DOC e DOCP durante la pandemia

di Gianluca Ghiandi e Giuseppe Femia

Il lockdown per il Covid-19 ha evidenziato le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità

Il Covid-19 è un virus noto ormai da alcuni mesi a livello mondiale a causa dei suoi effetti negativi non solo per la salute fisica (febbre, tosse, polmonite e persino la morte) ma anche per quella psichica, soprattutto considerando le ripercussioni che questa malattia ha avuto nella vita delle persone.
Il lockdown mondiale ha infatti portato, forse per la prima volta nella storia dell’essere umano, a un “cessate il fuoco” collettivo, un’immobilizzazione di massa a cui probabilmente non eravamo preparati. Viviamo, infatti, in un’era in cui la “corsa contro il tempo”, affinché si riesca a svolgere tutte le attività giornaliere programmate, sembra essere una prerogativa fondamentale delle nostre vite. Fare, fare e ancora fare.
Risulta quindi comprensibile supporre che, quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di “non fare”, non solo questo ci risulta strano e inaspettato, ma produce anche conseguenze negative di considerevole impatto sul nostro status psico-emotivo, con le quali tutti (o quasi) dovremmo farne i conti. Un’indagine condotta da Wan-Sheng Wang e collaboratori della Huaibei Normal University, in Cina, ha mostrato un aumento dei vissuti emotivi di ansia, depressione e sensibilità ai rischi sociali, con una conseguente diminuzione della soddisfazione della vita.

Nonostante la prevalenza di questi vissuti emotivi sia molto comune nella popolazione, le reazioni comportamentali sembrerebbero invece essere diverse in simili circostanze. Prendiamo ad esempio in esame il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità. Da tempo questi due disturbi, nonostante le numerose evidenze scientifiche mostrino il contrario, vengono spesso associati e confusi come due manifestazioni sintomatologiche sovrapponibili. Infatti, mentre la persona con disturbo ossessivo compulsivo presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da ansia e pensieri indesiderati, insight e sofferenza a causa delle proprie ossessioni, sentimenti di colpa e propensione al disgusto, le persone che presentano un assetto ossessivo della personalità si caratterizzano per la presenza di standard elevati, rigidità, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, iper-produttività a discapito delle attività di svago e di piacere, regole rigide e intransigenti rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, estrema aderenza all’autorità e scarsa capacità a comprendere il punto di vista e le emozioni degli altri, apparendo spesso arroganti, prepotenti, testardi e polemici. Quest’ultimi mostrerebbero, inoltre, una spiccata difficoltà a manifestare le proprie emozioni in quanto spinti dall’idea che debbano essere controllate per non danneggiare il valore di sé. Infine, nella clinica si è riscontrato spesso che i pazienti con DOC manifestano maggiore capacità di adattamento sul piano sociale, affettivo e interpersonale rispetto ai pazienti con DOCP.

Forse oggi, in tempo di pandemia, è possibile riuscire a delineare ed evidenziare una maggiore differenziazione di comportamento e reazione tra questi due quadri sintomatologici. Sappiamo ad esempio che, in genere, i pazienti con una personalità ossessiva tendono a mostrare un bisogno costante di controllo interpersonale, con conseguenti manifestazioni di rabbia (occasionali ma esagerate) che si manifestano sia in ambiente familiare sia in ambiente lavorativo, soprattutto quando percepiscono che le cose non vengono fatte secondo il loro principio di perfezione. Inoltre, è interessante notare come da un lato mostrano una tendenza ad essere eccessivamente esigenti e punitivi nei confronti di un subordinato e dall’altro, presentano invece una predisposizione a sottomettersi facilmente all’autorità. Sono spinti da una forte motivazione intrinseca, una sorta di automatismo, una doverizzazione (“Faccio così perché è giusto che sia così, questo è il modo giusto di farlo”), che non permette loro di riconoscere che in realtà sono persone dotate di desideri, intenzioni e scopi e che potrebbero lasciarsi guidare da questi senza per forza doversi sottomettere al proprio giudizio.
Al contrario, le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo sembrano essere governate dallo scopo di volere essere accettati, degni e non colpevoli, e soprattutto non criticati in modo sprezzante. Ad esempio, nei soggetti con il timore delle contaminazioni, lo scopo ultimo non è tanto quello di prevenire ed evitare il contagio in sé, quanto piuttosto quello di eludere il rischio di essere responsabili della contaminazione propria ed eventualmente di altri, di poter quindi recare loro un danno, al fine di non poter essere considerati moralmente responsabili o omissivi; a queste preoccupazioni segue una seconda valutazione critica di sé, della sintomatologia, dei rituali, dei costi, assieme al timore di poter essere fonte di disgusto e disprezzo e giudizio negativo da parte degli altri. I pazienti DOC si caratterizzano, quindi, per un timore di giudizio negativo e in particolare circa la possibilità che le persone possano provare verso di loro disgusto e disprezzo compromettendone l’immagine e l’integrità morale.

Dall’analisi di questi due quadri comportamentali risulterebbero chiari ed evidenti i punti di divergenza e convergenza dei due disturbi. In entrambi i casi sembrerebbe molto probabile che, in questo periodo di crisi, le due tipologie di pazienti mostrino vissuti depressivi e paranoici e un incremento di ansia rispetto al tema della responsabilità e delle regole. Plausibilmente, troveremo in entrambi un totale rispetto delle regole della pandemia, anche se esse sono sostenute da scopi diversi: da una parte i pazienti con DOC mostrano una costante paura del contagio e fanno di tutto affinché questo non avvenga per non sentirsi moralmente responsabili di essere eventuali vettori del virus, aumentando così probabilmente le loro compulsioni e le loro restrizioni, dall’altra i pazienti che mostrano una personalità ossessiva sono, invece, di per sé ligi alle regole a causa dei sentimenti di giustezza che governano la loro vita, pronti a conformarsi quando gli altri non lo sono e dunque pertanto potrebbero arrabbiarsi se queste non vengono rispettate, data anche la loro tendenza a sottoporsi facilmente alle regole dell’autorità. A causa quindi delle restrizioni, quest’ultimi potrebbero inoltre provare rabbia ed essere polemici e scombussolati dal fatto che i programmi siano saltati o da ridefinire. Potrebbero sperimentare preoccupazione rispetto al futuro, ai danni economici e sono pronti a rinnovare la loro parsimonia e la loro testardaggine a livello interpersonale.

Per approfondimenti

Brooks, Sam & Webster, Rebecca & Smith, Louise & Woodland, Lisa & Wessely, Simon & Greenberg, Neil & Rubin, G.. (2020). The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. SSRN Electronic Journal. 395. 10.2139/ssrn.3532534.

Li, S., Wang, y., Xue, J., Zhao, N., & Zhu, T. (2020). The impact of Covid-19 epidemic Declaration on Psychological consequences: a study on active Weibo users. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(6), 2032.

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore. Milano

Papà tristi durante la gravidanza

di Rossella Cascone

La depressione perinatale paterna

L’attesa di un figlio e la sua nascita implicano grandi cambiamenti individuali e relazionali e possono provocare forti ansie e preoccupazioni. La maggior parte degli studi scientifici si sono concentrati sulla figura materna e sulla possibilità di sviluppare una sintomatologia depressiva, tralasciando che la gravidanza è un evento di coppia.

Nonostante sia vero che le donne manifestano un’incidenza maggiore delle sindromi depressive rispetto agli uomini, e che quindi sono considerate più a rischio di sviluppare una patologia in gravidanza, è importante sottolineare come anche i padri possano sviluppare psicopatologie della genitorialità.

Ricerche mostrano come oltre il 10% dei padri sperimenta depressione e ansia durante il periodo perinatale. Questa incidenza è alta e spesso sottostimata, anche se negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per l’argomento.

Il padre, nonostante viva un coinvolgimento diverso rispetto alla donna durante la gravidanza, prova e sperimenta forti emozioni come paura e gioia, ma anche gelosia, invidia e senso di esclusione dalla relazione tra mamma e figlio.

Con “Depressione Perinatale Paterna”, dal francese Depression Périnatale Paternelle (DPP), si definisce la manifestazione nel padre di una sintomatologia depressiva dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino, caratterizzata da: tristezza, malinconia, irrequietezza, impotenza, umore depresso, disperazione, sconforto, costante preoccupazione, ansia elevata, perdita d’interessi, calo della libido, insonnia, crisi di rabbia, ipocondria e somatizzazione. A questi si associano anche acting out comportamentali come fughe, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, dipendenze patologiche, attività fisiche o sessuali compulsive.

In Italia, una ricerca ha messo in evidenza il ruolo fondamentale del pediatra nel riconoscere la depressione post-partum all’interno della coppia somministrando loro un semplice test. Dall’indagine, condotta su un campione di 499 padri e 1122 madri, è emerso come alla prima visita il 26,6% delle madri e il 12,6% dei padri ha riportato un alto punteggio all’EPDS mentre, alla seconda visita, il 19,0% delle madri e il 9,1% dei padri, ha riportato un risultato al test che segnalava il rischio della malattia depressiva. Dati che dimostrano come la DPP è comune nella popolazione media.

Nella maggior parte degli studi condotti sul tema si ha conferma del fatto che i disturbi mentali della madre rappresentano un fattore di rischio per la Depressione Perinatale Paterna. In altri studi, il basso livello di soddisfazione di coppia, la coesione coniugale e gli alti livelli di stress perinatale sono stati individuati come fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione paterna e possono influenzare anche l’attaccamento dei padri ai loro figli. In particolare, elevati livelli di stress, in entrambi i sessi, possono presentarsi durante la gravidanza fino a diciotto mesi dal parto, soprattutto se il neonato ha un temperamento impegnativo, richiede continuamente attenzione, piange o dorme con difficoltà. Francine de Montigny e colleghi dell’Università del Québec, in Canada, sottolineano come questi aspetti sono percepiti come più stressanti dai padri rispetto alle madri. Gli studiosi hanno inoltre evidenziato come sperimentare un senso di inutilità, sentirsi inadeguato e percepirsi poco efficace come genitore costituiscano fattori predittivi per la depressione paterna.

Fra i fattori di rischio vi sono anche i tratti di personalità. Alcune ricerche, tra cui quella condotta nel 2010 da Franco Baldoni e Luisa Ceccarelli dell’Università di Bologna, hanno individuato nei padri con depressione post-natale la presenza di tratti depressivi e ansiosi, di un elevato grado di nevroticismo e di un basso livello di estroversione. In particolare, i tratti ansiosi possono emergere più marcatamente fra il terzo trimestre di gestazione e i primi due mesi di vita del bambino e sono caratterizzati da pensieri intrusivi e comportamenti volti a prevenire “danni irreparabili” alla mamma e al bambino, quasi del tutto sovrapponibili a quelli che si manifestano nel Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Infine, lo scarso sostegno sociale e familiare rappresenta un ulteriore aspetto di vulnerabilità sia nelle madri sia nei padri.

Dagli studi fino ad oggi condotti, emerge come i disturbi depressivi paterni solitamente si inseriscono all’interno di una crisi di coppia, in cui vi è un basso consenso e una  scarsa coesione coniugale, associati a disturbi mentali nella partner. Attualmente non vi sono informazioni circa la conduzione dello screening sulla depressione perinatale paterna e sulle terapie più indicate ma la letteratura scientifica sottolinea come la terapia cognitivo comportamentale risulta molto efficace per il trattamento della depressione e della depressione post-partum. Nonostante i sintomi della depressione paterna siano tendenzialmente più lievi e maggiormente esternalizzanti rispetto alla depressione post-partum materna, vi sono casi in cui la sintomatologia risulta essere più marcata. In questi casi, l’intervento psicoterapeutico dovrebbe mirare alla riduzione della sintomatologia ansiosa e depressiva.  Inoltre, l’analisi delle ricerche più recenti mostra il diffondersi di terapie sulla prevenzione e sulla cura della depressione perinatale basate sulla mindfulness. Tale tecnica potrebbe essere applicata anche nella prevenzione della depressione perinatale paterna così da attuare un intervento con entrambi i genitori.

Per approfondimenti

  • Baldoni F., Ceccarelli L. (2010). “La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed Empirica”, Infanzia e adolescenza, 9(2), 79 – 92.
  • Cicchiello S. (2015). “La depressione perinatale materna e paterna”, Psicoterapeuti in-formazione 15, 3 -36.
  • Currò V., De Rosa E., Maulucci S., Maulucci M.L., Silvestri M.T., Zambrano A., Regine V. (2009). “The use of Edinburgh Postnatal Depression Scale to identify postnatal depression symptoms at well child visit”. Italian Journal of Pediatry 28, 35, 1, 32
  • Demontigny F., Girard M.E., Lacharité C., Dubeau D., Devault A. (2013). “Psychosocial factors associated with paternal postnatal depression”. Journal of Affective Disorders 150, 1, 44-49.
  • Goodman J.K. (2004). “Paternal postpartum depression, its relationship to maternal postpartum depression, and implications for family health”. Journal of Advanced Nursery 45, 1, 26-35.
  • Letourneau N., Tryphonopoulos P.D., Duffett-Leger L., Stewart M., Benzies K., Dennis C.L., Joschko J. (2012). “Support intervention needs and preferences of fathers affected by postpartum depression”. Journal of Perinatal and Neonatal Nursing 26, 1, 69-80.
  • Paulson, J.F., Bazemore, S.D., (2010), “Prenatal and postpartum depression in fathers and its association with maternal depression: a meta-analysis”, JAMA vol. 303, 19.

 

Gravidanza ed emozioni

di Rossella Cascone

Gli effetti dell’ansia perinatale

La gravidanza è uno dei momenti più importanti nella vita di una donna. Molte donne non vedono l’ora di diventare mamme e vivere una gravidanza piacevole. D’altra parte, ci sono alcune disposizioni psicologiche e condizioni di vita che occasionalmente causano emozioni negative nella madre.

Nella visione collettiva della nostra società, la scoperta di una gravidanza è spesso vista come un momento di gioia desiderato dai futuri genitori. Altrettanto spesso, però, la donna può sperimentare emozioni contrastanti con l’immaginario collettivo della maternità.

Durante la gravidanza, si va incontro a molteplici cambiamenti e “inconvenienti” come nausee, aumento del peso, stanchezza, dolori addominali, faticabilità, che comportano un cambiamento dei ritmi abituali di una donna.

Da un punto di vista psicologico, a questi cambiamenti fisici si associano labilità emotiva, forte irritabilità e tante preoccupazioni per la propria salute e quella del nascituro. Vi è anche la paura per il parto e quella associata al diventare genitori.

Questi cambiamenti sono spesso accompagnati da emozioni altalenanti quali gioia, paura, ansia, sorpresa, rabbia, che, se affrontate in solitudine o comunque senza un sostegno emotivo, possono essere vissute con maggior intensità.

Numerose donne si possono sentire in colpa se non amano il periodo della gravidanza, scontrandosi con la visione idealizzata della maternità. Non è raro, infatti, che alla scoperta di essere incinta vi siano donne che non gioiscono per la notizia o che non provano fin da subito affetto per il feto che portano in grembo. In realtà, questi sentimenti sono del tutto normali e segnalano il grande lavoro che la mente sta facendo per adattarsi alla nuova realtà.

Un’altra problematica che può insorgere nel secondo e terzo trimestre di gravidanza, quando vi è un aumento di peso e la pancia risulta più visibile, è la preoccupazione per la propria immagine corporea. Molte donne vivono bene questi cambiamenti, altre invece tendono a preoccuparsi, in alcuni casi eccessivamente, dell’aumento di peso e del recupero della forma fisica dopo il parto. Molto spesso ci si trova a confrontarsi con le esperienze delle proprie madri o amiche che hanno avuto una gravidanza e può succedere che il paragone con le esperienze altrui porti a vivere male la propria. Questi cambiamenti nell’aspetto, nella forma e nell’attrattiva di una donna possono suscitare un complicato insieme di sentimenti.

Un’emozione molto comune in gravidanza è la paura. Nel primo trimestre può essere legata al timore di un aborto o a quello di fare qualcosa che possa nuocere alla salute del bambino. Nel secondo trimestre potrebbero sorgere paure per le immense responsabilità derivanti dal prendersi cura del neonato e quelle legate al desiderio di essere una buona madre. Vi potrebbe essere, infine, la paura di soffrire per il parto e la preoccupazione che qualcosa possa non andare bene durante il travaglio.  In gravidanza, ansia e paura vanno spesso di pari passo. Vi sono situazioni in cui la fragilità emotiva, molto comune in gravidanza, associata a un’eccessiva preoccupazione, può sfociare in veri e propri stati di ansia o di depressione.

L’ansia provata in gravidanza ha uno specifico significato ovvero quello di attivare e preparare psicologicamente la donna al travaglio, al parto e al post-partum. Nei casi positivi questi livelli di ansia materna sono moderati e transitori, mentre nel caso in cui persistono e risultano invalidanti, l’ansia può divenire patologica.

Nello studio sull’ansia sono state identificate alcune ansie specifiche, le Pregnancy Specific Anxiety (PSA), che possono esordire e influenzare negativamente la gravidanza. Quelle più presenti in letteratura riguardano il parto e la salute del feto, in particolare timore per la presenza di anomalie o per la morte in pancia.

Recenti studi relativi al periodo gestazionale evidenziano come in oltre il 25% delle donne vi sia un aumento dei livelli di ansia clinica nel primo e nel terzo trimestre di gravidanza, mentre nel secondo trimestre queste ansie hanno un declino.

Vi sono molte prove scientifiche che mostrano come l’ansia della gravidanza non influisca solo sulla salute delle donne ma ha anche un impatto sul parto e sul basso peso del bambino alla nascita. Alcune ricerche rilevano una continuità dell’ansia patologica fra pre e post parto, anche se dopo il parto il livello di ansia clinica tende a decrescere. Durante il periodo perinatale, l’ansia patologica può presentarsi in comorbidità con la sintomatologia depressiva.

Per tale ragione, quando le preoccupazioni assumono caratteristiche di forte pervasività, attraverso pensieri e immagini che risultano difficilmente controllabili e che portano a stati affettivi negativi, è importante che le ansie specifiche della gravidanza siano considerate fattori di rischio per la relazione madre-bambino in quanto perdono la specifica funzione adattativa.

Per approfondimenti

Carmona Monge F.J., Penacoba-Puente C., Morales D.M., Abellàn I.C. (2012). Factor structure, validity and reliability of the Spanish version of the Cambridge Worry Scale. Midwifery, 28, 112-119.

Catov J.M., Abatemarco D.J., Markovic N., Roberts J.M. (2010) Anxiety and optimism associated with gestational age at birth and fetal growth. Maternal and Child Health Journal, 14 (5), pp. 758-764.

Dunkel Schetter C. (2010). Psychological science on pregnancy: stress processes, biopsychosocial models, and emerging research issues. Annu Rev Psychol.;62:531–558.

Dunkel Schetter C., Tanner L., 2012. Anxiety, depression and stress in pregnancy: implications for mothers, children, research, and practice. Cur. Opin. Psychiatry, 25, 141-148.

Grant K.A., McMahon C., Austin M.P. (2008). Maternal anxiety during the transition to parenthood: A prospective study. Journal of Affective Disorders 108, 101-111.

Hart, R., McMahon, C.A. (2006). Mood state and psychological adjustment to pregnancy. Archives of Women’s Mental Health, 9, 329-337.

Hernandez-Martinez C., Val V.A., Murphy M., Busquets P.C., Sans J.C . (2011). Relation between positive and negative maternal emotional states and obstetrical outcomes. Women and Health, 51 (2), pp. 124-135.

Huizink A.C., Mulder E.J.H., de Medina P.G.R., Visser G.H.A., Buitelaar J.K. (2004). Is pregnancy anxiety a distinctive syndrome? Early Human Development, 79(2), 81-91.

Lee A.M., Lam S.K., Mun Lau S.M.S., Chong C.S.Y., Chui H.W., Fong D.Y.T., (2007). Prevalence, course, and risk factors for antenatal anxiety and depression. Obstetrics and Gynecology, 110, 1102-1112.

Lobel M., Cannella D.L., Graham J.E., DeVincent C., Schneider J., Meyer B.A. (2008). Pregnancy-specific stress, prenatal health behaviors, and birth outcomes. Health Psychology, 27 (5), pp. 604-615.

Reck C., Struben K., Backenstrass M., Stefanelli U., Reinig K., Fuchs T. et al. (2008). Prevalence onset and comorbidity of postpartum anxiety and depressive disordersActa Psychiatrica Scandinavica, 118(6), 459-468.

Rubertsson C., Hellstrom J., Cross M., et al (2014). Anxiety in early pregnancy: prevalence and contribuiting factors. Archives of Women’s Mental Health, 17(3),221-228.

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Lasciare il passato al suo posto

di Miriam Miraldi

Neurobiologia dell’EMDR per il trattamento dei ricordi traumatici

Le esperienze dolorose sono tra i nostri fattori comuni più potenti, che ci fanno sentire universalmente simili, come esseri umani. Ciascuno di noi ha fatto esperienza di sofferenza, ma ad alcuni accade di rimanervi agganciati, come se si fosse per errore calata l’àncora in un porto insicuro e spaventoso, e poi non si sapesse più come tirarla su e riprendere la navigazione: per quanto si provi a spostarsi in avanti, nel futuro, una forza terrifica, trattiene e rimbalza indietro.

Quando impariamo e facciamo esperienza di qualcosa, le informazioni vengono processate e immagazzinate nelle reti neurali: si trattiene ciò che è utile, si scarta ciò che non lo è, e si mettono in connessione fatti e vissuti simili. Anche gli eventi di vita emotivamente carichi vengono generalmente elaborati dal cervello attraverso una risoluzione adattiva, ma quando l’attivazione emotiva è estrema, come quando ci sentiamo gravemente in pericolo e sperimentiamo sensazioni di impotenza, questo può sopraffare il sistema e il normale processo risolutivo può bloccarsi, favorendo l’insorgenza di un disturbo da trauma.

Possono presentarsi sintomi come pensieri intrusivi, incubi, bassa concentrazione, difficoltà mnestiche, ansia, ipervigilanza rispetto a certi stimoli, sensazioni di torpore, come di essere “in una bolla”, evitamento di ciò che si ricorda o è in assonanza con l’evento traumatico. Ogni volta che attraverso qualche stimolo sensoriale o per analogia si ricontatta ciò che è successo, si rivivono nuovamente le stesse paure e angosce, con la medesima intensità, come se fosse ora. Il passato è ancora drasticamente presente, e allora non basterà il tempo a curare tutte le ferite.

L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing è un trattamento evidence-based in otto fasi per la cura del Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD). Il terapeuta guida i pazienti ad accedere a esperienze passate che sono alla base di problematiche attuali. Attraverso forme di stimolazione bilaterale (es. movimenti oculari, tapping, stimoli sonori alternati) interviene sui ricordi non elaborati, consentendo al sistema di elaborazione di informazioni del nostro cervello di metabolizzare i vecchi ricordi, in modo che non impattino più emotivamente sul presente, e vengano mentalizzati come eventi passati, che non possono più farci del male.

Negli ultimi anni diverse ricerche neurobiologiche, utilizzando le neuroimmagini, hanno documentato come la EMDR modifichi concretamente le reti neurali e le aree cerebrali: per fare un esempio, si è visto che nelle persone che soffrono di PTSD, l’ippocampo, il centro responsabile del consolidamento delle memorie a lungo termine, può restringersi e, se prima si credeva che ciò costituisse una condizione patologica permanente, le risonanze magnetiche hanno invece dimostrato che la ricrescita dell’ippocampo è possibile quando si interviene psicoterapeuticamente nella risoluzione del trauma. Altri studi svolti con l’ausilio di elettroencefalogramma (EEG) ci vengono in aiuto per comprendere in che modo funziona l’EMDR: dai tracciati EEG si evidenzia come i meccanismi di elaborazione del trauma siano sovrapponibili a ciò che avviene alle informazioni che elaboriamo durante il sonno. In particolare, sembra che la stimolazione bilaterale riproduca le condizioni fisiologiche del sonno non-REM. Usualmente, l’ippocampo si occupa di costituire la memoria episodica, mentre le emozioni a essa associata vengono immagazzinate nell’amigdala; da queste due aree del sistema limbico, l’informazione migra per essere poi elaborata e integrata nella memoria semantica corticale, che consente di dare senso all’evento, all’interno storia personale dell’individuo: questo passaggio avviene durante il sonno non-REM. Cosa avviene, invece, in caso di trauma? In questo caso, le informazioni che si trovano nell’ippocampo e nell’amigdala restano bloccate, cioè non vengono trasferite alla memoria semantica corticale, e perciò non vengono integrate, creando una ri-attivazione emozionale forte, come se l’evento si stesse riverificando nel presente. Durante la terapia EMDR, la stimolazione bilaterale riproduce le condizioni neurofisiologiche del sonno non-REM, consentendo alla memoria episodica di integrarsi nella corteccia associativa e di non avere quell’impatto emotivo disturbante, collocando tali eventi nel passato e sentendo che non possono più farci male nel presente.

È importante che ogni tassello si avvicini al suo posto, che i ricordi imbrigliati nelle reti neurali delle zone arcaiche del nostro cervello possano raggiungere quelle aree più evolute e mentalizzanti, affinché possiamo far fluire i ricordi traumatici e lasciare il passato nel passato.

Per approfondimenti

Shapiro, F., (2013). Lasciare il passato nel passato: tecniche di auto-aiuto nell’EMDR. Astrolabio.

Pagano, G. Di Lorenzo, AR. Verardo, G. Nicolais, I. Monaco, et al. Neurobiological Correlates of EMDR Monitoring – An EEG Study. Plos|One 2012

La crescita dei Military brat

di Emanuela Pidri

Come l’esperienza vissuta all’interno della Forza Armata può formare e plasma l’identità dei bambini

Le famiglie militari, definite “famiglia fisarmonica”, sono caratterizzate da un’estrema flessibilità, fondamentale per mantenere un sano equilibrio e impedire la collisione tra le esigenze della vita familiare, definite “sfide ordinarie”, e quelle richieste dalla vita militare, definite “sfide aggiuntive”. Il genitore militare si trova al centro di due sistemi organizzativi che richiedono, allo stesso tempo, attenzione, impegno, flessibilità e adattamento.

La famiglia militare, come qualsiasi altra famiglia, è in continua evoluzione. Ogni membro è continuamente e potenzialmente vulnerabile agli agenti stressanti in mutazione, derivanti dagli impegni e dagli obblighi fondamentali del sistema militare. In particolare, si riconoscono quattro situazioni critiche: pendolarismo, mobilità, distacco per missione, ritorno a casa. A esse si aggiunge l’assenza del genitore militare per corsi, esercitazioni, addestramenti, missioni operative e di mantenimento della pace in zone di guerra. Il continuo ripetersi della fase di separazione-riunione dal genitore militare potrebbe incidere sull’equilibrio e sulla qualità di vita della famiglia militare e nella crescita dei figli. Le risposte dei bambini dipendono dal livello del loro sviluppo cognitivo, dalla personalità, dalle esperienze e dalle relazioni con gli altri membri della famiglia. I figli dei militari si vedono attribuita un’identità che li segue nella loro vita sociale e personale, influenzando la loro crescita tanto da essere definiti con l’espressione “military brat” (british regiment attached traveller). Il loro stile di vita è contraddistinto da dinamiche familiari autoritarie, perdita della rete sociale, esposizione a culture diverse, trasferimenti, cultura di resilienza e adattabilità.

Lo sviluppo psico-sociale può essere contraddistinto da alcune caratteristiche positive: ottime social skills, responsabilizzazione, resilienza, patriottismo e forte disciplina, tolleranza e rispetto, capacità di riconoscere i rischi. Tuttavia, gli studi presenti in letteratura, dimostrano che alcuni bambini potrebbero presentare assenza di attaccamento al luogo di origine, stile di vita transitorio, superficialità e precarietà delle relazioni sociali: piuttosto che sviluppare le capacità di problem-solving, hanno la tendenza di mettere semplicemente da parte un problema senza risolverlo. Inoltre, una minoranza significativa di bambini figli di militari, può presentare un disturbo da stress post-traumatico, un disturbo di personalità evitante, un disturbo d’ansia di separazione. Alla luce di ciò, è facile dedurre che l’esperienza vissuta, anche se indirettamente, all’interno della Forza Armata forma e plasma l’identità del bambino, evidenziando l’importanza di sostegno.

Gli studi presenti in letteratura dimostrano che è importante garantire l’equilibrio familiare e quindi lo sviluppo psico-sociale del bambino, riducendo al minimo il potenziale impatto negativo dello stile di vita militare e massimizzando le influenze positive. Non è sbagliato pensare di intervenire sulla famiglia con forme di progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, non tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi quanto piuttosto, attraverso l’offerta di risorse, competenze e abilità, favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e pro-sociali. Una componente  importante della motivazione del personale militare è il benessere della sua famiglia, per questo motivo si sperimentano centri di sostegno che si basino sul concetto di building community capacity, ovvero la capacità di integrare reti informali e reti formali che abbiano come obiettivo comune fornire sostegno alla famiglia militare, rafforzando il senso di comunità, la responsabilità condivisa e le competenze collettive.

Per approfondimenti:

Baker P., Cover T., Fagen M., Fischer M. E., Janda F. (1967). The effect of mobilization and war on children. Journal of Genetic Attutudes, 120, pp. 278-91.

Bowen G.L., Orthner D., Martin J., Mancini J.A., (2001). Building community capacity: a manual for U.S. Air Forces family support centers. NC: A Better Image Printing, Chapel Hill.

Galimini S., (2001). Risposte comportamentali dei figli dei militari in missione. Proceedings of European Military Wives Association Conference in Rome, March 18-20, 2002.

Saitzyk A., (2002). Repercussion of military life on the family: couple, children, health. Proceedings of European Military Wives Association Conference in Rome, 18-20/03/2002.

Seligman M.,  (2011). Military children and families: Strengths and challenges during peace and war. Park, Nansook, American psychologist, Vol 66, pp. 65-72

Wertsch M. E., (1991).  Military Brats: Legacies of Childhood Inside the Fortress.  Edition Harmony, New York.

Williams K.,  Mariglia L.M., (2002).  Military Brats: Issues and Associations in Adulthood.  Ender, USA.

Zellman L.G., Gates S.M., Moini J.S., Suttorp M., (2009). Meeting Family and Military Needs through Military Child Care. Armed Forces & Society,   Volume 35 Number 3, pp. 437- 459.

Accettare l’insonnia e dormire di più

di Sonia Di Munno

La flessibilità psicologica diminuisce i problemi dell’insonnia: come e perché

L’insonnia è definita dal DSM 5 (quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come una costante insoddisfazione riguardo la qualità o quantità del sonno, che può manifestarsi nella difficoltà di addormentamento o nel mantenere il sonno durante la notte oppure in un risveglio precoce la mattina, associato a un malessere clinicamente significativo che inficia il funzionamento sociale, lavorativo, scolastico o altre aree importanti. Inoltre, per essere definito disturbo, deve avere la persistenza per almeno tre volte alla settimana e per almeno tre mesi, oltre a non essere spiegata da altre cause (mediche, ambientali, fisiologiche). Questa patologia, in base alla sua durata, si può distinguere in: disturbo episodico (se i sintomi durano da un minimo di un mese a un massimo di tre mesi); disturbo cronico (da più di tre mesi) o disturbo ricorrente (con due o più episodi durante l’anno). L’insonnia è molto diffusa, basti pensare che un terzo della popolazione mondiale ne soffre, con netta  prevalenza del genere femminile (4:1) e molto frequentemente in comorbilità con altri disturbi mentali, come ad esempio depressione, ansia, disturbi bipolari (40-50% dei pazienti). La terapia cognitivo comportamentale per l’insonnia (CBT-I) è uno dei trattamenti più efficaci per questo disturbo. Vi sono vari protocolli cognitivi comportamentali che hanno dimostrato la loro efficacia, come la Tecnica del Controllo degli Stimoli, la Tecnica della Restrizione del Sonno, la Tecnica dell’Igiene del Sonno e interventi di ultima generazione come la Terapia Cognitiva, le Tecniche di Rilassamento, la Fototerapia, la Tecnica della Compressione del Sonno e altre terapie sperimentali (Mindfulness e Neurofeedback).

Cause dell’insonnia e meccanismi di mantenimento

Vari studi, condotti già dai primi anni 2000, hanno dimostrato che chi soffre di insonnia ha un’attivazione fisiologica più elevata rispetto alla media (iperarousal) durante tutto l’arco della giornata e non solo di notte. Il rimuginio sugli eventi passati e la preoccupazione per il futuro sono due tipi di attività cognitive che sembrano essere prevalenti tra gli insonni e che possono servire come eccitazione che interferisce con i processi del sonno. Inoltre, in coloro che non riescono a dormire, è frequente la preoccupazione riguardo all’insonnia e alle conseguenze che questa possa portare nella vita diurna: il che causa lo sforzo di controllare il sonno che porta a un circolo vizioso disfunzionale  (impedendo l’addormentamento poiché aumenta il livello di vigilanza e rimuginio). Altri studi dimostrano che gli insonni presentano delle credenze catastrofiche sulle conseguenze della mancanza di sonno per il funzionamento mentale e fisico e credenze dicotomiche “sonno buono” e “sonno cattivo”, dividendosi in due cluster assoluti e inflessibili. Inoltre, l’alta correlazione con uno stile di personalità perfezionistica e controllante, in cui il sonno è percepito come conseguenza di uno sforzo volontario e necessario, porta a esacerbare i sintomi dell’insonnia e rende necessario l’intervento psicoterapico e psicoeducazionale.

Terapia ACT per curare l’insonnia

Un trattamento alternativo e di nuova generazione è la terapia ACT (Acceptance and Commitment Therapy, terapia dell’accettazione dell’impegno), che mira a migliorare la flessibilità psicologica, cioè la capacità di attuare un comportamento adattivo basato su valori, nonostante l’esistenza di esperienze angoscianti. Vari studi si sono concentrati sugli effetti di questo trattamento su molti disturbi psicopatologici, come anche nell’ansia e nella depressione, riscontrando una grande efficacia della terapia sia nel breve sia nel lungo termine.
Nel 2019 è stato condotto uno studio campione che correlava la terapia ACT con la qualità del sonno, confrontandolo con altri studi campione precedenti. I risultati di questa ricerca hanno dimostrato che, sottoporre il paziente a delle sessioni di questa terapia, ha portato a un aumento significativo della durata del sonno, una riduzione dei risvegli e, in alcuni casi, a un più facile addormentamento. Tutto ciò influisce su una migliore qualità ed efficienza del sonno. Il motivo dietro gli effetti dell’ACT sul sonno sono i cambiamenti degli atteggiamenti e dei pensieri dei pazienti riguardo al sonno e alla diminuita concentrazione sulle cause dell’insonnia e al suo controllo. Questa terapia sostituisce il concetto di controllo con quello di disponibilità o accettazione: il che rende questo approccio molto adatto nel trattamento dell’insonnia, poiché i problemi del sonno rappresentano un esempio paradigmatico in cui le strategie di cambiamento intenzionale sono destinate a fallire. In particolare, la componente di accettazione potrebbe ridurre il controproducente sforzo dell’aumentare volontariamente e attivamente il tempo del sonno, portando così anche un’ulteriore attivazione mentale disfunzionale e trascurando altri valori personali della vita che possono portare benessere e soddisfazione. Inoltre, la tecnica della defusione e vedere il sé come contesto mirano a sganciarsi e a mettere in discussione le idee catastrofiche e dicotomiche sull’insonnia, portando a un maggiore rilassamento, vedendo questi pensieri non più come pericolosi o spaventosi ma come innocui. Nell’ACT vi è anche il costrutto di Mindfulness, che porta a una maggiore consapevolezza del “qui ed ora”, diminuendo il rimuginio sul passato e sul futuro. Inoltre, l’azione Impegnata basata sui valori permette al paziente di non trascurare le cose per lui davvero importanti e ad acquisire una migliore qualità della vita. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la flessibilità psicologica, processo che è stato studiato come un buon predittore di una buona qualità del sonno.

La terapia ACT, essendo una terapia cognitivo comportamentale di terza generazione e relativamente recente, necessita ancora di altri studi  e ricerche per avvalorare questi dati di collegamento con l’insonnia, anche se già da questi prime ricerche risultano essere molto correlati e in maniera altamente significativa. Pertanto, sulla base degli studi attualmente disponibili, si può affermare che l’ACT migliora la qualità del sonno dei pazienti che soffrono di insonnia.

Per approfondimenti

Ali Zakiei, Habibolah Khazaie (2019), The Effectiveness of Acceptance and Commitment Therapy on Insomnia Patients (A Single-arm Trial Plan), Journal of Turkish Sleep Medicine 3:65-73, DOI:10.4274/jtsm.galenos.2019.74745

American Psychiatric Association (2014), DSM – 5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina

Elisabeth Hertenstein , Nicola Thiel , Marianne Lüking, Anne Katrin Külz , Elisabeth Schramm, Chiara Baglioni,

Kai Spiegelhalder , Dieter Riemann, Christoph Nissen (2014); Quality of Life Improvements after Acceptance and Commitment Therapy in Nonresponders to Cognitive Behavioral Therapy for Primary Insomnia; Psychother Psychosom;83:371–373 DOI: 10.1159/000365173

Lars-Gunnar Lundh (2000); An Integrative Model for the Analysis and Treatment of Insomnia, Scandinavian Journal Of Behaviour Therapy Vol 29, No 3-4, Pages 118–126

Michael L.perlis, Carla R. Jungquist, Michael T. Smith, Donn Posner_ edizione italiana a cura di Palagini, Bontempelli, Gemignani e Guazzelli (2012); Il trattamento cognitivo- comportamentale dell’insonnia,  Franco Angeli

Tsukasa Kato (2016); Impact of psychological inflexibility on depressive symptoms and sleep difficulty in a Japanese sample, Kato SpringerPlus 5:712 DOI 10.1186/s40064-016-2393-0

Dormire bene in quarantena e in Fase 2

di Sabina Marianelli

Impatto psicologico e aspetti di medicina del sonno

Per molti giorni siamo stati in quarantena. Alcuni si sono aggiornati sul numero esatto di contagi ogni giorno, altri hanno deciso di perderne il conto.

Anche ora che è iniziata la Fase 2, siamo iperconnessi e ognuno può, sulla propria bacheca social, fare uno studio sulle diverse reazioni psico-sociali all’isolamento forzato.

Ma esiste uno studio pubblicato su The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, che ci fornisce in maniera scientifica dei dati sull’impatto psicologico della quarantena, prendendo in rassegna 24 articoli di 3166 trovati sull’argomento: data la situazione in via di sviluppo in merito all’epidemia di Covid-19, sono state raccomandate dall’OMS una serie di rapide rassegne sui dati attualmente a disposizione. Gli studi presi in esame sono stati condotti in dieci Paesi e hanno incluso pazienti affetti da Sars, Ebola, l’influenza pandemica H1N1 del 2009 e 2010, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, l’influenza equina.

Uno studio riguardante il personale ospedaliero che poteva essere entrato in contatto con la Sars ha riscontrato, nei nove giorni immediatamente successivi alla quarantena, che l’isolamento potesse configurarsi come fattore maggiormente predittivo di sintomi da stress acuto. Nello stesso studio, lo staff che era stato posto in quarantena aveva riportato in misura maggiore fenomeni di affaticamento, distacco dagli altri, ansia nel trattare pazienti febbricitanti, irritabilità, insonnia, mancanza di concentrazione e indecisione, ridotte performance lavorative, riluttanza al lavoro e alcuni avevano preso in considerazione il licenziamento.

Un secondo studio condotto tra il personale ospedaliero ha riportato sintomi depressivi tre anni dopo il termine della quarantena e ha riscontrato che il 9% dell’intero campione riportava elevati sintomi depressivi. In tutti gli studi quantitativi, sono stati intervistati coloro che erano stati posti in quarantena e la maggior parte presentava una prevalenza elevata i sintomi di ansia, stress, umore depresso, irritabilità, insonnia e sintomi post traumatici.

Un altro studio ha riscontrato che i punteggi correlati allo stress post traumatico nei bambini posti in quarantena era quattro volte più alto rispetto a i loro coetanei non posti in isolamento. Il 28% dei genitori posti in quarantena ha riportato sintomi sufficienti per soddisfare una diagnosi di disturbo mentale correlato al trauma, in confronto al 6% dei genitori non posti in quarantena.

Uno studio riguardante pazienti potenzialmente affetti da SARS e quindi posti in quarantena, ha rilevato che circa il 54% dei soggetti ha continuato ad attuare comportamenti evitanti nei confronti di persone che tossivano o starnutivano, il 26% evitava luoghi affollati, e il 21% evitava spazi pubblici nelle settimane successive al periodo di quarantena.

In questo periodo molti di noi potrebbero aver notato un cambiamento nel proprio sonno, sia a livello di forma che di contenuto. McNamara, professore associato alla Boston University School of Medicine, ci ricorda che il sonno REM serve per gestire le emozioni complesse, in special modo quelle negative, e questa pandemia ci sta portando a un innalzamento dei livelli di ansia e stress. Inoltre, l’isolamento e il distanziamento forzati conducono a un ridimensionamento degli stimoli, a partire dai quali si costruiscono i nostri sogni: il nostro subconscio è costretto, quindi, ad attingere a vecchie memorie, mescolandole con ciò che avviene nella nostra quotidianità. Ci capiterà, ad esempio, di sognare persone che appartengono al nostro passato a cui non pensiamo da tempo. A causa dei frequenti risvegli notturni, causati dal peggioramento della qualità del sonno, molti di noi si ricorderanno di più il contenuto dei sogni e non sarà infrequente che siano ancora più strani del solito: un meccanismo che, secondo Perrine Ruby, ricercatrice del Lyon Neuroscience Research Center, il cervello dormiente usa per indurre la regolazione emotiva.

I nostri ritmi sono controllati prima di tutto dal nostro orologio biologico. Perciò, imporre dei ritmi di vita che non siano in sintonia con il nostro organismo è pericoloso. Una disarmonia tra i ritmi esterni e quelli biologici interni può avere conseguenze per la nostra salute, aumentare disturbi cardiovascolari, obesità, sonnolenza, problemi psicologici e rischio di errori, ridurre le nostre difese immunitarie e, infine, può avere un effetto contrario rispetto a quello previsto, ovvero ridurre significativamente la produttività del nostro Paese.

Normalmente abbiamo dei sincronizzatori esterni che regolano la nostra vita: non solo il ritmo luce-buio, ma fattori climatici e ambientali che sperimentiamo uscendo di casa e che ad oggi mancano, motivo per il quale in molti sperimentiamo disturbi del sonno.

Il prof. Luigi De Gennaro, esperto di disturbi del sonno dell’Università La Sapienza, fornisce alcuni consigli per mantenere un equilibrio psico-fisico:

  1. Mantieni un regime regolare di orari per l’addormentamento e per il risveglio.
  2. Evita di fare sonnellini durante il giorno.
  3. Spegni gli strumenti elettronici 90 minuti prima di andare a letto.
  4. Resta informato sull’evoluzione delle notizie dell’epidemia, ma evita di seguire ulteriori aggiornamenti nei minuti che precedono l’addormentamento.
  5. Cerca, nei limiti del possibile, di fare esercizio fisico durante il giorno, ma evita di farlo in prossimità del sonno.
  6. Cerca di interrompere l’eventuale spirale dell’ansia per l’epidemia con alcuni esercizi respiratori prima di addormentarti.
  7. Evita di mangiare o bere appena prima di andare a letto.
  8. Cerca di fare una doccia o un bagno caldo 90 minuti prima di andare a letto.
  9. Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria, impattando anche sul contenuto onirico.

Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria e viceversa. Ci siamo resi conto, infatti, di quanto è cambiato in questa quarantena, a livello quali-quantitativo, impattando anche sul contenuto onirico; per questo, l’Accademia Italiana Medici Specializzandi (AIMS) sta promuovendo la prima indagine ufficiale estesa a tutta la popolazione italiana finalizzata a capire le specifiche conseguenze sul sonno e sul ritmo sonno-veglia nelle condizioni di auto-isolamento in cui ha vissuto una buona parte della popolazione italiana in queste settimane. A giudicare dagli elementi già emersi, i risultati saranno senz’altro molto interessanti.

Per approfondimenti:

Brooks SK, Webster RK, Smith LE, et al. The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. The Lancet 2020; 395; 912-20.

Rohleder N., Aringer M., Boentert M., Role of interluchine 6 in stress, sleep, and fatigue, The New York Academy of Science, 2012

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-qualita-del-sonno-al-tempo-del coronavirus_it_5e85b0f7c5b692780507e45e

https://www.nationalgeographic.com/science/2020/04/coronavirus-pandemic-is-giving-people-vivid-unusual-dreams-here-is-why/?fbclid=IwAR3bZbnvYX0DDnR_K21CYi7HXe8VMPWv5MJCrNqR9JsemTrIvwGbXVEtWoY

Perché la Mindfulness è così speciale?

di Antea D’Andrea

Non è la panacea di tutti i mali ma, come dimostrato dalle neuroscienze, ha effetti positivi nell’interazione delle reti neuronali

Si sente spesso parlare di Mindfulness, termine usato e abusato in diversi campi dell’esperienza. Se da un lato la diffusione di questo concetto risulta assolutamente positiva e necessaria, dall’altro l’abuso rischia di banalizzarne i principi e l’utilità. La Mindfulness, infatti, ad oggi appare come la panacea di tutti i mali, come il “nero sta bene con tutto”, ma proprio come il nero poi rischia di venire a noia. Allora – si chiederanno in molti e a giusta ragione – perché scrivere della Mindfulness?

Anche gli studi scientifici seguono le mode, diciamoci la verità, e attualmente è una pratica di tendenza anche nelle neuroscienze: abbiamo avuto il periodo dei disturbi dell’apprendimento, poi quello delle correlazioni tra autismo e vaccini e adesso è il turno della Mindfulness. Le neuroscienze sono un po’ come Picasso!

Se da un lato risulta di tendenza perché ha rivoluzionato la terapia cognitiva costituendo, insieme ad altre, quella che viene definita “terapia cognitiva di terza ondata”, dall’altro gli studi neuroscientifici e, in particolare, quelli sulle reti neurali hanno evidenziato la sua efficacia nella modificazione non solo del comportamento nella vita quotidiana, ma anche delle caratteristiche funzionali e strutturali del sistema nervoso centrale.

Partiamo dal principio. La meditazione Mindfulness affonda le sue radici nell’antica tradizione meditativa buddista. Secondo la teoretica filosofica buddista, la Mindfulness rappresenta un concetto che può essere strutturato come un “tener presente” o una “non distrazione” e rappresenta un esercizio integrato in cui sono coinvolte numerose abilità cognitive e motorie che generano comportamenti orientati verso l’etica. Con l’ascesa dei moderni interventi basati sulla Mindfulness, il significato è stato ampiamente dibattuto, assumendo un aspetto più sfaccettato e multidimensionale rispetto a quello tradizionale e così, come la definisce il professore newyorkese Kabat-Zinn, la Mindfulness rappresenta la consapevolezza che nasce nel momento in cui si focalizza l’attenzione sul momento presente, in maniera curiosa e non giudicante.

Fin qui tutto nella norma: da secoli si sa che la meditazione, così come altre forme di promozione di capacità autoriflessive, giovi ai più (per lo meno a chi ha la pazienza di imparare a praticarla senza farsi assalire dai propri pensieri, dalla rabbia e dal senso del ridicolo). Allora cosa rende la Mindfulness così speciale?
La ricerca scientifica e i nuovi paradigmi utilizzati nelle neuroscienze cognitive, affettive e sociali hanno identificato alcuni correlati neurologici e fisiologici di questa pratica meditativa, conducendo alla comprensione di come la neuroplasticità sia influenzata e indotta da cambiamenti correlati all’esperienza. In questa cornice teorica, grande rilevanza ha avuto lo studio delle reti neurali, quindi l’importanza delle interazioni locali e globali tra le aree cerebrali, configurandosi ad oggi come il maggior interesse delle scienze che studiano la consapevolezza e la meditazione.

Attualmente sono state evidenziate tre reti cerebrali fondamentali nel coordinamento cognitivo e nell’elaborazione affettiva e interpersonale: la Central Executive Network (CEN), rappresentata da un circuito fronto-parietale, la Default Mode Network (DMN), rete che coinvolge l’attivazione di numerose regioni corticali e sottocorticali e la Salience Network (SN) che coinvolge sistemi frontali e cingolati.
È stato dimostrato che, se praticata regolarmente, la Mindfulness comporta una ridotta attività della Default Mode Network (DMM), rete deputata a processi di richiamo delle memorie, alla regolazione emotiva e, più nello specifico, dedita a processi di pensiero autoriflessivi e al mind wandering e a un aumento dello spessore corticale di aree come le cortecce prefrontali e l’insula; aree tipicamente associate a processi sensoriali, enterocettivi e attentivi.

Inoltre, l’aumento dello spessore di queste aree, correlato con l’esperienza meditativa e quindi maggiormente evidenziato in soggetti più anziani, sembra suggerire che la meditazione potrebbe rallentare i processi di assottigliamento corticale correlati all’invecchiamento.
Diversi studi di neuroimmagine hanno sottolineato cambiamenti indotti dalla meditazione, sia a lungo che a breve termine, non solo a livello strutturale ma anche a livello funzionale; è interessante notare come la maggior parte dei modelli evidence-based della psicopatologia sottolineano che siano proprio le alterazioni nelle interazioni tra i diversi network cerebrali a sottendere differenti stati psicopatologici.

L’influenza positiva della Mindfulness sulla modificazione delle dinamiche di interazione tra i network, e all’interno di uno stesso network, che risultano alterate dai più svariati processi, di cui l’invecchiamento e le condizioni psicopatologiche rappresentano solo un esempio, rappresenta il principale vantaggio e il maggior meccanismo funzionale che sottende questa pratica.
Tuttavia, sebbene molto potente, la Mindfulness non è la panacea di tutti i mali e non sta bene con tutto come il nero. È opportuno un uso consapevole di questa pratica per non banalizzare e invalidare il grande lavoro di direttore d’orchestra che questa svolge sul coordinamento delle nostre reti neurali e sulla sincronizzazione dell’attività delle diverse aree cerebrali.

Per approfondimenti

Thompson, E. Looping Effects and the Cognitive Science of Mindfulness Meditation. 2017. Oxford University Press, New York
Dunne, J.D. Buddhist styles of mindfulness: a heuristic approach. In: Ostafin, B., Robinson, M., Meier, B. (Eds.), Handbook of Mindfulness and Self-Regulation. 2015.  Springer pp. 251–270
Sharf, R.. Mindfulness and mindlessness in early chan. Philos. East West. 2014. 64, 933–964
Kabat-Zinn, J. An outpatient program in behavioral medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation: theoretical considerations and preliminary results. Gen. Hosp. Psychiatry. 1982. 4, 33–47
Lutz, A., Dunne, J.D., Davidson, R.J. Meditation and the neuroscience of consciousness. In: Zelazo, P., Moscovitch, M., Thompson, E. (Eds.), Cambridge Handbook of Consciousness. Cambridge University Press, 2007. pp. 499–555
LutzA., Jha, A.P. ,Dunne, J.D.,Saron, C.D. Investigating the phenomenological matrix of mindfulness-related practices from a neurocognitive perspective. Am. Psychol. 2015. 70, 632–658.
Malinowski, P. Neural mechanisms of attentional control in mindfulness meditation. Front. Neurosci. 2013. 7, 8
Raffone, A., Srinivasan, N. Mindfulness and cognitive functions: toward a unifying neurocognitive framework. Mindfulness. 2017. 8, 1–9
Garrison, K.A., Zeffiro, T.A., Scheinost, D., Todd Constable, R., Brewer, J.A. Meditation leads to reduced default mode network activity beyond an active task. Cogn. Affect. Behav. Neurosci. 2015. 15, 712–720
Fox, K.C., Nijeboer, S., Dixon, M.L., et al. Is meditation associated with altered brain structure? A systematic review and meta-analysis of morphometric neuroimaging in meditation practitioners. Neurosci. Biobehav. 2014. Rev. 43, 48–73
Fox, K.C., Dixon, M.L., Nijeboer, S., et al. Functional neuroanatomy of meditation: a review and meta-analysis of 78 functional neuroimaging investigations. Neurosci. Biobehav. Rev. 2016. 65, 208–228
Lazar, S.W., Kerr, C.E., Wasserman, R.H., et al. Meditation experience is associated with increased cortical thickness. Neuroreport 2005. 16, 1893–1897.

Esporsi a un trauma senza viverlo

di Marzia Albanese

L’ombra del trauma vicario nel trattamento del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Michael è di New York. Ogni mattina, quando prende l’ascensore del suo palazzo, immagina gente in fiamme correre fuori, le urla riempire la hall. Prova a non pensarci e a chiudere gli occhi. Ma quando chiude gli occhi, Michael vede arti intrappolati tra le macerie e spesso, per tale ragione, non riesce a dormire e passa le sue notti girovagando per il quartiere.

Michael è uno psicoterapeuta che lavora a Manhattan e si occupa ormai da molti anni di Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Dall’11 settembre del 2001, ha preso in carico quasi esclusivamente pazienti sopravvissuti all’attacco del World Trade Center. Alcuni erano fuggiti dagli edifici che crollavano, mentre altri erano stati tra i primi a essere rinvenuti e soccorsi nella catastrofe.

Nel 2004, però, qualcosa cambia. Michael è spesso nervoso, si sente depresso e la notte proprio non riesce a prendere sonno. A volte invece ci riesce, ma gli incubi lo svegliano.
Il tempo scorre nella vita di Micheal. Inizia a evitare situazioni sociali, non partecipa più a feste e compleanni. Non prende più i mezzi pubblici ed è spesso vittima di veri e propri attacchi di panico.

Che cosa è successo a Michael?

La psicologa americana Laurie Pearlman lo chiama “trauma vicario” ovvero una condizione che può colpire chi lavora con persone gravemente traumatizzate (psicologi, infermieri, medici, operatori) in seguito a un forte coinvolgimento empatico che può determinare un vero e proprio cambiamento, in negativo, degli schemi cognitivi e dei sistemi di credenze che portano, come quanto accade a chi è vittima di un trauma, a un generale senso di sfiducia in sé e nel mondo. “Sono rimasta colpita dal lavoro sui traumi nei modi che non mi aspettavo o non capivo”, racconta la Pearlman rispetto alla sua esperienza iniziale con le vittime di abusi sessuali: “ho visto come le mie visioni positive venissero messe in pericolo e ho trovato difficile mantenere vivo il mio atteggiamento normalmente ottimista”.
A partire dalla sua esperienza e da altre osservazioni cliniche, la Pearlman sottolinea, dunque, con la concettualizzazione del trauma vicario, l’importanza e la difficoltà del terapeuta di gestire una concezione del mondo alterato e in definitiva distruttiva, non soltanto nel trattamento del paziente, ma anche nella sua stessa vita interiore. Per tale ragione, nonostante l’esposizione all’evento traumatico sia indiretta, la sintomatologia che si presenta in un trauma vicario è esattamente analoga a quella riscontrabile in un quadro clinico di PTSD: pensieri intrusivi, evitamento, aumento dell’arousal, flashback, visione negativa del mondo circostante vissuto come pericoloso e ingiusto.

Come lo stesso Michael insegnava durante le sue lezioni accademiche, se immaginiamo un limone, lo teniamo bene a mente e ci concentriamo sulle sue qualità (il suo vivo colore giallo, il suo profumo di agrumi) e poi immaginiamo di tagliarne una fetta per gustarne il sapore acido e forte, bhé… Difficilmente non staremo già salivando!

Pensare e immaginare produce una relazione fisica e, di conseguenza, quando un terapeuta di un paziente con PTSD ascolta una storia di violenza, l’immaginazione empatica può inavvertitamente innescare una reazione fisiologica simile a quella che la vittima ha vissuto: tachicardia, nausea e altri elementi come le risposte di lotta o fuga.

A conferma di questo, Yael Danieli, psicologo ed ex sergente delle Forze di Difesa israeliane, in una revisione delle reazioni emotive dei terapeuti che lavorano con i sopravvissuti all’Olocausto, descrive come si siano spesso trovati a condividere gli incubi dei pazienti sopravvissuti: in nove mesi di trattamento, un terapeuta ha infatti riferito di aver avuto solo due sogni che non erano legati a storie dei suoi pazienti, mentre un altro ha confessato che la prima volta in cui ha visto un numero di identificazione tatuato sull’avambraccio di un paziente, è dovuto “uscire per vomitare.”

Nonostante ovviamente, non tutti coloro che lavorano in ambito clinico, sono soggetti a sviluppare il trauma vicario a causa di diverse variabili (stili di attaccamento, risorse interne ed esterne, livello di esposizione alle memorie traumatiche) è consigliabile che chiunque lavori a vario titolo con tali tipologie di pazienti, prenda alcuni accorgimenti specifici: mantenere un collegamento costante con i colleghi con cui condividere le esperienze ascoltate e i propri vissuti emotivi connessi, effettuare una specifica formazione nel campo del trauma che possa fornire utili strategie di gestione di eventuali rischi, bilanciare il lavoro con lo svago e il riposo e, infine, mantenere sempre viva la propria rete familiare, sociale e relazionale.

E Michael? Oggi ha ripreso la sua attività clinica, dopo averla interrotta per un periodo limitato di tempo, necessario alla sua ripresa.

“Quando i miei pazienti mi diranno che non posso capire quello che hanno passato, adesso so cosa rispondere”.

Per approfondimenti:

Kogan, I. (2002) Book Review and Commentary: International Handbook of Multigenerational Legacies of Trauma. By Yael Danieli. Journal of Applied Psychoanalytic Studies 4, 93–97

Pearlman L.A., Saakvitne K.W. (1995). Trauma and the therapist: Countertransference and vicarious traumatization in psychotherapy with incest survivors. Norton, New York

Reuben A. (2015) When PTSD Is Contagious. Therapists and other people who help victims of trauma can become traumatized themselves. The Atlantic

Stamm B.H. (1995). Secondary traumatic stress: Self-care issues for clinicians, researchers and educators. MD: Sidran Press, Lutherville.