Embodied Mindfulness

di Claudia Ajello

“Nihil est in intellectu quod non sit prius in sensu”
San Tommaso D’Aquino

Negli ultimi anni la comunità scientifica si è interessata sempre di più alla Mindfulness ed il numero degli studi dedicati all’argomento è aumentato esponenzialmente. Tuttavia, questa crescita è anche il riflesso del fatto che, in assenza di un’univoca e condivisa definizione operativa, molti approcci hanno fatto ricorso al termine attribuendogli significati diversi. Il termine Mindfulness deriva dalla parola “sati” in lingua Pali (i.e. attenzione consapevole, attenzione nuda) e viene riferita, in generale, al concetto di “consapevolezza” e attenzione al momento presente. In letteratura, è stata principalmente concettualizzata dall’approccio tradizionale buddista e dall’approccio occidentale psicologico moderno come quello di Jon Kabat-Zinn. Seppur anche all’interno delle stesse tradizioni la mindfulness è definita in modi diversi, secondo gli autori della revisione è possibile rintracciarne nel concetto di “embodiment” (incarnamento) un terreno comune. La teoria dell’embodiment, considera il corpo come un elemento costitutivo della mente e sottolinea la natura incarnata della cognizione. La mente è radicata nelle esperienze corporee dell’organismo e immersa nell’ambiente con cui l’organismo interagisce continuativamente. Utilizzando questa cornice teorica il concetto di “Embodied Mindfulness” proposto dagli autori pone l’accento sull’aspetto incarnato della consapevolezza che non è più una funzione meramente simbolica e concettuale ma affonda le sue radici nell’esperienza corporea e implica una relazione reciproca tra mente, corpo e ambiente (Varela et al., 1991). Questa visione mette d’accordo le diverse tradizioni. Nell’approccio buddista corpo e mente sono considerati intrinsecamente connessi. Lo stato mentale ha una sua espressione nel soma e al tempo stesso le sensazioni corporee sono l’aspetto incarnato degli stati mentali. Nella tradizione occidentale psicologica le meditazioni sulle sensazioni corporee sono presenti in ogni sentiero di pratica e considerate fondamentali per sviluppare lo stato di mindfulness. Inoltre, la nozione di Mindfulness come “consapevolezza incarnata” trova fondamento nella neurobiologia moderna, in particolare nell’integrazione tra processi top-down e bottom up. Ci sono evidenze che la Mindfulness, utilizza sia strategie top-down che bottom up essendo connessa a una regolazione flessibile dell’attenzione e alla consapevolezza degli stimoli interni ed esterni (Chiesa et al., 2013). Vi è quindi un generale accordo sul fatto che la meditazione basata sulla mindfulness porta all’aumentata consapevolezza delle interazioni bidirezionali tra stati corporei e processi cognitivi ed emotivi (Michalak et al., 2012). Tuttavia, nonostante le evidenze, il concetto della mindfulness embodied è in larga parte trascurato dalla ricerca scientifica e l’aspetto corporeo è marginale in tutti i moderni questionari di misurazione della Mindfulness. Pertanto gli autori propongono di considerare nella misurazione psicometrica dei livelli di Mindfulness, il questionario MAIA (Mehling et al., 2012) nato per indagare la consapevolezza enterocettiva. In conclusione secondo gli autori il concetto di “embodiment”, che più di ogni altro aspetto integra le diverse tradizioni, trova fondamento nei dati scientifici e permette di dare una definizione operativa necessaria per studiare scientificamente la mindfulness. Infine, potrebbe essere il meccanismo che rende conto dell’efficacia degli interventi basati sulla Mindfulness.

Articolo di riferimento

Khoury, B., Knäuper, B., Pagnini, F., Trent, N., Chiesa, A., & Carrière, K. (2017). Embodied mindfulness. Mindfulness, 8(5), 1160-1171

Approfondimenti bibliografici

Chiesa, A., Serretti, A., & Jakobsen, J. C. (2013). Mindfulness: top-down or bottom-up emotion regulation strategy? Clinical Psychology Review, 33(1), 82–96.

Mehling, W. E., Price, C., Daubenmier, J. J., Acree, M., Bartmess, E., & Stewart, A. (2012). The multidimensional assessment of interoceptive awareness (MAIA). PloS One, 7(11), e48230.

Michalak, J., Burg, J., & Heidenreich, T. (2012). Don’t forget your body: mindfulness, embodiment, and the treatment of depression. Mindfulness, 3(3), 190–199.

Khoury, B., Knäuper, B., Pagnini, F., Trent, N., Chiesa, A., & Carrière, K. (2017). Embodied mindfulness. Mindfulness, 8(5), 1160-1171.

Varela, F. J., Thompson, E., & Rosch, E. (1991). The embodied mind: cognitive science and human experience. Cambridge: MIT Press

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The Space Program

di Sonia Ghislanzoni

I disturbi d’ansia, tra i disturbi psichiatrici, sono quelli più diffusi nell’infanzia, sono un onere per la famiglia, comportano costi per la società e un impatto negativo sullo sviluppo del bambino. La CBT è spesso efficace per l’ansia infantile, ma molti bambini continuano anche dopo il trattamento a presentare sintomi significativi. La CBT aiuta a sviluppare abilità per identificare i pensieri disadattivi, autoregolare l’ansia e richiede collaborazione tra bambino e terapeuta, spesso non raggiungibile. Molti pazienti rifiutano di partecipare alla terapia per evitare di confrontarsi con le proprie paure o perché preferiscono non ammettere di avere un problema e altri potrebbero evitare l’ansia attraverso l’accomodamento familiare. Tendenze oppositive potrebbero precludere una alleanza produttiva tra clinico e bambino e se non è possibile che il bambino partecipi al trattamento o se non è responsivo alla terapia, il training parentale può offrire un’alternativa. La formazione dei genitori è risultata efficace nel trattamento di altri disturbi e nei disturbi esternalizzanti, in cui la motivazione del bambino al trattamento è spesso bassa, il parent training è un risultato efficace. Il ruolo dei fattori famigliari nell’ansia infantile e il successo del lavoro dei genitori in altri disturbi hanno evidenziato che il coinvolgimento dei genitori nel trattamento d’ansia infantile potrebbe migliorarne i risultati. Varie teorie, come la teoria dell’attaccamento, descrivono il legame tra genitori e figli e il modo in cui l’ansia attiva quei legami, stimolando i bambini a ricercare sicurezza e protezione. L’ansia è adattiva in caso di una minaccia reale, ma è disadattiva se ripetutamente attivata da stimoli innocui. Le risposte dei genitori all’ansia del bambino potrebbero diventare un “innesco” ripetuto del sistema di attaccamento che porta i genitori a essere protettivi e questo può incoraggiare la continua dipendenza dei bambini dai genitori per regolare o evitare il loro stato affettivo interiore. The Space Program, progettato per 10/12 sessioni settimanali, è un intervento rivolto ai genitori, li aiuta a indirizzare aspetti della relazione genitori/figli plasmati dall’ansia ricorrente e si basa sulla modifica del comportamento con un atteggiamento meno protettivo, sostituendolo con uno di supporto che favorisca le capacità di coping e di autoregolazione. Fornisce strumenti pratici per superare le difficoltà tra cui insegnare l’autodisciplina, affrontare i comportamenti distruttivi e migliorare la collaborazione tra i genitori. Uno studio di 10 sessioni settimanali a cui parteciparono genitori di 10 bambini di età fra 9 e 13 anni che avevano rifiutato il trattamento individuale, ha riportato un miglioramento significativo nell’ansia del bambino, nel coinvolgimento famigliare e sulla motivazione del bambino al trattamento individuale. The Space Program è risultato efficace nell’ansia infantile, tuttavia necessitano ulteriori e più controllati studi per indagare l’efficacia di questo programma, dato che le variabili genitoriali e famigliari, come l’ansia dei genitori e altre psicopatologie, potrebbero potenzialmente influire sulla capacità di beneficiare del programma.

Riferimenti bibliografici

Eli R. Lebowitz, Haim Omer, Holly Hermes, Lawrence Scahill, Parent Training for Childhood Anxiety Disorders: The SPACE Program, Cognitive and Behavioral Practice, Volume 21, Issue 4, 2014, 456-469
https://doi.org/10.1016/j.cbpra.2013.10.004.

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Depressione negli studenti universitari: come curarla?

di Francesca Manco
curato da Elena Bilotta

Si stima che il 20-30% degli studenti universitari soffra di disturbo depressivo maggiore. Gli studenti universitari, infatti, si trovano a sperimentare una serie di fattori di stress unici che li rendono particolarmente vulnerabili alla depressione. Questi fattori di stress possono essere ad esempio l’allontanamento da casa, l’adattamento a un nuovo ambiente, fattori di stress accademici, un sistema di supporto sociale potenzialmente instabile, problemi economici, aumento dell’uso di sostanze, privazione cronica del sonno. A ciò si aggiunge il fatto che durante il periodo universitario  accelera negli studenti il processo di sviluppo dell’identità e la libertà di esplorare nuove carriere, stili di vita, relazioni e visioni del mondo.

Quanto finora esposto ha portato la comunità scientifica a sottolineare l’importanza di attuare interventi adeguati al fine di aiutare gli studenti a superare i sopra elencati momenti di difficoltà.

Tuttavia, gli interventi psicoterapeutici per studenti depressi in contesti universitari scontano un supporto empirico limitato nonostante, nei pochissimi studi clinici presenti, se ne sono potuti rilevare i potenziali benefici.

Per sopperire a tali lacune presenti nella letteratura, in un recente studio (il primo di questo tipo),

McIndoo e collaboratori hanno condotto un’indagine preliminare sull’efficacia dell’attivazione comportamentale (BA) e della terapia basata sulla Mindfulness (MBT) in forma abbreviata  sugli studenti universitari, nel contesto di un disegno di ricerca controllato randomizzato.

L’attivazione comportamentale si basa sulla teoria del comportamento e sulla premessa che la depressione viene alleviata aumentando il rinforzo positivo contingente alla risposta; tale intervento terapeutico è stato scelto per la sua brevità, l’evidenza empirica sulla sua efficacia e il suo elevato potenziale di divulgazione tra i professionisti clinici che lavorano con gli studenti universitari.

I principi fondamentali dell’MBT riguardano invece la regolazione dell’attenzione, l’apertura all’esperienza presente, la curiosità e l’accettazione del “qui ed ora” e la consapevolezza non giudicante dei pensieri, delle emozioni, delle sensazioni e dell’ambiente; la citata terapia basata sulla Mindfulness è stata scelta in quanto dati di ricerca recenti supportano la sua efficacia nel trattamento della depressione.

In questo studio si è visto come gli interventi abbreviati di BA e MBT sono associati a riduzioni significative della depressione, dello stress percepito e della ruminazione in un campione di studenti universitari. Inoltre si è visto come tali miglioramenti sono stati in gran parte mantenuti a un mese di follow-up, fornendo un supporto preliminare relativamente al fatto che entrambi gli interventi somministrati possono nel breve termine suscitare benefici continuativi per la salute mentale. Sebbene questi risultati richiedano una replica (soprattutto a causa del campione molto limitato), i dati suggeriscono che sia BA che MBT possono ridurre in maniera efficace la depressione negli studenti universitari.

Questo studio, quindi, da una parte aggiunge ulteriore supporto nella letteratura già presente sull’efficacia di BA e MBT per il trattamento della depressione; dall’altra, la somministrazione di questi due interventi in forma abbreviata (e per quanto riguarda la somministrazione dell’MBT anche in forma individuale) sembra essere un ottimo compromesso in termini di tempo, costi ed efficacia per i contesti universitari.

Bibliografia

McIndoo, C.C.; File, A.A.; Preddy, T.; Clark, C.G.; Hopko, D.R. (2016). Mindfulness-based therapy and behavioral activation: A randomized controlled trial with depressed college students. Behaviour, Research and Therapy77, 118–128.

 

 

Narcisista maligno in psicoterapia

di Fabiana Gino
curato da Elena Bilotta

Il narcisismo maligno viene descritto da Otto Kernberg come una variante del narcisismo patologico contenente, oltre ai classici elementi di grandiosità, anche alcuni elementi quali la paranoia, il sadismo, l’aggressività e la psicopatia. Il narcisista maligno interpreta le azioni degli altri con una forte propensione alla paranoia e vi risponde con un’abbondanza di aggressività, presenta inoltre una persistente volontà di dominanza sociale. Difatti, quando il narcisista maligno esprime la propria aggressività verso gli altri, sperimenta un aumento della propria autostima e del suo Sé grandioso.

Kernberg, con il suo gruppo di ricerca coordinato da Lenzenweger, ha effettuato uno studio per verificare se a livelli elevati di narcisismo maligno (considerato come dimensione della personalità e non diagnosi categoriale) corrispondesse un più lento declino dell’ansia nel tempo e un più lento miglioramento del funzionamento psicosociale globale dell’individuo.

Il campione della ricerca era composto da 57 soggetti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità (DBP) secondo il DSM-IV. Per un periodo di 12 mesi ai soggetti venivano somministrate ripetutamente nel corso del tempo due scale: la Brief Symptom Inventory-Anxiety Scale (BSI-A) per misurare i livelli di ansia, e la Global Assessment of Functioning (GAF) per valutare il livello di funzionamento psicosociale/psicologico dell’individuo.

Rispetto alle variabili indagate da queste scale, sono state considerate alcune componenti considerate in linea con la concettualizzazione del narcisismo maligno come dimensione della patologia della personalità:

  • La “Predisposizione paranoica”, che include l’esternalizzazione della colpa, la sospettosità e il rancore verso gli altri;
  • La “Dominanza impavida”, che comporta uno stile interpersonale privo di paura e di tendenza alla dominanza sociale;
  • Il “Cuore freddo”, caratterizzato da una propensione all’aggressività dalla capacità di manipolazione e mancanza di empatia.

I pazienti con DBP citati in questo studio, venivano trattati con 1 di 3 possibili trattamenti per pazienti con DBP, già trattati in un precedente studio di Clarkin et al. (2007) per un periodo di 12 mesi. L’assegnazione al trattamento era randomizzata. I ricercatori avevano ipotizzato che elevati livelli di narcisismo maligno avrebbero rallentato in modo significativo il progresso terapeutico, in particolare in termini di miglioramento psicologico/psicosociale globale e di riduzione dell’ansia.

In linea con quanto ipotizzato, i risultati hanno mostrato che il narcisismo maligno aveva un’associazione significativamente più forte con un più lento miglioramento del funzionamento generale (punteggi GAF) a prescindere dal tipo di trattamento utilizzato; inoltre, i comportamenti antisociali risultavano correlati a rallentamenti nel miglioramento dell’ansia.

Questi risultati suggeriscono come il narcisismo maligno possa esercitare un impatto importante sul miglioramento globale della persona, anche in individui trattati, in questo caso in pazienti con DBP.

In particolare, il narcisismo maligno sembra influenzare il decorso di un disturbo di personalità, o la risposta al trattamento, anche quando il disturbo primario non è di tipo narcisistico.

BIBLIOGRAFIA:

Clarkin, J. F., Levy, K. N., Lenzenweger, M. F., & Kernberg, O. F. (2007). Evaluating three treatments for borderline personality disorder: A multiwave study. The American Journal of Psychiatry, 164(6), 922–928.

Lenzenweger M, F, Clarkin J, F, Caligor E, Cain N, M, Kernberg O, F: Malignant Narcissism in Relation to Clinical Change in Borderline Personality Disorder: An Exploratory Study. Psychopathology, 2018;51:318-325.

Nuove prospettive ipnotiche

di Vanessa Paladini e Ilaria Lucia Rollo

Il progresso delle neuroscienze, grazie allo sviluppo ed al perfezionamento di tecniche elettrofisiologiche e di neuroimaging, ha contribuito, tra discordie e controversie, ad abbattere la concezione dell’ipnosi come qualcosa di “mediatico”, “not-evidence-based”, fornendo dei rilevanti contributi in merito alla descrizione di questo processo. Gli studi intrinseci e strumentali in ambito neuroscientifico, hanno cercato di comprendere inizialmente quale fosse la natura dell’ipnosi: stato alterato di coscienza, realtà, oppure simulazione? Una rilevante quantità di ricerche ha fornito una risposta a tale quesito, individuando delle regioni di interesse (ROI: region of interest) nella condizione di ipnosi neutra, ovvero corteccia occipitale, talamo, corteccia cingolata anteriore, corteccia parietale inferiore e prefrontale dorsolaterale.Anche le analisi elettroencefalografiche hanno consentito di tracciare una distinzione tra soggetti in stato di veglia e soggetti in stato di trance ipnotica, attraverso l’utilizzo di alcuni indicatori.

È stato possibile, inoltre, dar prova a livello evidence-based, dell’efficacia dell’ipnosi nel controllo del dolore: una delle sue più remote applicazioni. Il dolore coinvolge componenti sensori-discriminative, motivazionali-affettive e valutative (attentive), si è ipotizzato che la stessa ipnosi agisca su molteplici meccanismi di modulazione del dolore.

Dagli studi di neuroimaging sull’analgesia ipnotica emerge che gli effetti neurofisiologici di quest’ultima dipendono dalle particolari suggestioni fornite: in particolare una suggestione ipnotica che ha come finalità quella di ridurre il grado di spiacevolezza del dolore, ma non di ridurne l’intensità, è connessa con una diminuzione dell’attività della corteccia cingolata anteriore (ACC), preposta alla codifica della componente motivazionale-affettiva del dolore, nessuna modifica era osservata nell’attività della corteccia somatosensoriale primaria (S1), responsabile dell’elaborazione della componente sensoriale-discriminativa dello stimolo doloroso (Ranville et al.,1997).Contrariamente, per quelle suggestioni che avevano come obiettivo quello di ridurre l’intensità dello stimolo nocicettivo è stata osservata una riduzione dell’attività della corteccia S1 ma non di quella dell’ACC (Hofbauer et al., 2001).Questi risultatidimostrano chel’ipnosi può agire in maniera disgiunta sulle diverse componenti della percezione dolorosa, risaltandone il suo carattere dinamico (De Benedittis, 2009).E’ stato osservato, inoltre, che il processo ipnotico sia in grado di regolare i complessi meccanismi del sistema nervoso centrale e periferico, in particolare il segnale di variabilità cardiaca (De Benedittis, 1994); in un’altra ricerca (Langloade, 2002), è emerso, invece, come anche segnali di calore esterni che potenzialmente possono generare dolore, influiscono sull’attivazione delle fibre A-delta e C, dando una valida, seppur non esaustiva, spiegazione dell’effetto analgesico.Anche altre percezioni sono state oggetto di studio per quanto concerne la capacità di modulazione della suggestione ipnotica. In particolare, per la percezione uditiva e visiva dello stimolo, è stato dimostrato (Szechtman, 1998) che durante fenomeni dispercettivi indotti durante la fase ipnotica come le allucinazioni auditive, le aree cerebrali coinvolte sono sostanzialmente le stesse.

Interessante risulta, infine, il legame tra processi mnemonici e memoria: in uno studio di neuroimaging (Mendelsohn, 2008), è emerso come l’eliminazione di memorie episodiche durante la fase ipnotica, conduca aduna modificazione nelle aree cerebrali responsabili del richiamo a lungo termine (corteccia temporale, occipitale e prefrontale). Come si evince il rapporto tra ipnosi e neuroscienze non è più oggetto di dispute e controversie. Esso è basato su un metodo scientifico,che implica la necessità di attribuire un valore empirico a un argomento che, ancor prima delle ricerche sperimentali, è stato oggetto di mistificazione non correlata alla realtà oggettiva. 

Riferimenti bibliografici:“Il cervello ipnotico: un ponte tra neuroscienze e psicoterapia” di Giuseppe de Benedittis – Idee in Psicoterapia- n°3 -2009

Il costrutto dell’assertività

di Doriana Chirico
a cura di Olga IIriti

Tra pensiero, comportamento ed emozione

L’assertività è la capacità di esprimere opinioni personali, bisogni e desideri, tenendo conto e rispettando quelli altrui (Rakus, 1991). Questo stile di comunicazione permette di stabilire relazioni interpersonali positive, costanti nel tempo e reciprocamente gratificanti, attraverso 4 abilità fondamentali:

    • Espressione di sentimenti negativi;
    • Espressione e gestione dei limiti personali;
    • Prendere l’iniziativa;
    • Espressione di sentimenti positivi.

Al contrario, lo stile di comunicazione aggressivo (tendenza a considerare sé stessi, i propri bisogni e diritti come più importanti di quelli altrui) e lo stile di comunicazione passivo (tendenza ad evitare i conflitti interpersonali, di esprimere le proprie idee e sperimentare disagio emotivo) rappresentano condizioni di anassertività.

Obiettivo di questo lavoro è la presentazione del primo studio sperimentale sulla correlazione tra gli schemi cognitivi assertivi ed il comportamento assertivo negli adolescenti.

Vagos e Pereira (2010) hanno proposto il primo modello cognitivo dell’assertività, secondo il quale esisterebbero degli schemi cognitivi responsabili del comportamento assertivo. A partire da questi assunti, nel 2019 si sono occupati della valutazione empirica di:

    • effetti diretti e indiretti (attraverso lo studio del disagio) degli schemi cognitivi assertivi sul comportamento assertivo;
    • effetti diretti delle varie forme di disagio legate all’assertività sulla stessa espressione del comportamento assertivo.

Sono stati somministrati a 679 adolescenti (di età compresa tra i 15 e i 20 anni) l’Assertive Interpersonal Schema Questionnaire (AISQ, Vagos and Pereira, 2010) e la Short Scale for Interpersonal Behavior (s-SIB, Vagos et al., 2014).

Alla luce dei risultati ottenuti, sembrerebbe che gli schemi assertivi siano in grado di predire in maniera diretta la presenza di disagio e di espressioni comportamentali dell’assertività. Nello specifico sono implicati due schemi cognitivi assertivi: Controllo interpersonale e Abilità personale affettiva.

Lo schema del Controllo Interpersonale sarebbe rilevante nel sentirsi meno a disagio e comportarsi in modo assertivo: mostrando sentimenti negativi o positivi, esprimendo e gestendo i limiti personali e prendendo l’iniziativa. Se il soggetto si sente in grado di gestire i problemi interpersonali, probabilmente comprenderà il valore di selezionare un giusta modalità espressiva di comportamento assertivo in base alla richiesta sociale. Questo schema assume una particolare rilevanza in quanto è in linea con il concetto di assertività empatica (Rakus, 1991), secondo il quale le relazioni sarebbero caratterizzate da una reciproca soddisfazione emotiva e strumentale.

L’Abilità Affettiva Personale predice in modo significativo la frequenza di esprimere sentimenti positivi e di sentirsi meno a disagio nel farlo. Questo è in linea con gli assunti della Compassion Focused Therapy, secondo cui si tende a considerare sé stessi come persone degne e di valore nonostante le imperfezioni individuali. Questo concetto potrebbe essere generalizzato anche agli altri, considerandoli allo stesso modo.

Provare un’emozione negativa, infine, avrebbe un effetto inibitorio sul comportamento assertivo, riducendone la frequenza in futuro.

In conclusione, lo studio di Vagos e Pereira ribadisce l’importanza di schemi cognitivi assertivi nell’adottare uno stile assertivo, verificandone la presenza in un campione di adolescenti.

Riferimenti bibliografici

Vagos, P., & Pereira, A. (2019). Towards a cognitive-behavioral understanding of assertiveness: effects of cognition and distress on different expressions of assertive behavior. Journal of Rational-Emotive & Cognitive-Behavior Therapy, 37(2), 133-148.

Vagos, P., & Pereira, A. (2016). A cognitive perspective for understanding and training assertiveness. European Psychologist.

Vagos, P., & Pereira, A. (2010). A proposal for evaluating cognition in assertiveness. Psychological Assessment, 22(3), 657.

W.A Arrindell, R Sanderman, W.J.J.M Hageman, M.J Pickersgill, M.G.T Kwee, H.T Van der Molen, M.M Lingsma (1990). Correlates of assertiveness in normal and clinical samples: A multidimensional approach, Advances in Behaviour Research and Therapy, Volume 12, Issue 4, 1990, Pages 153-282, ISSN 0146-6402, https://doi.org/10.1016/0146-6402(90)90004-A.

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Le emozioni come lenti sul mondo

di Alessandra Capuozzo
a cura di Elena Bilotta

La revisione della letteratura presentata da De Berardis e colleghi (2017) vuole valutare la relazione tra alessitimia e rischio suicidario in diverse classi di pazienti: Disturbi Depressivi, di Disturbi d’Ansia e di disturbi dell’umore come Disturbo dell’Alimentazione Binge e Disturbo Bipolare.

Il tratto alessitimico è stato studiato negli articoli analizzati da De Berardis e colleghi (2017) con l’utilizzo di un test apposito, TAS-20. La TAS-20 studia tre aspetti dell’alessitimia: Difficoltà a Identificare le emozioni, Difficoltà ad Esprimere le emozioni, Pensiero Orientato verso l’Esterno. Il denominatore comune che sembra aumentare il rischio suicidario in pazienti psichiatrici sembra essere la Difficoltà ad Identificare le Emozioni. In effetti, non sembra cosí strano, considerando che l’incapacità ad identificare le proprie emozioni può destabilizzare fortemente il paziente. Facciamo giusto un esempio, un paziente che soffre di BED (Binge Eating Disorder) durante una giornata potrà trovarsi ad affrontare una situazione per lui/lei stressante, come ad esempio un litigio familiare. Questo evento, che potrebbe essere un evento scatenante per l’abbuffata, indurrà sensazioni cosí forti e insopportabili per il paziente che metterà in atto l’abbuffata. Immaginate quanto debba essere forte e intensa quest’emozione tanto da indurre ad una perdita di controllo sull’assunzione di cibo. Se unito a questo ci aggiungiamo un incapacità di comprendere i segnali del proprio corpo e interpretare tali segnali come un emozione sgradevole, il paziente sarà completamente in balia delle sue emozioni. Se questo diventa il normale modo di vivere del paziente, a lungo termine potrebbe determinare un insofferenza tale da rendere la propria vita insopportabile e quindi aumentare le ideazioni suicidarie.

L’associazione su basi biologiche, invece, ancora non è molto chiara. De Berardis e colleghi (2017) hanno evidenziato come l’ideazione suicidaria sia legata a bassi livelli di lipoproteine ad alta densità (o colesterolo “buono”) in pazienti con attacchi di panico, oppure come tale rischio suicidario sia inoltre caratterizzato da una pronunciata infiammazione all’asse ipotalamico-pituitariale-adrenale in pazienti con uno stato di alessitimia cronica.

In conclusione, attualmente non è ancora ben chiaro quali siano le caratteristiche biologiche che aumentano il rischio suicidario in pazienti psichiatrici con alessitimia, ma sembra esserci una relazione tra alessitimia e ideazione suicidaria. Nello specifico, la capacità di comprendere le proprie emozioni assume in questo contesto un ruolo fondamentale, considerando che le emozioni sono le lenti con cui leggiamo il mondo. Se le nostre lenti sono offuscate e non ci fanno vedere, come possiamo agire nel mondo?

Bibliografia:

De Berardis D., Fornaro M., Orsolini L., Valchera A., Alessandro Carano A., Vellante F., Perna G., Serafini G., Gonda X., Pompili M., Martinotti G. and Massimo Di Giannantonio M. (2017). Alexithymia and Suicide Risk in Psychiatric Disorders: A Mini-Review. Frontiers in Psychiatry, Vol. 8, p. 1-6. DOI: 10.3389/fpsyt.2017.00148

Natura e meccanismi della perdita di motivazione

di Veronica Landeschi
a cura di Cristiano Castelfranchi

“Volere è potere” un famoso detto che trova anche le sue fondamenta nel libro di Lessona del 1869, ispirato all’opera di Smiles, che altro non era che la raccolta dei testi di una serie di conferenze rivolte ad un gruppo di giovani inglesi di umili origini, che l’autore aveva tenuto con il fine di spingerli a migliorare la propria posizione sociale.

Troviamo anche moltissimi corsi di motivazione, proprio per incoraggiare le persone ad un cambiamento; per spronarle a raggiungere i loro obiettivi, a far si che il loro desiderio di arrivare ad una determinata condizione desiderata sia possibile.

C’è da chiedersi: perché se una cosa la bramo, la desidero tanto ho bisogno di incoraggiamento per raggiungerla? Quale è, o quali sono, i punti in cui piano piano perdo la motivazione nel raggiungere il mio obiettivo?

Ecco che nel loro articolo, il Prof. Cristiano Castelfranchi e la Prof.ssa Maria Miceli (istituto di Psicologia, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma), “Nature and Mechanism of Loss of Motivation” approfondiscono e analizzano i vari atteggiamenti mentali come la frustrazione soggettiva, l’aspettativa negativa, la delusione e lo scoraggiamento per delineare i loro ruoli nella perdita di motivazione. Sono così analizzate le possibili condizioni cognitive necessarie affinché si presenti la perdita di motivazione.

L’essere umano, in quanto agente cognitivo, quando ha uno scopo che si attiva nella sua mente, si delineano tutte le azioni necessarie per raggiungere lo stato desiderato. Per essere motivati a fare qualcosa occorre, quindi, una relazione tra due obiettivi: per arrivare a “Q” devo ottenere “P”. La forza con cui si desidera raggiungere “q” consiste  nella spinta per pianificare e perseguire i vari sottoscopi “p”, ovvero i sottobiettivi per arrivare al macrobiettivo. Per esempio, se mi voglio laureare (Q) prima devo superare gli esami (P).

Molti studi hanno collegato la perdita di motivazione alla paura del fallimento, soprattutto inteso come un obiettivo di evitamento, in cui ci sono ostacoli o difficoltà da affrontare; ci sono molti momenti in cui l’obiettivo da raggiungere rimane quello e rimane fermo, ma i vari sottobiettivi possono subire qualche battuta di arresto.

Che ruolo ha la frustrazione nella perdita di motivazione? Iniziamo con il dire che un obiettivo non raggiunto non è necessariamente frustrato. Ma per identificare la frustrazione con il nostro obiettivo è necessario considerare il peso del tempo nella sua rappresentazione, tassello che può dare origine ad una perdita di motivazione nel continuare a perseguire lo scopo attivo, o come suggerito da Klinger, attraverso la frustrazione possiamo anche indurre una fase detta di “rinvigorimento” in cui gli sforzi vengono maggiorati per il raggiungimento degli obiettivi. Se mi preparo per un esame e mi pianifico un calendario di studio e non mi preparo per tempo, posso decidere di non presentarmi a questa seduta di esami o posso aumentare la mia voglia di prepararmi in fretta e sostenere l’esame.

Le aspettative giocano un ruolo cruciale nella fase decisionale, in quanto riescono ad influenzare l’intenzione. Un obiettivo per essere considerato raggiungibile deve avere un costo di scelta e di perseguimento inferiore rispetto a quello che sarà il beneficio ottenuto al momento del suo raggiungimento. Se c’è un’aspettativa negativa, relativa al raggiungimento dell’obiettivo, ecco che abbiamo la percezione di una realizzabilità incerta: maggiore è l’inconveniente e più probabile è la perdita di motivazione e la relativa caduta di intenzioni sequenziali.

Quando abbiamo un’aspettativa positiva che diventa un’aspettativa negativa abbiamo una delusione. Ecco che ci si riferisce a quel momento del raggiungimento dei nostri obiettivi in cui assistiamo ad un cambiamento dal positivo al negativo, che influenza la perdita di motivazione. La perdita di motivazione potrebbe anche essere un mezzo per evitare o ridurre la sofferenza, che può generare dalla verifica che lo stato delle cose desiderate non è stato raggiunto, e che quindi, non corrispondendo all’aspettative iniziali, hanno meno probabilità di essere realizzate rispetto a quanto inizialmente previsto.

Uno dei motivi della perdita di motivazione è il costo, in termini di risorse e impegno sostenuto per arrivare all’obiettivo: più ho investito nel perseguire lo scopo e maggiore sarà la sofferenza per non averlo raggiunto, dovuta non solo al costo sostenuto ma anche alle conseguenze cui ha portato il mantenerli, considerando anche tutti gli eventuali costi sommersi.

C’è anche lo scoraggiamento, la situazione in cui si perde il “cuore”, si perde il coraggio di gestirlo, il momento in cui una persona, dopo aver immaginato un risultato positivo, arriva allo scoraggiamento per il non riuscire a raggiungere l’obiettivo desiderato.  Con scoraggiamento (i cui ingredienti cognitivi ed emotivi sono delusione ed intenzione) ci riferiamo ad una tipologia di delusione, in cui delle situazioni che prima erano positive si trasformano in negative, per quanto riguarda il proprio potere di realizzare ed arrivare all’intenzione desiderata.

Questi ingredienti che abbiamo descritto, vanno a delineare un mix di situazioni da valutare, di caso in caso, in quanto gli obiettivi principalmente in gioco sono due, il raggiungimento dello scopo o non raggiungerlo e mantenerne un altro, insieme ad altri minori che interagiscono con essi. Le varie interrelazioni che dipendono da questi aspetti possono essere compatibili, ed anche coincidere, ma possono esserci casi in cui ciò non succede.

L’impulso motivazionale si manifesta ogni volta che la persona avverte un bisogno, che rappresenta la percezione di uno squilibrio tra la situazione attuale e quella che è la situazione-obiettivo desiderato. È così che si presenta un bisogno, percepito come uno stato di insoddisfazione che spinge la persona a procurarsi i mezzi necessari e adoperarsi per riuscire così a realizzarlo o eventualmente sublimarlo. Per il raggiungimento dell’obiettivo è necessario porre attenzione alle variabili che abbiamo indicato e far fronte alle ipotesi presentate; da non sottovalutare che, in alcuni casi, la perdita motivazionale potrebbe essere funzionale, in quanto le condizioni specifiche per le quali la perdita di motivazione fav il benessere soggettivo potrebbe essere diverso da quelle che favoriscono l’adattamento del soggetto.

Bibliografia

Miceli, M., & Castelfranchi, C. (2000). Nature and Mechanisms of Loss of Motivation. Review of General Psychology4(3), 238–263. https://doi.org/10.1037/1089-2680.4.3.238

Foto di Riccardo Bresciani da Pexels

Che tipo di alessitimico sei?

di Daniele Migliorati
curato da Elena Bilotta

Alessitimia, una parola derivata dal greco per indicare la difficoltà nel descrivere e verbalizzare le proprie emozioni. Letteralmente significa “mancanza di parole per le emozioni” e tale costrutto si alterna principalmente in tre dimensioni, ovvero:

  • Difficoltà nell’identificazione delle emozioni
  • Difficoltà nel descrivere le emozioni
  • Stile di pensiero orientato all’esterno

La comunità scientifica si sta tutt’ora chiedendo se l’alessitimia sia in un tratto stabile della personalità oppure costituisca un fenomeno che correla con l’insorgenza dei disturbi mentale. A favore di ciò, esistono dei dati che mostrano come la difficoltà ad descrivere e identificare le emozioni mutino alla variazione dei livelli di stress e depressione. Nonostante questo, studi longitudinali suggeriscono che l’alessitimia sembri essere un tratto abbastanza stabile e quindi un fattore di rischio per le malattie psichiatriche. A tale proposito, si è cercato di capire se esistano dei sottotipi nel profilo alessitimico, in modo da poter avere informazioni maggiori sul tipo di prognosi e sulla predittività psichiatrica di tale costrutto. Diverse evidenze suggeriscono che la difficoltà a identificare le emozioni abbia maggior peso, in quanto correla maggiormente con la gravità dei sintomi psichiatrici. Uno studio recente si è posto come obiettivo quello di confermare l’ipotesi che un sottogruppo di alessitimici con particolare compromissione della dimensione dell’identificazione delle emozioni sia quello portatore di un maggior numero di sintomi e che questi siano più gravi. E’ stato esaminato un campione composto da 2874 partecipanti, che è stato diviso in tre livelli di gravità (basso, moderato e grave) sulla base del risultato della TAS-20, un questionario largamente utilizzato per la valutazione dell’alessitimia che permette di distinguere le tre dimensioni sopra citate. Attraverso una cluster analysis, i ricercatori sono riusciti ad isolare due sottotipi di alessitimia:

  • Gruppo A: punteggi alti nella dimensione descrittivo e pensiero esternalizzato
  • Gruppo B: punteggi alti nella dimensione di identificazione delle emozioni

Tale divisione in sottogruppi mantiene la validità per tutti e tre i livelli di gravità dell’alessitimia.

Due sono i risultati più interessanti di questo studio:

  • I punteggi relativi alla difficoltà nell’identificazione delle emozioni e quelli relativi al pensiero orientato all’esterno sono correlati negativamente, a significare che chi ha uno scoring elevato nella prima, ha punteggi più bassi nella seconda (e viceversa). In generale, i partecipanti con punteggi totali di alessitimia più alti, riferivano una frequenza maggiore di diagnosi pregresse di depressione maggiore e disturbi d’ansia
  • I partecipanti con alessitimia grave appartenenti al gruppo B mostravano maggiori sintomi depressivi e ansiosi rispetto al gruppo A.
  • Le differenze fra sottotipo A e B si mantengono anche nei gruppi a moderata e bassa alessitimia. In più genere, livello di istruzione e status socio-economico non sembrano avere influenza sui risultati appena descritti.

Lo studio mostra come una compromissione maggiore dell’abilità di identificazione delle emozioni sia il fattore maggiormente predittivo della salute psichiatrica. Inoltre, persone con difficoltà nella sfera emotiva potrebbero favorire uno stile cognitivo esternalizzante. Contrariamente, è anche possibile, che partecipanti del gruppo A riferiscano meno frequentemente di avere difficoltà emotive, proprio perché non propensi all’introspezione.

Infine, va fatta anche una considerazione psicometrica sulle sottoscale della TAS-20: anche se la sottoscala di identificazione e descrizione hanno un’ottima validità interna, sembrano essere quelle maggiormente suscettibili ad oscillazioni in congruenza con le variazioni dello stress. Quindi, il fatto di aver riscontrato una correlazione tra gravità, frequenza dei sintomi e difficoltà a descrivere le emozioni, potrebbe dipendere anche dal fatto tale punteggio rispecchi più una situazione momentanea di stress acuto piuttosto che un reale tratto stabile di personalità.

Bibliografia

Kajanoja, J., Scheinin, N. M., Karlsson, L., Karlsson, H., & Karukivi, M. (2017). Illuminating the clinical significance of alexithymia subtypes: A cluster analysis of alexithymic traits and psychiatric symptoms. Journal of Psychosomatic Research, 97, 111-117.