Come applicare le tecniche della Schema Therapy nel trattamento dei pazienti con disturbo di personalità?

di Elena Bilotta

Una serie di video spiegano l’applicazione della Schema Therapy nella pratica terapeutica

Quante volte durante il percorso di formazione in psicoterapia o durante un corso di aggiornamento, dopo aver ascoltato la spiegazione di una tecnica, dopo aver letto articoli e volumi che la descrivono, ci si sente comunque incerti e insicuri nella sua applicazione? E quante volte, proprio a causa di questa incertezza, si finisce per rinunciare alla sua applicazione, nonostante sia magari anche di comprovata efficacia?

Proprio per ovviare a queste problematiche che riguardano sia terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti, l’Istituto Olandese di Schema Therapy ha creato una serie di video si cui alcuni sono stati recentemente sottotitolati in lingua italiana (a cura di Barbara Basile) dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

In una prima serie di video raccolti nel cofanetto “Schema Therapy: Step by Step”, novantuno vignette cliniche descrivono e rappresentano specifiche tecniche e modalità di intervento nell’intervento con una paziente con un disturbo di Personalità Borderline. I video mostrano inoltre tipici momenti di empasse nel trattamento o difficoltà nella gestione del paziente, insieme a proposte di soluzioni da parte del terapeuta.

Ampio spazio viene lasciato alla spiegazione e descrizione dell’uso di tecniche esperienziali come l’Imagery (utilizzate anche in altri approcci terapeutici diversi dalla Schema Therapy), tra le quali l’Imagery diagnostico e l’Imagery with rescripting, particolarmente utili ed efficaci per la gestione di schemi disfunzionali e identificazione di bisogni emotivi non soddisfatti, o il lavoro con le sedie, per aiutare il paziente a fare esperienza delle parti,  o mode, e che si possono attivare in momenti problematici e a gestire questi in modo più funzionale.  Un’altra parte delle vignette è incentrata sugli aspetti relazionali attivi nella relazione terapeutica. Vengono mostrati gli interventi di confronto empatico e limited reparenting che permettono di creare una salda alleanza terapeutica e di riparare momenti di rottura relazionale.

Buona visione!

Potete trovare e acquistare i video al seguente link:
Schema Therapy Step by Step

Se la scuola è virtuale

di Emanuela Pidri

L’approccio didattico-motivazionale come strumento utile alla didattica a distanza

L’emergenza sanitaria in atto ha causato uno stop forzato portando inevitabilmente a ripercussioni negative anche sulle condizioni psicologiche dei bambini. Secondo una recente indagine dell’American Health Association, un bambino su cinque ha manifestato sintomi depressivi e stato di infelicità per via della mancanza di relazione con i coetanei; mentre secondo una ricerca pubblicata su Psychology Today, un periodo prolungato di desocializzazione scaturisce in un deficit di attenzione e capacità di espressione. Il protrarsi di tempo eccessivo davanti allo schermo può provocare deficit di sonno che possono aggravare il rischio di ansia e depressione. La ricerca, inoltre, conclude che l’eccesso di esposizione alle tecnologie potrebbe portare, nell’arco di cinque anni, a un aumento nel numero di alunni con problemi emotivi, sociali e comportamentali e con una riduzione dell’empatia. Per potenziare le capacità multitasking dei bambini attraverso lezioni a distanza, fondamentali per non perdere il rapporto con docenti e compagni di classe, potrebbe essere importante introdurre un approccio volto alla motivazione. L’approccio didattico-motivazionale è un approccio innovativo che pone la motivazione come obiettivo scolastico da perseguire nel processo di istruzione. Partendo da questa idea, occorre quindi pianificare interventi didattici specifici, comprendere quali scelte didattiche possono  creare ambienti on line di apprendimento motivanti, sviluppare e selezionare forme di insegnamento motivanti fruibili anche virtualmente. Un’azione didattica creativa e dotata di molteplici sfumature può prevenire la demotivazione degli studenti ed educare a un permanente interesse  ad apprendere anche se la didattica non può avvenire di persona ma tramite PC.

In letteratura sono presenti varie tecniche:

  • lo Student Teams Achievement Divisions è una tecnica che si basa sulle nozioni motivazionali di ricompensa di gruppo accessibili virtualmente (come ad esempio un voto in più sul compito), di pari opportunità, di successo e di responsabilità individuale. Implica la conduzione di gruppi di apprendimento lungo una sequenza di fasi: a) presentazione dei contenuti da apprendere, b) formazione dei gruppi, c) lavoro di gruppo anche tramite Whatsapp, d) risultati.
  • Il Jigsaw, letteralmente “gioco di costruzione ad incastro”, impegna i membri dei gruppi su livelli di compito diversi e ha il vantaggio di valorizzare tutti i componenti poiché offre a ognuno la possibilità di dare un contributo personale allo sviluppo della conoscenza su un determinato argomento.
  • Il Group Investigation può favorire lo sviluppo di un alto senso di responsabilità, processi cognitivi di autoregolazione, della capacità di presa di decisione e della disponibilità ad aiutarsi reciprocamente. L’obiettivo formativo è promuovere nello studente la capacità di auto-motivarsi non escludendo i feedback educativi positivi degli insegnanti poiché, sulla base di questi, gli alunni si costruiscono un’immagine di sé e si attribuiscono un valore. Le lezioni in videoconferenza, inoltre, favoriscono gli stimoli visivi e auditivi consentendo di restare in contatto con i propri docenti e compagni di classe, mantenendo un senso di continuità del percorso scolastico.

Nella sua strutturazione virtuale l’approccio didattico-motivazionale, con l’ausilio dei genitori, dovrebbe prevedere: attività ludiche che ricordino l’ambiente scolastico per non far pesare sui bambini l’assenza relazionale del gruppo classe; attività di recupero dei concetti di memoria culturale e tradizione familiare con lo scopo di combinare espressioni creative, rilassamento e azioni; attività motorie meglio all’aria aperta per garantire un corretto sviluppo psicofisico. È fondamentale non sopperire la routine, che aiuta a orientarsi a livello spaziale, relazione e temporale, sviluppando una sicurezza interna per compiere le semplici azioni quotidiane. Lo scopo ultimo è quello di garantire un ambiente di crescita graduale il più sano possibile con le risorse a disposizione, contenendo il Covid-19.

Per approfondimenti:

COMOGLIO M., CARDOSO M.A., (1996). Insegnare e apprendere in gruppo. Il Cooperative Learning. LAS Roma

SLAVIN R. (1980) Cooperative Learning. Review of Educational Research

Foto di Julia M Cameron da Pexels

Rischi psicologici dell’attore

di Marzia Albanese

Post Dramatic Stress e identificazione con il personaggio

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Luigi Pirandello

New York, 22 gennaio 2008. Due donne trovano il corpo di un giovane inanime nella sua abitazione. È Heath Ledger, talentuoso attore australiano due volte candidato al premio Oscar. Da subito si pensa al suicidio. Le testimonianze raccolte intorno alla vita dell’attore non fanno che riportare un marcato cambiamento della personalità nel periodo antecedente al tragico evento: alterazione dell’umore, insonnia, trasandatezza nell’abbigliamento, forte irritabilità, abuso di droghe.
L’attore ventottenne, infatti, durante le riprese del film “Il cavaliere oscuro” della saga di Batman, sembra subire un forte stress legato al letale incontro tra le problematiche personali e familiari del periodo (separazione dalla moglie, timore di non avere la custodia della figlia) e la complessità del ruolo chiamato a interpretare nel suo nuovo film, quello di Joker.

Da sempre, il personaggio di Joker occupa un posto di spicco tra i villain del cinema internazionale, dovuto principalmente alla complessità dei suoi tratti psicologici. Nonostante le numerose diagnosi nel corso delle varie trasposizioni cinematografiche, come spiegato dallo stesso Ledger in una intervista, la psicopatia sembrerebbe essere stata il suo riferimento diagnostico per l’identificazione con questo personaggio, spingendo l’attore a chiudersi volontariamente per un intero mese in una camera d’albergo. Per meglio favorire il processo identificativo durante questo periodo, Ledger sembrerebbe aver richiamato alla mente, come emerge da un diario appositamente ideato, personali memorie relative all’infanzia con lo zio affetto da disturbo bipolare e con il nonno con la medesima sofferenza psichiatrica.

L’utilizzo di eventi dolorosi da parte dell’attore è uno dei metodi proposti nel processo di identificazione con un personaggio e trova un ruolo cruciale nel metodo proposto di Ivana Chubbuck, nota insegnante di recitazione a Los Angeles di stampo Stanislavskijano. La Chubbuck consiglia di utilizzare avvenimenti personali recenti o passati purché abbiano lasciato questioni irrisolte, poiché la mancata risoluzione è indispensabile al mantenimento di emozioni vivide. In questo processo di identificazione, l’attore è dunque chiamato a individuare sì la storia del personaggio (chi è e come si muove nel mondo, cosa pensa di dover fare per sopravvivere emotivamente e fisicamente) ma anche la propria, per poterlo personalizzare in ogni suo aspetto, tessendo un legame tra le due storie.
Per poter identificare informazioni personali dettagliate da applicare alla storia del personaggio, il metodo prevede che l’attore compili un “diario emotivo” utile a far riaffiorare i ricordi dolorosi, che tendono a essere generalmente rimossi, attraverso la libera e immediata trascrizione dei contenuti del proprio processo di identificazione.

Tutto questo implica, inevitabilmente, per l’attore un lavoro su sé stesso, sulla propria identità e lo può portare a entrare in contatto con specifiche emozioni per la prima volta. Emozioni sopite, emozioni evitate.

Ma a che prezzo?

In risposta a questa domanda e agli interrogativi sulla moralità di alcune tecniche che, come questa, chiedono all’attore di entrare in contatto con un personale trauma del passato come risorsa per la creazione del personaggio, l’insegnante e studioso Mark Cariston Seton delinea, un quadro sintomatologico ben dettagliato: il Post Dramatic Stress. I fattori di rischio che possono incidere sulla salute di un attore nel corso della sua carriera sono del resto innumerevoli: abuso vocale, potenziali incidenti a causa della scenografia, privazione di sonno, cambio delle abitudini alimentari (talvolta cattive) per l’interpretazione di un personaggio, pressioni esterne da parte di produttori e pubblicitari e, inoltre, aspettative e timori relativi alla performance. Tra questi fattori di rischio, Brandfonbrener ne individua uno ulteriore: il pericolo psicologico derivante dal fatto che, per interpretare in modo convincente le emozioni dei loro personaggi, gli attori sono costretti ad assumerne temporaneamente i tratti di personalità.

Partendo dalla propria identità, Heath Ledger ha approfondito il profilo psicologico del personaggio di Joker e, a differenza delle sue precedenti trasposizioni cinematografiche, lo ha umanizzato sulla base di personali esperienze ugualmente dolorose e violente estrapolate dalla propria memoria emotiva. Ne nasce, infatti, un Joker sottoposto a una drammatica lotta interiore tra melanconia e mania, caratterizzato da un volto depresso e ferito accompagnato, quasi ossimoricamente, da una risata maniacale e un linguaggio rapido e volutamente esasperato nei contenuti.
Frutto di un processo identificativo talmente ben riuscito che intrappola però l’attore negli stati emotivi angosciosi del personaggio, anche a telecamera spenta, come testimoniano le sue parole: “Ho finito per ritrovarmi sempre più nei panni di uno psicopatico: un tizio con pochissima o nessuna coscienza degli atti che compie […] la settimana scorsa ho dormito una media di due ore a notte. Non riuscivo a smettere di pensare. Il mio corpo era esausto, ma avevo la testa che continuava ad andare.”

La proposta di Seton è allora quella di prevenire questo quadro sintomatologico che per quanto denominato provocatoriamente sembra avere radici ben visibili nelle storie di attori che, come Heath Ledger e Robbie Williams, ne hanno dimostrato la potenza distruttiva.
Come farlo?
Attraverso l’introduzione nel modello di insegnamento della recitazione di tre principi volti alla salvaguardia del benessere psicologico dell’attore:

  1. l’individuazione e la valutazione dei rischi e dei benefici del processo di identificazione con il personaggio per sé stessi e per la collettività;
  2. la sensibilità e l’interesse verso lo stato emotivo delle persone coinvolte in tale processo identificativo;
  3. la riflessione sulle implicazioni sociali e culturali del processo.

Del resto, come lo stesso Ledger diceva: “recitare è soprattutto un fatto di esplorazione di sé […] Devo conoscere me stesso come si conosce uno strumento musicale”.
Probabilmente in alcuni casi però questo non basta. Occorre conoscere anche gli strumenti per sapersi ascoltare.

Per approfondimenti:

Picci G. (2020) L’attore alla ricerca del personaggio. Le dinamiche del processo identificativo: una ricerca esplorativa. Kimerik

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Donne vittime del lockdown

di Rossella Cascone e Erica Pugliese

Durante l’isolamento sono aumentati gli episodi di violenza domestica. Ecco come chiedere aiuto

A partire dal 9 marzo scorso, per tutti gli italiani vi è stato l’obbligo di restare a casa e ridurre al minimo la circolazione e gli spostamenti se non per motivi di necessità. Inevitabilmente il periodo di lockdown ha prodotto effetti spiacevoli e negativi, in diversa misura, per tutti.

Come evidenziato da articoli di cronaca, per alcune donne la casa è diventata una trappola mortale. Le donne vittime di violenza domestica sono state costrette, infatti, a restare in casa a stretto contatto con i loro aguzzini, sole o con i propri figli. Questo ha comportato un rischio maggiore per la loro salute e per la loro incolumità, essendo più esposte a violenze sia fisiche sia verbali senza avere l’alternativa di fuggire per proteggere sé stesse e chi assiste inerme alla violenza.

I bambini e le bambine sono stati più frequentemente testimoni della violenza subita dalla loro madre, delle scene aggressive e delle minacce. A questo si aggiunge il vissuto emotivo che tale esposizione comporta e il senso di impotenza e di colpa per non essere in grado di contrastare tali violenze. Come dimostrato da diversi studi sulla violenza assistita, tutto questo comporta un’alterazione del loro benessere fisico e psicologico e una compromissione del loro sviluppo su vari livelli anche nel lungo termine.

L’isolamento da lockdown è stato sicuramente un’aggravante. Secondo un’organizzazione no profit cinese che lavora con le donne, il numero dei casi di violenza domestica nella provincia di Hubei è aumentato in maniera vertiginosa riportando, nel mese di febbraio, il doppio delle segnalazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le autorità francesi hanno denunciato un incremento delle violenze del 30% in questo periodo. In Turchia, nello specifico a Istanbul, la polizia dichiara un aumento del 40% degli episodi di violenza domestica denunciati. Secondo un rapporto Istat pubblicato a maggio e in linea con i dati europei, anche in Italia durante il lockdown le richieste d’aiuto sono incrementate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nonostante l’incremento dei casi di violenza e delle successive richieste d’aiuto, nella prima metà di marzo le chiamate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, si sono ridotte del 55,1% rispetto all’anno scorso. Questo dato è legato al fatto che l’isolamento forzato ha incrementato la possibilità da parte dell’abusante di controllare e limitare la libertà della vittima. Inoltre, ha diminuito il supporto sociale, forte fattore protettivo contro la violenza domestica. La vittima, non potendo uscire, ha avuto delle difficoltà a trovare dei momenti disponibili per contattare i servizi di competenza e ricevere aiuto e un sostegno psicologico.

Un’altra ragione che può spiegare questo calo delle denunce risiede nel fatto che la coppia possa essersi trovata nella cosiddetta “fase della luna di miele” o comunque in un momento di “tregua”, ovvero in una fase del ciclo di violenza in cui si ricomincia a vivere più tranquillamente e alla donna possono essere fatte delle “concessioni”. Il motivo di questa calma apparente risiede nel fatto che il maltrattante esercita maggiore controllo sulla vittima e, di conseguenza, diminuiscono i pretesti più vari percepiti come “colpe” della partner.

La violenza è però sempre dietro l’angolo ed è quindi importante non sottovalutare i segnali di una relazione tossica.
D’altra parte, dall’osservazione clinica è risultato che le vittime hanno sfruttato ogni occasione a disposizione durante il lockdown per poter contattare i servizi antiviolenza: quando portavano a spasso il cane, quando andavano a fare la spesa o in farmacia e anche mentre buttavano la spazzatura.

Il 1522, il numero anti violenza e stalking, istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno ed è gratuito. Nel caso in cui il clima di terrore renda difficile fare una telefonata, esiste anche un’applicazione che permette di chattare con un’operatrice del 1522. Su internet è disponibile, inoltre, un elenco dei Centri Antiviolenza presenti sul territorio nazionale che è possibile contattare in qualsiasi momento.

Anche la Polizia di Stato si è attivata per garantire la massima accessibilità al pronto intervento per le donne vittime di violenza. L’applicazione YouPol, ideata per contrastare bullismo e spaccio di sostanze stupefacenti nelle scuole, è stata aggiornata aggiungendo la possibilità di segnalare i reati di violenza domestica con le stesse modalità delle altre tipologie di segnalazione. Si può inoltre effettuare direttamente una chiamata al numero di emergenza unico (Nue) e le segnalazioni possono essere effettuate anche da chi è testimone diretto o indiretto della violenza, come ad esempio figli o vicini di casa.

Vi è infine la possibilità di contattare le varie associazioni che si occupano della violenza di genere e della violenza assistita che hanno attivato canali via chat per mettersi in contatto con un’operatrice e chiedere aiuto.

Se ti trovi in una situazione di violenza e non sai come uscirne o se conosci qualcuno in queste condizioni rompi il silenzio e chiedi aiuto.

Per approfondimenti:
https://www.cognitivismo.com/2019/10/23/i-5-segnali-di-un-amore-tossico/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3384540/

https://www.sixthtone.com/news/1005253/domestic-violence-cases-surge-during-covid-19-epidemic

https://www.istat.it/it/files//2020/05/Stat-today_Chiamate-numero-antiviolenza.pdf

https://www.france24.com/en/20200410-french-domestic-violence-cases-soar-during-coronavirus-lockdown

https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/coronavirus_violenza_donne_turchia_quarantena-5155946.html

https://www.lastampa.it/cronaca/2020/03/19/news/l-altra-faccia-del-coronavirus-e-emergenza-violenza-sulle-donne-ecco-i-numeri-da-chiamare-per-chiedere-aiuto-1.38612088

 

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Covid-19: Attenta-MENTE!

di Malicia Bruno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sul Coronavirus: “La salute mentale è a rischio”

Quando si parla di salute mentale, ci si riferisce a una condizione di benessere e di equilibrio psicologico ed emotivo dell’individuo. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tale condizione gli consente “di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.

La salute mentale sembrerebbe a rischio a causa della pandemia da Covid-19 che avrebbe un impatto rilevante su di essa: a rivelarlo è un rapporto dell’ONU presentato dalla direttrice del Dipartimento della Salute Mentale dell’OMS Devora Kestel, nel quale la situazione attuale viene descritta come “preoccupante”.

Fattori come l’isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari, aggravati dall’angoscia causata dalla perdita di reddito e spesso dalla disoccupazione, potrebbero causare sofferenze psicologiche, alimentando alcuni casi di malattie mentali.

In diversi Paesi, i dati indicano un aumento dei sintomi depressivi, di ansia, dei disturbi del sonno e di consumo di alcol, anche in forme gravi.  Il rapporto dell’Onu ha messo in evidenza diverse aree del mondo e parti di società vulnerabili al disagio mentale: in prima linea, gli operatori sanitari, particolarmente colpiti da un forte stress psicologico dovuto al carico di lavoro, alle prese con decisioni riguardanti la vita dei propri pazienti e alla paura del contagio;  i bambini e gli adolescenti, che manifestano difficoltà di concentrazione, irrequietezza e nervosismo;  le famiglie e, in particolare, le donne, che si sono trovate a dover organizzare e gestire smart-working, scuola dei figli e lavori domestici; le persone anziane e, infine, le persone con condizioni di disagio mentale preesistente.

Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus sottolinea che “i sistemi di salute mentale vanno rafforzati in tutti i Paesi per far fronte all’impatto”, proprio perché tutelare la salute mentale in questa fase progressiva rappresenta una priorità assoluta.

La terapia cognitiva comportamentale si è dimostrata essere uno dei supporti migliori nei disturbi che attengono la pandemia, quali ad esempio: disturbi di depressione, d’ansia, di panico, di fobia sociale o disturbo ossessivo compulsivo.
La TCC è un intervento che utilizza strategie cognitive focalizzate sulla sostituzione degli schemi di pensiero disfunzionali con altri schemi più realistici e strategie mirate a modificare comportamenti disadattivi. È una terapia adatta al trattamento individuale, di coppia e di gruppo ed è validata empiricamente sia con adulti sia con bambini e adolescenti. La terapia cognitiva comportamentale prevede, inoltre, una particolare attenzione alla cura della vulnerabilità alla ricaduta, utilizzando protocolli come lo Schema Therapy.

Uscire da questo triste periodo, che ci siamo trovati ad affrontare, si può. È importante riconoscere la propria fragilità o quella di una persona vicina e chiedere supporto a chi ha le competenze per fornirlo.

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Covid-19: gli effetti sui bambini

di Stefania Prevete

Fattori di rischio psicologici e sociali della pandemia sui più piccoli

La pandemia Covid-19 e le misure di contenimento adottate hanno determinato, tra le altre cose, l’interruzione di molte attività negli ambienti solitamente frequentati dai bambini. Tali interruzioni hanno necessariamente definito un cambiamento repentino di routine quotidiane consolidate e rassicuranti per i più piccoli, coinvolgendo non solo le relazioni familiari (si pensi all’allontanamento forzato da alcuni membri della propria famiglia), ma anche quelle amicali e di comunità in senso più ampio (scuola, attività sportive o ludiche).

Il mutamento rapido del contesto di vita dei bambini e le restrizioni loro imposte hanno interrotto il consueto supporto sociale dei più piccoli determinando, in diversi casi, notevoli fattori di stress per i genitori, chiamati a trovare nuove strategie educative e di assistenza. In tale contesto, le famiglie più vulnerabili, per ragioni socio-economiche e multifattoriali, risultano essere quelle particolarmente più indifese.

I fattori di rischio nei bambini sono pertanto notevoli. Ridotta supervisione e negligenza, aumento di abusi e violenza domestica/interpersonale, avvelenamento, rischi di lesioni, sovraffollamento familiare e mancanza di accesso ai servizi di protezione dell’infanzia sono solo alcuni dei fattori individuati nella nota tecnica dell’UNICEF in materia di protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus.  A questo si potrebbero aggiungere l’angoscia di morte o di malattia e quella di separazione dalle figure di riferimento, fobie specifiche, manifestazioni di ansia, somatizzazioni, disturbi del sonno e dell’alimentazione e disturbi dell’umore che potrebbero ulteriormente evidenziare il disagio dei più piccoli. Inoltre, attenzionare gli effetti delle chiusure scolastiche nei bambini diviene, secondo alcuni autori, urgente ed essenziale, dato che la scuola è spesso il primo posto in cui bambini e adolescenti cercano aiuto ed esprimono un disagio.

Non conosciamo ancora le conseguenze sulla salute mentale, acute e a lungo termine, del lockdown e di quanto stiamo attualmente vivendo, soprattutto in riferimento alle fasce più deboli della popolazione. Né possiamo definire con esattezza quali saranno le conseguenze emotive di chi si ritrova a vivere la malattia o i lutti ad essa legati. Appare però già evidente che effetti psicologici e sociali indiretti e diretti della pandemia potrebbero essere pervasivi ed influenzare la salute mentale degli individui ora e in futuro.

Ecco che diviene necessario un coordinamento multidisciplinare per raccogliere dati in modo sistematico sugli effetti del lockdown e dell’isolamento sociale, soprattutto se protratto nel tempo (come si prospetta per i bambini), al fine di individuare le migliori strategie per mitigare e gestire i rischi per la salute mentale delle categorie più vulnerabili.

Per approfondimenti

Collishaw S. (2015). Annual research review: secular trends in child and adolescent mental health. J Child Psychol Psychiatry, 56: 370–93. DOI: 10.1111/jcpp.12372

Fazel M, Hoagwood K, Stephan S, Ford T. (2014). Mental health interventions in schools in high-income countries. The Lancet Psychiatry, 1: 377–87. DOI: 10.1016/S2215-0366(14)70312-8

Holmes E.A., O’Connor R.C., Perry V. H., Tracey I., Wessely S., Arseneault L., Ballard C., Chistensen H., Silver R.C., Everall I., Ford T., John A., Kabir T., King K., Madan I., Michie S., Przybylski A.K., Shafran R., Sweeney A., Worthman C.M. Yardley L., Cowan K., Cope C., Hotopft M., Bullmoret Ed (20202). Multidiscipinary research priorities for the Covid-19 pandemic: a call for action for mental health science. The Lancet Psychiatry. Position Paper 1-14.  DOI: 10.1016/S2215-0366(20)30168-1

Nota tecnica: la protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus. The Alliance for child protection in humanitarian action. https://www.unicef.org/media/66291/file/ITALIAN_Technical%20Note:%20Protection%20of%20Children%20during%20the%20COVID-19%20Pandemic.pdf

Se la distanza diventa vicinanza

di Giuseppe Femia

Dalla cyber-psychoterapy al bisogno del contatto umano

La quarantena ha determinato un cambiamento della pratica in psicoterapia. Il rapporto fra paziente e psicoterapeuta si sposta in una piattaforma virtuale, il setting cambia forma, lo spazio fra i due protagonisti (di questo complesso processo) è determinato da nuovi elementi: la voce passa attraverso il microfono, il corpo viene veicolato  dalla webcam, la relazione si catapulta in un’altra dimensione.

Viene spontaneo chiedersi: questo tipo di setting “trasformato” rischia di danneggiare l’alleanza terapeutica?. Dunque s’innescano dei timori: e se questa modalità di psicoterapia diventasse una prassi troppo diffusa?

Questo “newspace” di interazione potrebbe davvero avere delle implicazioni negative e svilire la relazione tra terapeuta e paziente, intesa come nucleo fondante della psicoterapia, quel concetto “meta” attorno al quale ruotano tutti quegli aspetti tecnici e metodologici?

Soprattutto, ci chiediamo se e quanto l’empatia – quel calore umano caratterizzante e ingrediente che da sempre contraddistingue il rapporto di cura – possa ridursi o venire meno.

E noi psicoterapeuti corriamo il rischio di diventare meccanici, tecnicisti, “metallici”?

Progresso- trasformazione-rischio?

È plausibile pensare che questo tipo di aggiustamento fra psicoterapeuta e paziente possa (paradossalmente) aver rafforzato la relazione e rinnovato il rapporto di fiducia alla base degli interventi di supporto e di cura.

Altra domanda, forse ancor più interessante, è: come ci sentiamo noi psicoterapeuti, come ci percepiamo in questa situazione, in questo diverso setting? Più oppure meno efficaci? Progressisti versatili o romantici conservatori?

Cambia il nostro vissuto e il nostro ruolo e si modificano i confini fra paziente e terapeuta?

Viene violato lo spazio personale? Siamo più rigidi (reazione da compenso) o disinibiti?

Da sempre, il luogo fisico della psicoterapia è investito di un importante ruolo, quasi cruciale, rispetto alla costruzione di un legame di alleanza e anche rispetto al successo del trattamento. Nella tele-psicoterapia lo spazio cambia forma, è meno gestibile, meno prevedibile, influenzato da diverse variabili: l’ambiente è poco tutelato a livello di privacy, non è  esclusivo e specifico (destinato solo a quel tipo di attività), il setting è in “metamorfosi”.

Se il processo di psicoterapia ne risente, bisogna chiedersi qual è il peso specifico di questi ingredienti e quanto questa modalità possa essere  rischiosa in termini clinici. E se sì, con quali pazienti? Per chi, invece, appare più efficace e in quali casi si mostra più opportuna?

Per alcuni diventa un mantenimento fobico, per altri una salvezza, una finestra aperta in una casa chiusa durante una guerra fredda. Questa modalità potrebbe trascurare i ragazzi, gli adolescenti; potrebbe diventare una forma di psicoterapia troppo élitaria ed escludente nei confronti di coloro che sono poco inclini al digitale per scelta o per possibilità; potrebbe non essere sufficiente in quelle realtà cliniche svantaggiate che richiedono non solo presenza, ma soprattutto supporto emotivo “in vivo”. Alcuni profili, come quelli paranodei o quei disturbi gravi della personalità (di difficile gestione nella relazione e nell’alleanza terapeutica), potrebbero non aderirvi. Sembra dunque necessario valutare i disturbi e i tipi di personalità al fine di adattare e regolamentare il setting telematico, arginare alcuni fenomeni che potrebbero peggiorare alcuni quadri sintomatologici o determinare fenomeni di drop-out. 
Invece, osservando la letteratura si rilevano successi e dimostranze di efficacia: alcuni studi riportano risultati positivi di questo setting telematico con pazienti affetti da una sintomatologia clinica di tipo depressivo, ansiosao o nei disturbi alimentari, in particolare con bulimia nervosa. Altri studi sembrano indicare come anche le tecniche di tipo esperienziali online, quali la mindfulness e gli interventi basati sulla consapevolezza, possano produrre risultati di efficacia in termini di benessere psicologico anche quando praticate da remoto.

In generale, riguardo al tema della psicoterapia telematica, sembrano esservi diversi spunti di riflessione spesso contrastanti: “una quasi regressione verso un’astinenza distanziante”; “non è autentica”; “potrebbe danneggiare i pazienti”; “ una sorta di discount della psicoterapia”. Oppure: “rappresenta la vera rivoluzione della psicoterapia”; “riesce a raggiungere tutti e accorcia le distanze”.

Occorrerebbe regolamentare questo tipo di modalità d’intervento secondo regole deontologiche chiare e condivisibili, definire un concetto di setting telematico, far sì che diventi normativo, al fine di gestire l’ansia e il pregiudizio e lasciare spazio a osservazioni prolifere di progresso e ragionamento clinico.

Infine, potrebbe ancora risultare utile interrogarsi  rispetto a quella funzione psicoterapeutica implicita di “riparazione” verso quelle carenze affettive che spesso rintracciamo alla base dei disagi clinici.  Può questa davvero essere espletata dietro a uno schermo?

Chiaramente la terapia online è stata, in questa situazione di emergenza, una risorsa perché ha consentito di abbattere le distanze, le pareti e di lavorare e fornire aiuto e supporto psicologico a chi ne avesse bisogno.

Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.
Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.

D’altronde, la possibilità di svolgere le sedute con guanti e mascherine non sarebbe forse anche un’altra alterazione del setting? Forse maggiormente frustrante? O un’altra esperienza ancora?

Chissà se questo tipo di adattamento non possa invece favorire riflessioni e avanzamenti nella pratica clinica, fornendo osservazioni e considerazione a partire da un nuovo punto di vista.

Certo è che pensare di sostituire (proprio adesso, in questo periodo di distanziamento coatto) il ritmo spontaneo dell’interazione umana, dove i volti si muovono vicendevolmente, in cui le emozioni fluiscono in modo immediato, intellegibile, chiaro, con la psicoterapia online stimola una ribellione.  Si reclama la volontà di ritrovare quello scambio diretto, quella pausa caffè, quella chiacchiera, quei rituali che scaldano e distraggono, quel carattere spontaneo della vita, quel confronto con i colleghi, un po’ come “rientrare a casa” dopo un lungo viaggio, di tipo orientale, esotico, stimolante ma da cui, a un certo punto, vuoi scappare in cerca di volti e spazi noti.  Dunque non escludiamo la voglia di ripartire per altri viaggi, di volerne esplorare con curiosità i diversi percorsi, alternative, ma riconosciamoci e riconosciamo, per quanto avanguardisti, il bisogno del calore umano, della prossimità e della vicinanza  e dunque di quella natura affettiva e sociale che ci nutre nella  sua più originaria ed essenziale essenza.

Fatto ormai savio,
con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Kostantino Kavafis

Disturbi dell’alimentazione e Covid-19

di Valentina De Santis e Valentina De Santis

Lo stress non è piacevole da sperimentare e molti finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione

I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono tendenzialmente la giovane popolazione dei Paesi occidentali e rappresentano un gruppo di condizioni complesse: anomalie nei pattern di alimentazione, un eccesso di preoccupazione per la forma fisica, un’alterata percezione dell’immagine corporea e una stretta correlazione tra tutti questi fattori e i livelli di autostima.

Insorgono generalmente nell’adolescenza ma sono in aumento anche i casi di bambini e di adulti diagnosticati con questa tipologia di disturbo. In persone con oltre 40 anni di età, spesso il disturbo è causato da un evento stressante della vita.

I disturbi dell’alimentazione più diffusi sono: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata o binge eating disorder (BED).

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è assistito a un progressivo aumento dei DCA e contemporaneamente vi è stato un decremento dell’età di insorgenza: nello specifico sul piano epidemiologico, la prevalenza lifetime dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa si aggirano rispettivamente intorno allo 0,9% e 1,5%, nel genere femminile e allo 0,3% e 0,5% per la bulimia.

La maggiore responsabilità nel causare i disturbi dell’alimentazione è attribuita ai modelli presenti nella società (pressione sociale) che mostrano come desiderabili figure eccessivamente magre e spingono, soprattutto i giovani a cercare di somigliargli. Tuttavia, le cause di questi disturbi sono complesse ed è più corretto considerarle come il risultato di fattori genetici, biologici e psicologici che una volta scatenati da eventi ambientali particolari, danno inizio al disturbo.

La condotta alimentare disturbata persiste per diversi anni in un’alta percentuale di casi, il decorso può essere intermittente con fasi di remissione, alternate a fasi di ricomparsa dei sintomi. Le persone affette da un disturbo alimentare hanno ripercussioni sulle proprie capacità relazionali, hanno difficoltà emotive, problemi nello svolgimento delle normali attività sociali, lavorative, e complicazioni mediche.

Questi mesi hanno messo a dura prova ognuno di noi, costringendoci a limitare le nostre libertà a causa del Covid-19. Lo stravolgimento dell’equilibrio quotidiano all’interno del quale ci sentiamo sicuri, l’incertezza nel futuro e il rischio di contagio sono fattori che minano lo stato mentale. Chi soffre di una patologia mentale e chi ha vissuto il disagio del lockdown con pensieri disfunzionali che hanno alimentato l’ansia e le preoccupazioni può avere maggiore possibilità di aumentare i sintomi di un determinato disturbo.

Biologicamente, lo stress contribuisce ad aumentare la secrezione dell’ormone cortisolo e livelli elevati sono collegati a un aumento dell’appetito e al desiderio di cibi zuccherati, salati e grassi. Questa elevata secrezione di cortisolo può essere, a volte, sufficiente per provocare attacchi di abbuffata. A livello psicologico, lo stress non è piacevole da sperimentare e molti di noi finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione. Sebbene per alcuni può essere d’aiuto, il problema sorge quando le persone che mettono in atto queste modalità di alimentazione “di conforto” finiscono per sentirsi peggio con sentimenti di colpa.

Se consideriamo che l’esordio, per tali disturbi, si colloca nel periodo dell’adolescenza, è interessante vedere quali siano state le ripercussioni di questa pandemia nei ragazzi.

Una parte di essi, quella che vive l’adolescenza con disagio, ansia sociale e “male di vivere”, ha trovato nello stare in casa una comfort zone, il nido di pascoliana memoria, che gli ha dato modo di potersi sottrarre al tanto temuto giudizio altrui e di accedere a tante comodità.

L’accesso facile al cibo dà un sollievo alla pressione emotiva vissuta al momento alla noia di giornate vuote e sempre uguali. Inoltre, bisogna considerare che il tempo libero porta a stare di più sui social che dettano le regole sul “come dovremmo essere”, scatenando nella mente un circolo vizioso tra i pensieri “devo controllare il mio corpo” e “devo mangiare”.

Tra i fattori di rischio o di mantenimento del problema, troviamo sicuramente il dover stare in stretto contatto con i propri familiari h24: un’imposizione da rispettare categoricamente genera, nel ragazzo, un aumento della rabbia e dell’aggressività. Questo, insieme alla paura della perdita di controllo e all’impossibilità di uscire da casa per muoversi e fare sport, può portare l’adolescente ad avere condotte restrittive con il cibo o ad abbuffarsi con o senza condotte compensatorie, come il vomito.

Nonostante i trattamenti evidence based che sembrano funzionare anche a distanza, come per esempio la CBT-ED da remoto, seguire una terapia online è, molte volte, complesso; la presenza di un familiare limita il senso di privacy e il mancato controllo dei professionisti mette il paziente nelle condizioni di potersi gestire come vuole. Negli Stati Uniti, per esempio, l’interruzione dei servizi di erogazione del trattamento face to face, dovuto al Covid-19 ha aggravato del circa 25% il numero di persone con un disturbo alimentare.

Una serie di strategie rivolte sia ai pazienti sia ai familiari insieme al trattamento da remoto possono essere le seguenti:

  • Mantenere una routine nell’alimentazione (almeno 3 pasti al giorno)
  • Allenarsi con la mindfulness a rimanere nel “qui e ora”
  • Dedicarsi a qualcosa di pratico (sperimentare un hobby)
  • Fare un uso funzionale dei social
  • Assicurarsi uno spazio della casa dove poter stare con sé stessi

Per approfondimenti

  • Prevenzione dei disturbi dell’alimentazione nella scuola: progressi e sfide future. Riccardo Dalle Grave – Unità Funzionale di Riabilitazione Nutrizionale Casa di Cura Villa Garda, Via Montebaldo 89, 37016, Garda (Vr), Italia, Fax: +39458102884, email: rdalleg@tin.it
  • I disturbi del comportamento alimentare in adolescenza. Sandra Maestro, Giampiero I. Baroncelli, Silvia Ghione, Silvano Bertelloni Sezione Clinica per i Disturbi della Condotta Alimentare, U.O. NPI 3: Psichiatria dello Sviluppo, IRCCS Stella Maris, Pisa 2 Medicina dell’Adolescenza, Dipartimento Materno-infantile, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Pisa
  • I disturbi alimentari. Di Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli (2014) Editori Laterza
  • Challenges and Opportunities for enhanced cognitive behaviour therapy (CBT-E) in light of COVID-19. Rebecca Murphy, Simona Calugi, Zafra Cooper and Riccardo Dalle Grave (2020)

L’uso della fotografia in psicoterapia

di Marzia Albanese

Storia, tecniche e utilità clinica

È il 1850 quando il direttore del manicomio femminile di Surrey, il dottor Hugh Welch Diamond, decide di utilizzare la fotografia come strumento di cura per le sue pazienti e di testimonianza dei loro progressi nel corso della terapia effettuata. Tra queste, i casi di due donne trattate con successo furono presentati alla Royal Society di Londra: una affetta da depressione post-partum e l’altra da delirio.
Entrambe le donne vennero fotografate nel corso del loro trattamento psichiatrico allo scopo di permettergli di osservare la trasformazione del loro aspetto e aumentare la consapevolezza circa i loro progressi attraverso l’interazione con la propria immagine.

È questo il cuore della foto-terapia, pratica perfezionata dalla psicologa e arte-terapeuta Judy Weiser che promuove l’utilizzo del materiale fotografico nel processo terapeutico: l’intento è fare emergere vissuti, ricordi e pensieri, a partire dalla convinzione che “il modo in cui una persona guarda le fotografie riflette il modo in cui si pone di fronte al mondo e agli altri”.

Si può dunque ricorrere all’uso di questo strumento all’interno di un percorso psicoterapeutico?
A Lione, Alain Baptiste e Claire Belisle propongono il metodo del photolangage, successivamente sviluppato da Claudine Vacheret, per favorire la mediazione del pensiero e della parola all’interno di un gruppo psicoterapeutico. Questo metodo, applicabile a gruppi composti da un massimo di dieci membri (adolescenti, adulti, anziani) con difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi, è strutturato in sei sessioni settimanali della durata di un’ora e un quarto circa, condotte da due psicoterapeuti. In un primo tempo i membri del gruppo vengono chiamati a scegliere una fotografia tra quelle proposte su una base tematica in linea con l’obiettivo terapeutico concordato e, successivamente, a condividere la propria scelta e le sue ragioni agli altri partecipanti. Ogni immagine viene così posta sotto la visuale di diversi punti di vista e “messa in discussione”, validando il punto di vista di ognuno che, guardato con flessibilità, diviene immediato spunto di riflessione sulla possibilità di adottare una prospettiva diversa, a volte più funzionale.
Il metodo del photolangage trova oggi applicabilità in svariati ambiti: dal sostegno alla genitorialità ai processi di transizione dei pazienti in attesa di essere dimessi da strutture pubbliche e private (ser.D., carceri, consultori, servizi di salute mentale) per favorire i processi di integrazione sociale.

Un’altra tecnica che integra l’utilizzo della fotografia al processo terapeutico di gruppo è il fotocollage. Questo metodo favorisce l’emergere dei conflitti e dei bisogni dell’individuo attraverso il contrasto delle immagini scelte e della loro localizzazione nello spazio, dando vita, attraverso le foto selezionate, a un dialogo interiore o alla “messa in scena” della propria storia di vita. Tale strumento si rivela, infatti, molto utile nella raccolta della vulnerabilità storica dei rifugiati e richiedenti asilo poiché, se inserito all’interno di un setting terapeutico strutturato, permette di fare emergere i vissuti emotivi e gli eventi di vita traumatici legati al viaggio migratorio. Uno studio condotto dall’arteterapeuta Debra Kalmanowitz ha mostrato come l’integrazione del fotocollage alla mindfulness abbia portato a un aumento della resilienza e delle strategie di gestione delle perdite subite dopo esperienze estreme e traumatiche. Similmente, lo psicologo Owen Fitzpatrick ha condotto una ricerca sulle donne bosniache sopravvissute ai conflitti bellici in cui l’uso di materiale fotografico ha favorito non solo l’esplorazione delle esperienze traumatiche legate alla guerra, all’oppressione e all’esilio, ma anche l’integrazione di queste esperienze lungo il continuum della propria vita.

Nel setting psicoterapeutico individuale possiamo invece ricorrere ai più svariati utilizzi della fotografia. Possiamo chiedere alla persona di raccogliere momenti di vita specifici finalizzati alla ricostruzione della propria storia di vita o foto che permettano la ricostruzione di eventi frammentati legati a scompensi traumatici. E ancora, con pazienti che difficilmente accedono alla parte più vulnerabile di sé o che hanno difficoltà di accesso a ricordi precoci, richiedere foto dell’infanzia può rivelarsi estremamente utile e favorirne il contatto compassionevole con la parte bambina. Ricorrere invece all’uso di fotografie del paziente scattategli da altre persone, magari da quelle per lui significative, potrebbe permettere di riflettere sulla sua immagine da un punto di vista esterno o sulle sue relazioni con gli altri per lui significativi. Judy Weiser propone inoltre l’uso dell’autoritratto: un metodo che permette al paziente di autodescriversi ed esprimere sé stesso in modo alternativo. Nell’autoritratto, infatti, l’individuo ha il pieno controllo di ogni aspetto dello scatto (posizione, sfondo, parte di sé da mostrare) e, di conseguenza, il risultato finale altro non sarà che quello che la persona tende o vuole mostrare di sé e quello che invece, rimasto invisibile dietro le quinte, vuole nascondere.

Il potere di questo strumento in chiave terapeutica è del resto l’oggetto di numerosi lavori artistici. Da “Some Disordered Interior Geometries” di Francesca Woodman a “The final project” di Jo Spence, sino al più recente “Someone to love” di Cristina Nunez. Quest’ultima, offre, ai nostri occhi, un processo di esplorazione interiore che, attraverso autoritratti scattati dal 1988 al 2011 con l’alternanza di foto di famiglia, non solo permette l’accesso a eventi significativi della sua vita (l’infanzia, l’adolescenza da tossicodipendente, l’emigrazione in Italia) ma ne rappresenta anche una disperata e lunga ricerca di qualcuno da poter amare: sé stessa. L’uso del materiale fotografico in psicoterapia si rivela pertanto possibile se inserito all’interno di un setting strutturato che allontana la fotografia dal valore puramente estetico per divenire utile strumento in grado di indagare, esprimere e rafforzare l’identità dell’individuo. Perché, del resto, per dirlo con le parole di Francesca Woodman: “You cannot see me from where I look at myself”.

Per approfondimenti:

Diamond, H. W. (1857). I. On the application of photography to the physiognomic and mental phenomena of insanity. Proceedings of the Royal Society of London, (8), 117-117.

Fitzpatrick, F. (2002). A search for home: The role of art therapy in understanding the experiences of Bosnian refugees in Western Australia. Art Therapy, 19(4), 151-158.

Kalmanowitz, D., & Ho, R. T. (2016). Out of our mind. Art therapy and mindfulness with refugees, political violence and trauma. The arts in psychotherapy, 49, 57-65.

Lacoste, L. (2007). Approche psychothérapique groupale d’un sujet psychiatrique âgé à travers un groupe Photolangage®. NPG Neurologie-Psychiatrie-Gériatrie, 7(42), 29-34.

Vacheret, C. (2008). Il Photolangage: un metodo gruppale a veduta terapeutica o formativa. Psicologia: Teoria e Prática, 10(2), 180-191.

Weiser, J. (1984). Phototherapy–becoming visually literate about oneself. Visual literacy: Enhancing human potential.

https://www.cristinanunez.com/portfolio/someone-to-love/

https://www.tique.art/exhibitions/jo-spence-the-final-project/