Self Efficacy: io posso farcela

di Alessandra Lupo

Ogni tanto affiora una voce in me. Mi dice:
“Sei inutile”
“Sei orribile”
“Nessuno ha bisogno di te”.
Eppure dentro di me
ci sono frammenti e atomi
di pianeti lontani,
di supernove luminose,
di galassie infinite.
I secoli e l’universo
hanno lavorato per creare ciò che sono.
(Fabrizio Caramagna)

Sono capace di…? Posso farcela?

Questi quesiti sono molto comuni: almeno una volta nella vita ognuno di noi si è interrogato sul senso della propria efficacia, rispetto al riuscire a ottenere un risultato desiderato. Riuscire a percepirsi come efficaci, competenti e adeguati risulta essere la prerogativa per intraprendere un’azione. A orientare le nostre scelte e il nostro agire, influisce soprattutto il senso di “autoefficacia percepita”. Secondo lo psicologo canadese Albert Bandura, l’autoefficacia percepita corrisponde alla consapevolezza di essere capace di dominare specifiche attività, situazioni o aspetti del proprio funzionamento psicologico e sociale rispetto al riuscire a organizzare e realizzare le sequenze di azioni necessarie, a gestire adeguatamente le situazioni in un particolare contesto, in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati.

Sentirsi competenti e in grado di riuscire a mettere in atto azioni, fronteggiare situazioni difficoltose, influisce non solo sull’agito, ma anche sul pensiero e sulle emozioni che ne conseguono. L’autostima, conseguente alla self efficacy, risulta essere tra gli obiettivi e le richieste d’aiuto da parte delle persone che intraprendono una terapia. Potenziare la propria autostima è ormai al centro di molti interventi anche non terapeutici, come se fosse la panacea di ogni problema presentato. In realtà, la questione è molto più complessa di quello che si possa banalmente immaginare come problema di bassa autostima. Spesso le problematiche psicologiche, intese come disturbi veri e propri, hanno alla base un impoverimento della self efficacy, inteso come costrutto del sé e della propria immagine.

Basti pensare a patologie come la depressione o a disturbi di personalità come il disturbo dipendente, in cui la capacità di potercela fare, di contare sulle proprie forze è gravemente compromessa. Alla base di questi aspetti psicopatologici vi sono circoli interpersonali in cui, il proprio senso di autoefficacia è deficitario e talvolta boicottato.
Una delle strategie più utilizzate da chi non esperisce un senso di sé efficace è proprio quello della resa (inteso come “mi arrendo, tanto è tutto inutile”) o dell’evitamento (inteso come “meglio se non lo faccio, per evitare un ipotetico fallimento”). Tante volte i pazienti si definiscono vulnerabili, fragili e “dei pezzi rotti o difettosi”. Questo rientra nell’immagine di una bassa self efficacy, che si automantiene e si alimenta, anche per esperienze molto dolorose. Il sistema delle convinzioni di efficacia personale riveste un considerevole ruolo in diversi ambiti del funzionamento umano, dai processi di adattamento alla promozione delle salute e del benessere psicologico. Le convinzioni di autoefficacia sono, infatti, i più prossimi indicatori  dell’agentività umana (human agency), la capacità della persona di operare consapevolmente per il raggiungimento dei propri obiettivi, scopi, secondo i personali standard di prestazione. Specificatamente, regolando processi di cognizione, motivazionali, affettivi e i processi di scelta, il senso di efficacia personale influenza modi di pensare, attività intraprese, obiettivi, risultati attesi, resistenza alle avversità e livello di stress sperimentato nell’affrontare le richieste ambientali.

Ognuno ha il diritto di poter sviluppare un buon senso di sé, competente e capace, non solo nel compiere o meno un’azione, ma anche di poter contare sulla propria persona. Basti pensare alla persona che soffre di un disturbo di personalità dipendente, in cui la bassa self efficacy lo porta ad affidarsi e a sentirsi competente ed efficace soltanto in presenza dell’altro. Oppure nel disturbo depressivo, dove vi è anche l’aspetto di non sentirsi sufficientemente in grado di, oppure al disturbo d’ansia sociale dove a volte il timore giudizio dell’altro trova spazio nella mente di chi lo accoglie come una conferma schiacciante dell’immagine di sé poco gradevole e adeguata al contesto sociale e relazionale.

Riuscire a esperire un senso di autoefficacia e competenza è uno degli obiettivi principali della psicoterapia. Il lavoro di squadra tra il terapeuta e il paziente è proprio quello di portare la persona alla scoperta del senso profondo della propria efficacia personale, potenziare le risorse già insite nell’individuo e aiutarlo nell’adottare strategie alternative più congeniali per ottenere lo scopo desiderato. Il lavoro si basa, inoltre, sull’andare a esplorare le credenze di base patogene, che hanno influenzato l’idea di un sé fragile, vulnerabile e sprovvisto di potenzialità, per cercare di far nascere nuove idee più sane, meno dolorose ma soprattutto più veritiere e corrispondenti alla realtà dei fatti.

Per approfondimenti
Bandura A., “Self-efficacy,” in Encyclopedia of Human Behavior, V. S. Ramchaudran, Ed., vol. 4, pp. 71–81, Academic Press, New York, NY, USA, 1994.

Bandura A., Self-Efficacy: The Exercise of Control, WH Freeman, New York, NY, USA, 1997.

Bandura A., “Self-efficacy: the foundation of agency,” in Control of Human Behavior, Mental Processes, and Consciousness: Essays in Honor of the 60th Birthday of August Flammer, J. P. Walter and G. Alexander, Eds., pp. 17–34, Lawrence Erlbaum Ass, Mahwah, NJ, USA, 2000a.

Bandura A., Autoefficacia: teoria e applicazioni (1997, ed. it. 2000b) , Erickson Ed.

Foto di Olenka Sergienko da Pexels

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Il terapeuta durante l’emergenza

 

di Alessandra Lupo

“Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per suo conto. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Papa Francesco, benedizione Urbi et Orbi

Ore 15:00: prima seduta Skype con un mio paziente. “Come sta oggi?”. C’è silenzio tra lo spazio della mia domanda e la sua risposta. Rifletto su quel semplice quesito e sul suo significato, sopravvalutato in altri momenti.

Le reazioni sono tante: c’è chi dice “bene”, con un timbro meccanico, come se stesse distaccando, senza accorgersene, il contenuto semantico da quello semiotico della risposta; si va un po’ per inerzia. C’è chi piange, chi riporta in modo più amplificato i vecchi dolori e i sintomi, che accompagnano il vissuto in queste lunghe giornate interminabili di quarantena.

“Non è facile”: questa è la risposta più comune in tutte le terapie telematiche, dove il setting è stravolto, dove si entra quasi in punta di piedi nelle case di ciascuno di noi. Nessun Kleenex sulla scrivania, nessun bicchiere d’acqua per spezzare un pianto, ma solo la voglia di dire ai nostri pazienti: “Io ci sono e non sei solo… Ripartiamo”.

Cosa vuol dire essere un terapeuta in questo periodo storico cosi buio? Come fare a gestire le emozioni a distanza che invadono i nostri saloni, le nostre cucine che ormai sono diventati il prolungamento dei nostri studi? Le emozioni oscillano dall’impotenza di non poter fare di più, alla sensazione di utilità in un momento di isolamento. Ma siamo pur sempre terapeuti e il senso di cura e accudimento diventa il motore del nostro lavoro, la spinta a promuovere il benessere precario che tutti insieme stiamo sperimentando. Si cerca di gestire al meglio i casi clinici complessi,  che con cura abbiamo tessuto insieme ai nostri pazienti nel tempo. Proviamo a contenere la tristezza, l’ansia, la perdita e la paura, dei nostri pazienti, che si sentono soli, spaventati, e forse lo siamo anche noi. Allora cerchiamo di fare tutti grandi respiri, riprendiamo il nostro zaino degli attrezzi da lavoro, con tutte le tecniche di cui siamo forniti per aiutare chi in questo momento si sente sguarnito da quella rete di protezione. Accogliere e validare questo disagio è quello che siamo pronti a fare, ponendo l’accento sul concetto di accettazione, che la nostra cara Acceptance and Commitment Therapy ci ha insegnato.

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali: accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Aiutarci a creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta. Tutto questo non può che essere attualissimo rispetto quello che stiamo vivendo, rispetto alle nostre storie, alle vite interrotte e sospese da questo virus. Noi terapeuti cerchiamo in tutti i modi di esserci, di promuoverci e di spendere parole, tempo ed energia per supportare il bene della salute mentale, troppo spesso sottovalutata. La frustrazione e il senso di impotenza per non potere fare di più è tanta. Penso alla seduta delle 17.00, al paziente che più di me sta vivendo una vita infernale ancor prima del Coronavirus. Ci attrezziamo, zaino in spalla e proviamo ad architettare alla meglio, con quello che abbiamo a disposizione, una mini esposizione da campo per cercare di far continuare il nostro lavoro terapeutico. Dietro lo schermo c’è sempre lui, il paziente, riesco a scorgere piccoli dettagli della sua quotidianità, perché la tecnologia mi concede di vedere la sua stanza, i suoi oggetti o scorgere una voce di un caro in lontananza, che solo nella mia fantasia era entrato nella nostra stanza di terapia, e lo stesso vale per lui. Diventiamo in un momento tutti e due più “umani”, persone comuni, con una propria vita al di fuori dell’ora di seduta. Le emozioni sono tante e devono essere tutte contenute in uno schermo. Ci si ritrova a fare grandi sorrisi per piccoli progressi che ancora di più oggi sembrano dei grandi traguardi, raggiunti con il massimo sforzo e impegno. Quando è il momento del saluto e di programmare il prossimo appuntamento virtuale, ci congediamo con la speranza di riabbracciarci al più presto e con la consapevolezza di non essere soli.

Sguardo tra le oscillazioni dell’umore

di Alessandra Lupo

Nella mia febbre cerebrale, o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari. Vincent Van Gogh

Il 30 marzo si è celebrata la giornata mondiale del disturbo bipolare. Questa data coincide con la nascita del famoso artista Vincent Van Gogh, affetto da disturbo bipolare. Il connubio della sua genialità con il disturbo, che a colpi di pennello ha caratterizzato la sua arte e le sue opere, ci incita ad andare oltre l’etichette del criterio diagnostico dei nostri manuali. Divulgare la conoscenza di questa patologia, vuol dire non solo fare prevenzione, ma anche riuscire a vedere gli aspetti umani e tipici dell’alternarsi delle fasi cicliche che si succedono durante la fase di malattia. Tutti sanno che il disturbo è una patologia psichiatrica complessa. Nello specifico, il DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico sui disturbi mentali) identifica tre forme diverse di disturbo bipolare (disturbo bipolare I, disturbo bipolare II, disturbo ciclotimico). Ognuno di questi è caratterizzato da sintomi maniacali, la cui durata e gravità è differente nei vari tipi. Viene definito “disturbo bipolare” in quanto la patologia è caratterizzata da una sintomatologia che si sposta su un continuum di due polarità opposte: mania e depressione. La mania è uno stato che predispone il soggetto a una forte esaltazione, (l’autostima del soggetto è ipertrofica, con un senso di grandiosità), sfociabile anche in irritabilità e che si riflette sul proprio modo di pensare, parlare e agire. Nella mania, le persone percepiscono la velocità del susseguirsi dei pensieri, degli impulsi: iniziano ad agire in modo insolito, diventando più espansive, disorganizzate e disinibite, mettendo in atto comportamenti rischiosi, spese azzardate, guida imprudente, comportamenti sessuali a rischio. L’irritabilità può seguire l’esaltazione della fase maniacale, con disforia, senso di irrequietezza e smania immotivata. Con il termine “ipomania” si intende una fase simil maniacale con una sintomatologia più lieve rispetto la mania vera e propria.

Il disturbo bipolare tipo I è caratterizzato da almeno un episodio maniacale preceduto o seguito da episodio depressivo maggiore. L’esordio di solito è intorno ai 18 anni di età. Nel disturbo bipolare tipo II, si registra la presenza di almeno un episodio ipomaniacale e almeno un episodio depressivo maggiore, senza aver mai sperimentato episodi manicali. L’esordio è tardivo, intorno ai 35 anni di età. Nel disturbo ciclotimico, i pazienti hanno prolungati periodi (oltre i due anni) che comprendono sia episodi ipomaniacali che depressivi, tuttavia questi episodi non soddisfano i criteri specifici per un disturbo bipolare.

Volendo approfondire l’aspetto percettivo di questo disturbo, ci dobbiamo porre degli interrogativi: come i pazienti sperimentano le oscillazioni dell’umore? Come cambia la percezione di sé e del mondo?
A tal proposito, sono diverse le testimonianze di autori, scrittori e artisti che hanno dovuto convivere con il disturbo, imparando ad assecondare ogni oscillazione dell’umore. Tra i tanti autori che soffrono del disturbo bipolare, c’è la famosa professoressa statunitense Kay Redfield Jamison, docente di psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine, e professore onorario alla University of St. Andrews. La Jamison ha reso pubblico il suo disturbo attraverso libri come “Manic- Depressive illness”, un vero e proprio trattato sulla malattia maniaco depressiva, e “An Unquiet mind”. In quest’ultima opera autobiografica, lei stessa descrive perfettamente le oscillazioni dell’umore e gli switch che avvengono durante il decorso della patologia:

“La mia mente cominciava ad arrancare per star dietro a sé stessa, i pensieri si susseguivano così veloci da intersecarsi l’uno con l’altro a ogni angolazione possibile. Nell’autostrada del mio cervello si stava verificando un tamponamento a catena di neuroni, e più cercavo di rallentare il pensiero più mi rendevo conto di non poterlo fare… Ero sempre più irrequieta, irritabile e desideravo una vita eccitante; tutto a un tratto mi ribellavo proprio a ciò che amavo di più in mio marito: la sua gentilezza, il suo equilibrio, il suo calore e il suo amore. Mi protesi d’impulso verso una vita nuova…”.

E ancora:

“Penso che la malattia mi abbia costretto a mettere alla prova i limiti della mia mente (che resiste, pur se è carente) e quelli della mia educazione, della mia famiglia, della mia cultura e dei miei amici.”

Le innumerevoli ipomanie, e le manie stesse, hanno introdotto nella mia vita una diversa intensità di percezione, di emozione e di pensiero. Anche nei peggiori momenti di psicosi, di mania, di delirio e di allucinazione mi rendevo conto di scoprire nuovi angoli della mia mente e del mio cuore. Alcuni tanto incredibili e belli da togliermi il respiro e farmi sentire che se fossi morta in quell’istante quelle visioni mi avrebbero accolto. Altri tanto grotteschi e brutti che non avrei mai voluto conoscerne l’esistenza né vederli di nuovo: ma sempre, c’erano angoli nuovi, e quando mi sento me stessa, cosa di cui sono debitrice ai farmaci e all’amore, non riesco ad immaginare di essere stanca della vita proprio perché so che esistono quegli angoli infiniti dalla prospettiva sconfinata”.

Cercare di condividere le esperienze di chi è affetto della patologia permette non solo di conoscere il disturbo, ma anche provare a comprendere come possa essere dura la vita di un soggetto con bipolarismo. Oggi sappiamo che le cure farmacologiche, associate a un trattamento psicoterapeutico, consentono al soggetto di vivere una vita dignitosa e meno invalidata dalla propria tempesta emotiva.

Il tempo del bene perduto

 

di  Alessandra Lupo

Noi non apprezziamo il valore di ciò che abbiamo mentre lo godiamo; ma quando ci manca o lo abbiamo perduto, allora ne spremiamo il valore. William Shakespeare

Stiamo vivendo tempi di grande paura e incertezza. Tutti ci sentiamo in costante minaccia di un nemico invisibile. Le emozioni che fanno da padrone in questa battaglia epidemiologica sono sostanzialmente la paura, la noia, la rabbia e la tristezza per aver perso buona parte delle nostre abitudini quotidiane. Ci sentiamo in trappola, dobbiamo convivere con la riduzione degli spazi vitali, con la rinuncia di situazioni sociali che prima “anestetizzavano” un po’ il nostro vivere.

Ma cosa succede ora che abbiamo dovuto fermarci?

Tutti cerchiamo, nel nostro piccolo, di mantenerci in costante movimento, aumentando tutte le azioni individuali e sociali, cercando di scandire il tempo che dobbiamo forzatamente vivere nelle nostre mura domestiche.

Sono in costante aumento i contatti attraverso i social e le videochiamate. Skype, Whatsapp e altre applicazioni sembrano essere diventate l’unico tratto d’unione verso il mondo esterno. Sui nostri balconi si organizzano flashmob, si canta l’inno d’Italia tutti insieme e si aspetta l’ora d’aria per fare la spesa e organizzarsi per uscite di prima necessità.

Tutto questo può bastare a farci stare bene?

Il senso di vuoto, di noia, nonostante le molteplici attività che cerchiamo di attivare, sembra un placebo a basso dosaggio, in quanto rimanere a contatto con noi stessi aumenta i pensieri e le riflessioni che forse solo in punta di morte ci si ritroverebbe a fare. Può succedere di rimuginare sulla propria vita, sulle occasioni perse, sulle mancanze, sui nostri wish/desideri che ora, come non mai, diventano sempre più intensi e visti come irraggiungibili.

È molto facile cadere nella tristezza e nella disperazione. La tristezza è, infatti, quell’emozione di base che si attiva nel momento in cui stiamo sperimentando una condizione di perdita di un bene che consideriamo importante. La perdita può riguardare beni affettivi, beni materiali, ma anche beni astratti, come la libertà. Entrare in uno scenario di perdita può avvicinarci alla soglia psicopatologica della depressione, spesso correlata alla sensazione di deprivazione, e alla percezione di aver subito un danno ingiusto e irreparabile, con la compromissione di uno scopo cruciale. La reazione depressiva ha due caratteristiche fondamentali: il dolore per la perdita e la riduzione delle attività, che a sua volta rimanda al pessimismo e alla anedonia.

Questa quarantena ha scattato una fotografia di quello che abbiamo, mettendo in evidenza le mancanze, enfatizzando la condizione esistenziale di ognuno di noi.

Quello che possiamo fare in questo tempo di pausa dalla nostra routine è verificare quali sono i nostri bisogni emotivi, individuarli e promuovere delle azioni che ci portino verso il raggiungimento di essi.

Per approfondimenti
Rainone, A., Mancini, F. (2018). La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva. Franco Angeli Editore