La psicoterapia è sempre positiva?

di Chiara Mignogna

Se molti pazienti ottengono un cambiamento clinico significativo, alcuni di loro potrebbero sperimentare eventi avversi e indesiderati

Se un martello funziona per infilare un chiodo, funziona anche nel pestare un dito. La psicoterapia, nei suoi diversi approcci, è stata ampiamente dimostrata essere efficace e in grado di produrre effetti benefici sui pazienti.

Nel corso degli anni, la ricerca si è largamente occupata di dimostrarne l’efficacia, con lo scopo di individuare gli interventi più adeguati in relazione a specifiche problematiche psicologiche e quindi maggiormente in grado di produrre effetti positivi sui pazienti, ad esempio in termini di riduzione della sintomatologia e di una migliore qualità di vita.

Tuttavia è importante considerare che un trattamento che ha la capacità di aiutare una persona può essere anche causa di potenziali effetti negativi. Se sosteniamo, infatti, che la psicoterapia funziona ed è in grado di promuovere cambiamenti positivi nella vita delle persone, è allo stesso tempo lecito sostenere che sia potenzialmente in grado di produrne di negativi, altrimenti il suo funzionamento potrebbe essere messo in discussione!

Se l’interesse per l’efficacia e quindi per gli esiti positivi della psicoterapia è dimostrato dalla mole di studi presenti in letteratura, sorprende invece come non ci sia lo stesso interesse nel valutare e cercare quelli che possono essere gli effetti negativi di una psicoterapia, come se essa fosse esente dal rapporto rischio-beneficio in cui incorrono le altre pratiche cliniche, come la medicina o la farmacologia. Infatti, la maggior parte degli studi clinici si concentra esclusivamente sull’esito del trattamento e sul numero di pazienti che ottengono un cambiamento clinico significativo, ignorando il fatto che alcuni di loro potrebbero sperimentare eventi avversi e indesiderati.

La ricerca sugli effetti negativi in psicoterapia può, d’altro canto, essere complicata da diversi aspetti. In primo luogo, perché può essere difficile avere un consenso su cosa si intende per effetto negativo e cosa ancora più difficile è poter stabilire un rapporto di causa-effetto tra eventi avversi e psicoterapia.

Diversi eventi negativi e indesiderati possono verificarsi durante un trattamento terapeutico ma è importante saper riconoscere quelli correlati alla psicoterapia da quelli dovuti all’influenza di altri fattori interferenti, come ad esempio il decorso naturale di alcune patologie o l’impatto indesiderato di alcuni fattori stressanti quotidiani.

Si parla di effetti negativi della psicoterapia, invece, quando tali effetti sono attribuibili al trattamento terapeutico.

Secondo una definizione proposta dallo psichiatra tedesco Michael Linden e il suo gruppo di ricerca e ora adottata a livello internazionale, gli effetti negativi causati da una terapia eseguita correttamente vengono definiti “effetti collaterali”. Essi includono: la dipendenza dal terapeuta o la sua idealizzazione, lo stigma, il peggioramento dei sintomi o l’insorgenza di nuovi, le difficoltà relazionali con il proprio partner oppure difficoltà che insorgono in altri ambienti come lavoro, famiglia e amici.

Gli effetti collaterali di una psicoterapia vanno, però, distinti dagli effetti avversi dovuti a un trattamento effettuato in maniera inadeguata, ad esempio attribuibili a negligenza e a malpratica da parte del terapeuta, come una diagnosi o un trattamento sbagliato, oppure causati da condotte non etiche da parte del terapeuta stesso come abusi, violenze e pregiudizi.

La distinzione tra le conseguenze di una terapia eseguita in modo adeguato da quelle di una terapia impropria ed errata è di fondamentale importanza e permette di valutare oggettivamente quali possono essere gli effetti negativi di una corretta psicoterapia, ovvero gli effetti collaterali.

La conoscenza e la consapevolezza dei potenziali effetti collaterali permettono non solo di informare i pazienti sui rischi e benefici degli interventi terapeutici, ma forniscono al terapeuta l’opportunità di contrastarli o addirittura prevenirli.

In considerazione dell’importanza che tale tema occupa nella pratica clinica e delle poche ricerche presenti, è in corso uno studio, diretto da Claudia Perdighe, psicologa e psicoterapeuta della Scuola di Psicoterapia cognitiva di Roma (SPC), che ha l’obiettivo di indagare gli effetti negativi della psicoterapia su un vasto campione italiano e quali variabili correlano con la loro presenza.

Tutte le persone maggiorenni che hanno effettuato o stanno tuttora effettuando un percorso di psicoterapia possono contribuire alla ricerca accedendo al link qui di seguito riportato:

https://apc.questionpro.com/a/TakeSurvey?tt=73Bip3EJ3WY%3D

Per approfondimenti

  • Foulkes, P. (2010). The therapist as a vital factor in side-effects of psychotherapy. Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 44(2), 189-189.
  • Herzog, P., Lauff, S., Rief, W., & Brakemeier, E. L. (2019). Assessing the unwanted: A systematic review of instruments used to assess negative effects of psychotherapy. Brain and behavior, 9(12), e01447.
  • Klatte, R., Strauss, B., Flückiger, C., & Rosendahl, J. (2018). Adverse effects of psychotherapy: protocol for a systematic review and meta-analysis. Systematic reviews, 7(1), 1-7.
  • Ladwig, I., Rief, W., & Nestoriuc, Y. (2014). What are the risks and side effects of psychotherapy? development of an inventory for the assessment of negative effects of psychotherapy (INEP). Verhaltenstherapie, 24(4), 252-63.9).
  • Linden, M., & Schermuly-Haupt, M. L. (2014). Definition, assessment and rate of psychotherapy side effects. World Psychiatry, 13(3), 306.
  • Linden, M., Strauß, B., Scholten, S., Nestoriuc, Y., Brakemeier, E. L., & Wasilewski, J. (2018). Definition and Decision-Making in the Determination and Detection of Side Effects of Psychotherapy. PPmP-Psychotherapie· Psychosomatik· Medizinische Psychologie, 68(09/10), 377-382.
  • Rozental, A., Kottorp, A., Boettcher, J., Andersson, G., & Carlbring, P. (2016). Negative effects of psychological treatments: An exploratory factor analysis of the negative effects questionnaire for monitoring and reporting adverse and unwanted events. PloS one, 11(6), e0157503.8)
  • Moritz, S., Nestoriuc, Y., Rief, W., Klein, J. P., Jelinek, L., & Peth, J. (2018). It can’t hurt, right? Adverse effects of psychotherapy in patients with depression. European archives of psychiatry and clinical neuroscience, 269(5), 577-586.

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Sensi di colpa e auto-perdono

di Antonella d’Innocenzo

La Compassion Focused Therapy per ridurre il timore di colpa nei pazienti ossessivi

È di recente pubblicazione sulla rivista Frontiers in Psychiatry il lavoro dal titolo “Compassion-Focused Group Therapy for Treatment-Resistant OCD: Initial Evaluation Using a Multiple Baseline Design”. Lo studio, condotto presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC), diretta dallo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, ha avuto come obiettivo quello di verificare se promuovere lo sviluppo e la coltivazione di un atteggiamento compassionevole nei confronti di sé e di auto-perdono in un gruppo di pazienti con Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), porterebbe alla riduzione della sintomatologia ossessiva, in particolare del timore di colpa, delle compulsioni messe in atto per prevenirlo e della tendenza a criticarsi per questo.

Numerosi studi e osservazioni cliniche hanno evidenziato come il timore di colpa e di essere disprezzati moralmente per la propria condotta sia un aspetto centrale nella genesi e nel mantenimento del disturbo. Le esperienze precoci di rimprovero, da parte delle figure significative, potrebbero aver contribuito in questi pazienti alla formazione di credenze secondo cui commettere un errore significa essere una persona poco degna, meritevole di umiliazione e di disprezzo. Da qui, oltre allo sviluppo di un’attitudine a prevenire le colpe catastrofiche e imperdonabili, attraverso le compulsioni, lo sviluppo di una forte tendenza a criticarsi per il comportamento attuato e per la propria sofferenza, atteggiamento che mantiene e aggrava il problema principale.

L’intervento si è avvalso dell’utilizzo della Compassion Focused Therapy (CFT), terapia cognitivo- comportamentale sviluppata dallo psicologo clinico Paul Gilbert per il trattamento dell’autocritica, la cui efficacia è stata ampiamente dimostrata per svariate condizioni psicopatologiche: disturbi alimentari, Disturbo post-traumatico da stress (PTSD), ansia, depressione e psicosi. Le tecniche proposte da quest’approccio terapeutico mirano allo sviluppo di una motivazione di cura e supporto nei confronti di sé e degli altri (la compassione), che passa attraverso la comprensione empatica delle proprie difficoltà e il desiderio di prendersene cura, sviluppando abilità e attributi volti a raggiungere questa finalità (consapevolezza; empatia; calore; tolleranza del giudizio; interesse per il benessere).

Per lo studio è stato utilizzato un protocollo di gruppo di CFT su un campione di otto partecipanti con diagnosi di Doc, resistenti al trattamento cognitivo-comportamentale standard, che per otto incontri settimanali sono stati guidati nella pratica clinica da due terapeuti formati in CFT. Le sessioni hanno previsto momenti di psicoeducazione, pratiche meditative e d’immaginazione per lo sviluppo della compassione verso sé e verso gli altri, condivisione di gruppo e assegnazione di homework. I risultati dello studio pilota hanno mostrato che al post-intervento il 100% dei pazienti ha ottenuto riduzione significativa dei sintomi rispetto alla baseline e che gli effetti sono mantenuti al follow-up per sei degli otto pazienti. Per molti si è osservata, inoltre, una riduzione dei sintomi della depressione, del timore di colpa e della tendenza ad autocriticarsi. Sembrerebbe dunque che promuovere una maggiore accettazione delle proprie sofferenze e imperfezioni, considerandole esperienze connaturate alla condizione umana, aiuterebbe i pazienti a essere più disposti ad accettare la minaccia di colpa, i dubbi ossessivi, ad astenersi dalle compulsioni e a criticarsi di meno per esse (“Sono solo un essere umano e, come tutti, non posso evitare di commettere errori: quando succederà, mi prenderò cura di me, perdonandomi e facendo qualcosa di utile per stare meglio”). Ulteriori studi saranno necessari per verificare l’effetto specifico della terapia utilizzata e per migliorare l’implementazione della stessa.

Per approfondimenti:

http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fpsyg.2020.594277/full?&utm_source=Email_to_authors_&utm_medium=Email&utm_content=T1_11.5e1_author&utm_campaign=Email_publication&field=&journalName=Frontiers_in_Psychology&id=594277

Disturbo d’ansia sociale nei bambini

di Elena Cirimbilla

Strutturare l’intervento sul bisogno del singolo: uno studio sul DAS in età evolutiva

Il disturbo d’ansia sociale (DAS) o fobia sociale è caratterizzato da una marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile esame degli altri e nelle quali teme di mostrare sintomi che verranno valutati negativamente. Nei bambini, l’ansia si manifesta sia nell’interazione con l’adulto sia con i pari e può essere caratterizzata da pianti, scoppi di collera, ritiro, immobilizzazione o impossibilità a parlare in situazioni sociali.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), in genere applicata in protocolli che si focalizzano su riduzione dell’ansia, esposizioni e sviluppo di nuove abilità, risulta essere il trattamento più efficace nei disturbi d’ansia in età evolutiva. Nonostante ciò, è stato dimostrato che la fobia sociale, uno dei disturbi d’ansia più comuni tra i bambini e gli adolescenti, sembra rispondere meno degli altri a questo tipo di CBT.

A partire da queste considerazioni, si è sviluppato il recente studio di Liesbeth G. E. Telman e colleghi che hanno applicato al DAS un protocollo suddiviso secondo due linee di trattamento: una procedura di intervento CBT divisa in moduli, tesa all’adattamento secondo le necessità e i bisogni del singolo individuo, e una parte a integrazione, con interventi di mindfulness.

Lo studio è stato realizzato su dieci giovani di età compresa tra gli 8 e i 17 anni con Disturbo d’Ansia Sociale. Oltre alle misure adottate per la diagnosi e per la rilevazione dei sintomi d’ansia, gli autori hanno previsto anche la valutazione della flessibilità dei terapeuti, caratteristica indispensabile per costruire un intervento personalizzato e adattato al singolo paziente. Elemento interessante della ricerca, infatti, è l’opportunità dei terapeuti di poter scegliere tra dieci diversi moduli, strutturando l’intervento sulla base delle componenti individuali da trattare. È stato possibile decidere il numero di sedute, le caratteristiche dei compiti assegnati e i moduli sui quali concentrarsi, includendo e favorendo gli elementi che avrebbero potuto incrementare l’efficacia del trattamento, come ad esempio la ristrutturazione cognitiva, il trattamento espositivo, le abilità di coping e/o gli esercizi di mindfulness.

Lo studio ha condotto a risultati interessanti. Innanzitutto, dopo una media di undici sedute, il 50% del campione non risultava più rispondere ai criteri per il DAS al re-test e l’80% al follow-up. Gli autori sottolineano come la brevità dell’intervento, inferiore rispetto alla media di molti studi, possa essere imputabile alla possibilità di concentrarsi solo sugli elementi (e quindi moduli) ritenuti necessari per ogni singolo caso. In secondo luogo, i giovani sembrano aver beneficiato dell’accostamento della mindfulness agli elementi base della CBT, proposto nel 50% dei casi. Secondo gli autori, si tratta del primo studio in cui è stato aggiunto un intervento mindfulness a una CBT divisa in moduli in età evolutiva.

I risultati presentati favoriscono importanti riflessioni cliniche: la possibilità di muoversi all’interno dei protocolli della CBT tradizionale e scegliere in modo flessibile le aree sulle quali concentrarsi nel trattamento, integrando, quando utili, interventi di terza generazione, ha permesso di adattare e personalizzare l’intervento. Un protocollo modulare e flessibile permette così al terapeuta di strutturare un trattamento che “osservi” realmente le necessità personali e che consenta di trattare il bisogno individuale anziché il disturbo nella sua accezione di etichetta diagnostica.

Per approfondimenti

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

Liesbeth G. E. Telman, Francisca J. A. Van Steensel, Ariënne J. C. Verveen, Susan M. Bögels & Marija Maric (2020): Modular CBT for Youth Social Anxiety Disorder: A Case Series Examining Initial Effectiveness, Evidence-Based Practice in Child and Adolescent Mental Health, DOI: 10.1080/23794925.2020.1727791

Reagire all’imprevedibile

di Emanuela Pidri

Tecniche di auto aiuto per la gestione di stress e traumi

Gli esseri umani hanno la tendenza a credere di poter controllare la maggior parte dei domini della propria vita e quando ci si imbatte in eventi catastrofici, drammatici, avversi e imprevisti, è necessario adattarsi. Ci sono, tuttavia, degli eventi difficili da gestire così che l’equilibrio viene sopraffatto determinando, in alcuni casi, la manifestazione di traumi. Gli eventi stressanti possono essere di diversa natura: psicologica, fisica, biologica; ma mantengono lo stesso processo biochimico composto da tre fasi: allarme, resistenza, esaurimento. Il disagio percepito dall’individuo insorge quando lo stress non viene efficacemente gestito dalle risorse individuali. Pur conservando capacità resilienti e protettive, dato il carico improvviso rapportato a eventi sopraffacenti, tali capacità risultano strumenti non sufficienti per affrontare il disagio. Per tale motivo, è importante sperimentare tecniche che ne promuovano il mantenimento. Vivere eventi negativi porta, quasi inevitabilmente, a ragionare continuamente sul passato e sul futuro, dando l’illusione di avere il controllo su ciò che si sta vivendo. Tuttavia, rimanendo orientati nel passato o nel futuro, non si facilita il processo di adattamento alla situazione stressante. È funzionale riorientarsi nel presente, nel qui e ora, riformulando i pensieri disfunzionali e creando alternative di pensiero, analizzando i propri comportamenti a breve e lungo termine. Praticare la Mindfulness aiuta, per esempio, a imparare a lasciar andare ciò che non si può controllare, maturando la flessibilità mentale necessaria per sviluppare la capacità di resilienza. Gli effetti della Mindfulness sul cervello sono rilassamento profondo, maggiore attenzione e concentrazione e maggiore capacità di adattamento. La pratica permette di comprendere i pensieri senza cercare di eliminarli, di vivere le emozioni senza evitarle o senza farsi travolgere dalle stesse. Esempi di esercizi sono: “i pensieri sono solo pensieri”, “respiro lento e profondo”, “meditazione della montagna”. Rispetto alla meditazione sul respiro esistono altre tecniche che possono essere sperimentate, ad esempio esercizi di respirazione rendono più efficace e funzionale il mantenimento dell’arousal ottimale. Può succedere, però, che l’evento abbia un impatto intenso che viene registrato nel corpo poiché i ricordi sono organizzati nella memoria principalmente a livello percettivo e sensoriale. In questo caso, sarebbe utile attuare la “tecnica del posto sicuro”. In un periodo fortemente stressante, un modo per rilassarsi è immaginare un posto sicuro, un angolo rassicurante e sereno della mente: scegliere un luogo della casa e pensare a una situazione, a un ricordo preciso o a un’immagine inventata in cui ci si è sentiti bene; si conclude pensando a una frase o a una parola che permetta di ricordare immediatamente il proprio posto sicuro, tale per cui può essere riportata alla mente ogni volta che ve ne sia la necessità. Il Training Autogeno è una forma di psicoterapia breve fondata sull’autodistensione da concentrazione che permette di mantenere l’equilibrio neurovegetativo attraverso esercizi di: pesantezza per mezzo della distensione muscolare; calore per mezzo di una vasodilatazione vascolare; cuore per mezzo del controllo del respiro; plesso solare per mezzo dell’influenzamento degli organi addominali; fronte fresca per mezzo dell’opposizione della testa rispetto al corpo. Per evitare di incorrere in disturbi come quello post traumatico da stress, il burnout o la somatizzazione sul fisico, è importante applicare strategie personalizzate e individuali per gestire questo stress, senza tuttavia ovviare alla richiesta di aiuto di uno specialista soprattutto in casi complessi ove le pratiche e/o le tecniche non possono prescindere da un percorso psicoterapeutico.

Per approfondimenti:

Carlson, L.E., Speca, M, Patel, K.D., Goodey, E. (2004). Mindfulness-based stress reduction in relation to quality of life, mood, symptoms of stress and levels of cortisol, dehydroepiandrosterone sulfate and melatonin in breast and prostate cancer outpatients. Psychoneuroendocrinology, 29(4), 448-474.

Hoffmann B.H., Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

Mike Maric M., Il potere antistress del respiro. Il metodo per abbandonare definitivamente ansia, tensioni e stanchezza. Vallardi A., 2020.

Shapiro, F. (2000). EMDR. Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari. McGraw-Hill editore.

Shepherd, J., Stein, K., Milne, R. (2000). Eye movement desensitization and reprocessing in the treatment of post-traumatic stress disorder: a review of an emerging therapy. Psychological Medicine, 30, 863-871.

Foto di Polina Tankilevitch da Pexels

Un test per scoprire emozioni da Covid

di Giuseppe Femia e Isabella Federico

Gli effetti psicologici della pandemia che stiamo vivendo

Gli effetti psicologici connessi a Covid-19 sembrano – ora più che mai – apparire come tutt’altro che secondari, anzi, talvolta sembrano addirittura precedere e anticipare quelli fisici.

La “coronafobia” provoca: panico, ansia, comportamenti ossessivi, atteggiamenti di “accaparramento”, paranoia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nel lungo periodo, un sentimento di maggiore solitudine negli anziani, maggiori ansia e incertezza, irritabilità e noia nei bambini e nei ragazzi, episodi di violenza e scompenso nei pazienti psichiatrici. Tali manifestazioni sono peraltro continuamente alimentate da una cosiddetta “infodemic”, ovvero dai continui messaggi riguardo il virus trasmessi dalle diverse piattaforme dei social media. Non solo: assistiamo a esplosioni di razzismo, stigmatizzazione e xenofobia contro le comunità straniere.

Abbiamo qui associato le lettere che compongono la parola “Covid” agli aspetti che mettono a dura prova la nostra psicologia in questo periodo storico, procurando effetti negativi a lungo termine e segnando la nostra memoria emotiva:

C – OSCIENZA/ COSTRIZIONE: certamente la pandemia e tutti i suoi scenari scuotono la nostra coscienza (di tipo individuale e collettivo), generando uno stato di allarme generalizzato e di preoccupazione, un senso di confusione rispetto ai nostri piani esistenziali, costringendoci a entrare in contatto con gli aspetti più vulnerabili del “Sé”. Ci troviamo di fronte a quelli che sono universalmente gli scenari più temuti: ammalarsi, morire, rimanere soli, in un clima di deprivazione emotiva, di difficoltà ed emergenza. Siamo costretti a un modus vivendi inconsueto, restrittivo, ponendoci di fronte a una richiesta che suona quasi come un paradosso: ignorare la nostra natura sociale di scambio e interazione, diventare degli “animali distanzianti”, a garanzia di un bene comune, quello di preservare la specie.

O–SSESSIONE: il Covid-19 ha generato un proliferare di ossessioni in generale e in particolare di quelle connesse alla salute, all’igiene, oltre a preoccupazioni riguardanti il futuro, una sorta di rimuginio. Ha certamente sollecitato il nostro pensiero spingendolo a ruminare su quanto sia probabile ammalarsi, guarire o morire, e quanto sia grave rispetto alla responsabilità che potremmo avere nel generare un contagio o nel subirlo.

V–ERDETTO: positivo o negativo? Se il verdetto è negativo, possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma se il verdetto è positivo? Come mai le persone temono così tanto rendere pubblica la propria positività? Come se non bastasse, allo stato di allerta e pericolo, sembra aggiungersi – nella maggior parte dei casi – un incremento di emozioni non solo di ansia ma di vergogna, senso di colpa e di vissuti di inadeguatezza, come se essere positivi al Covid-19 determinasse un vero e proprio stigma. Uno stato di tensione che genera ansia e certamente segna il proprio vissuto, la propria storia e quotidianità. Uno stato, questo, che certamente favorisce quei fenomeni di ansia anticipatoria, di controllo eccessivo e di preoccupazione ipocondriaca.

I–MMUNITÀ: tutti sogniamo di essere immuni, o poterlo diventare, e taluni credono di esserlo già: negano addirittura la presenza del virus e la sua pericolosità, si sentono onnipotenti e lo sfidano, e alcuni di loro escogitano strategie complottiste, un chiaro segno di rifiuto della realtà. Tale fenomeno ha chiaramente ingrediente di interesse clinico, riflettendo i meccanismi eziopatogenetici di talune condizioni psicopatologiche: spesso quando la minaccia diventa eccessiva si escogitano meccanismi di diniego o di alterazione dell’esame di realtà.

D–EMOCRAZIA/DOMINANZA: nessuno ha più la possibilità di non pensare al Covid-19, il virus ha totalmente invaso la nostra libertà mentale, oltre che fisica (limitazioni negli spostamenti, coprifuoco, etc), DOMINANDOLA. Tutti siamo tenuti a considerarlo nei suoi aspetti catastrofici, dietro i quali risuona la più generale paura della malattia, della morte, della perdita e, se dovessimo dimenticarlo, certamente qualcuno sarà pronto a ricordarcelo. Persino coloro che provano a negare la sua presenza combattono per non vederlo, si ribellano e ne sono invasi in termini di pensiero e comportamento.

Riflettendo sulla situazione attuale dovuta alla pandemia e alla quarantena, possiamo dunque concludere che il clima psicologico del Covid-19 porta con sé una crisi di valori, personali e collettivi, che certamente ci costringe a rivalutare le priorità e a mettere in discussione molti dei nostri schemi culturali di riferimento e di funzionamento psicosociale e per questo si rendono necessari interventi coordinati dei professionisti della salute mentale.

Al fine di indagare sugli effetti mentali del periodo che stiamo vivendo, abbiamo creato il test online Le emozioni durante la pandemia da Covid-19, rivolto a chiunque voglia parteciparvi in forma anonima e gratuita. Gli effetti psicologici a lungo termine dovuti a Covid-19 non sono da sottovalutare, specialmente in relazione a questa seconda ondata. Pertanto meritano approfondimento e ulteriore livello di indagine.

 

Clicca per compilare il test 

Le emozioni durante la Pandemia da Covid-19 

 

Per approfondimenti

Damasio, A. (1994). L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano. Adelphi, Milano, 1995

Dubey, S., Biswas, P., Ghosh, R., Chatterjee, S., Dubey, M. J., Chatterjee, S., Lahiri, D., & Lavie, C. J. (2020). Psychosocial impact of COVID-19. Diabetes & metabolic syndrome, 14(5), 779–788. https://doi.org/10.1016/j.dsx.2020.05.035

Lyons, D., Frampton, M., Naqvi, S., Donohoe, D., Adams, G., & Glynn, K. (2020). Fallout from the COVID-19 pandemic – should we prepare for a tsunami of post viral depression?. Irish journal of psychological medicine, 1–6. Advance online publication. https://doi.org/10.1017/ipm.2020.40

Talevi, D., Socci, V., Carai, M., Carnaghi, G., Faleri, S., Trebbi, E., di Bernardo, A., Capelli, F., & Pacitti, F. (2020). Mental health outcomes of the CoViD-19 pandemic. Rivista di psichiatria55(3), 137–144. https://doi.org/10.1708/3382.33569

Vindegaard, N., & Benros, M. E. (2020). COVID-19 pandemic and mental health consequences: Systematic review of the current evidence. Brain, behavior, and immunity, 89, 531–542. https://doi.org/10.1016/j.bbi.2020.05.048

Ridurre le ossessioni modificando i ricordi d’infanzia

Da una ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma (SPC) è emerso come la tecnica dell’Imagery Rescripting sia efficace nella riduzione dei sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo.

“Riscrivere” i ricordi dell’infanzia legati al rimprovero può ridurre le ossessioni dell’individuo. È il risultato dello studio innovativo Imagery rescripting on guilt-inducing memories in OCD: A single case series study, condotto da un gruppo di lavoro della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, diretta dallo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, e pubblicato a settembre 2020 sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Gli autori hanno rilevato cambiamenti clinicamente significativi nella sintomatologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo a seguito di un intervento terapeutico basato sull’utilizzo della tecnica dell’Imagery Rescripting (ImRs).

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica sperimentata da circa l’1,5% della popolazione e caratterizzata da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri ricorrenti e persistenti.

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Le compulsioni sono invece quei comportamenti che l’individuo si sente spinto a compiere in risposta a un’ossessione, volti a prevenire o ridurre l’ansia, l’angoscia e, in particolare, il senso di colpa: i risultati di diversi studi hanno infatti attribuito alla responsabilità e al senso di colpa un ruolo cruciale nell’insorgenza e nel mantenimento del Disturbo ossessivo-compulsivo. Le osservazioni cliniche mostrano che in caso di rimprovero, i genitori di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo ritirano l’amore, ignorano il bambino e non sono inclini a perdonare. È quindi plausibile che queste esperienze abbiano convinto il paziente che basta un piccolo errore per ricevere rimproveri seri, aggressivi, sprezzanti e umilianti da figure significative, come i genitori.

È qui che si fa strada la tecnica dell’Imagery Rescripting: partendo dai risultati ottenuti in un recente studio dello psichiatra britannico David Veale, gli autori della ricerca hanno voluto verificare se modificando – tramite l’utilizzo dell’ImRs – la valenza emotiva dei ricordi dei rimproveri che hanno indotto i sensi di colpa, si potessero ridurre in maniera duratura i sintomi del Disturbo ossessivo-compulsivo. Un campione di 18 partecipanti di età compresa tra 18 e 65 anni con una diagnosi di DOC è stato invitato a selezionare dalla memoria i primi ricordi dell’infanzia e, in particolare, il ricordo di rimprovero più intenso dal punto di vista emotivo, non necessariamente legato ai sintomi di DOC. Dopo tre sessioni di ImRs, seguite da un monitoraggio fino a tre mesi, i partecipanti hanno sperimentato una significativa riduzione clinica dei sintomi: 14 dei 18 partecipanti – il 77,7% – hanno ottenuto un miglioramento almeno pari al 35% sulla scala Yale-Brown (Y-BOCS), che misura il Disturbo ossessivo-compulsivo e quattro sono risultati addirittura asintomatici.
Lo studio della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma apre dunque un nuovo e interessante scenario nell’intervento clinico del Disturbo ossessivo-compulsivo e nella ricerca contemporanea sul DOC.
Per approfondimenti:

Dormire bene in quarantena e in Fase 2

di Sabina Marianelli

Impatto psicologico e aspetti di medicina del sonno

Per molti giorni siamo stati in quarantena. Alcuni si sono aggiornati sul numero esatto di contagi ogni giorno, altri hanno deciso di perderne il conto.

Anche ora che è iniziata la Fase 2, siamo iperconnessi e ognuno può, sulla propria bacheca social, fare uno studio sulle diverse reazioni psico-sociali all’isolamento forzato.

Ma esiste uno studio pubblicato su The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, che ci fornisce in maniera scientifica dei dati sull’impatto psicologico della quarantena, prendendo in rassegna 24 articoli di 3166 trovati sull’argomento: data la situazione in via di sviluppo in merito all’epidemia di Covid-19, sono state raccomandate dall’OMS una serie di rapide rassegne sui dati attualmente a disposizione. Gli studi presi in esame sono stati condotti in dieci Paesi e hanno incluso pazienti affetti da Sars, Ebola, l’influenza pandemica H1N1 del 2009 e 2010, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, l’influenza equina.

Uno studio riguardante il personale ospedaliero che poteva essere entrato in contatto con la Sars ha riscontrato, nei nove giorni immediatamente successivi alla quarantena, che l’isolamento potesse configurarsi come fattore maggiormente predittivo di sintomi da stress acuto. Nello stesso studio, lo staff che era stato posto in quarantena aveva riportato in misura maggiore fenomeni di affaticamento, distacco dagli altri, ansia nel trattare pazienti febbricitanti, irritabilità, insonnia, mancanza di concentrazione e indecisione, ridotte performance lavorative, riluttanza al lavoro e alcuni avevano preso in considerazione il licenziamento.

Un secondo studio condotto tra il personale ospedaliero ha riportato sintomi depressivi tre anni dopo il termine della quarantena e ha riscontrato che il 9% dell’intero campione riportava elevati sintomi depressivi. In tutti gli studi quantitativi, sono stati intervistati coloro che erano stati posti in quarantena e la maggior parte presentava una prevalenza elevata i sintomi di ansia, stress, umore depresso, irritabilità, insonnia e sintomi post traumatici.

Un altro studio ha riscontrato che i punteggi correlati allo stress post traumatico nei bambini posti in quarantena era quattro volte più alto rispetto a i loro coetanei non posti in isolamento. Il 28% dei genitori posti in quarantena ha riportato sintomi sufficienti per soddisfare una diagnosi di disturbo mentale correlato al trauma, in confronto al 6% dei genitori non posti in quarantena.

Uno studio riguardante pazienti potenzialmente affetti da SARS e quindi posti in quarantena, ha rilevato che circa il 54% dei soggetti ha continuato ad attuare comportamenti evitanti nei confronti di persone che tossivano o starnutivano, il 26% evitava luoghi affollati, e il 21% evitava spazi pubblici nelle settimane successive al periodo di quarantena.

In questo periodo molti di noi potrebbero aver notato un cambiamento nel proprio sonno, sia a livello di forma che di contenuto. McNamara, professore associato alla Boston University School of Medicine, ci ricorda che il sonno REM serve per gestire le emozioni complesse, in special modo quelle negative, e questa pandemia ci sta portando a un innalzamento dei livelli di ansia e stress. Inoltre, l’isolamento e il distanziamento forzati conducono a un ridimensionamento degli stimoli, a partire dai quali si costruiscono i nostri sogni: il nostro subconscio è costretto, quindi, ad attingere a vecchie memorie, mescolandole con ciò che avviene nella nostra quotidianità. Ci capiterà, ad esempio, di sognare persone che appartengono al nostro passato a cui non pensiamo da tempo. A causa dei frequenti risvegli notturni, causati dal peggioramento della qualità del sonno, molti di noi si ricorderanno di più il contenuto dei sogni e non sarà infrequente che siano ancora più strani del solito: un meccanismo che, secondo Perrine Ruby, ricercatrice del Lyon Neuroscience Research Center, il cervello dormiente usa per indurre la regolazione emotiva.

I nostri ritmi sono controllati prima di tutto dal nostro orologio biologico. Perciò, imporre dei ritmi di vita che non siano in sintonia con il nostro organismo è pericoloso. Una disarmonia tra i ritmi esterni e quelli biologici interni può avere conseguenze per la nostra salute, aumentare disturbi cardiovascolari, obesità, sonnolenza, problemi psicologici e rischio di errori, ridurre le nostre difese immunitarie e, infine, può avere un effetto contrario rispetto a quello previsto, ovvero ridurre significativamente la produttività del nostro Paese.

Normalmente abbiamo dei sincronizzatori esterni che regolano la nostra vita: non solo il ritmo luce-buio, ma fattori climatici e ambientali che sperimentiamo uscendo di casa e che ad oggi mancano, motivo per il quale in molti sperimentiamo disturbi del sonno.

Il prof. Luigi De Gennaro, esperto di disturbi del sonno dell’Università La Sapienza, fornisce alcuni consigli per mantenere un equilibrio psico-fisico:

  1. Mantieni un regime regolare di orari per l’addormentamento e per il risveglio.
  2. Evita di fare sonnellini durante il giorno.
  3. Spegni gli strumenti elettronici 90 minuti prima di andare a letto.
  4. Resta informato sull’evoluzione delle notizie dell’epidemia, ma evita di seguire ulteriori aggiornamenti nei minuti che precedono l’addormentamento.
  5. Cerca, nei limiti del possibile, di fare esercizio fisico durante il giorno, ma evita di farlo in prossimità del sonno.
  6. Cerca di interrompere l’eventuale spirale dell’ansia per l’epidemia con alcuni esercizi respiratori prima di addormentarti.
  7. Evita di mangiare o bere appena prima di andare a letto.
  8. Cerca di fare una doccia o un bagno caldo 90 minuti prima di andare a letto.
  9. Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria, impattando anche sul contenuto onirico.

Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria e viceversa. Ci siamo resi conto, infatti, di quanto è cambiato in questa quarantena, a livello quali-quantitativo, impattando anche sul contenuto onirico; per questo, l’Accademia Italiana Medici Specializzandi (AIMS) sta promuovendo la prima indagine ufficiale estesa a tutta la popolazione italiana finalizzata a capire le specifiche conseguenze sul sonno e sul ritmo sonno-veglia nelle condizioni di auto-isolamento in cui ha vissuto una buona parte della popolazione italiana in queste settimane. A giudicare dagli elementi già emersi, i risultati saranno senz’altro molto interessanti.

Per approfondimenti:

Brooks SK, Webster RK, Smith LE, et al. The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. The Lancet 2020; 395; 912-20.

Rohleder N., Aringer M., Boentert M., Role of interluchine 6 in stress, sleep, and fatigue, The New York Academy of Science, 2012

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-qualita-del-sonno-al-tempo-del coronavirus_it_5e85b0f7c5b692780507e45e

https://www.nationalgeographic.com/science/2020/04/coronavirus-pandemic-is-giving-people-vivid-unusual-dreams-here-is-why/?fbclid=IwAR3bZbnvYX0DDnR_K21CYi7HXe8VMPWv5MJCrNqR9JsemTrIvwGbXVEtWoY

Se i bambini assistono alla violenza

di Claudia Colafrancesco a cura di Erica Pugliese

Che adulti saranno domani?

“Una volta papà Toni voleva farmi star zitta e mi ha tenuto con la bocca aperta sotto al rubinetto con l’acqua aperta”. Gioia (nome di fantasia) è stata “fortunata”: il suo fratellino Giuseppe è stato ucciso dalla ferocia del patrigno Toni Barde il 27 gennaio scorso e lei è stata risparmiata. Le storie raccontate dalla bambina alla psichiatra infantile Carmelinda Falco sugli episodi di violenza vissuti tra le mura domestiche pesano come macigni sulla coscienza di chi questa tragedia poteva e doveva evitarla. 

“Una volta – continua Gioia – anche la mamma reagì: ‘Basta! Li stai uccidendo!’”, aveva urlato. Quel giorno infame Giuseppe non stava fingendo di essere svenuto come avevano imparato a fare per difendersi dal patrigno ma si arrendeva davanti a un destino che aveva deciso di togliergli perfino l’infanzia. “Ho visto Giuseppe sul divano, non riusciva a parlare, aveva gli occhi un po’ aperti e un po’ chiusi. Gli ho detto: ‘respira’”.

Giuseppe aveva 7 anni ed è morto. Che ne sarà della sorellina?

Giuseppe e Gioia sono diventati, loro malgrado, protagonisti delle cronache nazionali per un epilogo terribile, ma quanti sono i bambini che quotidianamente subiscono violenza o portano con loro le ferite di una situazione familiare drammatica che resta chiusa dietro la porta di casa e che potrebbe segnarli per sempre? I dati dell’ultima relazione ISTAT sono allarmanti: circa il 69% dei bambini, figli di vittime di violenza, ha assistito agli abusi e il 18% ha subito violenza. Vista la delicatezza del tema, si può immaginare ancora un ampio sommerso.

Quando una madre decide di denunciare, riferisce che i figli non sono presenti mentre le mura domestiche si trasformano in uno scenario di violenza: “Erano nella loro stanza”, “Stavano dormendo”, “Non si sono accorti di nulla”. Sembrano essere invisibili agli occhi dei genitori i bambini che fanno esperienza di atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, da un genitore nei confronti dell’altro o nei confronti di un fratello o una sorella. Ma i bambini sono presenti non solo quando assistono direttamente. Lo sono anche quando compaiono lividi e ferite sul corpo della mamma o quando la paura e la tristezza segnano il suo volto, quando di ritorno da scuola trovano a casa tavoli e porte rotte e quando entrano in contatto con assistenti sociali, sistema giudiziario o personale sanitario.

Questa “violenza assistita” è rimasta per troppo tempo una questione privata, trovando il suo riconoscimento sociale in Italia solo al termine degli anni Novanta, quando i centri antiviolenza hanno portato alla luce i danni che tale tipo di maltrattamento provoca sul minore. Gli effetti sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale nel breve e nel lungo periodo sono drammatici e più intensi se i bambini vengono colpiti in tenera età.

Uno recente studio, condotto dall’attuale presidente di Prevent Child Abuse America Chicago, Melissa Merrick, e collaboratori, evidenzia come le ferite subite nel “nido” familiare non solo non si rimarginano, ma nel tempo diventano dei buchi neri da un punto di vista sanitario, sociale ed economico per la collettività.

Malattie coronariche, ictus, asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cancro (escluso il cancro della pelle), malattie renali, diabete, depressione, sovrappeso, obesità, fumo, abuso di alcol, dispersione scolastica, disoccupazione e mancanza di assicurazione sanitaria: questo è l’identikit del bambino invisibile ormai adulto che viene fuori dall’indagine portata avanti in 25 Stati americani. Quando mamma e papà litigano, i bambini assistono e vivono uno stress tossico che altera l’espressione dei geni: cervello, sistema immunitario e organi portano con sé i segni per tutta la vita.

Dal report emerge, inoltre, che le fasce più colpite sembrano essere le donne, i giovani tra i 18 e i 34 anni e le minoranze etniche. Questo significa che far leva sui giovani adulti consente di modificare i comportamenti a rischio per la salute e ridurre le conseguenze negative a lungo termine a livello individuale e sociale. Il vantaggio più grande è quello di spezzare il ciclo intergenerazionale di esperienze infantili avverse poiché è più probabile che sia questa l’età in cui iniziano a costruirsi una relazione più stabile. Una tesi sostenuta anche dai dati ISTAT 2019 che mostrano come dietro la violenza esiste già un passato di violenza subita o assistita in famiglia.

In conclusione, l’arma più efficace per mettere un argine a questa deriva è quella della prevenzione tra le mura domestiche: educare alle relazioni sane e alla creazione di ambienti sicuri per tutti i bambini e le famiglie è fondamentale per ridurre le gravissime conseguenze che esperienze infantili precoci sia dirette sia assistite possono causare.

La violenza assistita è un reato. Se conosci bambini vittime di questa grave forma di abuso, non esitare, chiedi aiuto alle forze dell’ordine o al più vicino centro antiviolenza.

Per approfondimenti: 

Merrick M.T. e coll. (2019). Estimated Proportion of Adult Health Problems Attributable to Adverse Childhood Experiences and Implications for Prevention — 25 States, 2015–2017. In Morbidity and Mortality Weekly Report.
Istat (2019). Report di analisi dei dati del numero verde contro la violenza e lo stalking 1522 – Gennaio 2913-Settembre 2019

 

Sensazioni corporee, che paura!

di Miriam Miraldi
Anxiety sensitivity e Disturbo Ossessivo Compulsivo
La persona che soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) si trova a dover fronteggiare pensieri o immagini negative di tipo intrusivo, attivando compulsioni volte a neutralizzare il disagio da esse prodotto. La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) può essere un valido aiuto in quanto, attraverso tecniche espositive con prevenzione della risposta (E/RP, Exposure with response prevention), favorisce il graduale avvicinamento agli stimoli temuti, al netto della messa in atto delle usuali strategie disfunzionali che il soggetto utilizza, e che sono generalmente di evitamento e fuga. Tuttavia, non tutte le tecniche sono egualmente efficaci per tutti gli individui e vi sono fattori che possono influenzare gli esiti trattamentali, come ad esempio la copresenza di depressione grave. La ricercatrice americana Shannon M. Blakey e colleghi si sono chiesti di recente se anche la cosiddetta Anxiety Sensitivity (AS), o “sensibilità all’ansia”, possa essere un elemento perturbante il buon esito della terapia per il disturbo ossessivo.
La AS consiste in una peculiare propensione a considerare pericolosi per la propria integrità psicofisica segnali, anche normali, di arousal, o attivazione corporea fisiologica (p.es. palpitazioni, lievi capogiri, vertigini, etc.), che vengono letti dal soggetto non come semplicemente fastidiosi, quanto piuttosto come ambigui o minacciosi, causando un inevitabile incremento dell’ansia; così, ad esempio, una persona con elevata sensibilità all’ansia potrebbe interpretare erroneamente un senso di costrizione toracica come segno di infarto, oppure le vertigini come segno di stare “perdendo il controllo”. Sebbene il concetto di AS sia principalmente associato al disturbo di panico o al disturbo di ansia per la salute, esso è considerato un processo transdiagnostico e un fattore di vulnerabilità per la psicopatologia in genere tanto che – per esempio- specie la dimensione cognitiva dell’AS si associa alla gravità dei sintomi nel DOC. Ci sono motivi per ipotizzare che l’AS possa impattare negativamente sulla buona riuscita del trattamento per tale disturbo. Innanzitutto, l’attivazione ansiosa viene spesso “provocata” durante la terapia di esposizione e pertanto, gli individui con un AS elevato tendono a temere non solo gli stimoli di esposizione di per sé, ma anche le sensazioni di attivazione che vengono “terapeuticamente” indotte durante l’esposizione. Ciò potrebbe comportare che i pazienti affetti da DOC con AS elevata possano essere soggetti a episodi di panico durante l’esposizione, il che condurrebbe a comportamenti di evitamento e ostacolerebbe sia l’aderenza al trattamento, che la fiducia nelle tecniche; inoltre, le ossessioni di alcuni pazienti potrebbero direttamente riguardare sensazioni somatiche ambigue: per esempio, un paziente che presenta un DOC da contaminazione può essere particolarmente ipervigilante e ansioso in risposta a sensazioni di nausea, che spesso accompagnano l’attivazione ansiosa.
La ricerca di Blackey ha inteso esaminare la misura in cui i livelli di partenza di AS possano influenzare l’esito del trattamento in un campione di individui con diagnosi clinica di DOC: 187 partecipanti sono stati inclusi in un programma di trattamento residenziale presso il Centro dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi del Rogers Memorial Hospital di Oconomowoc, nel Wisconsin, che comprendeva una media di 28 ore settimanali di esposizioni graduate, gruppi di psicoeducazione, terapia cognitivo comportamentale individuale. Tutti i partecipanti hanno completato una batteria di questionari self report, sia pre- che post-trattamento, che includeva: una scala di valutazione dei sintomi ossessivo-compulsivi (DOCS,Dimensional Obsessive-Compulsive Scale); una scala di valutazione della depressione (BDI-II, Beck Depression Inventory-II); e infine una scala specifica per l’Anxiety Sensitivity (ASI, l’Anxiety Sensitivity ), un questionario di 16 item sulle credenze riguardanti la pericolosità dell’arousal (ad es., “Mi fa paura quando il mio cuore batte rapidamente”). Scopo dello studio era comprendere perché alcuni pazienti con DOC non aderiscono o rispondono alla TCC, sebbene sia l’intervento gold standard per tale disturbo.
Coerentemente con l’ipotesi dei ricercatori, l’AS era correlata positivamente con la gravità del DOC prima della terapia e ciò indica che un livello maggiore di paura delle sensazioni corporee è associato all’aumento della gravità del DOC. Lo studio ha confermato, inoltre, che maggiori livelli basali di AS, prospettivamente, predicono la gravità dei sintomi anche dopo la terapia.
Un importante passo è considerare il meccanismo attraverso il quale AS ostacola gli effetti della terapia sul DOC: si può ipotizzare che un AS elevata possa amplificare le difficoltà di esposizione; in particolare, le esposizioni che generano attivazione fisiologica possono essere vissute come più impegnative o angoscianti non solo a causa della paura degli stimoli (ad esempio, “Toccare il gabinetto mi farà star male”), ma anche a causa della minaccia associata all’attivazione fisiologica (es. “Se il mio cuore batte forte, avrò un infarto”). Sembra quindi che i pazienti ossessivi con alta Anxiety Sensitivity si debbano confrontare simultaneamente con due stimoli di paura condizionati durante le esposizioni, che potrebbero comprensibilmente portare a una più complicata aderenza al trattamento.
La terapia dovrebbe dunque implicare l’uso simultaneo di esposizioni “enterocettive” e di esposizioni in vivo : per esempio, una paziente che interpreta le sue mani tremanti come un’indicazione che è altamente probabile che agisca i suoi pensieri ossessivi indesiderati di pugnalare una persona cara, potrebbe condurre esercizi di esposizione enterocettiva “su misura” (es., tenendo una posizione di pressione per indurre il tremore) immediatamente prima di tenere un coltello, mentre è vicino alla persona cara (esposizione in vivo).
Per quanto riguarda le implicazioni cliniche, può dunque essere vantaggioso avvalersi anche di tecniche di esposizione enterocettiva, per modificare l’interpretazione erronea di sintomi fisici, inducendo deliberatamente sensazioni corporee temute, ma senza impegnarsi in strategie di riduzione dell’attivazione fisiologica, allo scopo di estinguere la paura delle sensazioni legate all’arousal: questo potrebbe aumentare la compliancenelle tecniche terapeutiche di esposizione che si utilizzano per il DOC e la buona riuscita della terapia.
Per approfodimenti:
Blakey, S. M., Abramowitz, J. S., Reuman, L., Leonard, R. C., & Riemann, B. C. (2017).  Anxiety sensitivity as a predictor of outcome in the treatment of obsessive-compulsive disorder. Journal of behavior therapy and experimental psychiatry, 57, 113-117.
Calamari, J. E., Rector, N. A., Woodard, J. L., Cohen, R. J., & Chik, H. M. (2008). Anxiety sensitivity and obsessive—compulsive disorder. Assessment,15(3), 351-363.
​Gragnani, A., Cosentino, T., Bove, A., & Mancini, F. (2011). Trattamento breve con l’uso dell’esposizione enterocettiva in un caso di disturbo di panico con agorafobia. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale,17 (2), 235-250.