“La legge morale dentro di me”: il disgusto come euristica 

di Irene Tramentozzi e Erika Cellitti
a cura di Brunetto De Sanctis

Il disgusto è una delle sei emozioni di base identificate da Charles Darwin, in quanto universale e presente in ogni cultura. Molti autori si sono occupati di identificare gli specifici correlati cognitivo-motivazionali di tale emozione, Castelfranchi e Miceli (2018) propongono innanzitutto che per l’identificazione del disgusto come emozione in quanto tale è necessario che la reazione fisiologica agli stimoli avversivi sia ri-simbolizzata cognitivamente, cioè gli venga attribuito un significato che gli fornisca una valenza affettiva. I due autori identificano inoltre la dimensione del disgusto “morale” sperimentata quando chi è responsabile di un illecito morale viene giudicato come non conforme allo standard di essere umano, pertanto verrà disumanizzato.

R.W. Fischer, avanza l’ipotesi che il disgusto, nella sua componente morale, possa svolgere la funzione di euristica, quest’ultima va intesa come una modalità di ragionamento che esula da quello logico e si basa sull’utilizzo di pensieri rapidi e veloci al fine di giungere a conclusioni pratiche ed “economiche”. Per rendere plausibile la funzione del disgusto come euristica, è necessario avvalersi di un modello teorico che forgi un legame tra disgusto e moralità. Secondo Alexandra Plakias, docente associata in Filosofia all’Hamilton College, il disgusto morale è legato a due aspetti: varia in base alla cultura di riferimento che definisce quanto le persone siano inclini al disgusto e quali azioni trovino disgustose e, in ultimo, quale peso il disgusto assuma nella formulazione del giudizio morale. Per provare tale emozione è necessario che l’atto sia ritenuto, oltre che immorale, anche come potenziale “patogeno sociale”, cioè come fonte di contagio che aumenta la probabilità di agire in modo simile. Il “contagio sociale” non sempre è negativo (si pensi ad esempio al contagio di emozioni positive, come la felicità), ma per quanto riguarda il disgusto, essendo questo associato a trigger negativi, viene posto sotto una luce sfavorevole. Dalla teoria della Plakias si assume pertanto che il disgusto possa fungere da “barriera protettiva” poichè attiva condotte di evitamento dell’azione giudicata come contaminante rispetto alla propria condotta.

Nello specifico, l’euristica del disgusto è per Fischer, guidata dall’assunto che “se X è disgustoso e non faremmo X, allora X è moralmente sbagliato” e questa affermazione viene chiamata dall’autore “visione euristica”. La clausola congiuntiva “non faremmo X” equivale ad un’azione che “noi non faremmo”, dove il “noi” identifica l’in-group, cioè il gruppo di appartenenza. Tale clausola non spiega il “perché non dovremmo fare X”, d’altronde la funzione intrinseca delle euristiche è proprio quella di non fornire spiegazioni sul perché della propria affidabilità e chi la utilizza non deve essere in grado di spiegare perché funzioni, laddove sia in grado di funzionare. Affinché “x” diventi “immorale”, è necessario però, aggiungere alla clausola congiuntiva anche la valutazione di “x” come “disgustoso”.  La forza della clausola congiuntiva risiede proprio nella sua capacità di tracciare una linea di confine tra l’in-group e l’out-group, un caso esemplificativo è quello di un comportamento che, seppur non tollerato da un singolo individuo, ma compiuto regolarmente dai membri del gruppo di appartenenza, non verrebbe investito da un giudizio morale negativo, tuttavia se quel comportamento venisse compiuto da un membro dell’out-group, lo stesso individuo formulerebbe una valutazione morale negativa nei suoi confronti. Tale euristica può però produrre dei “falsi positivi” dal momento che le euristiche, per loro natura, non comportano il riconoscimento dell’errore, poiché esse vengono utilizzate in modo ordinario ed è richiesto loro solo di essere “abbastanza buone” nei contesti in cui vengono applicate.  Per l’autore, in virtù del legame tra disgusto morale e violazione di norme, alle quali si riconoscono adeguate ragioni per sussistere, è possibile quindi affermare che il disgusto è considerabile una buona euristica morale.

In conclusione, l’euristica del disgusto morale sembra avere la funzione di definire i comportamenti in-group\out-group di varia natura e può essere coinvolta nella dis-umanizzazione dei membri dell’outgroup. Tuttavia il dibattito inerente alla funzione del disgusto in quanto euristica è ancora aperto: molti autori sollevano dubbi riguardo alla correlazione tra la valutazione di uno stimolo come disgustoso e, di conseguenza, immorale (seppure la moralità sia legata ad un dilemma ontologico in quanto tale, pertanto non solo inerente al tema del disgusto); inoltre, l’esistenza di infiniti trigger di varia natura che attivano l’emozione, ne mettono in discussione la sua natura in quanto euristica. Alla luce di quanto emerso finora, la visione euristica del disgusto appare comunque più promettente e sembrerebbe aggiungere maggiore comprensione al mero significato di contagio sociale.

Bibliografia:

Robert William Fischer. “Disgust as Heuristic” – ArticleinEthical Theory and Moral Practice“. December 2015

Miceli M, Castelfranchi C. Contempt and disgust: the emotions of disrespect. J Theory Soc Behav. 2018;1–25. https://doi.org/10.1111/jtsb.12159

Il disprezzo è l’altra faccia del disgusto?

di Irene Tramentozzi e Erika Cellitti 
a cura di C. Castelfranchi e M. Miceli   

Dal ­momento che la rabbia viene spesso utilizzata per riferirsi alle emozioni di disprezzo e disgusto, alcuni autori suggeriscono che il disprezzo sia una “miscela” di rabbia e disgusto, altri, invece, mettono persino in discussione che il disgusto sia una vera e propria emozione. Pur condividendo un nucleo comune basato sull’ostilità, disprezzo e disgusto sono, in realtà, come suggerito dagli autori Castelfranchi e Miceli, due emozioni completamente differenti, contraddistinte da diverse caratteristiche cognitivo-motivazionali. Ontologicamente tali emozioni sono accomunate dal possedere un aspetto “morale” e uno “non morale”, inoltre implicano una valutazione negativa di tipo disposizionale ed entrambe innescano tendenze all’azione di evitamento ed esclusione. Tuttavia, nonostante questi elementi comuni, il disprezzo è rivolto, esclusivamente, verso gli esseri umani e comporta un senso di superiorità nei loro confronti, pessimismo riguardo un loro possibile miglioramento, distacco da essi ed evitamento. Al contrario, il disgusto può essere rivolto ad una vasta gamma di stimoli e comporta una certa sensibilità alla contaminazione ed un conseguente evitamento guidato dalla paura stessa. Un’altra differenza significativa tra disprezzo e disgusto è correlata, in primo luogo, ai diversi tipi di “standard” rispetto ai quali viene valutato lo stimolo, in secondo luogo, alla mancanza di rispetto generato dalla stessa valutazione negativa.  

L’emozione del disprezzo implica un confronto con un altro individuo e la conseguente valutazione di quest’ultimo come al di sotto dei propri standard. È possibile distinguere due forme di disprezzo, una “non morale” ed una “morale”. Il disprezzo “non morale”, definito anche “di base”, può essere rappresentato da tre caratteristiche qualificanti: implica una valutazione negativa riguardo le capacità del soggetto a cui viene attribuita una mancanza di potere e inadeguatezza nel rispecchiare gli standard del valutatore, la caratteristica disprezzata viene riconosciuta come un tratto intrinseco del soggetto e, in ultimo, valutata come totalmente negativa e rilevante per gli standard del valutatore. La mancanza di rispetto in questo caso è legata al fatto che la persona disprezzata è considerata carente di quelle capacità necessarie a soddisfare lo standard e gli viene riconosciuta l’impossibilità di acquisirle nel tempo: “non c’è niente da fare”.

Le conseguenti condotte di evitamento saranno supportate non dalla paura in quanto tale, ma dalla considerazione che esso è immeritevole di interesse e “inutile” in un eventuale interscambio sociale. Il disprezzo “morale” ha le stesse componenti cognitive di quello di base, ma oltre all’inadeguatezza, al soggetto disprezzato viene attribuita anche una componente di responsabilità rispetto alle proprie mancanze. Ma come è possibile essere inadeguati e allo stesso tempo responsabili per una propria “mancanza”? Gli autori suggeriscono che vi sia una valutazione, da parte del disprezzante, basata sul “poter acquisire” tale mancanza grazie ad uno “sforzo” di apprendimento, che però il soggetto disprezzato evidentemente non compie. Inoltre, l’evitamento assumerà una forma di esclusione sociale, non solo inteso come allontanamento, ma anche come punizione verso l’altro.  

Il disgusto è identificato da Charles Darwin come una delle sei emozioni di base degli esseri umani, ma secondo quanto suggerito da Castelfranchi e Miceli, è necessario operare un’essenziale distinzione: quando questa emozione è una risposta immediata ad uno stimolo rivoltante, va considerata semplicemente come un effetto sensoriale negativo associato ad una reazione fisiologica (come nausea e vomito) ed affinché il disgusto sia identificabile come un’emozione in quanto tale, è necessario che questa reazione venga ri-simbolizzata cognitivamente, cioè gli venga attribuita una valutazione ed un’interpretazione che gli forniscano una valenza affettiva. Tutte le forme di disgusto condividono delle caratteristiche chiave: sensibilità alla contaminazione, intesa come riconoscimento di uno stimolo come contaminante e causa di minaccia alla propria integrità attraverso il contatto o l’associazione con esso, la paura della contaminazione come diretta conseguenza di tale riconoscimento, e in ultimo, l’evitamento dello stimolo motivato dalla paura stessa. Queste caratteristiche pongono una differenza netta tra disgusto e disprezzo, attribuendo loro delle qualità distintive che permettono di definirle come due emozioni differenti, infatti nel disprezzo non c’è né sensibilità alla contaminazione né paura della contaminazione e la persona disprezzata non è percepita come contagiosa: è solo inferiore e indegna di stima (non suscita paura).  

Il disgusto appare quindi come un’emozione complessa, le cui componenti cognitive non sono facili da identificare, a causa dell’ampia varietà dei trigger che l’attivano. Gli autori pongono un’ulteriore distinzione inerente alle varie tipologie di disgusto, identificando sia il disgusto sociale sia il disgusto morale: il primo può essere considerato come una forma di disgusto associata al ricordo nel comportamento o nell’aspetto, a quelli propri degli animali, come ad esempio mangiare cibo marcio o contaminato, o mangiare animali che in una certa cultura non sono socialmente accettabili, oppure diretto a persone il cui aspetto fisico assume connotati “animaleschi”, e può pertanto essere considerato come legato a convenzioni sociali; il secondo, sembra invece essere associato a violazioni del codice morale di cui la persona è ritenuta responsabile e questo tipo di violazione è considerata talmente grave che la persona viene giudicata come “non conforme allo standard di essere umano” e quindi dis-umanizzata, pertanto il conseguente evitamento non sarà legato solo al distanziamento fisico, ma al distanziamento sociale che assume una doppia valenza, una punitiva (come nel disprezzo morale) e l’altra difensiva, al fine di operare un distacco “protettivo” dal rischio di contagio morale. La mancanza di rispetto generata da questa forma di disgusto, assumerà, pertanto, un aspetto contraddittorio: come può una persona dia-umanizzata moralmente, essere al tempo stesso responsabile di un illecito? La risposta consiste nel fatto che chi è oggetto di disgusto è percepito come un traditore della dignità umana che non combatte le sue tendenze disumane. Pertanto il disgusto è legato all’etica, alla dignità e all’integrità umana, che assume una funzione adattiva in quanto misura autodifensiva e punitiva, che non sempre assume un’accezione negativa e può apparire appropriata quando questa è rivolta a condannare determinati illeciti comportamentali.

In conclusione, quindi, appare evidente che tali emozioni siano differenziate da specifici connotati cognitivi-motivazionali. Il disprezzo implica un elemento di “freddezza” poiché correlato ad una bassa attivazione fisiologica e per sua natura, è caratterizzato da un aspetto piacevole nello sperimentare tale emozione poiché basata su una percezione del sé come superiore all’altro (come ricordano Miceli e Castelfranchi “un caso particolare è rappresentato dal disprezzo verso sé, in cui il soggetto valuta se stesso, o meglio il sé reale percepito, tanto al di sotto degli standard sostenuti dal proprio sé ideale”), mentre il disgusto è ancestrale e “viscerale” poiché derivato da esperienze legate alla paura della contaminazione, è caratterizzato pertanto da un’esperienza spiacevole. Tale distinzione può assumere rilevanza, non solo in ambito clinico, per individuare le specifiche attivazioni fisiologiche, i correlati cognitivi e le attitudini comportamentali legati a queste due emozioni al fine di imparare a riconoscerle e discriminarle.

Riferimenti bibliografici

Miceli M, Castelfranchi C. Contempt and disgust: the emotions of disrespect. J Theory Soc Behav. 2018;1–25. https://doi.org/10.1111/jtsb.12159

Quando il disgusto è patologico

di Sara Quaranta
a cura di Brunetto De Sanctis

Correlati cognitivi e psicofisiologici del disgusto nel disturbo ossessivo compulsivo

Nel mondo, tre persone ogni duecento soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e per quanto possa capitare a tutti di sentirsi contaminati dopo aver utilizzato un bagno pubblico e che per questo ci si lavi un po’ più del normale, in queste persone i sintomi sono pervasivi oltre che invalidanti. La letteratura scientifica ha dimostrato che il disgusto ha un ruolo rilevante nel DOC. Questa emozione di base la cui funzione evolutiva è la protezione della salute da malattie contagiose, con l’evoluzione della società si è espansa ai domini socio-morali. Una reazione di disgusto ha due componenti: la propensione/tendenza a rispondere con disgusto e la sensibilità/avversione alle sensazioni di disgusto.
Gli psicologi cognitivisti Alexis E. Whitton, Julie D. Henry e Jessica R. Grisham hanno voluto indagare: 1) se ci fosse corrispondenza tra elevato disgusto di tratto self-report e risposte fisiologiche intense in individui con diagnosi DOC; 2) se le credenze ossessive fossero associate a risposte di disgusto tenendo sotto controllo variabili come la diagnosi e il disgusto di tratto.
Per la risposta fisiologica del disgusto, sono state utilizzate l’elettromiografia facciale e l’analisi dell’attività elettrodermica. La prima è stata utilizzata col fine di registrare l’attività di un particolare pattern di muscoli facciali coinvolti nell’espressione del disgusto: il muscolo levatore del labbro superiore (muscolo prossimo al naso che permette di arricciare il labbro superiore) e il muscolo corrugatore del sopracciglio che permette di contrarre la fronte. La seconda finalizzata a registrare l’indice del livello di conduttanza epidermica, il quale tende ad aumentare durante la visione di film o immagini disgustosi.
Al fine di valutare la presenza e la gravità delle credenze ossessive, è stato somministrato l’Obsessive Beliefs Questionnaire-44 (OBQ-44), un questionario self-report costituito da 44 item suddivisi in tre sottoscale: responsabilità/stima del pericolo; perfezionismo/certezza; importanza/controllo dei pensieri.
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: 25 individui con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, 25 individui con diagnosi di disturbo d’ansia e 25 individui sani. Inoltre è stato selezionato un set di 36 immagini statiche raggruppabili in sei categorie di domini tematici differenti (bagni sporchi, pattumiere, sangue, trasgressioni morali, immagini neutre e immagini negative ma non disgustose).
Le risposte fisiologiche sono state registrate durante la visione di ogni immagine attraverso dei sensori opportunamente applicati sul viso dei partecipanti e inoltre è stato chiesto loro di fornire un punteggio da 1 (per niente disgustato) a 8 (estremamente disgustato).
La presentazione delle categorie come pure delle immagini entro ogni categoria ha seguito un ordine random.
Dai punteggi medi del disgusto self-report si evince che rispetto agli individui sani e ansiosi, gli individui con DOC erano più propensi e sensibili a reazioni di disgusto e valutavano significativamente più disgustose immagini raffiguranti bagni sporchi e pattumiere.
Per quanto riguarda i risultati elettromiografici ed elettrodermici non è emersa nessuna significativa differenza tra i gruppi.
In conclusione, sebbene gli individui con DOC abbiano una maggiore propensione a reagire con disgusto a stimoli francamente disgustosi, è stato osservato che la presenza e la gravità delle credenze ossessive correlava positivamente con il disgusto self-report anche durante la visione di immagini neutre e che l’attività del muscolo levatore del labbro superiore era elevata durante la visione di immagini negative. Per queste ragioni si parla di “disgusto patologico”, cioè una tendenza a rispondere con reazioni di disgusto anche in contesti in cui non sono presenti stimoli disgustosi.

Moralità & Disgusto: esiste un legame?

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

Il modo in cui prendiamo decisioni che riguardano la sfera della moralità, ovvero come distinguiamo ciò che è giusto ed accettabile da ciò che non lo è, rappresenta un tema che ha da sempre affascinato il mondo scientifico e filosofico.

Nell’ultimo ventennio, diversi studi nell’ambito delle neuroscienze hanno evidenziato la relazione tra la moralità e l’emozione del disgusto (Eskine et al. 2011). In particolare, il lavoro di Hutcherson e collaboratori (2015), è partito dall’analisi della duplice valutazione alla base del giudizio morale – ovvero, quella emotiva e quella utilitaristica – con lo scopo di chiarire in che modo queste due componenti interagiscono al fine di formulare un giudizio morale unitario. Gli autori hanno chiesto ai partecipanti di giudicare dal punto di vista emotivo e, successivamente, dal punto di vista utilitaristico, una serie di azioni, mentre erano inseriti in una apparecchiatura di Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). In seguito, queste azioni sono state combinate tra loro ed utilizzate al fine di ottenere un giudizio globale di moralità: esso era ottenuto chiedendo ai partecipanti di valutare quanto ritenessero moralmente accettabile una certa azione in vista di uno scopo ultimo (i.e., bene maggiore). Dai risultati è emerso che la valutazione emotiva e la valutazione utilitaristica del giudizio morale sono mappate in regioni cerebrali distinte, che formano network segregati deputati a queste due diverse tipologie di valutazione. Il network responsabile della valutazione emotiva include la corteccia del cingolo anteriore (ACC), l’insula, ed il giro temporale superiore (STG), mentre l’attività della giunzione temporo-parietale e della corteccia prefrontale dorso-mediale correlava con la valutazione utilitaristica.

L’interessamento di regioni quali l’insula, il STG e l’ACC nel network della valutazione emotiva del giudizio morale appare particolarmente interessante alla luce del fatto che queste regioni sono coinvolte anche nell’elaborazione cognitiva del disgusto, e che questa emozione sembrerebbe legata alla disapprovazione morale.

In particolare, alcune porzioni della corteccia insulare sono attivate dall’esperienza di disgusto e tale attivazione predice l’entità dell’esperienza disgustosa (Harrison et al. 2012), mentre la visone di facce che esprimono disgusto sembrerebbe attivare il STG (Phillips et al. 2004). Similmente, la ACC è attivata sia dell’esperienza sensoriale del disgusto, che dalla visione di facce che esprimono questa emozione (Wicker et al. 2003). È inoltre interessante notare che nessuna ricerca ha evidenziato il coinvolgimento del network della valutazione utilitaristica del giudizio morale in risposta all’esperienza di disgusto, suggerendo che il legame tra disgusto e giudizio morale sia di natura eminentemente affettiva.

Infine, un ulteriore tassello a conferma di questo legame deriva anche dall’analisi di pazienti con disturbo ossessivo compulsivo (DOC), caratterizzati da ossessioni morali (i.e., sessuali/religiose), che sembrerebbero esperire disgusto morale auto-diretto (self-disgust). Inoltre, alcuni studi hanno riportato un legame tra sensibilità e propensione al disgusto, giudizio morale e severità dei sintomi DOC nel dominio sintomatologico associato alla moralità (Olatunji et al. 2005; D’Olimpio et al. 2013; Inozu et al. 2014; Whitton et al. 2014).

I dati provenienti della letteratura neuroscientifica supportano l’esistenza di un legame tra disgusto e giudizio morale, suggerendo come quest’ultimo possa in parte derivare dal sentimento di repulsione conseguente alla valutazione affettiva dell’azione.

 

Reference List

 

D’Olimpio F, Cosentino T, Basile B, et al (2013) Obsessive-compulsive disorder and propensity to guilt feelings and to disgust. Clin Neuropsychiatry 10:20–29.

Eskine KJ, Kacinik NA, Prinz JJ (2011) A bad taste in the mouth: Gustatory disgust influences moral judgment. Psychol Sci 22:295–299. doi: 10.1177/0956797611398497

Harrison BJ, Pujol J, Soriano-Mas C, et al (2012) Neural correlates of moral sensitivity in obsessive-compulsive disorder. Arch Gen Psychiatry 69:741–749. doi: 10.1001/archgenpsychiatry.2011.2165

Inozu M, Ulukut FO, Ergun G, Alcolado GM (2014) The mediating role of disgust sensitivity and thought-action fusion between religiosity and obsessive compulsive symptoms. Int J Psychol 49:334–341. doi: 10.1002/ijop.12041

Olatunji BO, Tolin DF, Huppert JD, Lohr JM (2005) The relation between fearfulness, disgust sensitivity and religious obsessions in a non-clinical sample. Pers Individ Dif 38:891–902. doi: 10.1016/j.paid.2004.06.012

Phillips ML, Williams LM, Heining M, et al (2004) Differential neural responses to overt and covert presentations of facial expressions of fear and disgust. Neuroimage 21:1484–1496. doi: 10.1016/j.neuroimage.2003.12.013

Whitton AE, Henry JD, Grisham JR (2014) Moral rigidity in obsessive-compulsive disorder: Do abnormalities in inhibitory control, cognitive flexibility and disgust play a role? J Behav Ther Exp Psychiatry 45:152–159. doi: 10.1016/j.jbtep.2013.10.001

Wicker B, Keysers C, Plailly J, et al (2003) Both of Us Disgusted in My Insula: The Common Neural Basis of Seeing and Feeling Disgust. Neuron 40:655–664. doi: 10.1111/j.1365-2672.1990.tb01793.x

Il ruolo del Disgusto nel disturbo Ossessivo-compulsivo

di Cinzia Calluso
a cura di Barbara Basile

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è un disturbo invalidante che si caratterizza per la presenza di compulsioni che causano una sostanziale compromissione del funzionamento ed un elevato dispendio di tempo. Esso è stato a lungo classificato come un disturbo d’ansia, tuttavia, è emerso che l’ansia potrebbe non essere l’emozione primaria in questi pazienti. Sia sul versante della ricerca comportamentale, che delle neuro-immagini, sono emersi sempre più dati a favore del coinvolgimento di altre emozioni come la colpa e il disgusto.

In particolare, i pazienti DOC sembrerebbero sperimentare un’aumentata propensione (i.e., maggiore frequenza) e sensibilità (i.e., grado di negatività) al disgusto. Altre prove del coinvolgimento del disgusto nel DOC derivano da studi di evitamento comportamentale (i.e., compiti di difficoltà crescente, volti a misurare il grado di abituazione rispetto ad una certa emozione) che hanno confrontato i punteggi di abituazione alla paura e al disgusto. I risultati mostrano una progressiva abituazione alla paura, ma non al disgusto, all’aumentare della difficoltà del compito. Questo dato ha notevoli implicazioni per le terapie di esposizione e prevenzione della risposta, che si basano su tale principio. Ulteriori dati derivano da compiti di riconoscimento delle espressioni facciali, in cui i pazienti DOC mostrano un deficit nel riconoscimento del disgusto, ma non di altre emozioni. Ciò potrebbe essere dovuto alla tendenza ad associare al disgusto una più vasta gamma di espressioni facciali.

Importanti indicazioni sul ruolo del disgusto nella sintomatologia del DOC derivano dagli studi di neuro-immagine che hanno identificato le regioni chiave nell’elaborazione delle risposte emotive di disgusto. La percezione di immagini, odori o sapori sgradevoli sembrerebbe associata ad un aumento dell’attivazione funzionale dell’insula, del cingolo anteriore e dello striato. Interessante notare che queste aree sono coinvolte anche nell’elaborazione della colpa, e in particolare della colpa di tipo morale-deontologico, una emozione rispetto alla quale i pazienti con DOC sono particolarmente sensibili (Basile et al., 2011, 2014; Mancini, 2016).

Rispetto al DOC, studi di risonanza magnetica funzionale hanno suggerito che esso si caratterizzi per la compromissione a carico del circuito cortico-striato-talamo-corticale. In paradigmi di attivazione dei sintomi – in cui i pazienti vengono esposti a stimoli rilevanti per il loro dominio sintomatologico – si osserva un aumento dell’attività a carico dell’insula, della corteccia orbito frontale, del cingolo anteriore e del caudato.

In generale, sembrerebbe esserci una stretta corrispondenza tra le regioni coinvolte nell’elaborazione del disgusto e le regioni implicate nella fisiopatologia del DOC. Al contrario, l’amigdala – regione chiave nell’elaborazione di ansia e paura – non risulta comunemente attiva nei paradigmi di attivazione dei sintomi in pazienti DOC. Questo lascerebbe ipotizzare un più sostanziale coinvolgimento delle emozioni di colpa e disgusto nella patogenesi del DOC.

In conclusione, l’inquadramento del disgusto nei modelli teorici del DOC potrebbe contribuire ad una maggiore comprensione del disturbo e, parallelamente, ad un miglioramento degli approcci terapeutici. Pertanto, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, i dati attualmente presenti in letteratura sembrano sufficienti a supportare la necessità di operare una ristrutturazione del modello teorico del DOC.

Reference:

Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Caltagirone, C., and Bozzali, M. (2014). Abnormal processing of deontological guilt in obsessive-compulsive disorder. Brain Struct. Funct. 219, 1321–1331. doi:10.1007/s00429-013-0570-2.

Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Caltagirone, C., Frackowiak, R. S. J., and Bozzali, M. (2011). Deontological and altruistic guilt: Evidence for distinct neurobiological substrates. Hum. Brain Mapp. 32, 229–239. doi:10.1002/hbm.21009.

Bhikram, T., Abi-Jaoude, E., & Sandor, P. (2017). OCD: Obsessive-compulsive … disgust? The role of disgust in obsessive-compulsive disorder. Journal of Psychiatry and Neuroscience, 42(5), 300–306. https://doi.org/10.1503/jpn.160079

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore.

Che schifo! Sarò stato contaminato?

di Barbara Basile

Cosa è il disgusto? Che funzione ha nella nostra vita e cosa accade se siamo troppo sensibili ad esso?

 Il disgusto ci salva dall’ingestione di cibi andati a male o dal contatto con sostanze potenzialmente pericolose. Grazie alla sua intensa sgradevolezza, associata a una specifica espressione del viso, a sensazioni fisiologiche (come nausea e vomito) e a una risposta di repulsione e allontanamento, l’uomo è riuscito a evitare alimenti putrefatti, a sottrarsi al contatto con animali sporchi e potenziali vettori di malattia, a evitare il possibile contagio tramite ferite o manifestazioni corporee potenzialmente dannose. Tutte queste caratteristiche e manifestazioni sono descritte in modo molto evocativo nel libro “Il Profumo” di Patrick Süskind.

Un’altra accezione più evoluta e socialmente determinata è quella del disgusto socio-morale, inteso come regolatore delle relazioni tra le persone. Capita spesso di sentir dire: “Che persona disgustosa!”, “Quell’individuo mi fa schifo! Non ci voglio avere a che fare”, rispetto a soggetti che agiscono in modo immorale, per esempio pedofili, stupratori, dittatori politici o personaggi che in qualche modo ledono, usano o approfittano degli altri. In questo senso, il disgusto incoraggia risposte di rifiuto e repulsione e anche di punizione (come accade, ad esempio, per i condannati criminali che vengono sottoposti a una pena da scontare in carcere).

Il disgusto si apprende fin dai primi mesi di vita, quando i genitori usano manifestazioni verbali o smorfie per indicare al bambino di non toccare o raccogliere oggetti sporchi e potenzialmente dannosi. Le figure genitoriali hanno quindi un ruolo fondamentale nell’insegnare al bambino come approcciarsi a questa emozione e rappresentano un modello di apprendimento molto importante.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) il disgusto gioca un ruolo chiave. Ciò è particolamente vero nel sottotipo da contaminazione, in cui si ha il timore di potersi sporcare o di essere contagiati da una possibile malattia. Queste paure molto intense spingono a comportamenti di evitamento (arrivando anche a non uscire più di casa), di controllo e soprattutto di lavaggio, con lo scopo di prevenire a tutti i costi qualsiasi possibile contaminazione. Il film francese “Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute” rappresenta abbastanza fedelmente quali possono essere i timori e i comportamenti che una persona affetta da questo disturbo vive.

Trattare chi ha una elevata sensibilità al disgusto è molto difficile, soprattutto considerando il forte potere attivante che questa emozione racchiude. Il flooding rappresenta una possibile tecnica di intervento terapeutico, difficile da attuare poichè richiede una fortissima adesione del paziente. Si tratta di un approccio comportamentale, in cui l’individuo entra in contatto con le situazioni che generano ansia in modo non-graduale e prolungato. L’ipotesi è che nel soggetto esposto allo stimolo ansiogeno per molto tempo, pian piano la risposta d’ansia si attenui fino alla completa estinzione. Proprio questo, senza anticipare troppo il finale del film diretto da Dany Boon, è quello che sperimenta il protagonista. Altri interventi consistono nell’aiutare il paziente a esporsi gradualmente agli stimoli disgustosi o pericolosi, senza poi mettere in atto i comportamenti di lavaggio (Esposizione e Prevenzione della Risposta, E/RP). Ancora, si può chiedere all’individuo di associare più volte gli stimoli disgustosi con stimoli valutati da lui come molto gradevoli. Se correttamente applicato, questo processo di controcondizionamento dovrebbe depotenziare l’effetto attivante negativo degli stimoli disgustosi. Anche in ambito scientifico, purtroppo, gli studi volti a verificare l’efficacia di uno specifico trattamento psicoterapico sono ancora scarsi.

 

Per approfondimenti:

 – Questa et al., Cognitivismo Clinico (2013) 10, 2, 161-172

– Mancini F. (2016), a cura di “La mente ossessiva”. Raffaello Cortina Editore

Disfunzioni sessuali: una questione di disgusto

di Elena Bilotta

Il ruolo del disgusto nella eziopatogenesi dei disturbi sessuali secondo Peter de Jong*

Nel corso del suo intervento al recente Rome Workshop on Experimental Psychopathology, il prof. Peter de Jong ha fornito una lettura per così dire “disgusto-centrica” dello sviluppo delle disfunzioni sessuali. L’emozione di disgusto è considerata una risposta protettiva dell’organismo nei confronti di possibili elementi patogeni di contagio: è dunque focalizzata sulla relazione di contatto tra il corpo e l’ambiente esterno, con particolare attenzione a pelle e orifizi del corpo. La sensibilità al disgusto cresce all’aumentare della prossimità dell’elemento potenzialmente contaminante, allo stesso modo la sensibilità al contagio è differente nelle diverse aree del corpo, ove le zone genitali mostrano il potenziale di contagio più elevato, mentre i prodotti del corpo, quali sudore e liquido seminale, corrispondono ai più potenti evocatori di disgusto. L’emozione di disgusto è inoltre associata a comportamenti evitanti e a riflessi muscolari difensivi che potrebbero aiutare a difendere la persona a proteggersi dall’eventuale elemento contaminante. Leggi tutto “Disfunzioni sessuali: una questione di disgusto”

Il ruolo del disgusto nel DOC da contaminazione: se è disgustoso, allora è pericoloso?

di Miriam Miraldi

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato da pensieri intrusivi ansiogeni e da comportamenti ritualizzati, overt o covert, volti a contenere e controllare il disagio derivante dai suddetti pensieri. Si tratta di un disturbo tendenzialmente cronico e invalidante, e costituisce la terza psicopatologia in termini di frequenza. Il DOC non ha una manifestazione sintomatologica univoca, bensì si presenta come uno spettro eterogeneo, costituito da vari sottotipi. Il più frequente è il DOC da contaminazione/washing, rispetto al quale si è sviluppato un consistente filone di ricerca relativo al ruolo del Disgusto. Secondo il modello di Rachman questo tipo di DOC può essere spiegato come esito di una interrelazione tra i seguenti fattori: a) comportamentali, costituiti da forme di evitamento di sostanze ritenute dal paziente contaminanti (fluidi corporei, rifiuti, elementi chimici) che la maggior parte delle persone non considera pericolose; b) cognitivi, quali bias (attentivi, mnestici e interpretativi) e apprendimenti esperienziali; c) fisiologici, costituiti da reazioni autonomiche amplificate nei pazienti che soffrono di timore da contaminazione. Il Disgusto è un’emozione primaria, che si manifesta attraverso aspetti comportamentali, fisiologici e cognitivi, nonché da specifiche componenti espressive, quali labbro superiore retratto, labbro inferiore sollevato, arricciamento delle narici, che appaiono retaggio evolutivo della risposta disgusto adattiva e funzionale a promuovere l’espulsione (p.es. vomito) di sostanze offensive o pericolose. Leggi tutto “Il ruolo del disgusto nel DOC da contaminazione: se è disgustoso, allora è pericoloso?”

Come il codice morale influenza il disgusto

di Katia Tenore

La percezione negativa di un elemento con cui si viene a contatto è influenzata da quanto risulta distante dal proprio codice di valori

L’emozione del disgusto, nella funzione evolutiva, corrisponde a un istinto di protezione del corpo da influenze dannose, sia sul piano fisico, come nel caso di agenti patogeni, sia sul piano spirituale, come nel caso di minacce alla propria moralità. Secondo i neuroscienziati Rozin e Fallon, il disgusto ha la funzione di trasmettere e proteggere i valori culturali di una comunità: agire in accordo con il codice morale e i valori condivisi rafforza il senso di appartenenza e, d’altro canto, la violazione delle stesse norme morali genera il disgusto degli appartenenti nei confronti del trasgressore.
In molte religioni, ad esempio, alcuni rituali come il battesimo e le abluzioni sottendono “azioni di pulizia” tese a purificare simbolicamente lo spirito e a prepararsi a entrare in comunione con la divinità. Allo stesso modo, entrare in contatto con una credenza religiosa, giudicata non in linea con il proprio sistema valoriale, comporta una reazione di disgusto. A partire da questa osservazione, in uno studio di Ritter, è stato chiesto ai soggetti di esprimere un giudizio sul gusto di due bevande che, all’insaputa dei partecipanti, risultavano essere composte dalla stessa quantità degli stessi ingredienti. Tra il primo e il secondo assaggio, ai soggetti era richiesto di copiare a mano un testo proiettato su un monitor, in particolare un passo del Corano, del libro “L’illusione di Dio” di Richard Dawkins oppure di un volume neutro, la prefazione di un dizionario. Leggi tutto “Come il codice morale influenza il disgusto”