Si può rinunciare ai propri scopi?

di Irene Tramentozzi e Erika Cellitti
a cura di Cristiano Castelfranchi

L’essere umano è un agente cognitivo che regola il proprio comportamento sulla base di stati mentali interni, influenzati da credenze e scopi. Le credenze sono rappresentazioni mentali del mondo organizzate in una rete cognitiva “a nodi” in cui la conoscenza è suddivisa in due livelli, generalizzata (per classi) e specifica-episodica; le credenze definiscono il “come” perseguire gli scopi, intesi quest’ultimi come rappresentazioni mentali dello “stato voluto” che motivano il comportamento umano e attivano l’azione per il raggiungimento di un obiettivo desiderabile (i cosiddetti goal cibernetici) o per l’evitamento di situazioni temute o sgradite (gli avoidance-goal). Quando uno scopo si attiva, l’agente cognitivo cerca di identificare tutte le azioni necessarie al raggiungimento dello stato desiderato.

Cosa succede quando l’agente cognitivo va incontro ad un fallimento? Lo scopo verrà frustrato e la persona sperimenterà uno stato di sofferenza caratterizzato da vissuti emotivi negativi come tristezza, rabbia e senso di colpa. Non tutti gli scopi hanno però uguale valore, se uno scopo è “strumentale”, cioè caratterizzato da obiettivi concreti e specifici finalizzati al raggiungimento di scopi più  astratti e globali (definiti “terminali”), una volta frustrato potrà essere sostituito attraverso varie modalità, o basandosi sull’equivalenza (uno scopo strumentale sarà quindi “rimpiazzato” da un altro di pari valore), oppure per surrogazione  (in questo caso il soggetto rinuncerà ad una parte o ad un aspetto dello stato desiderato originale), o infine, per compensazione, sostituendo lo scopo strumentale non attuabile con uno che risulti realizzabile (ad esempio se il mio scopo terminale è “essere una persona di successo” e non posso diventare “un bravo calciatore”, ripiegherò su un altro obiettivo come “essere un bravo genitore”).

Ci sono però alcuni casi in cui gli scopi non risultano sostituibili basandosi sulle tre modalità sopra descritte, poiché non applicabili al contesto, oppure quando si parla di scopi terminali, relativi al sé-con-l’altro e coincidenti con il progetto di vita della persona. In questi casi, dopo aver elaborato la frustrazione e le emozioni negative ad esse associate, lo scopo diventa inattivo e immagazzinato nella memoria a lungo termine, ma non per questo dimenticato. È il destino di molto scopi reputati irraggiungibili e irrealizzabili, ai quali le persone smettono di pensare e rinunciano a perseguirli. Tuttavia, ci sono alcuni obiettivi irraggiungibili e insostituibili a cui non si riesce a rinunciare, in quanto rimangono attivi nella propria mente. La persona sembra incapace di accettare lo stato delle cose e percepisce quello scopo come irrevocabile. Quest’ultimo non riuscendo ad essere sostituito, rende meno desiderabili gli altri, che divengono di poco valore e sembrano essere troppo difficili, pesanti e costosi da perseguire. Questa condizione è associata ad un vissuto di tristezza, pensieri depressivi, perdita di interesse, ruminazione e tendenza al pessimismo. Le persone non riescono a spostarsi in altri domini del sé e rimangono ancorate all’obiettivo irraggiungibile.

Ma cosa spinge le persone a continuare ad investire su uno scopo “impossibile”?

Secondo la psicologia dei “sunk cost” (“costi sommersi”) è possibile spiegare questo meccanismo poiché l’aumento del valore dello scopo è direttamente proporzionale all’aumentare dei costi già sostenuti, quindi nonostante il sicuro fallimento, la scelta del decisore sarà influenzata dalla motivazione di base di evitare lo “spreco” dei costi sostenuti sino ad allora. Pertanto, anche se il soggetto rinuncia al perseguimento dello scopo, questo rimarrà attivo mentalmente proprio a causa dell’investimento delle risorse già attuato.

Si individuano in particolare due classi di scopi irrevocabili: gli scopi di autodefinizione, che permettono di mantenere il senso della propria identità, e gli scopi di attaccamento, che permettono altresì di mantenere i legami affettivi.  Gli scopi irrinunciabili e irraggiungibili comportano, per loro natura, dei pesanti costi di “mantenimento” tuttavia, è possibile affermare che svolgano anche una duplice funzione positiva: da una parte, permettono di avere un’immagine sociale stabile, condizione basilare per l’interazione sociale poiché permette al soggetto di essere reputato come affidabile e prevedibile; dall’altra, permettono di avere coerenza dando un significato e uno scopo alla propria vita, così da mantenere l’identità personale.

Ma quando risulta conveniente perseguire in scopi irrevocabili e irraggiungibili? È necessario valutare caso per caso, considerando primo fra tutti la durata della “fissazione”, fondamentale per distinguere una tristezza fisiologica e transitoria, da uno stato depressivo permanente e invalidante. Va ricordato che la tristezza, e più in generale, gli stati emotivi negativi, quando non sono permanenti e protratti nel tempo, svolgono una funziona adattiva poiché evitano scelte pericolose, permettono di riflettere e riorganizzare gli schemi cognitivi e rivalutare la propria gerarchia dei bisogni.

Bibliografia:

“Irrevocable goals” di M.Miceli e C.Castelfranchi; Review of General Psychology 2017, Vol. 21, No. 1, 69–81; http://dx.doi.org/10.1037/gpr0000094

Ansia per la salute e regolazione delle emozioni in età evolutiva: esiste una relazione?

di Anna S. Nicolì
curato da Giuseppe Romano

Negli ultimi anni, l’interesse sul fenomeno dell’ansia per la salute nei bambini e negli adolescenti è cresciuto anche in considerazione del ruolo che può avere la regolazione delle emozioni nell’eziologia del problema. L’ansia per la salute  si riferisce a una preoccupazione per la propria salute e all’ansia o alla  preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia (Asmundson, Abramowitz, Richter, & Whedon, 2010), in un continuum che si estende da lieve a grave (Ferguson, 2009). Quando l’ansia per la salute diventa eccessiva e influisce sul funzionamento quotidiano si può porre diagnosi. La regolazione delle emozioni, presente dai primissimi anni di età, implica la capacità di gestire l’intensità degli stati emotivi sperimentati, positivi o negativi che siano, in modo tale da essere funzionali ed utili a quanto richiesto dall’ambiente, attuando una risposta adeguata ed adattiva ai diversi contesti. Il “controllo” delle emozioni, compresa la capacità dei bambini di adattarsi al loro cambiamento, è stato considerato importante per il benessere generale in quanto si ritiene essere un fattore di protezione rispetto all’insorgenza di eventuali problematiche psicopatologiche.

In un recente studio è stato esaminato il rapporto tra ansia auto-riferita per la salute, regolazione delle emozioni e costrutti associati in bambini e adolescenti. Al campione, composto da 79 bambini e adolescenti (38 f. e 41 m.) tra 7 e 15 anni (età media = 10,89 anni; Ds = 2,11), veniva chiesto di completare una serie di misure che esaminavano l’ansia per la salute, la regolazione delle emozioni, la sensibilità all’ansia e la depressione, attraverso quattro scale e sottoscale (Scale di atteggiamento per la malattia infantile; Indice di sensibilità all’ansia infantile; Scala di gestione delle emozioni dei bambini; Inventario della depressione infantile). Non sono state osservate associazioni statisticamente significative tra ansia per la salute e regolazione delle emozioni; sono state dimostrate alcune associazioni statisticamente significative tra sensibilità all’ansia, depressione e regolazione delle emozioni. Sono state invece osservate associazioni statisticamente significative tra ansia per la salute e sensibilità all’ansia coerenti sia con le ricerche precedenti su popolazioni di adulti e bambini sia con la letteratura esistente.

Appare da valutare attentamente l’identificazione dei risultati ottenuti, tuttavia non è trascurabile considerare la quantità elevata di sottoscale esaminate che riguardavano non solo l’aspetto emozionale in toto, bensì, in una particolare scala, veniva analizzata per ogni emozione, la sua inibizione, la disregolazione, nonché le capacità di coping, applicate a tale emozione. Sarebbe utile considerare inoltre la possibilità, nei successivi studi, di utilizzare un campione con comorbilità molto bassa con altre condizioni di salute sia fisica che mentale già esistenti.

Risulta frammentario e poco utile il risultato finale ottenuto, considerando la mancanza di una base teorica, il campione piccolo e l’aspetto riguardante la patogenesi dell’ansia per la salute. La sensibilità all’ansia è probabilmente un’interazione complessa dovuta a fattori infantili, familiari, sociali e ambientali nonché trattasi di una caratteristica variabile nelle diverse etnie (nello studio effettuato l’84,8% del campione era di origine caucasica) e nei diversi contesti culturali ai quali il campione appartiene.

Riferimenti bibliografici
Sarah J. Reiser, Amanda M. Oliver, Hilary A. Power & Kristi D. Wright (2019): Health anxiety and emotion regulation in children and adolescents: is there a relationship?, Children’s Health Care, DOI: 10.1080/02739615.2019.1629297

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Il ruolo dei bisogni sentiti

di Alessandra Santoro
a cura di Cristiano Castelfranchi

I bisogni sono scopi di grande forza motivante, hanno una natura molto particolare, non solo perché sono rappresentati come imprescindibili necessità la cui mancata soddisfazione è concettualizzata come un danno, ma anche perché si possono “sentire”.
Castelfranchi (2004) delinea l’importante differenza tra “avere un bisogno” e “sentire il bisogno” di qualcosa, e l’efficacia del ruolo cruciale svolto dal corpo e dalla propriocezione nei bisogni “sentiti”, ovvero soggettivamente percepiti e particolarmente “pressanti”.

Si può pensare al passaggio tra i diversi bisogni come un susseguirsi di livelli.

Nella cognizione umana, avere un bisogno, significa che si ha una mancanza di qualcosa (ad esempio: una risorsa, una condizione, un’azione) che si rappresenta come necessaria al raggiungimento di uno scopo, per cui diventa uno scopo-mezzo, che implica un’azione compiuta sotto la spinta di un impulso o istinto, in cui no n entra in gioco il ruolo del corpo.

Prima di affrontare il livello del sentire un bisogno, è opportuno considerare un livello intermedio: quello dei bisogni oggettivi assunti, che ancora non coincidono con i bisogni sentiti, in quanto l’essere umano, può venire a conoscenza di un suo bisogno e tuttavia continuare a non “sentirlo”.

E’ al livello dei bisogni sentiti che il corpo assume una funzione discriminante. Per poter essere attivati, questi bisogni, necessitano di condizioni particolari: una persona deve percepire una  sensazione proveniente dal proprio corpo, deve avere la credenza di avere bisogno di una determinata cosa per raggiungere il suo scopo, ed inoltre deve attribuire la sensazione provata a quella mancanza che non gli permette di soddisfare il bisogno, per cui si attiva la ricerca in termini cognitivi e comportamentali.

Un bisogno sentito, di natura psicologica, che definiamo secondo la classificazione di Castelfranchi come bisogni sentiti astratti, non coinvolgono un segnale somatico periferico, ma ciò che si “sente” è un segnale o una traccia percettiva che è nel cervello e si trova associata a una data configurazione di scopi e credenze.
Sentire bisogni psicologici comporta una forma di disagio, dolore o sofferenza “mentale”, che implica anch’essa un segnale proveniente dal corpo, in questo caso a livello cerebrale non periferico ed inoltre, sentire questi bisogni può comportare l’attivazione di un “marcatore somatico” (Damasio, 1994), cioè di una traccia centrale di esperienze emotive o percettive associate alle rappresentazioni mentali implicate da tali bisogni.

L’importanza del riconoscere i bisogni sentiti, permette di comprendere in che maniera coinvolgono le credenze, gli scopi e l’ emozioni.
Un bisogno sentito si basa sulla credenza che la causa di ciò che si sente è una mancanza, inoltre secondo il meccanismo feeling as information, il sentire un bisogno può essere la base per formare una credenza.

I bisogni, in quanto scopi, hanno la capacità di elicitare un altro scopo, che siano essi mentali o pratici, come quelli che inducono ad  un’azione per essere soddisfatti.

I bisogni sentiti, ovviamente, possono sia associarsi che evocare altre emozioni, ad esempio relative anche al bisogno stesso, in cui la persona che le sperimenta può giudicarsi, positivamente o negativamente, per provare quel bisogno e ciò determina un’altra emozione.

Bibliografia:

Castelfranchi C. & Miceli M.(2004). Gli scopi e la loro famiglia: Ruolo dei bisogni e dei bisogni “sentiti”. Cognitivismo Clinico, 1, 5-19.
Damasio, A.R. (1994). Descartes’ error. New York: Putnam’s Sons.

 

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Il ruolo della vergogna nel DOC

di Giuseppe De Santis
a cura di Barbara Basile

Il DSM-5 riconosce il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e disturbi correlati come una recente classificazione diagnostica. La categoria include il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da dismorfismo corporeo, la tricotillomania, la dermatillomania e il disturbo da accumulo.

Gli studi hanno dimostrato come il timore di colpa per irresponsabilità giochi un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento del DOC. Tuttavia, nel presente articolo l’emozione di senso di colpa non verrà presa in considerazione. Per un approfondimento clinico e scientifico aggiornato si veda “La mente ossessiva” (Mancini, 2016).

In che cosa sono simili tutti i quadri clinici menzionati?

Oltre alle emozioni comunemente considerate come la colpa o l’ansia, diversi autori tra cui Weingarden (2015) suggeriscono che la vergogna potrebbe essere un anello trasversale di congiunzione tra queste diverse condizioni.

Secondo la definizione di Castelfranchi (2017), la vergogna è un’emozione sociale con la funzione di proteggere i nostri scopi di buona immagine, ovvero essere valutati positivamente da noi stessi e dagli altri. Si prova vergogna quando si teme un fallimento personale rispetto a degli standard ideali che ci si è posti, sentendosi quindi inadeguati.

La vergogna motiva al ritiro e all’isolamento sociale, compromettendo il funzionamento. È associata alla depressione, al suicidio e agisce come ostacolo per il trattamento terapeutico.

La vergogna dovuta ai sintomi e la vergogna per il proprio corpo sono particolarmente rilevanti nel DOC. La prima consiste in una valutazione secondaria di inadeguatezza rispetto alla presenza di un disturbo mentale; la seconda è un giudizio di indegnità dovuto alla percezione di difetti fisici.

Consideriamo ora il ruolo della vergogna in maniera più specifica.

La letteratura sul disturbo ossessivo-compulsivo suggerisce che la vergogna si riferisce al contenuto delle ossessioni e ai comportamenti compulsivi. Le ossessioni con contenuti violenti, sessuali o blasfemi potrebbero innescare più di tutte la vergogna dovuta ai sintomi. Successivamente, le compulsioni possono essere eseguite per neutralizzare sia l’ansia che la vergogna.

Nella tricotillomania e nella dermatillomania la vergogna dovuta ai sintomi è in relazione ai comportamenti dello strappare i capelli, stuzzicare la pelle e ai comportamenti post-compulsivi. La vergogna per il corpo, sperimentata in risposta ai danni derivanti dai comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, insorge come emozione secondaria.

La vergogna dovuta ai sintomi nel disturbo da accumulo potrebbe accompagnare i pensieri sull’essere difettoso, dovuti al convivere con il disordine. La bibliografia sottolinea una variabile cognitiva che può essere correlata alla vergogna: l’insight critico. I soggetti con sintomi ego-distonici possono sperimentare vergogna in modo più pervasivo.

La vergogna per il proprio corpo è stata considerata un’emozione primaria sin dalle prime descrizioni cliniche del disturbo da dismorfismo corporeo. All’interno di un modello cognitivo, si ipotizza che bias cognitivi come l’attenzione selettiva al corpo e la generalizzazione eccessiva dei difetti fisici portino a cognizioni irrazionali sull’immagine corporea che generano vergogna.

L’attenzione alla vergogna potrebbe aumentare l’efficacia dei trattamenti del DOC, considerando alcune proposte critiche.

I clinici dovrebbero fornire una precoce psico-educazione ai pazienti in trattamento. Ricevere informazioni accurate e obiettive sul ruolo delle emozioni ha probabilmente il potenziale di ridurre la vergogna, diminuire i comportamenti protettivi e incoraggiare la ricerca di aiuto.

Le terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione potrebbero inoltre fornire interventi utili sulla vergogna da incorporare all’interno degli attuali trattamenti di ristrutturazione cognitiva, funzionali ad affrontare la vergogna come problema secondario e fattore di mantenimento.

Infine, sono necessarie ulteriori ricerche sulla vergogna come fattore di rischio e barriera al trattamento. I supporti empirici incoraggerebbero ad occuparsi della vergogna, con l’obiettivo di promuovere il miglior benessere psicologico possibile da un punto di vista globale.

Riferimenti bibliografici

Castelfranchi C., Che figura. Emozioni e immagine sociale, Bologna: Il Mulino, 2017.

Del Rosso A., Beber S., Bianco F., Di Gregorio D., Di Paolo M., Lauriola A.L., Morbidelli M., Salvatori C., Silvestri L., Basile B., La vergogna in psicopatologia, Cognitivismo Clinico (2014) 11, 1, 27-61.

Mancini F., La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Milano: Raffaello Cortina, 2016.

Weingarden H., Renshaw K.D., Shame in the obsessive compulsive related disorders: a conceptuale review, Journal of Affective Disorders, vol. 171 (2015): 74-84.

Autostima e regolazione delle emozioni nel Disturbo Narcisistico di Personalità: implicazioni per il trattamento

di Aleandra Rocci
curato da Elena Bilotta

In un recente articolo scritto da Elsa Ronningstam, psicoanalista statunitense esperta di diagnosi e trattamento del disturbo narcisistico di personalità, vengono proposte e discusse strategie e interventi che servono a proteggere, mantenere e a far progredire il processo terapeutico col paziente narcisista, fino all’obiettivo di miglioramento del funzionamento della personalità e di cambiamento. Secondo l’autrice, nella costruzione dell’alleanza terapeutica è importante identificare le basi dell’autoregolazione narcisistica del paziente, ovvero le specifiche fluttuazioni dell’autostima e delle emozioni, in quanto aspetti interdipendenti nel funzionamento narcisistico. Il funzionamento del paziente può influenzare la regolazione delle emozioni e dell’autostima e viceversa. Questo a sua volta influenza le relazioni interpersonali, gli eventi della vita del paziente e specialmente la fase di costruzione dell’alleanza terapeutica e il trattamento. Il terapeuta incoraggia e aiuta il paziente ad identificare i propri trigger e il modo in cui vengono espressi nelle relazioni interpersonali. Questo può essere di particolare aiuto sia per il paziente, e cioè per avvicinarlo agli aspetti più critici del suo funzionamento, sia  risultare informativo per il terapeuta sulle precedenti esperienze di attaccamento, su eventi cruciali dello sviluppo, sulla riattivazione di un trauma e sulle implicazioni che questo ha nella relazione terapeutica. La costruzione dell’alleanza terapeutica nei pazienti narcisisti può essere molto complessa, tanto da richiedere mesi e in alcuni casi essere sia un aspetto centrale del trattamento che uno degli obiettivi principali della terapia.

Nell’articolo l’autrice evidenzia sei strategie terapeutiche utili per la costruzione dell’alleanza.

Attraverso un approccio generalmente esplorativo e collaborativo in primo luogo è necessario identificare e raggiungere un accordo sul problema che il paziente intende affrontare. Questo punto di partenza è molto importante per far sì che il paziente trovi il coraggio e la motivazione ad affrontare il problema.

In secondo luogo, l’attenzione iniziale può essere focalizzata su problemi riguardanti l’autostima, fino a quando l’alleanza non sarà abbastanza solida per permettere al paziente di tollerare l’esplorazione delle emozioni.

In terzo luogo, l’atteggiamento non giudicante del terapeuta, con l’utilizzo di termini come “impegnativo”, “difficile”, “complesso”, validano il dolore dei pazienti e tendono anche a diminuire la loro reattività e le difese.

Quarto, è importante incoraggiare gradualmente la curiosità e la capacità di riflessione del paziente ponendo domande come “cosa pensi che ti faccia reagire, sentire in questo modo?”. Questo serve ad attivare la capacità riflessiva e l’autovalutazione del paziente e permette di avere descrizioni più informative delle loro difficili esperienze legate sia all’autostima che alle emozioni.

Quinto, promuovere il senso di agentività del paziente, in base alle capacità, aspirazioni e obiettivi. Questo è particolarmente importante quando il paziente è alle prese con un grave senso di inferiorità. E’ importante promuovere l’autonomia e un senso più solido di agentività personale.

Sesto, anche quando l’alleanza è solida e c’è fiducia, collaborazione, rispetto e comprensione, eventi esterni possono improvvisamente provocare resistenza nel paziente con evitamento, disinteresse, critica sprezzante. L’evitamento del paziente e il rifiuto più o meno esplicito degli interventi terapeutici può in alcuni casi indicare il riemergere di un trauma precoce. Con una solida alleanza il paziente sarà in grado di riflettere sulle proprie difese e lavorare su di esse.

La sfida nell’affrontare la vulnerabilità narcisistica costituisce parte integrante della terapia.

Bibliografia

Ronningstam E. Intersect between self-esteem and emotion regulation in narcissistic personality disorder – implications for alliance building and treatment. Biomedcentral: Borderline PersonalityDisorder and EmotionDysregulation (2017) 4:3 DOI 10.1186/s40479-017-0054-8

Ansia, strategie di coping e gioco di finzione nei bambini ospedalizzati: uno studio italiano

di Alice Micheletti
curato da Giuseppe Romano

Quando si parla di ospedalizzazione si pensa ad un allontanamento fisico e sociale dagli affetti più cari e dalle abitudini e routine. La letteratura sul ricovero ospedaliero sottolinea come, a breve termine, il disagio nell’affrontare un ricovero possa compromettere l’efficacia di una procedura medica richiesta, mentre a lungo termine, possa portare a difficoltà nell’intraprendere ulteriori trattamenti medici.

Nei bambini, le esperienze che provocano ansia come i ricoveri possono inficiare sulla crescita fisica, sulla personalità e sullo sviluppo emotivo. Studi empirici suggeriscono come l’ansia sperimentata dai bambini possa manifestarsi attraverso diverse modalità come la regressione nel comportamento, alcune forme di aggressività, la poca disponibilità alla cooperazione, il rifiuto e la difficoltà a riprendersi dalle procedure. I bambini che sono coinvolti in programmi psicologici pre-ricovero si sono dimostrati più in grado di contenere l’ansia a livelli più bassi, sia prima dell’intervento chirurgico sia nella fase post-operatoria.

Una ricerca condotta dall’Università di Padova ha valutato i punti di forza e di debolezza dei bambini che hanno subito uno o più ricoveri ospedalieri; mediante un approccio triangolare e l’uso del gioco, sono stati valutati l’ansia di stato e di tratto, le capacità di coping e il funzionamento cognitivo e affettivo. Questi, pur essendo aspetti indipendenti tra loro, nella loro interazione potrebbero spiegare il modo in cui si affronta un’esperienza stressante. 50 bambini ospedalizzati di età compresa tra i 6 e i 10 anni sono stati confrontati con 50 bambini non ospedalizzati e i bambini al primo ricovero sono stati confrontati con bambini con più di un’esperienza di ricovero. È stato proposto l’uso di tre misure: lo STAI-C, per valutare l’ansia di stato e di tratto, una checklist sulle strategie di coping (CCSC-R1 – Children’s Coping Strategies Checklist-Revision 1), e la versione estesa dell’Affect in Play Scale – Preschool – Brief (APS-P-BR) per valutare le dimensioni cognitive e affettive del gioco. Dai risultati si evince che, mentre l’ansia di stato risulta significativamente più elevata nei bambini ricoverati, non vi sono significative differenze per l’ansia di tratto tra bambini ospedalizzati e non ospedalizzati. Difatti, l’ansia di tratto accompagna il bambino nelle esperienze quotidiane, compreso il ricovero ospedaliero, e come tale, se elevata, deve essere riconosciuta come una vulnerabilità di base del bambino. L’ansia di tratto ha un ruolo importante nella risposta del bambino al ricovero, quanto più è alta tanto più la sua percezione del ricovero, come esperienza stressante, sarà alta e tanto meno efficace sarà la sua capacità di superamento.

I bambini ricoverati riportano punteggi più alti rispetto ai bambini non ospedalizzati anche nelle strategie di supporto. Come suggerito da Wilcox (2018), l’efficacia delle strategie di gestione è influenzata dalla ricorrenza e dalla durata dei ricoveri: bambini con più di un ricovero sono meno inclini ad evitare lo stress della situazione e a richiamare pensieri positivi. Riguardo al gioco di finzione, i bambini ricoverati mostrano punteggi cognitivi molto più alti rispetto ai non ricoverati: nell’elaborazione dei temi delle storie ricorrono ad una maggiore complessità e arricchimento, presentando, al contempo, una maggiore fantasia e immaginazione nel gioco. Questi due elementi potrebbero rappresentare una modalità per affrontare la realtà angosciante e sconosciuta dell’esperienza del ricovero ospedaliero. Tuttavia, i bambini ospedalizzati sono più limitati nelle espressioni affettive nel gioco, forse per paura di essere sopraffatti dai sentimenti stressanti che il ricovero può attivare. Infine, i bambini ospedalizzati sono comunque in grado di organizzare un finto gioco e la loro ansia non differisce dai bambini non clinici; in più esprimono un atteggiamento attivo volto alla ricerca e all’utilizzo di modalità di difesa, prevenzione e al riconoscimento del proprio bisogno di sostegno. Nonostante ciò, i ricoverati appaiano maggiormente limitati nelle espressioni affettive. Non vi sono differenze sostanziali per i punteggi concernenti il gioco e l’ansia tra bambini al primo ricovero e bambini con più di un ricovero; eppure i bambini al primo ricovero hanno ottenuto un punteggio più alto nella gestione e nella ristrutturazione cognitiva positiva e nelle strategie di prevenzione rispetto ai bambini con più di un ricovero.

Come riferisce Lewick, valutare l’assistenza sanitaria, sottolineando le risorse e le capacità dei bambini, significa riconoscere e sostenere la resilienza dei pazienti, i loro punti di forza, e contribuire a comprendere il modo in cui un bambino-paziente può gestire le difficoltà della sua vita. Determinare risorse e vulnerabilità dei pazienti risulta essere una valida strategia per comprendere il funzionamento adattivo e risolutivo impiegato dagli stessi per affrontare l’esperienza di ricovero. La valutazione psicologica dei bambini in fase di ricovero, rispetto all’interazione di variabili come l’ansia, le abilità di coping e le modalità di gioco, può essere un supporto e una guida per gli operatori sanitari ai fini della determinazione del rischio di un bambino di evolvere verso esiti psicologici negativi dovuti al ricovero, può aiutare a pianificare progetti di intervento adeguati e consente di fornire l’assistenza di base ai bambini ricoverati in futuro. Lo studio di Del Vecchio et al. (2019), a tal proposito, può essere uno spunto per la progettazione di interventi mirati all’accrescimento delle capacità personali e sociali necessarie alla gestione dello stress causato da esperienze altamente preoccupanti come quella di un ricovero ospedaliero.

Riferimenti bibliografici

Del Vecchio E., Salcuni S., Lis A., Germani A., Di Risio D., Hospitalized Children: Anxiety, Coping Strategies, and Pretend Play, Public Health, 06 September 2019.
Wilcox LN., Exploring Coping Skills of Hospitalized Children: A Children’s Book Proposal. (2018).
Lerwick JL., Minimizing pediatric healthcare-induced anxiety and trauma. World J Clin Pediatr. (2016) 8 5:143–50.

Mindfulness e Dipendenza da Sostanze

di Chiara Bellia
a cura di Alberto Chiesa

Gli interventi basati sulla mindfulness (MBIs) sono sempre più utilizzati nel panorama internazionale nell’ambito dell’uso e dell’abuso di sostanze.

Per le persone che soffrono di dipendenza, il comportamento di abuso è un mezzo per sopprimere esperienze emotive spiacevoli difficilmente tollerabili e gestibili, ed è qui che entra in gioco la mindfulness. Essa è una pratica di consapevolezza (Kabat-Zinn, 2018) che, in questo caso, aiuta a rendere le persone più consapevoli degli stati affettivi e delle sensazioni corporee che precedono la ricaduta, come ad esempio il desiderio incontrollabile di ricercare ed assumere la sostanza. Chi pratica la mindfulness può osservare i propri stati interni come se fosse un’osservatore esterno, più distaccato e meno reattivo (Brewer et al., 2012), imparando così a prevenire le possibili ricadute.

Gli interventi basati sulla mindfulness sono più efficaci dei programmi non clinici e non inferiori in termini di efficacia di diversi trattamenti tradizionali (Chiesa e Serretti, 2014). Per il 50–70% dei pazienti sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, la ricaduta rimane un problema (McHugh, Hearon e Otto, 2010). I programmi non clinici invece, come quello dei 12 passi, non sono adeguati per le persone il cui stile di vita non combacia con la filosofia del percorso.

Attualmente esistono molti protocolli basati sulla mindfulness, come l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), l’MBSR (Mindfulness-based Stress Reduction), l’MBCT (Mindfulness-based Cognitive Therapy), la 3S-Therapy (Spiritual Self Schema Therapy) e così via. Tali interventi sono accomunati dal fatto che favoriscono una migliore capacità di attenzione alle esperienze interne ed esterne così come si verificano in un dato momento; inoltre promuovono un atteggiamento non giudicante e di apertura all’esperienza presente (Bishop et al., 2004).

Cosa rende questi interventi maggiormente efficaci di altri per il trattamento dell’abuso di sostanze?

  • Favoriscono lo sviluppo di un atteggiamento non giudicante verso la sofferenza, con conseguente riduzione della stessa (Kabat-Zinn, 1982);
  • Consentono di cambiare i propri schemi di pensiero e/o gli atteggiamenti nei confronti dei propri pensieri (Teasdale, Segal e Williams, 1995);
  • Promuovono l’accettazione dell’esperienza nel momento presente, piacevole o spiacevole che sia (Segal, Williams e Teasdale, 2014).

La pratica della mindfulness pone quindi l’individuo nella condizione di poter gestire le proprie esperienze, piuttosto che tentare di fuggire o evitare quei pensieri e quelle emozioni negative che spesso portano a desiderare la sostanza e a ricadere nella dipendenza.

Diverse ricerche di neuroimaging confermano questi dati; secondo Hӧlzel e colleghi (2011) la pratica della mindfulness può portare a cambiamenti significativi nelle strutture cerebrali associate alla riduzione della ruminazione mentale. Mentre uno studio di Westbrook e colleghi (2013) ha mostrato come la mindfulness accresca la capacità di smorzare la propria reattività di fronte a stimoli correlati al desiderio della sostanza.

Le attuali evidenze scientifiche suggeriscono che gli interventi basati sulla mindfulness possano ridurre il consumo di diverse sostanze, tra cui alcol, cocaina, metanfetamine, marijuana, tabacco e oppiacei. Per concludere, la mindfulness si sta affermando prevalentemente come terapia complementare e, in alcuni casi, come terapia a se stante, come una delle modalità terapeutiche più efficaci per contrastare le dipendenze e non solo.

Riferimenti bibliografici

Bishop, S.R., Lau, M., Shapiro, S., Carlson, L., Anderson, N.D., Carmody, J., et al. (2004). Mindfulness: A proposed operational definition. Clinical Psychology, 11, 230–241.

Brewer, J.A., Elwafi, H.M., & Davis, J.H. (2012). Craving to quit: Psychological models and neurobiological mechanisms of mindfulness training as treatment for addictions. Psychology of Addictive Behaviours, On line publication.

Chiesa, A., & Serretti, A. (2014). Are Mindfulness-Based Interventions Effective for Substance Use Disorders? A Systematic Review of the Evidence. Substance Use & Misuse, 49, 492–512.

Hӧlzel, B.K., Lazar, S.W., Gard, T., Schuman-Olivier, Z., Vago, D.R., & Ott, U. (2011). How does mindfulness meditation work? Proposing mechanisms of action from a conceptual and neural perspective. Perspectives in Psychological Sciences, 6, 537–559.

Kabat-Zinn, J. (1982). An outpatients program in behavioural medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation: Perliminary considerations and preliminary results. General Hospital Psychiatry, 4, 33–47.

Kabat-Zinn, J. (2018). Mindfulness per principianti. Milano: Mimesis Edizioni.

McHugh, R.K., Hearon, B.A., & Otto, M.W. (2010). Cognitive behavioral therapy for substance use disorders. Psychiatric Clinic of North America, 33, 511–525.

Segal, Z.V., Williams, J.M.G., & Teasdale, J.D. (2014). Mindfulness: Al di là del pensiero, attraverso il pensiero. Torino: Bollati Boringhieri.

Teasdale, J.D., Segal, Z.V., & Williams, J.M.G. (1995). How does cognitive therapy prevent depressive relapse and why should attentional control (mindfulness) training help? Behaviour Research & Therapy, 33, 25–39.

Westbrook, C., Creswell, J.D., Tabibnia, G., Julson, E., Kober, H., & Tindle, H.A. (2013). Mindful attention reduces neural and self-reported cue-induced craving in smokers. Social Cognitive & Affective Neuroscience, 8, 73–84.

Disgusto morale e rabbia

di Roberta Romano
a cura di Barbara Basile

Due emozioni molto studiate sono il disgusto e la rabbia, soprattutto per quanto riguarda questioni etiche. Alcuni studi affermano che sentimenti ostili servono per prendere decisioni morali. Secondo l’ipotesi the community/contempt – autonomy/anger – divinity/disgust (CAD) la rabbia sembra nasca come risposta a violazione dei diritti e dell’autonomia, mentre il disgusto, nella sua accezione più morale, origina da violazioni della divinità o della purezza. In precedenti ricerche è stato ipotizzato che il disgusto possa sorgere quando una persona è vista come cattiva, indipendentemente dalla norma morale infranta, mentre la rabbia sembra essere legata alla valutazione di un’azione come giusta o sbagliata. Per testare queste ipotesi, Ginger-Sorolla e Chapman (2017) hanno svolto tre studi in cui sono state manipolate singolarmente le variabili relative all’azione e all’indole (caratteristiche che definiscono il carattere di un individuo) rispetto a violazioni morali dannose. Nel primo studio si presentano due brani: nel primo c’è John che apprende il tradimento della sua fidanzata e, sopraffatto dalla rabbia, la picchia; nel secondo c’è Robert che, di fronte alla medesima notizia, sfoga la rabbia sul gatto invece che sulla donna. E’ stato chiesto ai partecipanti di valutare il comportamento di John e Robert e di riportare le loro emozioni. I risultati indicano che l’azione rivolta contro il gatto è giudicata meno sbagliata rispetto a quella rivolta contro la donna, mentre il carattere morale di Robert è valutato peggiore rispetto a quello di John. Lo scenario del gatto e quello della donna evocano differentemente scenari di disgusto e rabbia, in particolare alti punteggi di disgusto per lo scenario del gatto e livelli elevati di rabbia per quello della donna. Coerenti con le previsioni, i risultati mostrano che un alto disgusto è associato con una valutazione del personaggio più negativa, rispetto alla rabbia. Il secondo studio ha cercato di separare l’azione dal protagonista: l’informazione riguardo l’azione è variata dalla manipolazione delle conseguenze e dal fatto che l’altra persona è stata danneggiata o meno. Inoltre è stato variato se l’agente credeva che l’azione avrebbe causato danno o meno. Come ci si aspettava, il desiderio dell’agente di provocare danno innalza nei partecipanti il giudizio di personaggio cattivo e ha portato alla scelta del disgusto più spesso rispetto alla rabbia, ancor di più quando non ci sono conseguenze. La rabbia invece predomina sul disgusto quando ci sono conseguenze dannose ma non il desiderio di danneggiare. Nell’ultimo studio gli autori hanno rimosso la manipolazione della credenza, fornendo informazioni solo sul desiderio di danneggiare e sulle conseguenze del danno, ipotizzando che la valutazione della persona mostrerebbe una più forte influenza di disgusto rispetto alla rabbia, mentre la valutazione dell’azione sarebbe legata maggiormente alle conseguenze, mostrando così un’influenza più forte della rabbia rispetto al disgusto. Si è visto che la rabbia è più alta quando accadono conseguenze negative, anche se l’agente non lo desiderava ma, contrariamente all’ipotesi di partenza, solo quando le emozioni sono focalizzate sulla persona piuttosto che sull’atto. I risultati dei tre studi supportano l’ipotesi dei ricercatori che il disgusto sarebbe attivato, in misura maggiore rispetto alla rabbia, come risposta a informazioni riguardanti le caratteristiche dell’agente. Complessivamente, questi risultati suggeriscono che disgusto e rabbia, sotto certe condizioni, sono sensibili alle diverse variabili morali. Sarebbe interessante valutare anche le differenti funzioni sociali di queste due reazioni, considerando anche il loro ruolo in diverse condizioni psicopatologiche (ad esempio, il disturbo ossessivo compulsivo e diversi disturbi di personalità).

Riferimenti bibliografici:

Giner-Sorolla, R., & Chapman, H. A. (2017). Beyond purity: Moral disgust toward bad character. Psychological Science.

Azioni al posto delle parole

di Daniele Migliorati
curato da Elena Bilotta

La relazione tra autolesionismo e alessitimia nel Disturbo Borderline di Personalità.

Il disturbo Borderline di Personalità (DBP) viene definito nel DSM-5 come avente caratteristiche di “instabilità dell’immagine di sé, degli obiettivi personali, delle relazioni interpersonali e degli affetti, accompagnata da impulsività tendenza a correre rischi e/o ostilità”. Una delle difficoltà maggiori di tali pazienti è sicuramente la regolazione delle emozioni e questo potrebbe spiegare l’insorgenza di comportamenti pericolosi dei DBP, come l’autolesionismo. I metodi più frequenti riportati sono tagli, graffi, bruciature, colpi con oggetti contundenti e battere la testa contro il muro. Tali comportamenti sembrano essere funzionali alla regolazione delle emozioni; infatti i pazienti spesso raccontano di utilizzare tali condotte autodistruttive con l’intento di minimizzare un’emozione negativa oppure per comunicare o influenzare altre persone, quindi agendo le proprie difficoltà invece di verbalizzarle (azioni al posto delle parole). Circa il 70% dei pazienti DBP ha una storia di autolesionismo. Questi comportamenti hanno conseguenze negative e costi anche per la salute generale, dato che tagli e contusioni sono spesso motivo di accesso a cure di pronto soccorso.

Doctors (1981) suggerisce che le condotte autolesionistiche, a prescindere che si verifichino in pazienti con DBP o meno, possano essere collegate all’alessitimia, ovvero all’incapacità di identificare e descrivere le proprie emozioni, unita a una tendenza a focalizzarsi su elementi esterni/concreti, piuttosto che alla propria esperienza emotiva. La difficoltà a descrivere le proprie emozioni sembra spiegare i comportamenti autolesionistici, come se i pazienti alessitimici, non essendo in grado di comunicare le proprie emozioni adeguatamente, agissero tali comportamenti al fine di ridurre il distress emotivo. Una ricerca recente condotta su 185 pazienti con DBP, nel tentativo di capire quale sia l’associazione fra alessitimia, autolesionismo e DBP, ha confermato il precedente dato circa la grande frequenza di condotte autolesionistiche nei BDP (82% del campione) e ha identificato cinque funzioni di tale comportamento, ovvero:

1) soppressione/evitamento di emozioni negative;
2) auto-punizione;
3) evitamento di immagini o ricordi spiacevoli;
4) evitamento di sensazioni di vuoto;
5) per sfuggire da uno stato di confusione.

Inoltre, il 71% del campione presentava alti punteggi di alessitimia. In ultima analisi, la ricerca riporta che esiste un’associazione fra la frequenza degli eventi autolesionistici e il punteggio di alessitimia, a prescindere dal genere e dalla eventuale comorbilità con sintomi depressivi. Lo studio illustra quindi come una maggior compromissione sul piano della comunicazione emotiva possa essere un fattore fortemente predittivo del comportamento autolesionistico in un campione di pazienti con disturbo borderline di personalità.

Questo risultato è estremamente rilevante in campo clinico, perché indirizza le scelte di strategia terapeutica verso l’obiettivo di migliorare ed ampliare il vocabolario delle emozioni in tali pazienti, al fine di migliorare le loro capacità di regolazione emotiva. É infatti noto che il solo saper riconoscere le emozioni e saperle nominare correttamente, riduce di molto il loro impatto attivante. Numerosi approcci terapeutici di matrice cognitivista, come la terapia dialettico comportamentale, si focalizzano sulle abilità di regolazione delle emozioni in tali pazienti come strategia primaria di trattamento.

Riferimenti bigliografici

Sleuwaegen, E., Houben, M., Claes, L., Berens, A., & Sabbe, B. (2017). The relationship between non-suicidal self-injury and alexithymia in borderline personality disorder:“Actions instead of words”. Comprehensive psychiatry, 77, 80-88.

Doctors S. The symptom of delicate self-cutting in adolescent females: a developmental view. In: Feinstein SC, Looney JG, Schwartzberg AZ, & Sorosky AD, editors. Adolesc Psychiatry. Chicago: University of Chicago Press; 1981. p. 443–60.