DOC e DOCP durante la pandemia

di Gianluca Ghiandi e Giuseppe Femia

Il lockdown per il Covid-19 ha evidenziato le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità

Il Covid-19 è un virus noto ormai da alcuni mesi a livello mondiale a causa dei suoi effetti negativi non solo per la salute fisica (febbre, tosse, polmonite e persino la morte) ma anche per quella psichica, soprattutto considerando le ripercussioni che questa malattia ha avuto nella vita delle persone.
Il lockdown mondiale ha infatti portato, forse per la prima volta nella storia dell’essere umano, a un “cessate il fuoco” collettivo, un’immobilizzazione di massa a cui probabilmente non eravamo preparati. Viviamo, infatti, in un’era in cui la “corsa contro il tempo”, affinché si riesca a svolgere tutte le attività giornaliere programmate, sembra essere una prerogativa fondamentale delle nostre vite. Fare, fare e ancora fare.
Risulta quindi comprensibile supporre che, quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di “non fare”, non solo questo ci risulta strano e inaspettato, ma produce anche conseguenze negative di considerevole impatto sul nostro status psico-emotivo, con le quali tutti (o quasi) dovremmo farne i conti. Un’indagine condotta da Wan-Sheng Wang e collaboratori della Huaibei Normal University, in Cina, ha mostrato un aumento dei vissuti emotivi di ansia, depressione e sensibilità ai rischi sociali, con una conseguente diminuzione della soddisfazione della vita.

Nonostante la prevalenza di questi vissuti emotivi sia molto comune nella popolazione, le reazioni comportamentali sembrerebbero invece essere diverse in simili circostanze. Prendiamo ad esempio in esame il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità. Da tempo questi due disturbi, nonostante le numerose evidenze scientifiche mostrino il contrario, vengono spesso associati e confusi come due manifestazioni sintomatologiche sovrapponibili. Infatti, mentre la persona con disturbo ossessivo compulsivo presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da ansia e pensieri indesiderati, insight e sofferenza a causa delle proprie ossessioni, sentimenti di colpa e propensione al disgusto, le persone che presentano un assetto ossessivo della personalità si caratterizzano per la presenza di standard elevati, rigidità, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, iper-produttività a discapito delle attività di svago e di piacere, regole rigide e intransigenti rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, estrema aderenza all’autorità e scarsa capacità a comprendere il punto di vista e le emozioni degli altri, apparendo spesso arroganti, prepotenti, testardi e polemici. Quest’ultimi mostrerebbero, inoltre, una spiccata difficoltà a manifestare le proprie emozioni in quanto spinti dall’idea che debbano essere controllate per non danneggiare il valore di sé. Infine, nella clinica si è riscontrato spesso che i pazienti con DOC manifestano maggiore capacità di adattamento sul piano sociale, affettivo e interpersonale rispetto ai pazienti con DOCP.

Forse oggi, in tempo di pandemia, è possibile riuscire a delineare ed evidenziare una maggiore differenziazione di comportamento e reazione tra questi due quadri sintomatologici. Sappiamo ad esempio che, in genere, i pazienti con una personalità ossessiva tendono a mostrare un bisogno costante di controllo interpersonale, con conseguenti manifestazioni di rabbia (occasionali ma esagerate) che si manifestano sia in ambiente familiare sia in ambiente lavorativo, soprattutto quando percepiscono che le cose non vengono fatte secondo il loro principio di perfezione. Inoltre, è interessante notare come da un lato mostrano una tendenza ad essere eccessivamente esigenti e punitivi nei confronti di un subordinato e dall’altro, presentano invece una predisposizione a sottomettersi facilmente all’autorità. Sono spinti da una forte motivazione intrinseca, una sorta di automatismo, una doverizzazione (“Faccio così perché è giusto che sia così, questo è il modo giusto di farlo”), che non permette loro di riconoscere che in realtà sono persone dotate di desideri, intenzioni e scopi e che potrebbero lasciarsi guidare da questi senza per forza doversi sottomettere al proprio giudizio.
Al contrario, le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo sembrano essere governate dallo scopo di volere essere accettati, degni e non colpevoli, e soprattutto non criticati in modo sprezzante. Ad esempio, nei soggetti con il timore delle contaminazioni, lo scopo ultimo non è tanto quello di prevenire ed evitare il contagio in sé, quanto piuttosto quello di eludere il rischio di essere responsabili della contaminazione propria ed eventualmente di altri, di poter quindi recare loro un danno, al fine di non poter essere considerati moralmente responsabili o omissivi; a queste preoccupazioni segue una seconda valutazione critica di sé, della sintomatologia, dei rituali, dei costi, assieme al timore di poter essere fonte di disgusto e disprezzo e giudizio negativo da parte degli altri. I pazienti DOC si caratterizzano, quindi, per un timore di giudizio negativo e in particolare circa la possibilità che le persone possano provare verso di loro disgusto e disprezzo compromettendone l’immagine e l’integrità morale.

Dall’analisi di questi due quadri comportamentali risulterebbero chiari ed evidenti i punti di divergenza e convergenza dei due disturbi. In entrambi i casi sembrerebbe molto probabile che, in questo periodo di crisi, le due tipologie di pazienti mostrino vissuti depressivi e paranoici e un incremento di ansia rispetto al tema della responsabilità e delle regole. Plausibilmente, troveremo in entrambi un totale rispetto delle regole della pandemia, anche se esse sono sostenute da scopi diversi: da una parte i pazienti con DOC mostrano una costante paura del contagio e fanno di tutto affinché questo non avvenga per non sentirsi moralmente responsabili di essere eventuali vettori del virus, aumentando così probabilmente le loro compulsioni e le loro restrizioni, dall’altra i pazienti che mostrano una personalità ossessiva sono, invece, di per sé ligi alle regole a causa dei sentimenti di giustezza che governano la loro vita, pronti a conformarsi quando gli altri non lo sono e dunque pertanto potrebbero arrabbiarsi se queste non vengono rispettate, data anche la loro tendenza a sottoporsi facilmente alle regole dell’autorità. A causa quindi delle restrizioni, quest’ultimi potrebbero inoltre provare rabbia ed essere polemici e scombussolati dal fatto che i programmi siano saltati o da ridefinire. Potrebbero sperimentare preoccupazione rispetto al futuro, ai danni economici e sono pronti a rinnovare la loro parsimonia e la loro testardaggine a livello interpersonale.

Per approfondimenti

Brooks, Sam & Webster, Rebecca & Smith, Louise & Woodland, Lisa & Wessely, Simon & Greenberg, Neil & Rubin, G.. (2020). The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. SSRN Electronic Journal. 395. 10.2139/ssrn.3532534.

Li, S., Wang, y., Xue, J., Zhao, N., & Zhu, T. (2020). The impact of Covid-19 epidemic Declaration on Psychological consequences: a study on active Weibo users. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(6), 2032.

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore. Milano

Covid-19: Attenta-MENTE!

di Malicia Bruno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sul Coronavirus: “La salute mentale è a rischio”

Quando si parla di salute mentale, ci si riferisce a una condizione di benessere e di equilibrio psicologico ed emotivo dell’individuo. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tale condizione gli consente “di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.

La salute mentale sembrerebbe a rischio a causa della pandemia da Covid-19 che avrebbe un impatto rilevante su di essa: a rivelarlo è un rapporto dell’ONU presentato dalla direttrice del Dipartimento della Salute Mentale dell’OMS Devora Kestel, nel quale la situazione attuale viene descritta come “preoccupante”.

Fattori come l’isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari, aggravati dall’angoscia causata dalla perdita di reddito e spesso dalla disoccupazione, potrebbero causare sofferenze psicologiche, alimentando alcuni casi di malattie mentali.

In diversi Paesi, i dati indicano un aumento dei sintomi depressivi, di ansia, dei disturbi del sonno e di consumo di alcol, anche in forme gravi.  Il rapporto dell’Onu ha messo in evidenza diverse aree del mondo e parti di società vulnerabili al disagio mentale: in prima linea, gli operatori sanitari, particolarmente colpiti da un forte stress psicologico dovuto al carico di lavoro, alle prese con decisioni riguardanti la vita dei propri pazienti e alla paura del contagio;  i bambini e gli adolescenti, che manifestano difficoltà di concentrazione, irrequietezza e nervosismo;  le famiglie e, in particolare, le donne, che si sono trovate a dover organizzare e gestire smart-working, scuola dei figli e lavori domestici; le persone anziane e, infine, le persone con condizioni di disagio mentale preesistente.

Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus sottolinea che “i sistemi di salute mentale vanno rafforzati in tutti i Paesi per far fronte all’impatto”, proprio perché tutelare la salute mentale in questa fase progressiva rappresenta una priorità assoluta.

La terapia cognitiva comportamentale si è dimostrata essere uno dei supporti migliori nei disturbi che attengono la pandemia, quali ad esempio: disturbi di depressione, d’ansia, di panico, di fobia sociale o disturbo ossessivo compulsivo.
La TCC è un intervento che utilizza strategie cognitive focalizzate sulla sostituzione degli schemi di pensiero disfunzionali con altri schemi più realistici e strategie mirate a modificare comportamenti disadattivi. È una terapia adatta al trattamento individuale, di coppia e di gruppo ed è validata empiricamente sia con adulti sia con bambini e adolescenti. La terapia cognitiva comportamentale prevede, inoltre, una particolare attenzione alla cura della vulnerabilità alla ricaduta, utilizzando protocolli come lo Schema Therapy.

Uscire da questo triste periodo, che ci siamo trovati ad affrontare, si può. È importante riconoscere la propria fragilità o quella di una persona vicina e chiedere supporto a chi ha le competenze per fornirlo.

Photo by cottonbro from Pexels

Covid-19: gli effetti sui bambini

di Stefania Prevete

Fattori di rischio psicologici e sociali della pandemia sui più piccoli

La pandemia Covid-19 e le misure di contenimento adottate hanno determinato, tra le altre cose, l’interruzione di molte attività negli ambienti solitamente frequentati dai bambini. Tali interruzioni hanno necessariamente definito un cambiamento repentino di routine quotidiane consolidate e rassicuranti per i più piccoli, coinvolgendo non solo le relazioni familiari (si pensi all’allontanamento forzato da alcuni membri della propria famiglia), ma anche quelle amicali e di comunità in senso più ampio (scuola, attività sportive o ludiche).

Il mutamento rapido del contesto di vita dei bambini e le restrizioni loro imposte hanno interrotto il consueto supporto sociale dei più piccoli determinando, in diversi casi, notevoli fattori di stress per i genitori, chiamati a trovare nuove strategie educative e di assistenza. In tale contesto, le famiglie più vulnerabili, per ragioni socio-economiche e multifattoriali, risultano essere quelle particolarmente più indifese.

I fattori di rischio nei bambini sono pertanto notevoli. Ridotta supervisione e negligenza, aumento di abusi e violenza domestica/interpersonale, avvelenamento, rischi di lesioni, sovraffollamento familiare e mancanza di accesso ai servizi di protezione dell’infanzia sono solo alcuni dei fattori individuati nella nota tecnica dell’UNICEF in materia di protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus.  A questo si potrebbero aggiungere l’angoscia di morte o di malattia e quella di separazione dalle figure di riferimento, fobie specifiche, manifestazioni di ansia, somatizzazioni, disturbi del sonno e dell’alimentazione e disturbi dell’umore che potrebbero ulteriormente evidenziare il disagio dei più piccoli. Inoltre, attenzionare gli effetti delle chiusure scolastiche nei bambini diviene, secondo alcuni autori, urgente ed essenziale, dato che la scuola è spesso il primo posto in cui bambini e adolescenti cercano aiuto ed esprimono un disagio.

Non conosciamo ancora le conseguenze sulla salute mentale, acute e a lungo termine, del lockdown e di quanto stiamo attualmente vivendo, soprattutto in riferimento alle fasce più deboli della popolazione. Né possiamo definire con esattezza quali saranno le conseguenze emotive di chi si ritrova a vivere la malattia o i lutti ad essa legati. Appare però già evidente che effetti psicologici e sociali indiretti e diretti della pandemia potrebbero essere pervasivi ed influenzare la salute mentale degli individui ora e in futuro.

Ecco che diviene necessario un coordinamento multidisciplinare per raccogliere dati in modo sistematico sugli effetti del lockdown e dell’isolamento sociale, soprattutto se protratto nel tempo (come si prospetta per i bambini), al fine di individuare le migliori strategie per mitigare e gestire i rischi per la salute mentale delle categorie più vulnerabili.

Per approfondimenti

Collishaw S. (2015). Annual research review: secular trends in child and adolescent mental health. J Child Psychol Psychiatry, 56: 370–93. DOI: 10.1111/jcpp.12372

Fazel M, Hoagwood K, Stephan S, Ford T. (2014). Mental health interventions in schools in high-income countries. The Lancet Psychiatry, 1: 377–87. DOI: 10.1016/S2215-0366(14)70312-8

Holmes E.A., O’Connor R.C., Perry V. H., Tracey I., Wessely S., Arseneault L., Ballard C., Chistensen H., Silver R.C., Everall I., Ford T., John A., Kabir T., King K., Madan I., Michie S., Przybylski A.K., Shafran R., Sweeney A., Worthman C.M. Yardley L., Cowan K., Cope C., Hotopft M., Bullmoret Ed (20202). Multidiscipinary research priorities for the Covid-19 pandemic: a call for action for mental health science. The Lancet Psychiatry. Position Paper 1-14.  DOI: 10.1016/S2215-0366(20)30168-1

Nota tecnica: la protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus. The Alliance for child protection in humanitarian action. https://www.unicef.org/media/66291/file/ITALIAN_Technical%20Note:%20Protection%20of%20Children%20during%20the%20COVID-19%20Pandemic.pdf

Amarsi ai tempi del Coronavirus

di Annamaria Striano

È quasi banale dirlo, ma deve essere continuamente sottolineato: tutto è creazione, tutto è cambiamento, tutto è flusso, tutto è metamorfosi. Henry Miller

Dal 4 marzo 2020, data in cui sono entrati in vigore i decreti per l’emergenza Covid-19, abbiamo dovuto adattare la nostra libertà privata e sociale ai nuovi limiti da essi imposti sia nella progettualità sia nell’azione. Tutte le nostre esigenze si sono dovute riadattare in un flusso intrecciato di attività lavorative e familiari e, conseguenzialmente, si è modificato il nostro modo di vivere le relazioni affettive e sentimentali.

Alcuni legami si sono rafforzati, taluni sono svaniti, altri ancora stanno attraversando una metamorfosi. Abbiamo avuto la possibilità di sperimentare un nuovo modo di vivere l’amore, l’amicizia, i rapporti familiari, senza contare che la quarantena forzata ci ha obbligati a fare i conti con noi stessi e con le nostre necessità più intime.

Fra le emozioni più provate e sperimentate in coppia in questo periodo, oltre alla tristezza e alla rabbia, vi è la noia, questa misconosciuta, spesso ignorata, evitata o negata, ma che assolve a funzioni delicate e adattive. La noia esperita nella relazione sentimentale mette in evidenza una invalidazione delle credenze, delle aspettative e degli scopi comuni a entrambi i partner, pertanto ricopre un significato psicologico legato al “cambiamento”. Un cambiamento di punti di vista, di esigenze, di abilità creative. Il filosofo Umberto Galimberti la definisce come “uno stato esistenziale e psicologico che insorge quando l’esperienza del soggetto è progettualmente e affettivamente demotivata”.

Quando si esperisce la noia, tendenzialmente il livello di attenzione e di motivazione cala. Si ha la percezione dello scorrere del tempo, come “se non passasse”, e per questo gli viene data una connotazione negativa. Gli scopi del soggetto perdono di attrattiva e i comportamenti che ne conseguono, come ad esempio l’inerzia, non fanno che mantenere inattivi tali scopi. La funzione adattiva della noia è quella di segnalarci che stiamo vivendo una realtà, interna o esterna, scarna di autenticità e novità, priva di elementi creativi e fantasiosi. Pertanto, nel fronteggiamento di essa, i partner possono ricercare e sperimentare nuove strategie, stimolando la propria creatività e costringendosi a cercare soluzioni originali a compiti o situazioni reputate, in condizioni standard, noiose.

Possiamo distinguere tre categorie di relazione sentimentale:

  1. Il rapporto stabile, spesso con figli, appesantito da vecchie difficoltà comunicative durante il lockdown.
  2. La relazione giovane che, in condizione di quarantena, ha dato la possibilità ai partner di viversi e sperimentarsi sotto vari punti di vista, da quello progettuale a quello ludico.
  3. La relazione problematica, ove sono presenti varie tipologie di violenza psicologica e, a volte, anche fisica, che in questo periodo è stata messa ancor più a dura prova.

Nelle prime due, il comune denominatore è il reinventarsi, il riscoprirsi, singolarmente come nella coppia. È importante che entrambi i componenti abbiano impegni diversi, quindi il bisogno di ritagliarsi uno spazio da dedicare a sé stessi; ricorrere alla resilienza, la capacità di far fronte in maniera positiva a un danno, riorganizzando la propria vita dinanzi alle difficoltà; ricostruirsi, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità; confrontarsi in maniera attiva e non giudicante, utilizzando meglio i tempi della coppia per la coppia, e se sono presenti figli, coinvolgerli.
Può essere molto utile, inoltre, il riscoprirsi sessualmente, con fantasia e nuova complicità.

Per la terza categoria, c’è bisogno di un’attenzione maggiore e più specifica, in quanto verosimilmente i meccanismi disfunzionali della relazione si sono incancreniti e le dinamiche di coppia vanno ben oltre i concetti di pariteticità e cooperazione, altresì la mancanza di rispetto delle esigenze del partner, l’aggressività e i soprusi in genere la fanno da padrone. Vista la potenziale gravità, è consigliabile contattare i servizi addetti presenti sul territorio o quantomeno fare riferimento a esperti del settore.

Ora che siamo entrati nella “Fase 2” e ancora una volta siamo sottoposti a cambiamenti e a nuovi equilibri, ci potrebbero essere nuove esigenze da analizzare e alcune coppie potrebbero essere più unite, altre più confuse e altre ancora più distanti di prima. D’altronde ogni trasformazione richiede una sofferenza o una perdita. Facciamo in modo, quindi, che tutto quello compreso e fatto nostro nella cosiddetta Fase 1, non vada perso, ma venga utilizzato e ulteriormente ottimizzato per vivere questo nuovo momento al meglio, con tutte le novità e le sfide che si presenteranno.

Dormire bene in quarantena e in Fase 2

di Sabina Marianelli

Impatto psicologico e aspetti di medicina del sonno

Per molti giorni siamo stati in quarantena. Alcuni si sono aggiornati sul numero esatto di contagi ogni giorno, altri hanno deciso di perderne il conto.

Anche ora che è iniziata la Fase 2, siamo iperconnessi e ognuno può, sulla propria bacheca social, fare uno studio sulle diverse reazioni psico-sociali all’isolamento forzato.

Ma esiste uno studio pubblicato su The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, che ci fornisce in maniera scientifica dei dati sull’impatto psicologico della quarantena, prendendo in rassegna 24 articoli di 3166 trovati sull’argomento: data la situazione in via di sviluppo in merito all’epidemia di Covid-19, sono state raccomandate dall’OMS una serie di rapide rassegne sui dati attualmente a disposizione. Gli studi presi in esame sono stati condotti in dieci Paesi e hanno incluso pazienti affetti da Sars, Ebola, l’influenza pandemica H1N1 del 2009 e 2010, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, l’influenza equina.

Uno studio riguardante il personale ospedaliero che poteva essere entrato in contatto con la Sars ha riscontrato, nei nove giorni immediatamente successivi alla quarantena, che l’isolamento potesse configurarsi come fattore maggiormente predittivo di sintomi da stress acuto. Nello stesso studio, lo staff che era stato posto in quarantena aveva riportato in misura maggiore fenomeni di affaticamento, distacco dagli altri, ansia nel trattare pazienti febbricitanti, irritabilità, insonnia, mancanza di concentrazione e indecisione, ridotte performance lavorative, riluttanza al lavoro e alcuni avevano preso in considerazione il licenziamento.

Un secondo studio condotto tra il personale ospedaliero ha riportato sintomi depressivi tre anni dopo il termine della quarantena e ha riscontrato che il 9% dell’intero campione riportava elevati sintomi depressivi. In tutti gli studi quantitativi, sono stati intervistati coloro che erano stati posti in quarantena e la maggior parte presentava una prevalenza elevata i sintomi di ansia, stress, umore depresso, irritabilità, insonnia e sintomi post traumatici.

Un altro studio ha riscontrato che i punteggi correlati allo stress post traumatico nei bambini posti in quarantena era quattro volte più alto rispetto a i loro coetanei non posti in isolamento. Il 28% dei genitori posti in quarantena ha riportato sintomi sufficienti per soddisfare una diagnosi di disturbo mentale correlato al trauma, in confronto al 6% dei genitori non posti in quarantena.

Uno studio riguardante pazienti potenzialmente affetti da SARS e quindi posti in quarantena, ha rilevato che circa il 54% dei soggetti ha continuato ad attuare comportamenti evitanti nei confronti di persone che tossivano o starnutivano, il 26% evitava luoghi affollati, e il 21% evitava spazi pubblici nelle settimane successive al periodo di quarantena.

In questo periodo molti di noi potrebbero aver notato un cambiamento nel proprio sonno, sia a livello di forma che di contenuto. McNamara, professore associato alla Boston University School of Medicine, ci ricorda che il sonno REM serve per gestire le emozioni complesse, in special modo quelle negative, e questa pandemia ci sta portando a un innalzamento dei livelli di ansia e stress. Inoltre, l’isolamento e il distanziamento forzati conducono a un ridimensionamento degli stimoli, a partire dai quali si costruiscono i nostri sogni: il nostro subconscio è costretto, quindi, ad attingere a vecchie memorie, mescolandole con ciò che avviene nella nostra quotidianità. Ci capiterà, ad esempio, di sognare persone che appartengono al nostro passato a cui non pensiamo da tempo. A causa dei frequenti risvegli notturni, causati dal peggioramento della qualità del sonno, molti di noi si ricorderanno di più il contenuto dei sogni e non sarà infrequente che siano ancora più strani del solito: un meccanismo che, secondo Perrine Ruby, ricercatrice del Lyon Neuroscience Research Center, il cervello dormiente usa per indurre la regolazione emotiva.

I nostri ritmi sono controllati prima di tutto dal nostro orologio biologico. Perciò, imporre dei ritmi di vita che non siano in sintonia con il nostro organismo è pericoloso. Una disarmonia tra i ritmi esterni e quelli biologici interni può avere conseguenze per la nostra salute, aumentare disturbi cardiovascolari, obesità, sonnolenza, problemi psicologici e rischio di errori, ridurre le nostre difese immunitarie e, infine, può avere un effetto contrario rispetto a quello previsto, ovvero ridurre significativamente la produttività del nostro Paese.

Normalmente abbiamo dei sincronizzatori esterni che regolano la nostra vita: non solo il ritmo luce-buio, ma fattori climatici e ambientali che sperimentiamo uscendo di casa e che ad oggi mancano, motivo per il quale in molti sperimentiamo disturbi del sonno.

Il prof. Luigi De Gennaro, esperto di disturbi del sonno dell’Università La Sapienza, fornisce alcuni consigli per mantenere un equilibrio psico-fisico:

  1. Mantieni un regime regolare di orari per l’addormentamento e per il risveglio.
  2. Evita di fare sonnellini durante il giorno.
  3. Spegni gli strumenti elettronici 90 minuti prima di andare a letto.
  4. Resta informato sull’evoluzione delle notizie dell’epidemia, ma evita di seguire ulteriori aggiornamenti nei minuti che precedono l’addormentamento.
  5. Cerca, nei limiti del possibile, di fare esercizio fisico durante il giorno, ma evita di farlo in prossimità del sonno.
  6. Cerca di interrompere l’eventuale spirale dell’ansia per l’epidemia con alcuni esercizi respiratori prima di addormentarti.
  7. Evita di mangiare o bere appena prima di andare a letto.
  8. Cerca di fare una doccia o un bagno caldo 90 minuti prima di andare a letto.
  9. Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria, impattando anche sul contenuto onirico.

Un buon sonno rafforza la nostra risposta immunitaria e viceversa. Ci siamo resi conto, infatti, di quanto è cambiato in questa quarantena, a livello quali-quantitativo, impattando anche sul contenuto onirico; per questo, l’Accademia Italiana Medici Specializzandi (AIMS) sta promuovendo la prima indagine ufficiale estesa a tutta la popolazione italiana finalizzata a capire le specifiche conseguenze sul sonno e sul ritmo sonno-veglia nelle condizioni di auto-isolamento in cui ha vissuto una buona parte della popolazione italiana in queste settimane. A giudicare dagli elementi già emersi, i risultati saranno senz’altro molto interessanti.

Per approfondimenti:

Brooks SK, Webster RK, Smith LE, et al. The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. The Lancet 2020; 395; 912-20.

Rohleder N., Aringer M., Boentert M., Role of interluchine 6 in stress, sleep, and fatigue, The New York Academy of Science, 2012

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-qualita-del-sonno-al-tempo-del coronavirus_it_5e85b0f7c5b692780507e45e

https://www.nationalgeographic.com/science/2020/04/coronavirus-pandemic-is-giving-people-vivid-unusual-dreams-here-is-why/?fbclid=IwAR3bZbnvYX0DDnR_K21CYi7HXe8VMPWv5MJCrNqR9JsemTrIvwGbXVEtWoY

Un epitaffio lasciato vuoto

di Giada Di Biase e Federica Iezzi 

La sospensione di un lutto in epoca di Covid-19

In questo momento, la nostra quotidianità appare sospesa, surreale, ci viene richiesto di essere prudenti, possiamo uscire di casa ma solo adottando precauzioni, tra l’indossare mascherine e mantenere il distanziamento sociale. In queste stesse ore in cui si comincia finalmente a parlare di “Fase 2”, in cui fa capolino una “nuova normalità”, le persone continuano a morire.

Prepotentemente il Covid-19 è entrato nelle nostre vite, stravolgendole senza sensi di colpa e portandosi via i nostri cari nel modo più illogico e inaccettabile: in completa solitudine, la stessa che costringe alla lontananza per non essere infettati, quella “protettiva”, utile, per non diffondere il virus, e giusta per non rendersi suoi complici e gravare su una condizione già precaria.
E una campana suona nel paese, che pare quasi fantasma. Si muore da soli. “Un lenzuolo con disinfettante e un minuto per l’addio”: non solo non si possono celebrare i funerali, ma non si può neanche vedere per un’ultima volta coloro che sono andati via. Un saluto silenzioso, di pochi minuti, a qualche metro di distanza, senza poter oltrepassare quella invisibile linea di confine, il pianto. Ci si trova impreparati a elaborare un lutto, sospesi tra dolore e paura.

Coloro che studiano i processi di funzionamento della mente definiscono il lutto come “un evento che minaccia o compromette scopi personali”. Parimenti, il lutto, in psicologia, rappresenta “uno stato psicologico che consegue alla perdita di un oggetto significativo che è stato parte integrante dell’esistenza”. Tale perdita può avere diverse connotazioni, tra le quali viene annoverata la morte di una persona.
Il lutto impatta come fosse granito sulla fluidità della vita, imprime la sua forza attraverso echi gravi e acuti di sentimenti contrastanti. Si assesta su stati mentali che abitano la sofferenza individuale e che finiscono per rivestire di velluto la psiche affinché l’impatto venga attutito.  Così, nell’incredulità, vengono gettate le fondamenta per una modifica generale nel funzionamento dell’individuo, affinché la vita trovi il suo spazio per continuare a fluire.

Seppur l’essere umano possiede competenze necessarie per superare tale evento ed entrare in uno stato di accettazione, che consterebbe di circa 18 mesi, è possibile che esso venga protratto e finisca per divenire patologico qualora la persona rinunci ad accogliere  la sua irrimediabilità. Il lutto si materializza come una ferita aperta, difficile da rimarginare, generata da un “distanziamento” perenne tra le parti e che  fatica, dunque, a cicatrizzare. Il non poter essere stati vicini alla persona scomparsa, il senso di colpa per non aver condiviso con lei gli ultimi momenti della sua vita, il sentirsi egoisti per aver fatto prevaricare l’aura del contagio sul bisogno di viversi pienamente il dolore e prendere consapevolezza che non è possibile poter modificare tale condizione sono solo alcuni dei motivi che riempiono lo spazio della sofferenza nella persona che permane nello stato luttuoso.  A tali motivi si aggiungono ulteriori credenze che s’intrecciano ai dettagli dell’esperienza più intima e personale dell’individuo.

Le prime osservazioni sulla sintomatologia post lutto vennero condotte da Lindermann  nel 1944, unitamente alla descrizione di tre principali stati:

  • Shock e incredulità
  • Cordoglio acuto
  • Risoluzione del processo

La più recente e ancora attuale teoria della psichiatra svizzera Kuble Ross definisce l’elaborazione del lutto come un processo che si sviluppa attraverso cinque fasi, che possono presentarsi con tempistiche, alternanze e intensità diverse:

  • Fase della negazione o del rifiuto, caratterizzata da una negazione psicotica dell’esame di realtà
  • Fase della rabbia, caratterizzata da ritiro sociale, sensazione di solitudine, necessità di indirizzare il proprio dolore e la colpa verso sé stessi o terzi
  • Fase della contrattazione/patteggiamento, caratterizzata da una rivalutazione delle proprie risorse e da un riappropriarsi dell’esame di realtà
  • Fase della depressione, caratterizzata dalla consapevolezza che il dolore per la morte è personale ma accomuna tutti e che la morte è inevitabile
  • Fase dell’accettazione, caratterizzata dalla totale elaborazione della perdita e dell’accettazione della diversa condizione di vita

In questo contesto, lo stato di accettazione rappresenterebbe un ritorno a una situazione simile al periodo pre-luttuoso, caratterizzato da un miglioramento del tono dell’umore e dalla riduzione delle problematiche psicosociali.
E quando non si va incontro a questa fase di risoluzione?
Il lutto può collocarsi nel versante patologico. Come osservato, si presentano ostacoli invalicabili nell’accettarne l’irrimediabilità, condizione per cui reazioni emotive, sensazioni fisiche, cognizioni e comportamenti dell’individuo si alternano vicendevolmente e minacciano la salute psichica e, con essa, gli scopi personali dell’individuo. È necessario, in questi casi, avviare un percorso di psicoterapia che tenga conto della complessità di tali alterazioni. In tale contesto, nel periodo successivo alla perdita, l’obiettivo è quello di orientarsi verso il disinvestimento e l’abbandono degli scopi compromessi a favore del raggiungimento di scopi personali perseguibili.
Unitamente agli interventi di terapia cognitivo comportamentale più classici e di “terza onda”, tra cui l’Acceptance Commitment Therapy (ACT) o la Compassion Focused Therapy (CFT), è possibile utilizzare tecniche quali l’EMDR e, ancora, l’intervento di gruppo terapeutico. In particolare, all’interno della relazione terapeutica, è possibile per l’individuo sperimentare quella sensazione di “non essere più solo”, trovando riparo nel “posto sicuro”, luogo terapeutico dove è possibile accettare e affrontare le angosce e i pensieri dolorosi, valutare nuove strategie, pensieri e considerare punti di vista che differiscono da quello condizionato dall’esperienza del lutto.  Questi interventi promuovono il processo di accettazione modificando, al contempo, la tendenza della persona in lutto a isolarsi.

Per concludere, con le parole dello scrittore Julian Barnes: “Il dolore ti rovescia lo stomaco, ti toglie il respiro, riduce l’apporto di sangue al cervello; il lutto sospinge in una direzione nuova”.

Per approfondimenti

Bonanno, G.A., Wortman, C.B., Lehman, D.R., Tweed, R.G., Haring, M., Sonnega, J. et al. (2002. Resilience to loss and cronich grief: a prospective study from pre-loss to 18 months post-loss. Journal of personality and social psychology, 83, 1150-1164.

Galimberti, U. (1999). Psicologia Torino: Garzanti

Perdighe, C., Mancini, F. (2010). Il lutto. Dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Psicobiettivo, 2010, 30, 127-147

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Eppure il vento soffia ancora…

di Benedetto Astiaso Garcia

La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà. Fabrizio e André

Il dono maggiore di cui disponiamo, il tempo, scorre noncurante del virus, osservando curioso i figli della società moderna dagli spioncini delle loro case: non vi è più nessun trambusto, nessuna melodia, nessun caotico tentativo di rincuorare sé stessi attraverso bizzarre forme di socialità.
Il silenzio comincia a divenire assordante, tanto rumoroso da risvegliare la mente e liberarla, con le domande che suscita, dal pigro desiderio che la vita di prima, raramente apprezzata quando accessibile, possa tornare a essere vissuta. Chronos ricorda il rumore del Big Bang, quello degli zoccoli di mille cavalli durante una battaglia, l’esplosione della polvere da sparo, la bomba di Hiroshima, il crollo del muro di Berlino… Riscopre un nuovo caos, quello delle strade tacite, solitarie e mute.

Sono passati due mesi da quando il coronavirus, come un ospite indesiderato, si è presentato alle porte dell’Italia, stravolgendo la vita di ogni suo abitante. Come in un lutto improvviso, difficile da elaborare, seppelliamo l’illusione di essere immortali: la perduta libertà, infatti, lascia il posto a un saggio silenzio che ci permette di uscire da una fase negazionista e rifiutante della realtà.

Prima rabbiosi e poi tristi, riacquistiamo il senso reale di ciò che sta accadendo, entrando nell’indispensabile fase di consapevolezza del dolore: il bene perduto assume una valenza di insostituibilità, predisponendo così l’individuo a un successivo step di accettazione.

Nell’attesa di riorganizzare noi stessi, aspettiamo che l’onda lunga del Covid-19 si ritragga, sperando che il domani deponga sulla battigia qualche diamante in mezzo a tanti cocci di bottiglia. Bramare che le cose tornino esattamente come era prima, limitandosi ad attendere che questo tempo passi in fretta significa, però, perdere un’importante occasione di crescita personale e sociale. Come pesci a cui è stato tolto il mare, senza incappare in goffi tentativi di tirar fuori a tutti costi del bene dalla situazione attuale, l’emergenza sanitaria mondiale ci rimarca l’urgenza di porre importanti riflessioni.

L’individualismo, in primo luogo, sembra lasciare evoluzionisticamente il posto a una necessaria forma di cooperazione, socialità e senso di appartenenza, unica modalità per reggere l’urto di un silenzioso tsunami. Combattere contro un mostro invisibile, infatti, pone l’uomo nella costrittiva condizione di guardare l’altro, specchio di una comune esperienza emotiva vissuta, quella della paura. È solamente nel timore che è possibile maturare la coscienza della nostra finitudine, incrementare l’auto-riflessività e sviluppare l’indispensabile capacità di chiedere aiuto all’altro.  La paura rende gli uomini esploratori di significati e ricercatori di senso: indaffarati minatori nei meandri dell’essere, che scavano tra dubbi e certezze per ritrovare sé stessi.

Nella noia, inoltre, viene riscoperta l’ardente speranza di un futuro migliore. Nella quiete, la possibilità di vivere l’oggi alla luce di un enigmatico domani. Nell’incertezza, l’opportunità di ricordarsi delle certezze dimenticate della propria vita. Evitare che questa condizione ci cambi significa rassegnarsi a un’involuzione: non facciamoci trovare uguali da un mondo che sarà invece diverso. Il virus annulla qualsiasi distinzione, non ha passaporto, non conosce confine. Ci pone di fronte alla verità di noi stessi e delle nostre vite, eliminando la polvere da relazioni e insuccessi troppo a lungo giustificati e tacitamente assecondati. La sofferenza odierna decontamina l’aria da un delirio di onnipotenza, talvolta anche economico e scientifico, e ripone l’uomo nella sua realtà, meravigliosa, se accettata, o terrificante, se illusoriamente rinnegata.

In un tempo in cui è difficile dare risposte, porsi le giuste domande diviene necessario. Accettare il presente, senza attendere un futuro che non tarderemo a disprezzare nuovamente, significa sentire la brezza di un vento che continua a soffiare dentro case sigillate.

Rimanere in apnea, invece, limitandosi a trattenere il fiato per sopravvivere nella difficoltà, rappresenterebbe l’amara incarnazione delle parole del cantautore e poeta Fabrizio De André: “Passano gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza esser cresciuti”.

Il terapeuta durante l’emergenza

 

di Alessandra Lupo

“Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per suo conto. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Papa Francesco, benedizione Urbi et Orbi

Ore 15:00: prima seduta Skype con un mio paziente. “Come sta oggi?”. C’è silenzio tra lo spazio della mia domanda e la sua risposta. Rifletto su quel semplice quesito e sul suo significato, sopravvalutato in altri momenti.

Le reazioni sono tante: c’è chi dice “bene”, con un timbro meccanico, come se stesse distaccando, senza accorgersene, il contenuto semantico da quello semiotico della risposta; si va un po’ per inerzia. C’è chi piange, chi riporta in modo più amplificato i vecchi dolori e i sintomi, che accompagnano il vissuto in queste lunghe giornate interminabili di quarantena.

“Non è facile”: questa è la risposta più comune in tutte le terapie telematiche, dove il setting è stravolto, dove si entra quasi in punta di piedi nelle case di ciascuno di noi. Nessun Kleenex sulla scrivania, nessun bicchiere d’acqua per spezzare un pianto, ma solo la voglia di dire ai nostri pazienti: “Io ci sono e non sei solo… Ripartiamo”.

Cosa vuol dire essere un terapeuta in questo periodo storico cosi buio? Come fare a gestire le emozioni a distanza che invadono i nostri saloni, le nostre cucine che ormai sono diventati il prolungamento dei nostri studi? Le emozioni oscillano dall’impotenza di non poter fare di più, alla sensazione di utilità in un momento di isolamento. Ma siamo pur sempre terapeuti e il senso di cura e accudimento diventa il motore del nostro lavoro, la spinta a promuovere il benessere precario che tutti insieme stiamo sperimentando. Si cerca di gestire al meglio i casi clinici complessi,  che con cura abbiamo tessuto insieme ai nostri pazienti nel tempo. Proviamo a contenere la tristezza, l’ansia, la perdita e la paura, dei nostri pazienti, che si sentono soli, spaventati, e forse lo siamo anche noi. Allora cerchiamo di fare tutti grandi respiri, riprendiamo il nostro zaino degli attrezzi da lavoro, con tutte le tecniche di cui siamo forniti per aiutare chi in questo momento si sente sguarnito da quella rete di protezione. Accogliere e validare questo disagio è quello che siamo pronti a fare, ponendo l’accento sul concetto di accettazione, che la nostra cara Acceptance and Commitment Therapy ci ha insegnato.

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali: accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Aiutarci a creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta. Tutto questo non può che essere attualissimo rispetto quello che stiamo vivendo, rispetto alle nostre storie, alle vite interrotte e sospese da questo virus. Noi terapeuti cerchiamo in tutti i modi di esserci, di promuoverci e di spendere parole, tempo ed energia per supportare il bene della salute mentale, troppo spesso sottovalutata. La frustrazione e il senso di impotenza per non potere fare di più è tanta. Penso alla seduta delle 17.00, al paziente che più di me sta vivendo una vita infernale ancor prima del Coronavirus. Ci attrezziamo, zaino in spalla e proviamo ad architettare alla meglio, con quello che abbiamo a disposizione, una mini esposizione da campo per cercare di far continuare il nostro lavoro terapeutico. Dietro lo schermo c’è sempre lui, il paziente, riesco a scorgere piccoli dettagli della sua quotidianità, perché la tecnologia mi concede di vedere la sua stanza, i suoi oggetti o scorgere una voce di un caro in lontananza, che solo nella mia fantasia era entrato nella nostra stanza di terapia, e lo stesso vale per lui. Diventiamo in un momento tutti e due più “umani”, persone comuni, con una propria vita al di fuori dell’ora di seduta. Le emozioni sono tante e devono essere tutte contenute in uno schermo. Ci si ritrova a fare grandi sorrisi per piccoli progressi che ancora di più oggi sembrano dei grandi traguardi, raggiunti con il massimo sforzo e impegno. Quando è il momento del saluto e di programmare il prossimo appuntamento virtuale, ci congediamo con la speranza di riabbracciarci al più presto e con la consapevolezza di non essere soli.