L’uso della fotografia in psicoterapia

di Marzia Albanese

Storia, tecniche e utilità clinica

È il 1850 quando il direttore del manicomio femminile di Surrey, il dottor Hugh Welch Diamond, decide di utilizzare la fotografia come strumento di cura per le sue pazienti e di testimonianza dei loro progressi nel corso della terapia effettuata. Tra queste, i casi di due donne trattate con successo furono presentati alla Royal Society di Londra: una affetta da depressione post-partum e l’altra da delirio.
Entrambe le donne vennero fotografate nel corso del loro trattamento psichiatrico allo scopo di permettergli di osservare la trasformazione del loro aspetto e aumentare la consapevolezza circa i loro progressi attraverso l’interazione con la propria immagine.

È questo il cuore della foto-terapia, pratica perfezionata dalla psicologa e arte-terapeuta Judy Weiser che promuove l’utilizzo del materiale fotografico nel processo terapeutico: l’intento è fare emergere vissuti, ricordi e pensieri, a partire dalla convinzione che “il modo in cui una persona guarda le fotografie riflette il modo in cui si pone di fronte al mondo e agli altri”.

Si può dunque ricorrere all’uso di questo strumento all’interno di un percorso psicoterapeutico?
A Lione, Alain Baptiste e Claire Belisle propongono il metodo del photolangage, successivamente sviluppato da Claudine Vacheret, per favorire la mediazione del pensiero e della parola all’interno di un gruppo psicoterapeutico. Questo metodo, applicabile a gruppi composti da un massimo di dieci membri (adolescenti, adulti, anziani) con difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi, è strutturato in sei sessioni settimanali della durata di un’ora e un quarto circa, condotte da due psicoterapeuti. In un primo tempo i membri del gruppo vengono chiamati a scegliere una fotografia tra quelle proposte su una base tematica in linea con l’obiettivo terapeutico concordato e, successivamente, a condividere la propria scelta e le sue ragioni agli altri partecipanti. Ogni immagine viene così posta sotto la visuale di diversi punti di vista e “messa in discussione”, validando il punto di vista di ognuno che, guardato con flessibilità, diviene immediato spunto di riflessione sulla possibilità di adottare una prospettiva diversa, a volte più funzionale.
Il metodo del photolangage trova oggi applicabilità in svariati ambiti: dal sostegno alla genitorialità ai processi di transizione dei pazienti in attesa di essere dimessi da strutture pubbliche e private (ser.D., carceri, consultori, servizi di salute mentale) per favorire i processi di integrazione sociale.

Un’altra tecnica che integra l’utilizzo della fotografia al processo terapeutico di gruppo è il fotocollage. Questo metodo favorisce l’emergere dei conflitti e dei bisogni dell’individuo attraverso il contrasto delle immagini scelte e della loro localizzazione nello spazio, dando vita, attraverso le foto selezionate, a un dialogo interiore o alla “messa in scena” della propria storia di vita. Tale strumento si rivela, infatti, molto utile nella raccolta della vulnerabilità storica dei rifugiati e richiedenti asilo poiché, se inserito all’interno di un setting terapeutico strutturato, permette di fare emergere i vissuti emotivi e gli eventi di vita traumatici legati al viaggio migratorio. Uno studio condotto dall’arteterapeuta Debra Kalmanowitz ha mostrato come l’integrazione del fotocollage alla mindfulness abbia portato a un aumento della resilienza e delle strategie di gestione delle perdite subite dopo esperienze estreme e traumatiche. Similmente, lo psicologo Owen Fitzpatrick ha condotto una ricerca sulle donne bosniache sopravvissute ai conflitti bellici in cui l’uso di materiale fotografico ha favorito non solo l’esplorazione delle esperienze traumatiche legate alla guerra, all’oppressione e all’esilio, ma anche l’integrazione di queste esperienze lungo il continuum della propria vita.

Nel setting psicoterapeutico individuale possiamo invece ricorrere ai più svariati utilizzi della fotografia. Possiamo chiedere alla persona di raccogliere momenti di vita specifici finalizzati alla ricostruzione della propria storia di vita o foto che permettano la ricostruzione di eventi frammentati legati a scompensi traumatici. E ancora, con pazienti che difficilmente accedono alla parte più vulnerabile di sé o che hanno difficoltà di accesso a ricordi precoci, richiedere foto dell’infanzia può rivelarsi estremamente utile e favorirne il contatto compassionevole con la parte bambina. Ricorrere invece all’uso di fotografie del paziente scattategli da altre persone, magari da quelle per lui significative, potrebbe permettere di riflettere sulla sua immagine da un punto di vista esterno o sulle sue relazioni con gli altri per lui significativi. Judy Weiser propone inoltre l’uso dell’autoritratto: un metodo che permette al paziente di autodescriversi ed esprimere sé stesso in modo alternativo. Nell’autoritratto, infatti, l’individuo ha il pieno controllo di ogni aspetto dello scatto (posizione, sfondo, parte di sé da mostrare) e, di conseguenza, il risultato finale altro non sarà che quello che la persona tende o vuole mostrare di sé e quello che invece, rimasto invisibile dietro le quinte, vuole nascondere.

Il potere di questo strumento in chiave terapeutica è del resto l’oggetto di numerosi lavori artistici. Da “Some Disordered Interior Geometries” di Francesca Woodman a “The final project” di Jo Spence, sino al più recente “Someone to love” di Cristina Nunez. Quest’ultima, offre, ai nostri occhi, un processo di esplorazione interiore che, attraverso autoritratti scattati dal 1988 al 2011 con l’alternanza di foto di famiglia, non solo permette l’accesso a eventi significativi della sua vita (l’infanzia, l’adolescenza da tossicodipendente, l’emigrazione in Italia) ma ne rappresenta anche una disperata e lunga ricerca di qualcuno da poter amare: sé stessa. L’uso del materiale fotografico in psicoterapia si rivela pertanto possibile se inserito all’interno di un setting strutturato che allontana la fotografia dal valore puramente estetico per divenire utile strumento in grado di indagare, esprimere e rafforzare l’identità dell’individuo. Perché, del resto, per dirlo con le parole di Francesca Woodman: “You cannot see me from where I look at myself”.

Per approfondimenti:

Diamond, H. W. (1857). I. On the application of photography to the physiognomic and mental phenomena of insanity. Proceedings of the Royal Society of London, (8), 117-117.

Fitzpatrick, F. (2002). A search for home: The role of art therapy in understanding the experiences of Bosnian refugees in Western Australia. Art Therapy, 19(4), 151-158.

Kalmanowitz, D., & Ho, R. T. (2016). Out of our mind. Art therapy and mindfulness with refugees, political violence and trauma. The arts in psychotherapy, 49, 57-65.

Lacoste, L. (2007). Approche psychothérapique groupale d’un sujet psychiatrique âgé à travers un groupe Photolangage®. NPG Neurologie-Psychiatrie-Gériatrie, 7(42), 29-34.

Vacheret, C. (2008). Il Photolangage: un metodo gruppale a veduta terapeutica o formativa. Psicologia: Teoria e Prática, 10(2), 180-191.

Weiser, J. (1984). Phototherapy–becoming visually literate about oneself. Visual literacy: Enhancing human potential.

https://www.cristinanunez.com/portfolio/someone-to-love/

https://www.tique.art/exhibitions/jo-spence-the-final-project/

 

Amarsi ai tempi del Coronavirus

di Annamaria Striano

È quasi banale dirlo, ma deve essere continuamente sottolineato: tutto è creazione, tutto è cambiamento, tutto è flusso, tutto è metamorfosi. Henry Miller

Dal 4 marzo 2020, data in cui sono entrati in vigore i decreti per l’emergenza Covid-19, abbiamo dovuto adattare la nostra libertà privata e sociale ai nuovi limiti da essi imposti sia nella progettualità sia nell’azione. Tutte le nostre esigenze si sono dovute riadattare in un flusso intrecciato di attività lavorative e familiari e, conseguenzialmente, si è modificato il nostro modo di vivere le relazioni affettive e sentimentali.

Alcuni legami si sono rafforzati, taluni sono svaniti, altri ancora stanno attraversando una metamorfosi. Abbiamo avuto la possibilità di sperimentare un nuovo modo di vivere l’amore, l’amicizia, i rapporti familiari, senza contare che la quarantena forzata ci ha obbligati a fare i conti con noi stessi e con le nostre necessità più intime.

Fra le emozioni più provate e sperimentate in coppia in questo periodo, oltre alla tristezza e alla rabbia, vi è la noia, questa misconosciuta, spesso ignorata, evitata o negata, ma che assolve a funzioni delicate e adattive. La noia esperita nella relazione sentimentale mette in evidenza una invalidazione delle credenze, delle aspettative e degli scopi comuni a entrambi i partner, pertanto ricopre un significato psicologico legato al “cambiamento”. Un cambiamento di punti di vista, di esigenze, di abilità creative. Il filosofo Umberto Galimberti la definisce come “uno stato esistenziale e psicologico che insorge quando l’esperienza del soggetto è progettualmente e affettivamente demotivata”.

Quando si esperisce la noia, tendenzialmente il livello di attenzione e di motivazione cala. Si ha la percezione dello scorrere del tempo, come “se non passasse”, e per questo gli viene data una connotazione negativa. Gli scopi del soggetto perdono di attrattiva e i comportamenti che ne conseguono, come ad esempio l’inerzia, non fanno che mantenere inattivi tali scopi. La funzione adattiva della noia è quella di segnalarci che stiamo vivendo una realtà, interna o esterna, scarna di autenticità e novità, priva di elementi creativi e fantasiosi. Pertanto, nel fronteggiamento di essa, i partner possono ricercare e sperimentare nuove strategie, stimolando la propria creatività e costringendosi a cercare soluzioni originali a compiti o situazioni reputate, in condizioni standard, noiose.

Possiamo distinguere tre categorie di relazione sentimentale:

  1. Il rapporto stabile, spesso con figli, appesantito da vecchie difficoltà comunicative durante il lockdown.
  2. La relazione giovane che, in condizione di quarantena, ha dato la possibilità ai partner di viversi e sperimentarsi sotto vari punti di vista, da quello progettuale a quello ludico.
  3. La relazione problematica, ove sono presenti varie tipologie di violenza psicologica e, a volte, anche fisica, che in questo periodo è stata messa ancor più a dura prova.

Nelle prime due, il comune denominatore è il reinventarsi, il riscoprirsi, singolarmente come nella coppia. È importante che entrambi i componenti abbiano impegni diversi, quindi il bisogno di ritagliarsi uno spazio da dedicare a sé stessi; ricorrere alla resilienza, la capacità di far fronte in maniera positiva a un danno, riorganizzando la propria vita dinanzi alle difficoltà; ricostruirsi, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità; confrontarsi in maniera attiva e non giudicante, utilizzando meglio i tempi della coppia per la coppia, e se sono presenti figli, coinvolgerli.
Può essere molto utile, inoltre, il riscoprirsi sessualmente, con fantasia e nuova complicità.

Per la terza categoria, c’è bisogno di un’attenzione maggiore e più specifica, in quanto verosimilmente i meccanismi disfunzionali della relazione si sono incancreniti e le dinamiche di coppia vanno ben oltre i concetti di pariteticità e cooperazione, altresì la mancanza di rispetto delle esigenze del partner, l’aggressività e i soprusi in genere la fanno da padrone. Vista la potenziale gravità, è consigliabile contattare i servizi addetti presenti sul territorio o quantomeno fare riferimento a esperti del settore.

Ora che siamo entrati nella “Fase 2” e ancora una volta siamo sottoposti a cambiamenti e a nuovi equilibri, ci potrebbero essere nuove esigenze da analizzare e alcune coppie potrebbero essere più unite, altre più confuse e altre ancora più distanti di prima. D’altronde ogni trasformazione richiede una sofferenza o una perdita. Facciamo in modo, quindi, che tutto quello compreso e fatto nostro nella cosiddetta Fase 1, non vada perso, ma venga utilizzato e ulteriormente ottimizzato per vivere questo nuovo momento al meglio, con tutte le novità e le sfide che si presenteranno.

Un epitaffio lasciato vuoto

di Giada Di Biase e Federica Iezzi 

La sospensione di un lutto in epoca di Covid-19

In questo momento, la nostra quotidianità appare sospesa, surreale, ci viene richiesto di essere prudenti, possiamo uscire di casa ma solo adottando precauzioni, tra l’indossare mascherine e mantenere il distanziamento sociale. In queste stesse ore in cui si comincia finalmente a parlare di “Fase 2”, in cui fa capolino una “nuova normalità”, le persone continuano a morire.

Prepotentemente il Covid-19 è entrato nelle nostre vite, stravolgendole senza sensi di colpa e portandosi via i nostri cari nel modo più illogico e inaccettabile: in completa solitudine, la stessa che costringe alla lontananza per non essere infettati, quella “protettiva”, utile, per non diffondere il virus, e giusta per non rendersi suoi complici e gravare su una condizione già precaria.
E una campana suona nel paese, che pare quasi fantasma. Si muore da soli. “Un lenzuolo con disinfettante e un minuto per l’addio”: non solo non si possono celebrare i funerali, ma non si può neanche vedere per un’ultima volta coloro che sono andati via. Un saluto silenzioso, di pochi minuti, a qualche metro di distanza, senza poter oltrepassare quella invisibile linea di confine, il pianto. Ci si trova impreparati a elaborare un lutto, sospesi tra dolore e paura.

Coloro che studiano i processi di funzionamento della mente definiscono il lutto come “un evento che minaccia o compromette scopi personali”. Parimenti, il lutto, in psicologia, rappresenta “uno stato psicologico che consegue alla perdita di un oggetto significativo che è stato parte integrante dell’esistenza”. Tale perdita può avere diverse connotazioni, tra le quali viene annoverata la morte di una persona.
Il lutto impatta come fosse granito sulla fluidità della vita, imprime la sua forza attraverso echi gravi e acuti di sentimenti contrastanti. Si assesta su stati mentali che abitano la sofferenza individuale e che finiscono per rivestire di velluto la psiche affinché l’impatto venga attutito.  Così, nell’incredulità, vengono gettate le fondamenta per una modifica generale nel funzionamento dell’individuo, affinché la vita trovi il suo spazio per continuare a fluire.

Seppur l’essere umano possiede competenze necessarie per superare tale evento ed entrare in uno stato di accettazione, che consterebbe di circa 18 mesi, è possibile che esso venga protratto e finisca per divenire patologico qualora la persona rinunci ad accogliere  la sua irrimediabilità. Il lutto si materializza come una ferita aperta, difficile da rimarginare, generata da un “distanziamento” perenne tra le parti e che  fatica, dunque, a cicatrizzare. Il non poter essere stati vicini alla persona scomparsa, il senso di colpa per non aver condiviso con lei gli ultimi momenti della sua vita, il sentirsi egoisti per aver fatto prevaricare l’aura del contagio sul bisogno di viversi pienamente il dolore e prendere consapevolezza che non è possibile poter modificare tale condizione sono solo alcuni dei motivi che riempiono lo spazio della sofferenza nella persona che permane nello stato luttuoso.  A tali motivi si aggiungono ulteriori credenze che s’intrecciano ai dettagli dell’esperienza più intima e personale dell’individuo.

Le prime osservazioni sulla sintomatologia post lutto vennero condotte da Lindermann  nel 1944, unitamente alla descrizione di tre principali stati:

  • Shock e incredulità
  • Cordoglio acuto
  • Risoluzione del processo

La più recente e ancora attuale teoria della psichiatra svizzera Kuble Ross definisce l’elaborazione del lutto come un processo che si sviluppa attraverso cinque fasi, che possono presentarsi con tempistiche, alternanze e intensità diverse:

  • Fase della negazione o del rifiuto, caratterizzata da una negazione psicotica dell’esame di realtà
  • Fase della rabbia, caratterizzata da ritiro sociale, sensazione di solitudine, necessità di indirizzare il proprio dolore e la colpa verso sé stessi o terzi
  • Fase della contrattazione/patteggiamento, caratterizzata da una rivalutazione delle proprie risorse e da un riappropriarsi dell’esame di realtà
  • Fase della depressione, caratterizzata dalla consapevolezza che il dolore per la morte è personale ma accomuna tutti e che la morte è inevitabile
  • Fase dell’accettazione, caratterizzata dalla totale elaborazione della perdita e dell’accettazione della diversa condizione di vita

In questo contesto, lo stato di accettazione rappresenterebbe un ritorno a una situazione simile al periodo pre-luttuoso, caratterizzato da un miglioramento del tono dell’umore e dalla riduzione delle problematiche psicosociali.
E quando non si va incontro a questa fase di risoluzione?
Il lutto può collocarsi nel versante patologico. Come osservato, si presentano ostacoli invalicabili nell’accettarne l’irrimediabilità, condizione per cui reazioni emotive, sensazioni fisiche, cognizioni e comportamenti dell’individuo si alternano vicendevolmente e minacciano la salute psichica e, con essa, gli scopi personali dell’individuo. È necessario, in questi casi, avviare un percorso di psicoterapia che tenga conto della complessità di tali alterazioni. In tale contesto, nel periodo successivo alla perdita, l’obiettivo è quello di orientarsi verso il disinvestimento e l’abbandono degli scopi compromessi a favore del raggiungimento di scopi personali perseguibili.
Unitamente agli interventi di terapia cognitivo comportamentale più classici e di “terza onda”, tra cui l’Acceptance Commitment Therapy (ACT) o la Compassion Focused Therapy (CFT), è possibile utilizzare tecniche quali l’EMDR e, ancora, l’intervento di gruppo terapeutico. In particolare, all’interno della relazione terapeutica, è possibile per l’individuo sperimentare quella sensazione di “non essere più solo”, trovando riparo nel “posto sicuro”, luogo terapeutico dove è possibile accettare e affrontare le angosce e i pensieri dolorosi, valutare nuove strategie, pensieri e considerare punti di vista che differiscono da quello condizionato dall’esperienza del lutto.  Questi interventi promuovono il processo di accettazione modificando, al contempo, la tendenza della persona in lutto a isolarsi.

Per concludere, con le parole dello scrittore Julian Barnes: “Il dolore ti rovescia lo stomaco, ti toglie il respiro, riduce l’apporto di sangue al cervello; il lutto sospinge in una direzione nuova”.

Per approfondimenti

Bonanno, G.A., Wortman, C.B., Lehman, D.R., Tweed, R.G., Haring, M., Sonnega, J. et al. (2002. Resilience to loss and cronich grief: a prospective study from pre-loss to 18 months post-loss. Journal of personality and social psychology, 83, 1150-1164.

Galimberti, U. (1999). Psicologia Torino: Garzanti

Perdighe, C., Mancini, F. (2010). Il lutto. Dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Psicobiettivo, 2010, 30, 127-147

Esporsi a un trauma senza viverlo

di Marzia Albanese

L’ombra del trauma vicario nel trattamento del Disturbo Post-Traumatico da Stress

Michael è di New York. Ogni mattina, quando prende l’ascensore del suo palazzo, immagina gente in fiamme correre fuori, le urla riempire la hall. Prova a non pensarci e a chiudere gli occhi. Ma quando chiude gli occhi, Michael vede arti intrappolati tra le macerie e spesso, per tale ragione, non riesce a dormire e passa le sue notti girovagando per il quartiere.

Michael è uno psicoterapeuta che lavora a Manhattan e si occupa ormai da molti anni di Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Dall’11 settembre del 2001, ha preso in carico quasi esclusivamente pazienti sopravvissuti all’attacco del World Trade Center. Alcuni erano fuggiti dagli edifici che crollavano, mentre altri erano stati tra i primi a essere rinvenuti e soccorsi nella catastrofe.

Nel 2004, però, qualcosa cambia. Michael è spesso nervoso, si sente depresso e la notte proprio non riesce a prendere sonno. A volte invece ci riesce, ma gli incubi lo svegliano.
Il tempo scorre nella vita di Micheal. Inizia a evitare situazioni sociali, non partecipa più a feste e compleanni. Non prende più i mezzi pubblici ed è spesso vittima di veri e propri attacchi di panico.

Che cosa è successo a Michael?

La psicologa americana Laurie Pearlman lo chiama “trauma vicario” ovvero una condizione che può colpire chi lavora con persone gravemente traumatizzate (psicologi, infermieri, medici, operatori) in seguito a un forte coinvolgimento empatico che può determinare un vero e proprio cambiamento, in negativo, degli schemi cognitivi e dei sistemi di credenze che portano, come quanto accade a chi è vittima di un trauma, a un generale senso di sfiducia in sé e nel mondo. “Sono rimasta colpita dal lavoro sui traumi nei modi che non mi aspettavo o non capivo”, racconta la Pearlman rispetto alla sua esperienza iniziale con le vittime di abusi sessuali: “ho visto come le mie visioni positive venissero messe in pericolo e ho trovato difficile mantenere vivo il mio atteggiamento normalmente ottimista”.
A partire dalla sua esperienza e da altre osservazioni cliniche, la Pearlman sottolinea, dunque, con la concettualizzazione del trauma vicario, l’importanza e la difficoltà del terapeuta di gestire una concezione del mondo alterato e in definitiva distruttiva, non soltanto nel trattamento del paziente, ma anche nella sua stessa vita interiore. Per tale ragione, nonostante l’esposizione all’evento traumatico sia indiretta, la sintomatologia che si presenta in un trauma vicario è esattamente analoga a quella riscontrabile in un quadro clinico di PTSD: pensieri intrusivi, evitamento, aumento dell’arousal, flashback, visione negativa del mondo circostante vissuto come pericoloso e ingiusto.

Come lo stesso Michael insegnava durante le sue lezioni accademiche, se immaginiamo un limone, lo teniamo bene a mente e ci concentriamo sulle sue qualità (il suo vivo colore giallo, il suo profumo di agrumi) e poi immaginiamo di tagliarne una fetta per gustarne il sapore acido e forte, bhé… Difficilmente non staremo già salivando!

Pensare e immaginare produce una relazione fisica e, di conseguenza, quando un terapeuta di un paziente con PTSD ascolta una storia di violenza, l’immaginazione empatica può inavvertitamente innescare una reazione fisiologica simile a quella che la vittima ha vissuto: tachicardia, nausea e altri elementi come le risposte di lotta o fuga.

A conferma di questo, Yael Danieli, psicologo ed ex sergente delle Forze di Difesa israeliane, in una revisione delle reazioni emotive dei terapeuti che lavorano con i sopravvissuti all’Olocausto, descrive come si siano spesso trovati a condividere gli incubi dei pazienti sopravvissuti: in nove mesi di trattamento, un terapeuta ha infatti riferito di aver avuto solo due sogni che non erano legati a storie dei suoi pazienti, mentre un altro ha confessato che la prima volta in cui ha visto un numero di identificazione tatuato sull’avambraccio di un paziente, è dovuto “uscire per vomitare.”

Nonostante ovviamente, non tutti coloro che lavorano in ambito clinico, sono soggetti a sviluppare il trauma vicario a causa di diverse variabili (stili di attaccamento, risorse interne ed esterne, livello di esposizione alle memorie traumatiche) è consigliabile che chiunque lavori a vario titolo con tali tipologie di pazienti, prenda alcuni accorgimenti specifici: mantenere un collegamento costante con i colleghi con cui condividere le esperienze ascoltate e i propri vissuti emotivi connessi, effettuare una specifica formazione nel campo del trauma che possa fornire utili strategie di gestione di eventuali rischi, bilanciare il lavoro con lo svago e il riposo e, infine, mantenere sempre viva la propria rete familiare, sociale e relazionale.

E Michael? Oggi ha ripreso la sua attività clinica, dopo averla interrotta per un periodo limitato di tempo, necessario alla sua ripresa.

“Quando i miei pazienti mi diranno che non posso capire quello che hanno passato, adesso so cosa rispondere”.

Per approfondimenti:

Kogan, I. (2002) Book Review and Commentary: International Handbook of Multigenerational Legacies of Trauma. By Yael Danieli. Journal of Applied Psychoanalytic Studies 4, 93–97

Pearlman L.A., Saakvitne K.W. (1995). Trauma and the therapist: Countertransference and vicarious traumatization in psychotherapy with incest survivors. Norton, New York

Reuben A. (2015) When PTSD Is Contagious. Therapists and other people who help victims of trauma can become traumatized themselves. The Atlantic

Stamm B.H. (1995). Secondary traumatic stress: Self-care issues for clinicians, researchers and educators. MD: Sidran Press, Lutherville.

Distanziamento: l’effetto sui ragazzi

di Caterina Villirillo

È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi di ciò che accade

La parola d’ordine di questi ultimi mesi è “distanziamento”: siamo continuamente bombardati da informazioni che ribadiscono quanto sia importante mantenere le distanze dagli altri, rinunciare alle nostre abitudini, ai nostri hobby e alla nostra vita sociale. Ma che effetto ha tutto ciò sugli adolescenti?

Dalla letteratura sappiamo che il fattore che più correla con la felicità in età evolutiva è avere buone relazioni interpersonali. Le relazioni con i pari, infatti, sembrano avere notevoli effetti sul benessere soggettivo dei bambini e degli adolescenti sia nella loro vita quotidiana sia nel corso del loro sviluppo a lungo termine. Quello che fa la differenza nel percepire le relazioni come soddisfacenti e quindi fonte di felicità, è quanto si ha l’impressione di contare, di essere visto, di essere importante per le persone significative o per il gruppo cui si appartiene.

In un momento così singolare della storia, ciò che più lamentano i nostri pazienti adolescenti è, infatti, l’impossibilità di frequentare i loro amici: questa sembra essere l’unica cosa di cui sentono veramente la mancanza, dimostrando, per il resto, di aver sviluppato un buon adattamento e rivelandosi molto più bravi di noi adulti a differenza di quanto si potrebbe pensare.

Cosa si può fare, dunque, per promuovere il benessere dei ragazzi e favorire la coltivazione delle relazioni sociali anche nel convivere con la pandemia?
Sicuramente è fondamentale fare in modo che abbiano, all’interno della routine quotidiana, un momento dedicato alla condivisione e al confronto con i pari, utilizzando le piattaforme online che tutti abbiamo imparato a conoscere bene negli ultimi tempi. Riprendere le attività scolastiche online è stato sicuramente d’aiuto poiché ha favorito un’occasione di socialità a cui i ragazzi avevano dovuto rinunciare ma, in generale, sono diverse le attività che si possono svolgere a distanza con i propri coetanei e questo periodo di quarantena può essere un’occasione per stimolare la creatività dei ragazzi e valutare possibilità di confronto con gli altri che in tempi “normali” può essere più difficile considerare.

Una domanda che mi piace porgere ai pazienti è: “Cosa posso fare grazie al Coronavirus?”. Quest’interrogativo, che in un primo momento può spiazzare, può invece stimolare le capacità di problem solving e favorisce, parlando in termini di Acceptance and Commitment Therapy, il perseguimento dei propri valori adottando metodi alternativi e avendo in mente cosa è importante per sé a prescindere da come si coltiva. Quello che noto nella pratica clinica è che, lavorando in questi termini e dunque promuovendo le competenze sociali e il perseguimento dei propri obiettivi, i pazienti stanno meglio, forse anche più di noi adulti, spesso ancorati alle nostre routine e con scarsa creatività.
È davvero emozionante scoprire insieme ai ragazzi la bellezza di fare nuove amicizie sui balconi, scoprendo di avere una vicina di casa coetanea e con tante passioni in comune che magari per tanti anni, presi dalle proprie attività e dal caos della vita quotidiana, non avevano mai notato. È bello riscoprire la bellezza della scrittura e imparare a coltivare le proprie amicizie per corrispondenza, raccontando le proprie giornate e sentendosi meno soli nell’affrontare questi cambiamenti che sono sicuramente d’impatto. È stimolante avere degli appuntamenti quotidiani fissi per fare sport insieme, cucinare delle torte anche con quegli amici lontani, che abitano in quartieri diversi della città con cui, in condizioni normali, è più difficile condividere momenti della propria quotidianità. I nostri ragazzi hanno imparato a divertirsi anche partecipando a party online e festeggiando il loro compleanno spegnendo le candeline davanti a più dispositivi collegati contemporaneamente, riscoprendo la bellezza dei piccoli gesti dimenticati come ricevere un disegno per regalo o una poesia dedicata.

Qualche giorno fa ho ricevuto questo messaggio da una “pazientina”:

“Questo compleanno l’ho passato pensando molto ai tuoi consigli, l’ho trascorso con tanta felicità, amore e creatività come mi hai detto, e anche se ero collegata virtualmente con le mie amiche mi sono focalizzata sulla bellezza del momento, le ho sentite molto vicine, ho ricevuto dei disegni bellissimi, ho capito quanto ci tengono a me. Si sono impegnate tanto anche se erano a distanza e ho trascorso ore spensierate con loro: è un compleanno che ricorderò!”.

Questo ci fa riflettere sull’efficacia di lavorare sulla promozione del benessere in qualsiasi contesto. È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive più o meno grandi, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi degli eventi e promuovere una condotta in linea con i propri valori che garantisce un appagamento immediato.

Sicuramente stiamo vivendo un periodo difficile, diverso dal solito, ma questa diversità ci sta insegnando tanto e sicuramente, quando si ritornerà alla normalità, ci ritroveremo tutti un po’ cambiati e magari sapremo distinguere meglio cosa possiamo tralasciare, in cosa possiamo rallentarci e cosa è invece importante per noi, perseguendolo con tutti i mezzi disponibili e con soluzioni che in altri tempi sarebbe difficile immaginare.

Per ulteriori approfondimenti

Demir M., Ozen A., Dogan A., Bilyk N.A. & Tyrell F.A. (2011): I Matter To My Friend, Therefore I Am Happy: Friendship, Mattering, And Happiness. Journal of Happiness Studies, 12, 983–1005.

Demir M. & Weitekamp, L.A. (2007). I am so happy cause today I found my friend: Friendship and personality as predictors of happiness. Journal of Happiness Studies, 8, 181–211.

Holder M.D. & Coleman B. (2009). The Contribution of Social Relationships to Children’s Happiness; Journal of Child and Family Study, 10, 329-349.

Lópéz-Perez B., Sánchez J. & Gummerum M. (2016). Children’s and Adolescents’ Conceptions of    Happiness. Journal of Happiness Studies, 17, 2431–2455.

Mata K.A. (2019). Happiness: The Young Filipina Perspective. International Journal of Scientific & Engineering Research, vol 10, 1521-1525.

Nickerson A.B. & Nagle R.J. (2004). The influence of parent and peer attachments on life satisfaction in middle childhood and early adolescence. In Quality-of-life research on children and adolescents (pp. 35-60). Springer, Dordrecht.

Terry T. & Huebner E.S. (1995). The relationship between self-concept and life satisfaction in children. Social Indicators Research, 35, 39–52.

Turrell S.L. & Bell M. (2019). ACT per adolescenti. Trattare teenager e adolescenti in terapia individuale e in gruppo. A cura di Rossi E. Roma, Giovanni Fioriti Editore.

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Comprendere il ritiro sociale

 di Lucia Destino e Luana Stamerra

Il volume “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”, a cura di Michele Procacci e Antonio Semerari analizza il fenomeno e i modelli clinici utili a individuarne le diverse forme cliniche e le strategie di trattamento utili a intervenirvi

Il libro “Il ritiro sociale – Psicologia e clinica”, di Michele Procacci e Antonio Semerari, descrive il complesso fenomeno del ritiro sociale, prendendone in considerazione diversi aspetti e sfumature. Il volume si offre come utile guida alla costruzione di una comprensione ampia e puntuale del fenomeno e alla cura delle forme cliniche che questo può assumere.

Il testo è il frutto del lavoro di numerosi autori: esperti psicoterapeuti del Terzocentro di Psicoterapia Cognitiva di Roma, dell’APC – Associazione di Psicologia Cognitiva e della SPC – Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma e dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva di Firenze, membri della Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale, docenti e ricercatori di prestigiose università italiane ed estere e di istituti di formazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale e clinici operanti all’interno del servizio sanitario nazionale.

Gli autori affrontano magistralmente il complesso tema del ritiro sociale, un tema tanto vasto da dover essere rigorosamente centellinato in diversi capitoli, a loro volta afferenti a diverse parti del testo: una prima parte volta a mettere in luce la complessità psicologica del fenomeno e una seconda parte volta a presentare i modelli clinici e gli strumenti psicodiagnostici utili alla valutazione, al riconoscimento e alla comprensione delle forme non cliniche e cliniche del ritiro sociale, fornendo poi suggerimenti utili all’intervento terapeutico diretto alla risoluzione di quest’ultime.

In particolare, la prima parte del volume, centrata sulle diverse sfumature psicologiche del fenomeno, si apre con un primo capitolo volto ad affrontare il tema del ritiro sociale nelle prime fasi di vita, infanzia e adolescenza, mettendo in evidenza la possibilità di distinguere tre forme di ritiro sociale: una prima forma caratterizzante individui ansiosi del contatto e dell’impegno sociale; una seconda forma tipica di individui caratterizzati da competenze sociali meno sviluppate e portati, sulla base della percezione di queste e dei disagi che ne derivano, all’implementazione di strategie evitanti del contatto e dell’impegno sociale; una terza forma ravvisabile in una condotta disinteressata al coinvolgimento sociale e pertanto facilmente orientata all’assunzione di strategie di distacco.

Il secondo capitolo si occupa del tema del ritiro sociale osservandolo e analizzandolo da un punto di vista prettamente neurobiologico e neuroscientifico e introduce il lettore alla conoscenza del cosiddetto “cervello sociale”.

Il terzo capitolo espone la teoria evoluzionista delle motivazioni di Giovanni Liotti e accompagna il lettore in un processo di comprensione del fenomeno del ritiro sociale come messo in relazione a essa e quindi ai fattori motivazionali, appunto, implicati nella creazione o meno dei legami interpersonali e nelle manifestazioni patologiche della motivazione alla non creazione e alla perdita del contatto sociale con l’altro. Segue un capitolo in cui viene tracciata una descrizione delle dimensioni della condivisione sociale e quindi dei fattori utili all’implementazione della stessa, aiutando il lettore a interpretare le forme di ritiro sociale come espressioni disfunzionali delle competenze di condivisione.

La prima parte del volume si conclude, poi, con un quinto capitolo volto a illustrare il controverso rapporto tra il fenomeno del ritiro sociale e l’avvento delle nuove e molteplici tecnologie, il cui utilizzo può avere implicazioni psicopatologiche da una parte o può offrire strumenti utili al lavoro terapeutico con individui che presentino forme cliniche di ritiro sociale dall’altra.

La seconda parte del volume è di natura squisitamente clinica: il lettore è accompagnato verso i modelli clinici dei diversi disturbi in cui il ritiro sociale si manifesta.

Ogni capitolo è impreziosito da numerosi casi clinici esemplificativi e sono illustrati, per ogni disturbo, razionale e tecniche sia per la valutazione che per il conseguente trattamento.

Si inizia con il sesto capitolo, in cui si approfondisce il ritiro sociale nei disturbi dello spettro dell’autismo, approfonditi non solo in età evolutiva ma anche in età adulta, con particolare attenzione alla diagnosi differenziale e alla comorbilità con altri disturbi.

Il settimo capitolo si occupa del ritiro sociale nei disturbi dell’umore, distinguendo in maniera chiara e puntuale la reazione depressiva dalla depressione clinica. Vengono individuate e descritte le diverse possibili cause della depressione e infine vengono presentati diversi interventi terapeutici.

Il ritiro sociale nei disturbi di personalità è l’argomento ampliamente trattato nell’ottavo capitolo. Paradigmatico è il disturbo evitante di personalità che viene illustrato dettagliatamente approfondendo le comorbilità e gli aspetti metacognitivi implicati, in particolare le capacità di monitoraggio e decentramento.

Il nono capitolo affronta il fenomeno del ritiro nei disturbi psicotici, partendo dal funzionamento sociale nei disturbi psicotici primari. Vengono riportati diversi studi che evidenziano come il ritiro sociale in fase premorbosa sia predittivo dell’insorgenza di un disturbo psicotico. Per tale ragione viene dato ampio spazio alle tecniche e agli strumenti di valutazione e monitoraggio del funzionamento sociale e al conseguente intervento sui fattori di mantenimento.

Gli autori del decimo capitolo concettualizzano il ritiro sociale nelle due componenti costitutive: quella comportamentale e quella concettuale, introducendo il costrutto dell’anedonia e quello dell’asocialità, per concludere con i relativi test di valutazione e le linee guida per il trattamento.

Infine, l’appendice è dedicata agli strumenti della valutazione della solitudine, dell’isolamento e del ritiro sociale.

Il volume offre un punto di vista inedito del ritiro sociale, cogliendone la complessità attraverso le prospettive di molteplici approcci e analizzandolo trasversalmente tra i diversi disturbi psichiatrici. La ricca proposta teorica, unita agli strumenti di valutazione e alle numerose strategie di intervento, rende il lavoro curato da Procacci e Semerari un testo immancabile nella libreria di qualsiasi clinico.

Per approfondimenti:

Procacci, M. e Semerari, A. (a cura di) (2019). “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”. Erickson Editore

Eppure il vento soffia ancora…

di Benedetto Astiaso Garcia

La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà. Fabrizio e André

Il dono maggiore di cui disponiamo, il tempo, scorre noncurante del virus, osservando curioso i figli della società moderna dagli spioncini delle loro case: non vi è più nessun trambusto, nessuna melodia, nessun caotico tentativo di rincuorare sé stessi attraverso bizzarre forme di socialità.
Il silenzio comincia a divenire assordante, tanto rumoroso da risvegliare la mente e liberarla, con le domande che suscita, dal pigro desiderio che la vita di prima, raramente apprezzata quando accessibile, possa tornare a essere vissuta. Chronos ricorda il rumore del Big Bang, quello degli zoccoli di mille cavalli durante una battaglia, l’esplosione della polvere da sparo, la bomba di Hiroshima, il crollo del muro di Berlino… Riscopre un nuovo caos, quello delle strade tacite, solitarie e mute.

Sono passati due mesi da quando il coronavirus, come un ospite indesiderato, si è presentato alle porte dell’Italia, stravolgendo la vita di ogni suo abitante. Come in un lutto improvviso, difficile da elaborare, seppelliamo l’illusione di essere immortali: la perduta libertà, infatti, lascia il posto a un saggio silenzio che ci permette di uscire da una fase negazionista e rifiutante della realtà.

Prima rabbiosi e poi tristi, riacquistiamo il senso reale di ciò che sta accadendo, entrando nell’indispensabile fase di consapevolezza del dolore: il bene perduto assume una valenza di insostituibilità, predisponendo così l’individuo a un successivo step di accettazione.

Nell’attesa di riorganizzare noi stessi, aspettiamo che l’onda lunga del Covid-19 si ritragga, sperando che il domani deponga sulla battigia qualche diamante in mezzo a tanti cocci di bottiglia. Bramare che le cose tornino esattamente come era prima, limitandosi ad attendere che questo tempo passi in fretta significa, però, perdere un’importante occasione di crescita personale e sociale. Come pesci a cui è stato tolto il mare, senza incappare in goffi tentativi di tirar fuori a tutti costi del bene dalla situazione attuale, l’emergenza sanitaria mondiale ci rimarca l’urgenza di porre importanti riflessioni.

L’individualismo, in primo luogo, sembra lasciare evoluzionisticamente il posto a una necessaria forma di cooperazione, socialità e senso di appartenenza, unica modalità per reggere l’urto di un silenzioso tsunami. Combattere contro un mostro invisibile, infatti, pone l’uomo nella costrittiva condizione di guardare l’altro, specchio di una comune esperienza emotiva vissuta, quella della paura. È solamente nel timore che è possibile maturare la coscienza della nostra finitudine, incrementare l’auto-riflessività e sviluppare l’indispensabile capacità di chiedere aiuto all’altro.  La paura rende gli uomini esploratori di significati e ricercatori di senso: indaffarati minatori nei meandri dell’essere, che scavano tra dubbi e certezze per ritrovare sé stessi.

Nella noia, inoltre, viene riscoperta l’ardente speranza di un futuro migliore. Nella quiete, la possibilità di vivere l’oggi alla luce di un enigmatico domani. Nell’incertezza, l’opportunità di ricordarsi delle certezze dimenticate della propria vita. Evitare che questa condizione ci cambi significa rassegnarsi a un’involuzione: non facciamoci trovare uguali da un mondo che sarà invece diverso. Il virus annulla qualsiasi distinzione, non ha passaporto, non conosce confine. Ci pone di fronte alla verità di noi stessi e delle nostre vite, eliminando la polvere da relazioni e insuccessi troppo a lungo giustificati e tacitamente assecondati. La sofferenza odierna decontamina l’aria da un delirio di onnipotenza, talvolta anche economico e scientifico, e ripone l’uomo nella sua realtà, meravigliosa, se accettata, o terrificante, se illusoriamente rinnegata.

In un tempo in cui è difficile dare risposte, porsi le giuste domande diviene necessario. Accettare il presente, senza attendere un futuro che non tarderemo a disprezzare nuovamente, significa sentire la brezza di un vento che continua a soffiare dentro case sigillate.

Rimanere in apnea, invece, limitandosi a trattenere il fiato per sopravvivere nella difficoltà, rappresenterebbe l’amara incarnazione delle parole del cantautore e poeta Fabrizio De André: “Passano gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza esser cresciuti”.

Il terapeuta durante l’emergenza

 

di Alessandra Lupo

“Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per suo conto. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Papa Francesco, benedizione Urbi et Orbi

Ore 15:00: prima seduta Skype con un mio paziente. “Come sta oggi?”. C’è silenzio tra lo spazio della mia domanda e la sua risposta. Rifletto su quel semplice quesito e sul suo significato, sopravvalutato in altri momenti.

Le reazioni sono tante: c’è chi dice “bene”, con un timbro meccanico, come se stesse distaccando, senza accorgersene, il contenuto semantico da quello semiotico della risposta; si va un po’ per inerzia. C’è chi piange, chi riporta in modo più amplificato i vecchi dolori e i sintomi, che accompagnano il vissuto in queste lunghe giornate interminabili di quarantena.

“Non è facile”: questa è la risposta più comune in tutte le terapie telematiche, dove il setting è stravolto, dove si entra quasi in punta di piedi nelle case di ciascuno di noi. Nessun Kleenex sulla scrivania, nessun bicchiere d’acqua per spezzare un pianto, ma solo la voglia di dire ai nostri pazienti: “Io ci sono e non sei solo… Ripartiamo”.

Cosa vuol dire essere un terapeuta in questo periodo storico cosi buio? Come fare a gestire le emozioni a distanza che invadono i nostri saloni, le nostre cucine che ormai sono diventati il prolungamento dei nostri studi? Le emozioni oscillano dall’impotenza di non poter fare di più, alla sensazione di utilità in un momento di isolamento. Ma siamo pur sempre terapeuti e il senso di cura e accudimento diventa il motore del nostro lavoro, la spinta a promuovere il benessere precario che tutti insieme stiamo sperimentando. Si cerca di gestire al meglio i casi clinici complessi,  che con cura abbiamo tessuto insieme ai nostri pazienti nel tempo. Proviamo a contenere la tristezza, l’ansia, la perdita e la paura, dei nostri pazienti, che si sentono soli, spaventati, e forse lo siamo anche noi. Allora cerchiamo di fare tutti grandi respiri, riprendiamo il nostro zaino degli attrezzi da lavoro, con tutte le tecniche di cui siamo forniti per aiutare chi in questo momento si sente sguarnito da quella rete di protezione. Accogliere e validare questo disagio è quello che siamo pronti a fare, ponendo l’accento sul concetto di accettazione, che la nostra cara Acceptance and Commitment Therapy ci ha insegnato.

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali: accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Aiutarci a creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta. Tutto questo non può che essere attualissimo rispetto quello che stiamo vivendo, rispetto alle nostre storie, alle vite interrotte e sospese da questo virus. Noi terapeuti cerchiamo in tutti i modi di esserci, di promuoverci e di spendere parole, tempo ed energia per supportare il bene della salute mentale, troppo spesso sottovalutata. La frustrazione e il senso di impotenza per non potere fare di più è tanta. Penso alla seduta delle 17.00, al paziente che più di me sta vivendo una vita infernale ancor prima del Coronavirus. Ci attrezziamo, zaino in spalla e proviamo ad architettare alla meglio, con quello che abbiamo a disposizione, una mini esposizione da campo per cercare di far continuare il nostro lavoro terapeutico. Dietro lo schermo c’è sempre lui, il paziente, riesco a scorgere piccoli dettagli della sua quotidianità, perché la tecnologia mi concede di vedere la sua stanza, i suoi oggetti o scorgere una voce di un caro in lontananza, che solo nella mia fantasia era entrato nella nostra stanza di terapia, e lo stesso vale per lui. Diventiamo in un momento tutti e due più “umani”, persone comuni, con una propria vita al di fuori dell’ora di seduta. Le emozioni sono tante e devono essere tutte contenute in uno schermo. Ci si ritrova a fare grandi sorrisi per piccoli progressi che ancora di più oggi sembrano dei grandi traguardi, raggiunti con il massimo sforzo e impegno. Quando è il momento del saluto e di programmare il prossimo appuntamento virtuale, ci congediamo con la speranza di riabbracciarci al più presto e con la consapevolezza di non essere soli.