Ansia sociale, novità nella cura

di Andrea Paulis

L’importanza delle credenze metacognitive nella concettualizzazione del disturbo

Il Disturbo da Ansia Sociale (DAS) è caratterizzato da intenso timore circa le situazioni sociali in cui l’individuo percepisce di poter essere valutato e giudicato dall’altro. In particolar modo si temono le critiche alla propria performance e alle proprie manifestazioni emotive di ansia e vergogna. Ciò può portare all’attuazione di comportamenti di inibizione tali da compromettere la prestazione sociale del soggetto fino all’avverarsi dello scenario temuto, ovvero, la valutazione negativa da parte dell’altro. Questo ricorsivo meccanismo, non dissimile da una “profezia che si autoavvera”, può facilitare l’evitamento delle situazioni sociali e la strutturazione di un timore secondario circa l’ansia stessa e i sintomi correlati.

Nei modelli cognitivi come quello degli studiosi David Clark e Adrian Wells, questo disturbo è concettualizzato dando un rilievo centrale agli aspetti cognitivi della conoscenza di sé, alle credenze sul sé sociale (credenze sociali) e ai processi cognitivi come rimuginio, ruminazione e attenzione auto-focalizzata. Tuttavia, una dimensione spesso lasciata in secondo piano è quella relativa alle credenze metacognitive, intese come credenze positive o negative sul pensiero stesso. Ad esempio, un ansioso sociale potrebbe reputare pericolosa l’esposizione sociale ma utile il rimuginio precedente a essa perché ritenuto “preparatorio” al fronteggiamento di eventuali difficoltà. Un altro individuo potrebbe invece giudicare utile la ruminazione su episodi sociali passati in quanto gli permetterebbe di “imparare” dai propri errori. In entrambi i casi, i soggetti valutano le proprie ricorsive attività mentali come utili, anziché considerarne l’effetto ansiogeno e di mantenimento della propria sofferenza.

In altri casi, invece, l’ansioso sociale potrebbe reputare fuori dal proprio controllo il rimuginio precedente o la ruminazione postuma all’esposizione sociale e ritenersi così in balia dei contenuti mentali ansiogeni. In tal caso, i soggetti, valutando le proprie attività mentali come incontrollabili e pericolose, mantengono vivi i processi di pensiero ripetitivo senza considerare il proprio ruolo attivo nel mantenimento degli stessi.

Per delineare l’implicazione delle credenze metacognitive nel Disturbo da Ansia Sociale, Styliani Gkika, Anja Wittkowski  e Adrian Wells, dell’università di Manchester, hanno recentemente effettuato una review sistematica della letteratura scientifica in merito, ottenendo dei risultati molto promettenti. Da questo lavoro emerge che le credenze metacognitive (positive e negative) sarebbero positivamente associate al DAS e che, in chi presenta tale disturbo, vi sarebbe una maggiore presenza di convinzioni relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri rispetto alla popolazione non clinica. Lo studio mette in luce come le credenze sociali nel DAS siano mediate da specifici processi cognitivi quali ruminazione, rimuginio e attenzione-autofocalizzata. Questi dati risultano particolarmente interessanti in quanto se le credenze metacognitive avessero realmente un effetto diretto e indiretto sul mantenimento di questi specifici processi cognitivi, come affermato dagli studiosi, tale legame sarebbe coerente con il modello metacognitivo del disturbo. Secondo questa prospettiva, le credenze sociali sarebbero da considerarsi come fattori di innesco, o la risultante, di processi di pensiero ruminativi e rimuginativi.

Pertanto, se futuri studi dovessero confermare e rendere più solida questa ipotesi, il trattamento psicoterapeutico cognitivo comportamentale del DAS potrebbe beneficiare di una maggiore enfasi sugli aspetti metacognitivi nella concettualizzazione del disturbo, inserendo le credenze metacognitive come ulteriore e specifico target di intervento.

Per approfondimenti:

Gragnani A., Di Benedetto, S., Couyoumdjian, A. (2021). Disturbo d’ansia sociale. In Perdighe, C., Gragnani A. (A cura di), Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali (pp. 512-558). Milano: Cortina Raffaello.

Wells, A., Clark, D. M., Salkovskis, P., Ludgate, J., Hackmann, A., & Gelder, M. (1995). Social phobia: The role of in-situation safety behaviors in maintaining anxiety and negative beliefs. Behavior Therapy26(1), 153-161.

Gkika, S., Wittkowski, A., & Wells, A. (2018). Social cognition and metacognition in social anxiety: a systematic review. Clinical Psychology & Psychotherapy25(1), 10-30.

Wells, A., & Matthews, G. (1994). Attention and emotion: A clinical perspective. Hove, UK: Psychology Press.

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L’anziano è davvero “fragile”?

di Alessandra Lupo, Chiara Mignogna, Priscilla Rosini

La cura e il benessere della salute mentale della terza età rimangono sempre da sfondo rispetto alle problematiche fisiche dovute all’età che avanza

Durante questo periodo di pandemia, è stata sottolineata l’importanza di proteggere le categorie cosiddette “fragili”. Tra queste rientrano le persone anziane, considerate le più vulnerabili dal punto di vista fisico e da considerarsi maggiormente esposte a un rischio di sintomi severi causati dal virus. L’attenzione rivolta alla popolazione senile ha messo in luce quanto sia importante avere cura dei nostri cari e del loro stato di salute. Tutti ci siamo impegnati a proteggerli, a stare ben attenti a mantenere le distanze, sacrificando anche un contatto diretto con loro. Nonostante l’attenzione si sia focalizzata sull’anziano e sul suo stato di salute, sono sempre più marginali, invece, la cura e il benessere della salute mentale della terza età, che rimangono sempre da sfondo rispetto alle problematiche fisiche dovute all’età che avanza. Spesso le persone anziane non hanno la possibilità di approcciarsi alla cura dei loro disagi psicologici, eppure secondo i dati Istat si registra un innalzamento dell’età media di chi ne soffre, con un conseguente aumento di problematiche della salute fisica e mentale. Spesso, quando si fa riferimento alla salute mentale e al benessere psicologico della persona anziana, si tende a banalizzare o sminuire di molto l’importanza dei sintomi. Tale atteggiamento conduce all’aumento di stereotipi che diventano dei propri “miti” sempre più difficili da sfatare. Tra i più comuni è presente, ad esempio, la convinzione che tali sintomi siano dovuti all’età che avanza, e che quindi siano “normali” e sui quali è impossibile poter intervenire per una loro risoluzione. Molto comune è anche la credenza di essere “troppo vecchio per poter cambiare”, che scoraggia la persona anziana a rivolgersi ad un professionista quando prova una sofferenza di natura psicologica. A questo si aggiunge spesso la sensazione, vissuta dall’anziano, che la richiesta di aiuto sia un’ammissione di debolezza e di vulnerabilità.

Tali credenze portano a una ridotta richiesta di aiuto, aumentando così i fattori di rischio per l’insorgenza o l’ingravescenza di patologie psichiche, con un conseguente peggioramento della qualità della vita. La vecchiaia viene considerata come una condizione di inesorabile declino fisico e cognitivo, di peso economico e sociale, di tristezza, isolamento e asessualità.

La psicologia dell’invecchiamento promuove una visione differente dell’anziano, da considerarsi come risorsa sociale e improntata sulla cura e il benessere, che vuole rimettere al centro la persona, promuovendo il benessere psicologico ed eliminando gli stereotipi culturali.

Generalmente dell’avanzare dell’età si considera soltanto l’aspetto negativo, in termini di perdita: perdita del ruolo lavorativo, della salute, delle capacità cognitive e fisiche.

La psicoterapia che si occupa dell’anziano, oltre a diagnosticare tempestivamente una problematica psicologica, promuove una nuova visione positiva della vecchiaia. Partendo dalla visione degli studiosi dell’invecchiamento Paul B. Baltes e Margret M. Baltes, si può comprendere come in questa fase di vita si riscontrino guadagni e non unicamente perdite (come ad esempio la perdita della salute o dell’integrità sensoriale). Uno dei guadagni è rappresentato dal fenomeno della saggezza, che rappresenterebbe una forma di pensiero “tipica” dell’età anziana che consente capacità di giudizio etico-morale e di gestione della complessità delle questioni sociali e della vita superiori a quelle delle età precedenti di vita. Secondo gli studiosi, per vivere bene l’età che avanza è importante ottimizzare i guadagni, scegliendo accuratamente le aree della propria vita in cui investire per stare bene, compensando le eventuali perdite che possono essere correlate all’età.

L’importanza della cura e l’attenzione della salute mentale dell’anziano antepone il prendere visione nello specifico della sintomatologia che talvolta non viene considerata rilevante, in quanto erroneamente attribuita ai cosiddetti “acciacchi della vecchiaia”. La depressione e i disturbi d’ansia nell’anziano hanno una manifestazione sintomatologica differente rispetto a quella presentata nei giovani adulti. Spesso il malessere è riconducibile a manifestazioni somatiche che possono forviare il clinico non esperto.

Per tale motivo è importante promuovere la conoscenza e ampliare i servizi di cura della salute mentale negli anziani.

Nel nostro centro clinico di Roma, è presente il servizio di psicoterapia per l’anziano dove un’equipe specializzata si prende cura delle problematiche psicologiche dell’invecchiamento.

Per approfondimenti:

Baltes, P. B., & Baltes, M. M. (Eds.). (1990). Successful aging: Perspectives from the behavioral sciences. Cambridge University Press.

De Beni, R., & Borella, E. (Eds.). (2015). Psicologia dell’invecchiamento e della longevità. Il mulino.

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Errare humanum est

di Giuseppe Femia e Andrea Gragnani

Quando i bias di ragionamento appartengono allo psicoterapeuta

Nella pratica clinica accade spesso di soffermarci sulle emozioni che ci suscitano i nostri pazienti: osserviamo la rabbia, la colpa, la vergogna, l’ansia, la tristezza o la gioia che evocano in noi e siamo allenati a comprenderli all’interno di una cornice teorica di riferimento. In qualche modo, le nostre emozioni sono come dei grandi evidenziatori che sottolineano la peculiarità delle nostre reazioni a quel paziente in quel momento specifico della terapia; esse ci portano a meta-riflettere sulla relazione terapeutica. Lo stesso non si può dire dei processi di ragionamento e, in particolare, dei nostri bias cognitivi che tendiamo a non conoscere e/o a sottovalutare. Un monitoraggio di tali errori di ragionamento, che spesso attiviamo in modo inconsapevole durante le sedute di psicoterapia, potrebbe invece rivelarsi un utile strumento per il buon esito della psicoterapia.

Talvolta, attenzioniamo in modo selettivo o arbitrario alcune informazioni che il paziente riporta, leggendole in modo erroneo in linea con alcune delle nostre credenze e conoscenze congrue con il nostro modello di riferimento e con l’inquadramento della problematica raggiunto in una prima fase di assessment.

Riflettere sull’attivazione dei propri bias all’interno della psicoterapia sembra aprire un canale di conoscenza e consapevolezza circa l’impatto di taluni errori di valutazione sul processo di cura. In buona sostanza, anche la nostra organizzazione cognitiva e una plausibile quota di belief disfunzionali si attivano e giocano un ruolo nel lavoro con il paziente. Dunque, seguendo questa linea di osservazione, riflettere circa quelle combinazioni che potrebbero determinare un rischio maggiore di scarsa comunicazione o incastro disfunzionale fra errori di ragionamento del paziente e dello psicoterapeuta andrebbe a favorire un potenziale vantaggio per la psicoterapia in termini di efficacia e successo del trattamento.

Ad esempio: quelle situazioni in cui si scontrano i tratti di perfezionismo rigido nello psicoterapeuta e i tratti di distraibilità nel paziente, oppure rigidi principi morali nello psicoterapeuta e disinibizione nel paziente o, in generale, quei bias del nostro funzionamento che mettiamo in moto senza monitoraggio e/o consapevolezza. Talvolta, si potrebbe verificare che sulla base di un bias di generalizzazione tendiamo ad ascrivere l’atteggiamento del paziente a una certa categoria diagnostica, seguendo una sorta di economica euristica senza troppo riflettere su quanto sia esatto questo tipo di inquadramento. Altre volte, potremmo invece tendere a minimizzare taluni comportamenti, o diversamente ingigantire altri, seguendo un filtro tutto nostro, dunque sulla base dei nostri valori di riferimento e perdendo di vista l’empatia, la flessibilità e la versatilità che questa professione richiede.

Potrebbe quindi capitare che, essendo troppo attenti a ricostruire il problema presentato, gli errori di ragionamento, delle credenze patogene, ci ritroviamo a trascurare l’importanza che il nostro funzionamento cognitivo potrebbe avere nella gestione, nell’elaborazione delle informazioni e nella relazione con il paziente. Durante la psicoterapia potrebbe accadere che interpretiamo o personalizziamo un atteggiamento del paziente come una resistenza alla psicoterapia, ad esempio leggiamo il ritardo o il fatto che non abbia fatto gli home-work come una scarsa motivazione al cambiamento e/o come uno scarso livello di impegno in terapia, mentre questo potrebbe avere altri significati, potrebbe segnalare un aggravamento dei sintomi, dunque un peggioramento dello stato o ancora un vera e propria richiesta di aiuto e attenzione.

Questo tipo di errori, se non consapevoli, riconosciuti e gestiti, potrebbero promuovere un atteggiamento poco autentico o troppo difensivo da parte del terapeuta, creando delle rotture nella relazione psicoterapeutica, rispetto l’alleanza di lavoro e gli obiettivi concordati.

Alla luce di queste osservazioni, dubitare delle proprie idee o impressioni e avere sempre un punto di vista alternativo, sembra essere una risorsa che ci aiuta a non incorrere in errori confirmatori di valutazione. A tal proposito, ricostruire e osservare l’incastro della propria architettura cognitiva sulla base del caso specifico, potrebbe diminuire il margine di errori di intervento, e il rischio di incorrere in un atteggiamento perseverante e/o di coltivare un’idea fissa e/o distorta del problema e del paziente in genere. Per ovviare ai diversi errori sopra descritti, ci sono diversi metodi, basti pensare alla propria psicoterapia (dello stesso psicoterapeuta), alla supervisione, all’intervisione, alla psicodiagnostica e all’utilizzo di strumenti appositi a monitorare quanto il paziente si sia sentito compreso durante il corso delle sedute se sta migliorando o meno durante il percorso.

Possiamo pensare a eventuali errori di omissione in cui scegliamo di non applicare una tecnica per timore di un effetto collaterale. È il caso, ad esempio, dell’omissione di una tecnica immaginativa o espositiva per paura degli eventuali effetti avversi.  Contrariamente, potremmo tendere a mettere in moto bias di azione applicando una tecnica senza considerare gli eventuali effetti iatrogeni.

Altro esempio potrebbe essere il ragionamento emozionale nei cicli di allarme, al quale alle volte rispondiamo in modo preoccupato o controllante di fronte a possibili comportamenti a rischio che il paziente teme o minaccia. Potremmo agire il nostro spavento, l’ansia, senza riflettere su quale sia la strategia migliore ed efficace per in incrementare alcuni fenomeni, praticando in modo iatrogeno una sorta di rinforzo.

A riguardo, lo psicologo statunitense Scott Lilienfeld propone una tassonomia degli errori maggiormente commessi dagli psicoterapeuti nella valutazione del successo e dell’efficacia della psicoterapia, indicando i bias che più facilmente lo psicoterapeuta tende a mettere in atto come l’illusione di controllo e il confirmation bias o il post hoc, ergo propter hoc, ovvero, non solo la tendenza a inferire  in modo confirmatorio sul paziente e taluni atteggiamenti, ma ipotizzando anche la presenza presunta di  un evento cronologico connesso a quanto presupponiamo, senza sufficienti prove.

Il contributo proposto da Lilienfeld ribadisce infatti l’importanza di misurare il proprio intervento e l’efficacia della psicoterapia mediante strumenti validati e obiettivi, cercando di mettere in guardia gli psicoterapeuti rispetto alla possibilità di incorrere nell’errore di predicare un’efficacia “spuria” della psicoterapia. Si suggerisce dunque un’integrazione tra la metodologia sperimentale, il pensiero scientifico e la pratica psicoterapeutica, ribadendo l’importanza della supervisione costane dei propri casi, della misurazione degli esiti, dell’esigenza di produrre prove di efficacia e della necessità di conoscere le linee guida e i protocolli previsti in relazione alle diverse problematiche psicopatologiche.

Considerazioni di questo tipo meriterebbero di certo un approfondimento: in una seconda puntata affronteremo ulteriori aspetti circa gli scopi che si celano dietro i bias di ragionamento che regolano la professione e si muovono durante la psicoterapia, per fornire una lunga e necessaria riflessione.

Per approfondimenti:

Dimaggio, G. e Semerari, A. (2007) I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza.

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

Lorenzini, R. & Scarinci, A. (2013). Errare “Umanum” est. L’errore nella pratica psicoterapeutica. Alpes Italia, Roma.

Mancini, F. & Giacomantonio, M. (2018). I conflitti intrapsichici. Quaderni di psicoterapia cognitiva, n.42, pp. 41-64.

Safran, J. e Segal, V.Z. (1993) Il processo interpersonale nella terapia cognitiva, Feltrinelli.

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Giornata salute mentale: webinar sul DOC

COME LA PANDEMIA HA PEGGIORATO
I SINTOMI OSSESSIVO-COMPULSIVI

Gli esperti spiegano effetti e cure in un webinar aperto a tutti il 10 ottobre 2021 alle ore 17.00

La pandemia da Covid-19 ci ha resi tutti un po’ ossessivi. “Mi sono disinfettato a sufficienza?”, “Indossavo correttamente la mascherina?”, “Anche le scarpe potrebbero essere contaminate?”, “E la spesa?”, “La posta?”: queste domande hanno spesso attraversato la nostra mente spingendoci a prestare attenzione ai nostri gesti, a prendere tutte le precauzioni per non contrarre il virus e non trasmetterlo ai nostri cari. In questo contesto pandemico, abbiamo avuto un assaggio di cosa voglia dire temere di esser contagiato e di quanto impegno e stress comporti la prudenza.

Cosa distingue il normale dubbio da quello patologico?
Quali sono i meccanismi che imprigionano la persona nelle maglie del disturbo Ossessivo Compulsivo? Come uscirne?

Se ne parlerà domenica 10 ottobre 2021 nel corso della terza edizione della conferenza Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): comprendere come funziona per scegliere come curarsi, organizzata dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che da oltre venti anni si propone di sensibilizzare le istituzioni e la comunità e di stimolare gli sforzi necessari affinché tutti possano esercitare il pieno diritto al benessere psicologico. L’incontro, patrocinato dall’Associazione Italiana Disturbo Ossessivo-Compulsivo (AIDOC) e dalla SITCC Lazio (Società Italiana Terapia Comportamentale Cognitiva), si svolgerà alle ore 17.00 in modalità webinar, è gratuito e aperto a tutti.

“Ho investito qualche pedone mentre guidavo la mia automobile?”
“Ho lavato a sufficienza le mani?”
“Ho chiuso il gas? E la portiera della macchina?”
“Ho disposto correttamente gli oggetti sulla scrivania?”

Sono questi normali dubbi che insorgono quotidianamente nella nostra mente senza crearci particolare disagio. Quando persistono e condizionano pesantemente la vita della persona, arrivano a configurare un vero e proprio disturbo, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): secondo stime recenti, in Italia sono circa 800 mila le persone che ne soffrono. Il DOC può essere così debilitante e invasivo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha classificato nella Top ten delle malattie più invalidanti, in termini di perdita di reddito e riduzione della qualità della vita. Le persone affette da questo disturbo si ritrovano a svolgere ogni giorno controlli estenuanti per accertarsi di aver chiuso la porta di casa, l’auto, il gas, a effettuare lavaggi massacranti del proprio corpo e dell’ambiente per prevenire malattie, a ripetere scaramanticamente gli stessi gesti per scongiurare eventuali disgrazie, o, ancora, a ripercorrere alla guida della macchina lo stesso tragitto diverse volte per sincerarsi di non aver causato incidenti.

Diversi studi si sono occupati di verificare gli effetti che la diffusione del Covid 19 e le conseguenti misure di prevenzione e contenimento, abbiano avuto sulla salute fisica e mentale della popolazione mondiale. Gli autori hanno registrato un generale peggioramento di diversi quadri clinici e un aumento delle difficoltà psicologiche sia negli adulti (Hao et al., 2020) sia nei bambini e negli adolescenti (Clemens et al., 2020). Alla luce di questi dati, è interessante chiedersi quali siano state le conseguenze che l’emergenza Covid-19 abbia avuto sul disturbo ossessivo compulsivo; d’altra parte, quello che stiamo vivendo equivale per molti di noi ad un assaggio dell’universo in cui una persona con disturbo ossessivo compulsivo si trova a vivere ogni giorno: in particolare, siamo colpiti da frequenti pensieri intrusivi circa la possibilità di esserci contaminati o sulla responsabilità che abbiamo nel proteggere adeguatamente noi stessi e i nostri cari.

Recenti ricerche hanno analizzato i dati raccolti durante il primo lockdown (gennaio-maggio 2020) su persone con disturbo ossessivo compulsivo in diversi Paesi compresa l’Italia (Benatti et al., 2020) ed è stato dimostrato un peggioramento dei sintomi ossessivo-compulsivi confermato anche sul campione italiano. In particolare, è stato dimostrato un aumento significativo delle ossessioni di contaminazione e delle compulsioni di lavaggio sia negli adulti (Prestia et al., 2020) sia nei bambini e adolescenti anche in presenza di un trattamento in corso (Tanir et al., 2020). Una possibile spiegazione di questi dati potrebbe essere correlata al timore costante circa il virus e alle incessanti raccomandazioni nel mantenere elevati livelli di igiene (Chaurasiya et al., 2020).

Infine, è stato registrato un aumento dei comportamenti di evitamento e una maggiore richiesta di consulenza psichiatrica durante il lockdown rispetto all’anno precedente (Capuzzi et al., 2020).

Nel webinar in programma domenica 10 ottobre, a condividere e divulgare le conoscenze scientifiche a oggi disponibili su questo disturbo saranno esperti di fama nazionale e internazionale, moderati dalla giornalista Paola Mentuccia: Francesco Mancini, psichiatra e psicoterapeuta, direttore delle Scuole di Specializzazione In Psicoterapia Cognitiva (SPC) e gli psicologi e psicoterapeuti Teresa Cosentino, Francesca Mancini, Monica Mercuriu, Giuseppe Romano, Angelo Maria Saliani, Paola Spera e Katia Tenore.

Nel corso dell’evento, saranno affrontati i diversi aspetti del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, per chiarirne le caratteristiche nei soggetti in età evolutiva e negli adulti e illustrare i trattamenti di provata efficacia. In particolare, i relatori si concentreranno sui seguenti temi:

  • Cos’è il DOC, come si manifesta e quanti sottotipi esistono
  • Quanto è diffuso e che impatto ha sulla società e sulla vita di chi ne soffre
  • Il DOC in epoca Covid-19
  • Perché la persona non riesce a liberarsi da quei pensieri, pur giudicandoli assurdi o esagerati
  • Come mai ripete più e più volte lo stesso gesto/azione e ha difficoltà a smettere
  • Quali sono i segnali del DOC nei bambini e come distinguerli dai tic
  • Quali sono le cause del DOC e i fattori che predispongono la persona al suo sviluppo
  • Quali sono le cure che si sono dimostrate efficaci per gli adulti e per i bambini
  • Cosa possono fare i familiari per essere d’aiuto ai propri cari.

Ampio spazio sarà dedicato, infine, alla discussione e alle domande che arriveranno dal pubblico.

Per informazioni: 3332541724 –  conferenzadoc@apc.it

 

Disturbi alimentari e memorie infantili

di Giulia Signorini

Esplorare le esperienze di vita precoci tramite l’impiego di tecniche immaginative

Restrizione calorica, abbuffate, condotte compensatorie (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, esercizio fisico eccessivo, etc.), pensiero massimamente focalizzato sul peso e sulla forma corporea, emozioni di vergogna, colpa, disgusto, ma anche ansia, rabbia (spesso inespressa) e solitudine… Il tutto accompagnato da una grande ambivalenza nei confronti del trattamento e del cambiamento: questi sono i termini che descrivono solitamente i disturbi del comportamento alimentare (DCA), per lo meno in prima battuta.

Sì perché il comportamento alimentare può essere letto non solo come la chiara espressione di un disagio clinico, ma anche come un modo (e un mondo) attraverso cui l’individuo è riuscito a trovare un equilibrio, per quanto disfunzionale sia nel lungo termine, una soluzione che gli consente di sopravvivere al meglio delle sue attuali consapevolezze e risorse. Sopravvivere a che cosa? Questa è la domanda interessante. E qui entra in gioco l’indagine del terapeuta: “Cosa c’entrano i miei genitori con tutto questo? Io non ho problemi con loro, ma con il cibo!” – plausibile obiezione dei pazienti quando vengono rivolte loro domande relative all’infanzia e alla relazione con le loro figure di accudimento. Accanto, infatti, a fattori temperamentali, fisici e socioculturali, le prime interazioni con le figure di accudimento primarie e l’ambiente familiare giocano un ruolo decisivo nello sviluppo dei disturbi alimentari (e nella psicopatologia in generale). Indagare le memorie infantili ha quindi molto a che fare proprio con l’individuo di oggi e i suoi problemi attuali, con ciò che in tempi “non sospetti” lui/lei ha imparato riguardo sé, il mondo, le relazioni, cosa ha valore e cosa non è importante.

In Schema Therapy, modello teorico e approccio terapeutico appartenente alla cosiddetta “terza ondata” del Cognitivismo, l’esplorazione dei contenuti relativi ai ricordi infantili ha come obiettivo l’identificazione dei bisogni emotivi non soddisfatti, a partire dai quali si formano gli schemi maladattivi precoci, che sottendono al funzionamento psicopatologico del paziente. Per questo tipo di indagine, ci si avvale anche di tecniche immaginative, attraverso le quali il terapeuta può sfruttare il grande potere dell’immaginazione umana e metterlo al servizio della terapia, sia in fase diagnostica (imagery diagnostico) sia in fase di trattamento (imagery with rescripting). Si tratta di tecniche potenti, da utilizzare dopo una specifica formazione, che consentono di bypassare filtri di natura cognitiva/razionale, solitamente attivi durante una narrazione verbale.

Proprio l’impiego dell’imagery diagnostico è stato oggetto dello studio condotto da Barbara Basile e colleghi, recentemente pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology. Il gruppo di ricerca ha coinvolto 49 pazienti affette da DCA (33 con diagnosi di Anoressia Nervosa e 16 di Bulimia Nervosa), ricoverate presso la casa di cura Villa Garda, in provincia di Verona, allo scopo di indagare i bisogni emotivi non soddisfatti legati a ricordi infantili. Gli autori erano interessati a capire, in particolare, se ci fossero dei bisogni infantili associati in modo specifico a particolari schemi (della paziente o del genitore, indagati attraverso specifici questionari self report) e anche a eventuali specificità di schemi o bisogni emotivi nell’Anoressia e nella Bulimia nervosa.

Lo studio ha rivelato che le esperienze negative infantili evocate durante la procedura di imagery riguardavano per la maggior parte dei casi la figura materna, evidenziando prevalentemente il non soddisfacimento dei bisogni di:

  • sicurezza e protezione, tipicamente legato a episodi di abusi fisici/sessuali/psicologici subiti dal paziente o forti litigi tra genitori in presenza del bambino – associato agli schemi di deprivazione e inibizione emotiva di entrambi i genitori e agli schemi di deprivazione emotiva e fallimento dei pazienti;
  • accudimento e cura: in relazione a momenti in cui uno o entrambi i genitori non erano in grado di occuparsi del bambino, abbandonandolo o non riuscendo a gestire una situazione negativa, mancando in stabilità e prevedibilità – associato agli schemi di dipendenza del paziente e pessimismo/negativismo da parte del padre;
  • espressione emotiva: tipico di quando vengono derise, ignorate o punite manifestazioni spontanee, o quando i bisogni altrui o le regole esterne sono considerate più importanti di quelle del bambino – associato allo schema di deprivazione emotiva da parte del padre.

Dalle descrizioni delle pazienti emerge una figura materna vulnerabile ai pericoli, prona all’autosacrificio, più abbandonica e allo stesso tempo più invischiata rispetto alla figura paterna, che, invece, è percepita come più inibita emotivamente e trascurante rispetto quella materna.

Inoltre, gli schemi individuali di invischiamento delle pazienti correlano con quelli materni di invischiamento, sottomissione e punizione. Proprio l’invischiamento, così come la vulnerabilità ai pericoli, potrebbe essere letto, secondo gli autori, come un modo disfunzionale di fornire protezione, limitando e scoraggiando lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia del bambino.

Per quanto riguarda le differenze tra gruppi diagnostici, i risultati dello studio hanno rivelato che i bisogni non soddisfatti di cura, accudimento e attaccamento sicuro sono significativamente associati solo alla diagnosi di Bulimia Nervosa, e che le pazienti di questo gruppo riportano maggiormente lo schema di autocontrollo insufficiente rispetto al gruppo di pazienti con Anoressia Nervosa.

Quali implicazioni per la pratica clinica?

I DCA hanno visto un vertiginoso aumento nel corso della pandemia: stando ai dati raccolti dall’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (ADI), l’incidenza dei casi è salita di oltre il 30% tra febbraio 2020 e febbraio 2021.

L’indagine dei bisogni emotivi non soddisfatti attraverso l’imagery diagnostico può rappresentare un ottimo punto di partenza per esplorare gli schemi degli individui affetti da questo disturbo, a partire proprio dal senso che queste narrazioni hanno permesso di dare a esperienze infantili negative. In altre parole, più che all’evento realmente accaduto, attraverso queste esplorazioni, al terapeuta interessa identificare le storie (schemi) che il paziente ha imparato a raccontarsi per dare un senso a quanto accaduto. Questo permette poi di collegare gli schemi (es. “Sono un peso per gli altri”; “Non sono amabile”; “Quello che provo è sbagliato”) alle strategie di coping disfunzionali che il paziente con DCA mette in atto (restrizione, ipercontrollo, abbuffate, etc.) – per sopravvivere alla sofferenza indotta dagli schemi stessi – e di lavorarci in terapia più consapevolmente.

Come auspicano gli autori dello studio, infine, sarebbe interessante esplorare in future ricerche la possibilità di predire gli esiti del trattamento a partire proprio da specifici schemi individuali o genitoriali.

Per approfondimenti

Basile, B., Novello, C., Calugi, S., Dalle Grave, R., Mancini, F. (2021). Childhood Memories in Eating Disorders: An Explorative Study Using Diagnostic Imagery. Frontiers in Psychology, July (12), https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.685194

Simpson, S., Smith, E. (2020). Schema Therapy for Eating Disorders: Theory and Practice for Individual and Group Settings. Routledge Editore.

Young, J.E., Klosko, J.S.; Weishaar M.E. (2003). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N. Marsigli e G. Melli. Eclipsi Editore.

Un workshop sul Rescripting

https://cognitivismo.com/2016/05/06/la-schema-therapy-uno-sguardo-ai-bisogni-e-alle-emozioni-delleta-infantile/

Foto di Alena Darmel da Pexels

Adolescenti con disturbo borderline

di Federica Iezzi

Rassegna sui confini diagnostici categoriali

È noto ai clinici dell’età evolutiva come vi debba essere una particolare cura nel porre diagnosi di psicopatologia in bambini e in adolescenti. Si tratta, infatti, di individui in epoca di sviluppo e dunque soggetti a plausibili oscillazioni – in termini di crescita biologica e di maturazione psichica – nonché esposti a forti pressioni ambientali, continui adattamenti e riorganizzazioni, nel contesto di un sé emergente e in evoluzione. Lungo la traiettoria dello sviluppo, vi sono mutazioni evidenti nella sfera cognitiva, affettiva, del controllo degli impulsi e relazionale. Tale condizione intimorisce i clinici nel porre una diagnosi categoriale che possa finire per etichettare il minore, a maggior ragione quando questa implica gravità e inflessibilità: è il caso di una psicopatologia stabile e pervasiva di personalità, come il Disturbo di Personalità Border (DPB). In particolare, alcune ricerche mostrano come la diagnosi di DPB possa generare tra gli psicologi e gli psichiatri un senso di persistente riluttanza e addirittura una certa ostilità.

Descritto nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM 5), il DPB in età adolescenziale consiste in un pattern pervasivo di sviluppo della personalità, che perdura da più di un anno e che si manifesta attraverso instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé, negli affetti e da marcata impulsività. Per porre la diagnosi, devono essere presenti almeno cinque dei seguenti criteri: sforzi per evitare l’abbandono, relazioni interpersonali instabili, disturbi dell’identità, impulsività, comportamenti suicidari e auto-mutilanti, instabilità affettiva, sentimenti cronici di vuoto, rabbia intensa e inappropriata e ideazione paranoide legata allo stress.

Nel contributo dello psichiatra Jean Marc Guilé, il Disturbo di Personalità Border può essere diagnosticato in modo affidabile negli adolescenti a partire dall’età di undici anni.

Allo stato dell’arte, come osservato in uno studio multicentrico condotto in Italia nel 2011 e promosso dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) su un campione di 162 ragazzi con un’età media di 15,5 anni a cui è stata posta diagnosi di disturbo di personalità, sembrerebbe che la categoria diagnostica maggiormente rappresentata tra i disturbi di personalità sia prettamente quella border, che da sola rappresenta il 45% del campione esaminato. Tale categoria sembra avere una relazione significativa con la presenza in anamnesi di una sintomatologia di tipo esternalizzante: aggressività, disturbi della condotta, isolamento sociale, agiti autolesivi e tentativi di suicidio.

Per quanto riguarda la sintomatologia esternalizzante, come riportato dal neuropsichiatra infantile Michele Poletti, circa il 40% dei soggetti adulti con DBP riporta sintomi compatibili con una diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (DDAI) in infanzia e i precoci deficit dell’attenzione in bambini che hanno vissuto un’esperienza traumatica sono considerati precursori del futuro sviluppo del DBP.

Per quanto riguarda i comportamenti di autolesionismo in età evolutiva, è da considerare che in ambito ospedaliero vengono osservati con maggiore frequenza rispetto al passato: in particolare, nel decennio tra il 1990 e il 2000, sono aumentati dal 3.2% al 4.7.

I criteri relativi alla diagnosi di DBP in adolescenza sono stati tradizionalmente mutuati dai criteri utilizzati per la diagnosi dell’adulto. Tuttavia, nonostante il costrutto sia ben consolidato nella popolazione adulta, il fatto che ne esista un corrispettivo per la popolazione adolescente è stato negli ultimi decenni una questione controversa e oggetto di ampio dibattito.

L’affidabilità rispetto alla trasposizione integrale dei criteri diagnostici per DBP dall’ambito della psicopatologia dell’adulto a quella dell’adolescente è stata indagata attraverso una revisione sistematica del 2004, condotta dagli psichiatri Helen Bondurant, Brian Greenfield e Sze Man Tse. Dai risultati emersi, è possibile affermare che non vi sono differenze significative nell’incidenza di DBP, in particolare quando il numero degli adolescenti ospedalizzati (53%) viene confrontato con quello degli adulti (47%). Tuttavia, quando l’efficienza diagnostica dei criteri per DBP viene esaminata in questi due gruppi, il “potere predittivo positivo” dei criteri, cioè la capacità di ciascun criterio di predire la presenza del disturbo, era maggiormente uniforme nel gruppo adulti rispetto al gruppo adolescenti. Al contrario, il “potere predittivo negativo” dei criteri, cioè l’assenza degli stessi, che equivale a dire che la diagnosi è meno probabile, era comparabile tra i due gruppi. Quindi, mentre è possibile applicare i criteri dell’adulto alla diagnosi di BPD adolescenziale, alcuni criteri diagnostici sono più predittivi di altri quando si considera l’epoca dello sviluppo.

Entrambi i gruppi di pazienti con DBP (adolescenti e adulti) mostravano una sovrapposizione con altri disturbi di personalità, e tale condizione era significativamente maggiore rispetto ai gruppi di personalità non-borderline. Inoltre, il gruppo di adolescenti con BPD aveva una distribuzione relativamente ampia di comorbilità rispetto al gruppo di adulti.

Per concludere, un corpo significativo di ricerche suggerisce che segni e sintomi di DBP compaiono molto prima dell’età adulta, spesso nei bambini più piccoli, e che gli adolescenti possono mostrare l’intera gamma di sintomi che si qualificano per una diagnosi di BPD. Tuttavia, ulteriori ricerche sono di fondamentale importanza per raffinare il grado di sensibilità dei criteri utilizzati ai fini di un corretto assessment, per ridurre le ambiguità sottese alle possibili comorbilità e per definire una modalità d’ intervento istituzionalmente condivisa contraddistinta da adeguatezza e tempestività.

Per approfondimenti

Becker DF, Grilo CM, Edell WS, McGlashan. Comorbidity of borderline personality disorder with other personality disorders in hospitalized adolescents and adults. TH Am J Psychiatry. 2000 Dec; 157(12):2011-6.

Becker DF, Grilo CM, Edell WS, McGlashan. Diagnostic efficiency of borderline personality disorder criteria in hospitalized adolescents: comparison with hospitalized adults. Am J Psychiatry. 2002 Dec; 159(12):2042-7.

Bondurant H, Greenfield B, Tse SM. Construct validity of the adolescent borderline personality disorder: a review. Can Child Adolesc Psychiatr Rev. 2004;13(3):53-57.

Case, Brady G.; Olfson, Mark; Marcus, Steven C.; Siegel, Carole (2007). Trends in the Inpatient Mental Health Treatment of Children and Adolescents in US Community Hospitals Between 1990 and 2000. Archives of General Psychiatry, 64(1), 89–. doi:10.1001/archpsyc.64.1.89

Chanen, A. M., & McCutcheon, L. K. (2013). Prevention and early intervention for borderline personality disorder: Current status and recent evidence. British Journal of Psychiatry, 202(S54), s24–s29

Chanen, Andrew M. (2015). Borderline Personality Disorder in Young People: Are We There Yet?. Journal of Clinical Psychology, 71(8), 778–791.

Garnet, K. E., Levy, K. N., Mattanah, J. J. F., Edell, W. S., & McGlashan, T. H. (1994). Borderline personality disorder in adolescents: Ubiquitous or specific? The American Journal of Psychiatry, 151(9), 1380–1382.

Griffiths, M. (2011). Validity, utility and acceptability of borderline personality disorder diagnosis in childhood and adolescence: Survey of psychiatrists. The Psychiatrist, 35(1), 19–22.

Guilé JM, Boissel L, Alaux-Cantin S, de La Rivière SG. Borderline personality disorder in adolescents: prevalence, diagnosis, and treatment strategies. Adolesc Health Med Ther. 2018;9:199-210.

Larrivée MP. Borderline personality disorder in adolescents: the He-who-must-not-be-named of psychiatry. Dialogues Clin Neurosci. 2013;15(2):171-179.

Laurenssen, E. M., Hutsebaut, J., Feenstra, D. J., Van Busschbach, J. J., & Luyten, P. (2013). Diagnosis of personality disorders in adolescents: A study among psychologists. Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health, 7(1), 3.

Meijer M, Goedhart AW, Treffers PD. The persistence of borderline personality disorder in adolescence. J Pers Disord. 1998 Spring;12(1):13-22.

Ancona et al. (2011) Segnali precoci e diagnosi disturbo di personalità : studio multicentrico su casistica in adolescenza. Gior Neuropsich Età Evol, 31 (Suppl.1):21-28

Poletti (201O). Aspetti neuro evolutivi del Disturbo Borderline di Personalità. Psicologia Clinica dello Sviluppo, A. XVI, 3: 449-469.

Ordine naturale e sofferenza mentale

di Elio Carlo, Maurizio Brasini, Mauro Giacomantonio e Francesco Mancini

Stoicismo, buddhismo e credenze sul funzionamento della natura: una via verso l’accettazione radicale

Quale legame esiste tra le credenze che un individuo ha sul funzionamento e la giustizia etica della realtà e la sua condizione di benessere (o sofferenza) mentale? In un articolo appena pubblicato su Cognitivismo Clinico, Elio Carlo, Maurizio Brasini, Mauro Giacomantonio e Francesco Mancini fanno il punto sull’argomento, evidenziando come tali credenze, che danno origine nella mente umana a precise aspettative sugli stati del mondo – possibili (ordine naturale fattuale), giusti (ordine naturale etico) e utili (ordine naturale utilitaristico) – siano effettivamente in grado di modulare le convinzioni circa il valore e la perseguibilità degli scopi e dunque di agire, in accordo con modello cibernetico del purposive behaviour, su tutti i fattori che influenzano l’accettazione della sofferenza psicologica (entità e credibilità degli scopi, investimento, meccanismi ricorsivi).

Dopo aver chiarito il ruolo dell’ordine naturale nel promuovere il benessere psicologico o, al contrario, nel favorire la sofferenza, gli autori prendono in esame una forma particolarmente radicale di accettazione, l’amor fati della filosofia antica, rivisitandola in chiave cognitivista e mostrando come essa, a differenza di quanto accade nella accettazione comunemente intesa – in cui il processo di accettazione termina con la cessazione degli investimenti sugli scopi irrimediabilmente compromessi (lasciando dunque la possibilità di un “residuo” di sofferenza da “rassegnazione”) – miri a realizzare una condizione di annullamento completo e definitivo della sofferenza mentale.

Secondo gli autori, l’analisi degli insegnamenti di due grandi scuole di pensiero, lo stoicismo di Marco Aurelio e il buddhismo antico, opportunamente “tradotti” in senso cognitivista, attesta che, alla base di entrambi questi sistemi di pensiero, vi è proprio il concetto di ordine naturale fattuale.

La retta comprensione delle leggi che regolano la natura (il Logos stoico, il Dharma buddhista), da conseguirsi attraverso l’impiego di specifici esercizi cognitivi ed esperienziali, consente all’essere umano di ristrutturare le proprie credenze sul valore, etico e utilitaristico, dei fatti esistenziali (il lutto, la malattia, il successo, l’abbandono, ecc.) e di collocarsi in una condizione di assenza di sofferenza che, almeno teoricamente, è generale e permanente: l’individuo non soffre, qualsiasi cosa accada, perché tutto ciò che succede è compatibile con il suo schema di funzionamento della realtà e non può compromettere o minacciare alcuno scopo dotato di valore utilitaristico o normativo.

Una parte importante dell’articolo è dedicata proprio all’analisi degli esercizi “spirituali” proposti da stoicismo e buddhismo; gli autori mettono in luce i meccanismi cognitivi attraverso cui tali pratiche incidono sull’assetto scopistico dell’individuo e sulle cause della sofferenza mentale e, aspetto particolarmente interessante, mostrano come, alla luce del concetto di ordine naturale, esse acquistino un senso alquanto differente da quello comunemente loro attribuito dagli approcci psicoterapeutici contemporanei.

È il caso, ad esempio, degli esercizi di mindfulness, tanto di moda oggi nella pratica psicologica e psicoterapeutica, che, a giudizio degli autori, corrisponderebbero solo in parte alle pratiche di visione profonda (vipassana) del buddhismo antico, alle quali vengono solitamente ricondotte; mentre la mindfulness, secondo gli autori, serve essenzialmente a promuovere la defusione, le meditazioni vipassana del buddhismo originario, presupponendo, diversamente dalla mindfulness, pratiche molto spinte di concentrazione meditativa, assolvevano probabilmente a un compito cognitivo estremamente più significativo, quello di indurre la comprensione diretta, esperienziale dell’ordine naturale fattuale delle cose e, conseguentemente, di promuovere la completa ridefinizione degli scopi e degli investimenti personali.

Per approfondimenti

Carlo E., Brasini M., Giacomantonio M., & Mancini F. (2021). Accettazione, amor fati e ordine naturale: una prospettiva cognitivista. Cognitivismo clinico 18, 1, 67-86.

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Colpa altruistica e colpa deontologica

di Estelle Leombruni

Una tesi dualistica della colpa

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology, il neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Francesco Mancini e la psicologa e psicoterapeuta Amelia Gangemi affrontano il tema della colpa, dando vita a un corposo lavoro che offre al lettore le informazioni necessarie per un’approfondita comprensione di questa complessa emozione e delle sue implicazioni sulla sofferenza psichica.

La tesi portata avanti è quella dell’esistenza di due forme distinte di colpa: la colpa altruistica, che viene sperimentata quando si assume di aver compromesso uno scopo altruistico, e la colpa deontologica, derivante dall’assunzione di aver violato una propria norma morale.

Queste due forme di colpa generalmente coesistono nella vita quotidiana. Tuttavia è possibile anche sperimentarle separatamente: sentirsi in colpa per non essersi comportati in maniera altruistica senza però violare una propria regola morale oppure trasgredire una norma morale senza che sia presente una vittima, ovvero in assenza di una persona danneggiata.

Sono numerose le evidenze empiriche che supportano tale distinzione: da un punto di vista comportamentale, per esempio, le ricerche mettono in luce come, inducendo uno dei due tipi di colpa, si ottengono azioni di risposta differenti (azione che tutela uno scopo altruistico o azione per uno scopo morale). Dal punto di vista dei circuiti neurali coinvolti in questi processi, gli studi condotti tramite la risonanza magnetica funzionale mettono in risalto come si attivino network cerebrali diversi a seconda del tipo di colpa sperimentato. La distinzione è evidente anche per quanto riguarda il rapporto che questi due sensi di colpa hanno con altre emozioni, per esempio la colpa deontologica sembrerebbe che abbia una stretta connessione con il disgusto, mentre la forma altruistica con il vissuto di pena.

Questa duplice visione del sentimento di colpa consente una maggiore comprensione di altri fenomeni (come per esempio del cosiddetto “omission bias”, ovvero la tendenza sistematica a favorire un atto di omissione rispetto a uno di commissione) e ha importanti implicazioni circa la psicologia clinica, come per esempio nella comprensione del disturbo ossessivo- compulsivo, in cui svolge un ruolo cruciale la colpa deontologica, e di alcune forme di reazione depressiva per cui sembra essere rilevante la colpa altruistica.

Una comprensione più approfondita dei disturbi consente di sviluppare interventi psicoterapici che mirino specificatamente al tipo di colpa che potrebbe essere alla base delle problematiche presentate, garantendo in questo modo una maggiore possibilità di successo terapeutico, ossia di raggiungimento e mantenimento degli obiettivi prefissati. L’approfondimento proposto dai due autori, consente quindi non solo di comprendere meglio le determinanti psicologiche e le implicazioni cliniche dei due sensi di colpa, ma offre anche la possibilità di sviluppare interessanti spunti di riflessione sulle implicazioni psicoterapiche e sulle future possibili ricerche.

Per approfondimenti


https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2021.651937/full

Come ti senti oggi?

di Elena Cirimbilla

La competenza emotiva nei bambini

Nel corso dello sviluppo, i bambini maturano una sempre crescente competenza emotiva. Di fatto, imparano a denominare, comprendere e gestire le proprie emozioni. Il processo è piuttosto lineare: un bambino che saprà riconoscere, comprendere e denominare un’emozione sarà anche in grado di interrogarsi su cosa fare in merito, confrontarsi o chiedere aiuto. Il punto di partenza è quindi che il bambino possa fermarsi (e soffermarsi) sulle proprie emozioni, per cogliere e capire come si sente.

In terapia, può essere utile, all’inizio della seduta, accogliere i bambini con il “termometro delle emozioni”, uno strumento che, oltre a essere divertente, li porta a scegliere tra le varie emozioni proposte e a pensare qualche minuto a come effettivamente si sentono. Questo consente poi di aprire il dialogo su scenari vissuti, momenti piacevoli o spiacevoli. Sembra banale, ma capita che i bambini ne rimangano entusiasti e spesso, se indaghiamo, possiamo ricevere una semplice risposta: “non me lo chiede mai nessuno”.

Quanto spesso ai giorni nostri viene sottolineata l’importanza di spiegare le emozioni ai bambini, di insegnare loro a tollerarle ed esprimerle? La famiglia, la scuola e gli educatori si impegnano quotidianamente per osservare e tenere in considerazione i segnali dei piccoli, rimandando loro strategie più opportune di gestione della rabbia o di espressione della tristezza. Ma quanto spesso capita di chiedere a un bambino come si sente? Probabilmente la percezione sarà di farlo sempre. Ma se ad esempio confrontiamo la frequenza di questa domanda con la classica “com’è andata a scuola?” potremmo accorgerci che, di fatto, la domanda diretta sulle emozioni non è così usuale.

Dopotutto è naturale, non chiederemmo al nostro partner “come ti senti oggi?”, ma piuttosto un tipico “com’è andata al lavoro?” ed è probabile che la risposta sarà articolata, con esempi di momenti positivi o negativi. Nel caso dei bambini, che possono apparire più resilienti di noi adulti, è altrettanto probabile che riceveremo semplicemente un “bene” oppure una timorosa confessione di un brutto voto. Spesso quel “bene” così scarsamente argomentato infastidisce l’adulto che vorrebbe sentirsi parte della giornata del bambino. Se la condivisione risulta difficile può essere utile guidare il bambino nell’atto di soffermarsi sulle proprie esperienze e sui propri stati emotivi, ponendo il primo tassello nello sviluppo della competenza emotiva. Così, potremmo pensarlo come un esperimento e con un piccolo cambio di prospettiva inserire nelle nostre abitudini quotidiane una semplice frase per nulla scontata: “come ti senti oggi?”. Proponendo una gamma di emozioni tra cui scegliere e nelle quali il bambino può sentirsi rispecchiato e accompagnato nell’esprimersi, l’adulto offrirà uno spazio di riflessione e di riconoscimento emotivo, favorendo la condivisione delle esperienze e dei vissuti emotivi.

Per approfondimenti:

Di Pietro M. (2014). L’ABC delle mie emozioni 4-7 anni, corso di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, Edizioni Erickson, Trento

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels