durante il sonno non-REM. Cosa avviene, invece, in caso di trauma? In questo caso, le informazioni che si trovano nell’ippocampo e nell’amigdala restano bloccate, cioè non vengono trasferite alla memoria semantica corticale, e perciò non vengono integrate, creando una ri-attivazione emozionale forte, come se l’evento si stesse riverificando nel presente. Durante la terapia EMDR, la stimolazione bilaterale riproduce le condizioni neurofisiologiche del sonno non-REM, consentendo alla memoria episodica di integrarsi nella corteccia associativa e di non avere quell’impatto emotivo disturbante, collocando tali eventi nel passato e sentendo che non possono più farci male nel presente.

È importante che ogni tassello si avvicini al suo posto, che i ricordi imbrigliati nelle reti neurali delle zone arcaiche del nostro cervello possano raggiungere quelle aree più evolute e mentalizzanti, affinché possiamo far fluire i ricordi traumatici e lasciare il passato nel passato.

Per approfondimenti

Shapiro, F., (2013). Lasciare il passato nel passato: tecniche di auto-aiuto nell’EMDR. Astrolabio.

Pagano, G. Di Lorenzo, AR. Verardo, G. Nicolais, I. Monaco, et al. Neurobiological Correlates of EMDR Monitoring – An EEG Study. Plos|One 2012

Accettare l’insonnia e dormire di più

di Sonia Di Munno

La flessibilità psicologica diminuisce i problemi dell’insonnia: come e perché

L’insonnia è definita dal DSM 5 (quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come una costante insoddisfazione riguardo la qualità o quantità del sonno, che può manifestarsi nella difficoltà di addormentamento o nel mantenere il sonno durante la notte oppure in un risveglio precoce la mattina, associato a un malessere clinicamente significativo che inficia il funzionamento sociale, lavorativo, scolastico o altre aree importanti. Inoltre, per essere definito disturbo, deve avere la persistenza per almeno tre volte alla settimana e per almeno tre mesi, oltre a non essere spiegata da altre cause (mediche, ambientali, fisiologiche). Questa patologia, in base alla sua durata, si può distinguere in: disturbo episodico (se i sintomi durano da un minimo di un mese a un massimo di tre mesi); disturbo cronico (da più di tre mesi) o disturbo ricorrente (con due o più episodi durante l’anno). L’insonnia è molto diffusa, basti pensare che un terzo della popolazione mondiale ne soffre, con netta  prevalenza del genere femminile (4:1) e molto frequentemente in comorbilità con altri disturbi mentali, come ad esempio depressione, ansia, disturbi bipolari (40-50% dei pazienti). La terapia cognitivo comportamentale per l’insonnia (CBT-I) è uno dei trattamenti più efficaci per questo disturbo. Vi sono vari protocolli cognitivi comportamentali che hanno dimostrato la loro efficacia, come la Tecnica del Controllo degli Stimoli, la Tecnica della Restrizione del Sonno, la Tecnica dell’Igiene del Sonno e interventi di ultima generazione come la Terapia Cognitiva, le Tecniche di Rilassamento, la Fototerapia, la Tecnica della Compressione del Sonno e altre terapie sperimentali (Mindfulness e Neurofeedback).

Cause dell’insonnia e meccanismi di mantenimento

Vari studi, condotti già dai primi anni 2000, hanno dimostrato che chi soffre di insonnia ha un’attivazione fisiologica più elevata rispetto alla media (iperarousal) durante tutto l’arco della giornata e non solo di notte. Il rimuginio sugli eventi passati e la preoccupazione per il futuro sono due tipi di attività cognitive che sembrano essere prevalenti tra gli insonni e che possono servire come eccitazione che interferisce con i processi del sonno. Inoltre, in coloro che non riescono a dormire, è frequente la preoccupazione riguardo all’insonnia e alle conseguenze che questa possa portare nella vita diurna: il che causa lo sforzo di controllare il sonno che porta a un circolo vizioso disfunzionale  (impedendo l’addormentamento poiché aumenta il livello di vigilanza e rimuginio). Altri studi dimostrano che gli insonni presentano delle credenze catastrofiche sulle conseguenze della mancanza di sonno per il funzionamento mentale e fisico e credenze dicotomiche “sonno buono” e “sonno cattivo”, dividendosi in due cluster assoluti e inflessibili. Inoltre, l’alta correlazione con uno stile di personalità perfezionistica e controllante, in cui il sonno è percepito come conseguenza di uno sforzo volontario e necessario, porta a esacerbare i sintomi dell’insonnia e rende necessario l’intervento psicoterapico e psicoeducazionale.

Terapia ACT per curare l’insonnia

Un trattamento alternativo e di nuova generazione è la terapia ACT (Acceptance and Commitment Therapy, terapia dell’accettazione dell’impegno), che mira a migliorare la flessibilità psicologica, cioè la capacità di attuare un comportamento adattivo basato su valori, nonostante l’esistenza di esperienze angoscianti. Vari studi si sono concentrati sugli effetti di questo trattamento su molti disturbi psicopatologici, come anche nell’ansia e nella depressione, riscontrando una grande efficacia della terapia sia nel breve sia nel lungo termine.
Nel 2019 è stato condotto uno studio campione che correlava la terapia ACT con la qualità del sonno, confrontandolo con altri studi campione precedenti. I risultati di questa ricerca hanno dimostrato che, sottoporre il paziente a delle sessioni di questa terapia, ha portato a un aumento significativo della durata del sonno, una riduzione dei risvegli e, in alcuni casi, a un più facile addormentamento. Tutto ciò influisce su una migliore qualità ed efficienza del sonno. Il motivo dietro gli effetti dell’ACT sul sonno sono i cambiamenti degli atteggiamenti e dei pensieri dei pazienti riguardo al sonno e alla diminuita concentrazione sulle cause dell’insonnia e al suo controllo. Questa terapia sostituisce il concetto di controllo con quello di disponibilità o accettazione: il che rende questo approccio molto adatto nel trattamento dell’insonnia, poiché i problemi del sonno rappresentano un esempio paradigmatico in cui le strategie di cambiamento intenzionale sono destinate a fallire. In particolare, la componente di accettazione potrebbe ridurre il controproducente sforzo dell’aumentare volontariamente e attivamente il tempo del sonno, portando così anche un’ulteriore attivazione mentale disfunzionale e trascurando altri valori personali della vita che possono portare benessere e soddisfazione. Inoltre, la tecnica della defusione e vedere il sé come contesto mirano a sganciarsi e a mettere in discussione le idee catastrofiche e dicotomiche sull’insonnia, portando a un maggiore rilassamento, vedendo questi pensieri non più come pericolosi o spaventosi ma come innocui. Nell’ACT vi è anche il costrutto di Mindfulness, che porta a una maggiore consapevolezza del “qui ed ora”, diminuendo il rimuginio sul passato e sul futuro. Inoltre, l’azione Impegnata basata sui valori permette al paziente di non trascurare le cose per lui davvero importanti e ad acquisire una migliore qualità della vita. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la flessibilità psicologica, processo che è stato studiato come un buon predittore di una buona qualità del sonno.

La terapia ACT, essendo una terapia cognitivo comportamentale di terza generazione e relativamente recente, necessita ancora di altri studi  e ricerche per avvalorare questi dati di collegamento con l’insonnia, anche se già da questi prime ricerche risultano essere molto correlati e in maniera altamente significativa. Pertanto, sulla base degli studi attualmente disponibili, si può affermare che l’ACT migliora la qualità del sonno dei pazienti che soffrono di insonnia.

Per approfondimenti

Ali Zakiei, Habibolah Khazaie (2019), The Effectiveness of Acceptance and Commitment Therapy on Insomnia Patients (A Single-arm Trial Plan), Journal of Turkish Sleep Medicine 3:65-73, DOI:10.4274/jtsm.galenos.2019.74745

American Psychiatric Association (2014), DSM – 5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina

Elisabeth Hertenstein , Nicola Thiel , Marianne Lüking, Anne Katrin Külz , Elisabeth Schramm, Chiara Baglioni,

Kai Spiegelhalder , Dieter Riemann, Christoph Nissen (2014); Quality of Life Improvements after Acceptance and Commitment Therapy in Nonresponders to Cognitive Behavioral Therapy for Primary Insomnia; Psychother Psychosom;83:371–373 DOI: 10.1159/000365173

Lars-Gunnar Lundh (2000); An Integrative Model for the Analysis and Treatment of Insomnia, Scandinavian Journal Of Behaviour Therapy Vol 29, No 3-4, Pages 118–126

Michael L.perlis, Carla R. Jungquist, Michael T. Smith, Donn Posner_ edizione italiana a cura di Palagini, Bontempelli, Gemignani e Guazzelli (2012); Il trattamento cognitivo- comportamentale dell’insonnia,  Franco Angeli

Tsukasa Kato (2016); Impact of psychological inflexibility on depressive symptoms and sleep difficulty in a Japanese sample, Kato SpringerPlus 5:712 DOI 10.1186/s40064-016-2393-0