Anna vede ma non viene vista

di Claudia Colafrancesco
a cura di Erica Pugliese
illustrazione di Elena Bilotta – Disegni per la salute mentale

Cosa è successo ai bambini che hanno assistito alla violenza durante il lockdown?

“Dottoressa, secondo lei si sta bene anche da sola? Mica devo avere un compagno per forza? Quando il mio ragazzo mi ha lasciato, papà ha fatto un casino, per lui la famiglia deve restare unita. Non sopporta neanche che mio cugino si sia separato e abbia un’altra compagna. A me sembra felice”.

[…] “Ma l’amore esiste davvero? Io non voglio un compagno. Ho visto soffrire troppo mamma e non voglio fare la sua stessa fine”.

[…] “Una volta ho visto papà picchiare mio fratello. Calci e pugni. Gli prendeva la testa e gliela sbatteva contro il muro. Ho avuto paura. Mica è normale?! Avrebbe potuto anche ucciderlo.

Una volta è successo anche con mamma, ma ero più grande e ho chiamato i Carabinieri. Papà ancora oggi ce lo rinfaccia. Mamma dice che è meglio non denunciare. Se pazientiamo ancora un po’, vendiamo la casa e andiamo a vivere da un’altra parte”.

[…] “Papà dice che andrà via ma a me pare che sta sempre lì. Secondo lei non se ne va perché è ancora innamorato di mamma? Mamma dice che deve essere lui a lasciare la casa, noi non ce ne dobbiamo andare”.

[…] “Non ce la faccio più dottoressa, non si può più uscire e anche lui sta sempre a casa. No, non è violento. Con me non è mai stato violento (fisicamente, ndr). L’altra mattina ho fatto rumore mentre mi facevo il caffè e l’ho disturbato. Mi ha detto: ‘Sta grassona! Ancora stai a casa a spese mie. Quando morirà tua madre, che pensi che ti manterrà tuo fratello?! Resterai sola!’. Ho provato a raccontarlo a mamma, ma lui mi ha sentito. Ha fatto uno scatto, come se volesse farmi del male. Aveva gli occhi indemoniati. Ho pensato: ‘Ora mi uccide!’. Si è fermato”.

Anna vede ma non viene vista. È stata una bambina “invisibile”, cresciuta nella paura del padre. Non considerata oggetto di violenza, soprattutto quando questa è stata meno palese come lo è il maltrattamento psicologico, viene percepita estranea alla situazione. Oggi è una giovane donna, ma respira ancora violenza. Quella violenza invisibile, a volte assistita, altre subita, che non lascia segni sulla pelle e sulle ossa. Le “cicatrici” sono visibili, però, nel suo presente dai contorni incerti, fatto di dubbi ossessivi, e nei suoi vissuti stravolti da una burrasca emotiva legata al terrore di restare sola.

Per Anna il periodo di reclusione ha esacerbato i costi della convivenza con un padre violento, così come tanti bambini e adolescenti che in questi mesi di chiusura forzata sono stati costretti a respirare l’aria di casa.

I media hanno promosso immagini positive di famiglie intente a preparare pizze e dolci e a studiare passatempi per rendere meno noiose le giornate. Ma dietro questi quadretti gioiosi si nascondono le tante, sicuramente troppe, “Anna” che hanno vissuto tre mesi da incubo, come denuncia Gloria Soavi, presidente del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia (Cismai) che, assieme ad altre decine di associazioni, ha chiesto al Governo un “decreto bambini” per realizzare una task force dedicata e la messa in campo di misure straordinarie. L’isolamento amplifica le situazioni di violenza:  “anche in condizioni normali – ha spiegato Soavi – non è facile chiedere aiuto, adesso è praticamente impossibile riuscire a rivolgersi a un adulto di cui si fidano”.

Una ricerca portata avanti dall’ospedale Giannina Gaslini ha evidenziato le ripercussioni che il lockdown ha portato con sé sullo stato psicologico dei bambini. Dall’analisi dei dati relativi alle famiglie con figli minori di 18 anni a carico, è emerso che sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. In particolare, si è registrato un aumento dell’irritabilità, instabilità emotiva, cambiamenti del tono dell’umore, disturbi del sonno e disturbi d’ansia, per effetto diretto del confinamento stesso e per il riflesso del malessere vissuto dai genitori.

Se questo è lo specchio di quel che è stato il lockdown per i bambini in “comuni” famiglie italiane, possiamo solo immaginare le conseguenze per quei bambini che abitualmente respirano violenza. Un intervento tempestivo nella fase acuta consente di ridurre i rischi di sintomatologie post-traumatiche perduranti nel tempo. La letteratura nazionale e internazionale considera la psicoterapia cognitivo comportamentale (TCC) il trattamento psicologico d’elezione nei casi di violenza assistita con una efficacia dimostrata a livello scientifico secondo una prospettiva di Evidence-based Medicine.

Anna è intrappolata in una casa che dovrebbe proteggerla, l’unico spazio che sente suo è quando si reca in terapia e può essere “vista”.

Per approfondimenti:

http://www.gaslini.org/wp-content/uploads/2020/06/Indagine-Irccs-Gaslini.pdf

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/minori_maltrattati_cismai_il_lockdown_ha_innalzato_il_rischio_di_abusi_

Donne vittime del lockdown

di Rossella Cascone e Erica Pugliese

Durante l’isolamento sono aumentati gli episodi di violenza domestica. Ecco come chiedere aiuto

A partire dal 9 marzo scorso, per tutti gli italiani vi è stato l’obbligo di restare a casa e ridurre al minimo la circolazione e gli spostamenti se non per motivi di necessità. Inevitabilmente il periodo di lockdown ha prodotto effetti spiacevoli e negativi, in diversa misura, per tutti.

Come evidenziato da articoli di cronaca, per alcune donne la casa è diventata una trappola mortale. Le donne vittime di violenza domestica sono state costrette, infatti, a restare in casa a stretto contatto con i loro aguzzini, sole o con i propri figli. Questo ha comportato un rischio maggiore per la loro salute e per la loro incolumità, essendo più esposte a violenze sia fisiche sia verbali senza avere l’alternativa di fuggire per proteggere sé stesse e chi assiste inerme alla violenza.

I bambini e le bambine sono stati più frequentemente testimoni della violenza subita dalla loro madre, delle scene aggressive e delle minacce. A questo si aggiunge il vissuto emotivo che tale esposizione comporta e il senso di impotenza e di colpa per non essere in grado di contrastare tali violenze. Come dimostrato da diversi studi sulla violenza assistita, tutto questo comporta un’alterazione del loro benessere fisico e psicologico e una compromissione del loro sviluppo su vari livelli anche nel lungo termine.

L’isolamento da lockdown è stato sicuramente un’aggravante. Secondo un’organizzazione no profit cinese che lavora con le donne, il numero dei casi di violenza domestica nella provincia di Hubei è aumentato in maniera vertiginosa riportando, nel mese di febbraio, il doppio delle segnalazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le autorità francesi hanno denunciato un incremento delle violenze del 30% in questo periodo. In Turchia, nello specifico a Istanbul, la polizia dichiara un aumento del 40% degli episodi di violenza domestica denunciati. Secondo un rapporto Istat pubblicato a maggio e in linea con i dati europei, anche in Italia durante il lockdown le richieste d’aiuto sono incrementate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nonostante l’incremento dei casi di violenza e delle successive richieste d’aiuto, nella prima metà di marzo le chiamate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, si sono ridotte del 55,1% rispetto all’anno scorso. Questo dato è legato al fatto che l’isolamento forzato ha incrementato la possibilità da parte dell’abusante di controllare e limitare la libertà della vittima. Inoltre, ha diminuito il supporto sociale, forte fattore protettivo contro la violenza domestica. La vittima, non potendo uscire, ha avuto delle difficoltà a trovare dei momenti disponibili per contattare i servizi di competenza e ricevere aiuto e un sostegno psicologico.

Un’altra ragione che può spiegare questo calo delle denunce risiede nel fatto che la coppia possa essersi trovata nella cosiddetta “fase della luna di miele” o comunque in un momento di “tregua”, ovvero in una fase del ciclo di violenza in cui si ricomincia a vivere più tranquillamente e alla donna possono essere fatte delle “concessioni”. Il motivo di questa calma apparente risiede nel fatto che il maltrattante esercita maggiore controllo sulla vittima e, di conseguenza, diminuiscono i pretesti più vari percepiti come “colpe” della partner.

La violenza è però sempre dietro l’angolo ed è quindi importante non sottovalutare i segnali di una relazione tossica.
D’altra parte, dall’osservazione clinica è risultato che le vittime hanno sfruttato ogni occasione a disposizione durante il lockdown per poter contattare i servizi antiviolenza: quando portavano a spasso il cane, quando andavano a fare la spesa o in farmacia e anche mentre buttavano la spazzatura.

Il 1522, il numero anti violenza e stalking, istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno ed è gratuito. Nel caso in cui il clima di terrore renda difficile fare una telefonata, esiste anche un’applicazione che permette di chattare con un’operatrice del 1522. Su internet è disponibile, inoltre, un elenco dei Centri Antiviolenza presenti sul territorio nazionale che è possibile contattare in qualsiasi momento.

Anche la Polizia di Stato si è attivata per garantire la massima accessibilità al pronto intervento per le donne vittime di violenza. L’applicazione YouPol, ideata per contrastare bullismo e spaccio di sostanze stupefacenti nelle scuole, è stata aggiornata aggiungendo la possibilità di segnalare i reati di violenza domestica con le stesse modalità delle altre tipologie di segnalazione. Si può inoltre effettuare direttamente una chiamata al numero di emergenza unico (Nue) e le segnalazioni possono essere effettuate anche da chi è testimone diretto o indiretto della violenza, come ad esempio figli o vicini di casa.

Vi è infine la possibilità di contattare le varie associazioni che si occupano della violenza di genere e della violenza assistita che hanno attivato canali via chat per mettersi in contatto con un’operatrice e chiedere aiuto.

Se ti trovi in una situazione di violenza e non sai come uscirne o se conosci qualcuno in queste condizioni rompi il silenzio e chiedi aiuto.

Per approfondimenti:
https://www.cognitivismo.com/2019/10/23/i-5-segnali-di-un-amore-tossico/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3384540/

https://www.sixthtone.com/news/1005253/domestic-violence-cases-surge-during-covid-19-epidemic

https://www.istat.it/it/files//2020/05/Stat-today_Chiamate-numero-antiviolenza.pdf

https://www.france24.com/en/20200410-french-domestic-violence-cases-soar-during-coronavirus-lockdown

https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/coronavirus_violenza_donne_turchia_quarantena-5155946.html

https://www.lastampa.it/cronaca/2020/03/19/news/l-altra-faccia-del-coronavirus-e-emergenza-violenza-sulle-donne-ecco-i-numeri-da-chiamare-per-chiedere-aiuto-1.38612088

 

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Si può calcolare il rischio di violenza?

di Giuseppina Lauria

A cura di Erica Pugliese

Uno studio di ricerca sulla dipendenza affettiva e la violenza di genere presso l’SPC di RomaSono sei milioni e 788 mila le donne che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Tre milioni e 466 sono vittime di stalking. Il numero di figli che assistono a episodi di violenza aumenta dal 60,3% nel 2006 al 65,2% nel 2014.
Soprattutto nei casi di violenza domestica, è molto probabile che gli abusi non siano episodi singoli e sporadici. Dalle indagini Istat emerge, infatti, che chi si rivolge al Telefono Rosa subisce violenza fisica e psicologica da mesi (19,9%; 22,8%) o da anni (77,7%; 72,3%). La Direttiva UE del 2012 ha posto l’accento sul rischio di vittimizzazione ripetuta e ha affermato che “solo una valutazione individuale e tempestiva può calcolarlo”.  Alcuni Paesi europei – come Svezia, Spagna, Portogallo e Inghilterra – hanno introdotto all’interno delle forze dell’ordine l’uso di questionari per individuare i casi ad alto rischio.Ma questi strumenti funzionano?
La risposta della ricerca condotta nel 2019 da Emily Turner, Juan Medina-Ariza e Gavin Brown, docenti all’università di Manchester è “no”.
I questionari finora utilizzati non funzionano anche perché sono nati in un momento storico in cui gli studi sulla violenza di genere e la giurisprudenza sul tema erano solo agli inizi. Ma lo studio evidenzia un fenomeno rilevante: i casi ad alto rischio vengono individuati con maggiore cura dagli ufficiali che si dimostrano più empatici e accoglienti con la vittima. Questo dimostra che il somministratore è una variabile importante.Se incrociamo questo dato con quelli rilevati dall’Istat dal 2013 al 2019, emerge l’importanza non solo di proseguire la ricerca per affinare l’efficacia degli strumenti, ma anche di formare chi li utilizzerà e promuovere campagne di informazione.Gli anni in cui si sono registrate il maggior numero di telefonate al numero verde coincidono, infatti, con quelle della messa in onda di pubblicità progresso, indice che queste riescono a raggiungere un pubblico più ampio. Se il 78% delle vittime sceglie di non parlare con nessuno è anche per la scarsa informazione riguardo i servizi di supporto alle vittime.Ma questo non è l’unico problema.
Dei 59.975 dei casi di violenza registrati dal numero verde, solo il 17,7% decide di denunciare e non ritirare la denuncia. Le ricerche italiane confermano che la sensibilità e il tipo di reazione che gli ufficiali hanno nei confronti della vittima condiziona la sua scelta di dare visibilità al fenomeno.
Oltre alla paura e alle pressioni esercitate dal contesto familiare, ben 2.582 persone dichiarano di ritirare la denuncia perché invitate direttamente dalle forze dell’ordine a farlo.
Il Governo italiano ha comunque provato ad attuare delle misure di contrasto alla violenza domestica e di genere, stabilendo per questi casi una sorta di corsia preferenziale. Il 9 agosto 2019 è entrata in vigore la legge n.69 o “Codice Rosso” che, oltre ad inasprire le pene e a introdurre i reati di revenge porn e sfregi al viso, stabilisce un limite di tre giorni per ascoltare la vittima o chi ha sporto denuncia.
Nonostante lo sforzo, la legge ha creato nella pratica un effetto paradosso. Il fatto che non siano stati stanziati fondi, aumentato il personale e previsti corsi di formazione per lo stesso, impedisce di rispondere in maniera appropriata all’aumento delle denunce, causando un rallentamento della procedura che si voleva velocizzare.
Al fine di colmare questo gap metodologico, il project di ricerca “Dipendenze affettive e violenze di genere” della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva (SPC) di Roma si sta occupando dello sviluppo di strumenti adeguati che misurino questo costrutto in termini di determinanti cognitivo-comportamentali con riferimento al modello sulle dipendenze affettive proposto da Erica Pugliese, Angelo Saliani e Francesco Mancini.
Gli autori sostengono, inoltre, la necessità di una formazione specifica delle persone coinvolte nel processo di messa in sicurezza delle vittime, di un trattamento specifico che lavori sul loro presente ma anche sulle loro vulnerabilità storiche, spesso traumatiche, e la diffusione dell’informazione per contrastare il fenomeno.

Per approfondimenti

Pugliese E., Saliani A. M., Mancini F. (2019) Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche, in “PSICOBIETTIVO” 1/2019, pp. 43-58.Turner E., Medina-Ariza J., Brown, G. (2019). Dashing Hopes? The Predictive Accuracy of Domestic Abuse Risk Assessment by Police? The British Journal of Criminology.

Violenza: in Italia è colpa della donna

di Teresa Vigilante a cura di Erica Pugliese

Il pregiudizio che condanna le donne come responsabili delle violenze subite e l’urgenza di un modello di intervento per combattere il fenomeno della violenza di genere

In occasione del 25 novembre 2019, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha raccolto e divulgato dati relativi agli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale. Tale report ha evidenziato dati allarmanti sulla persistenza del pregiudizio che condanna la donna come principale responsabile delle violenze subite: 

  • il 39,3% della popolazione sostiene che la donna, con la sua volontà, sarebbe in grado di sottrarsi alla violenza sessuale;
  • il 23,9% ritiene che siano le donne a provocare la violenza sessuale a causa del loro modo di vestire;
  • il 15,1% reputa le donne parzialmente responsabili nel subire violenze sessuali quando sono sotto l’effetto di alcol o droghe;
  • il 13,6% della popolazione giustifica la violenza nelle relazioni intime come conseguenza di comportamenti civettuoli delle donne verso un altro uomo. 

Da un’analisi approfondita emergono convinzioni tipo: “è accettabile che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha flirtato con un altro uomo”, “in una coppia può scappare uno schiaffo ogni tanto”. E accuse ancor più gravi come: “di fronte a una proposta sessuale, le donne spesso dicono ‘no’ ma in realtà intendono sì”.

Per gli italiani, inoltre, è ritenuto normale e accettabile il controllo che alcuni uomini pretendono di avere sulla vita della loro partner, violandone il diritto inestimabile di libertà. Riguardo quest’ultimo punto e, quindi, sul perché alcuni sono violenti con le proprie compagne, sono emersi dati agghiaccianti:

  • Il 77,7% degli italiani sostiene che le donne siano oggetti di proprietà; il 75% sostiene che le donne che subiscono violenza fanno abuso di alcol e di stupefacenti;
  • il 75% sostiene che le donne che subiscono violenza fanno abuso di alcol e di stupefacenti;
  • un altro 75% afferma che gli uomini usano la violenza perché sentono il bisogno di sentirsi superiori alla propria compagna, una credenza che trova riscontro in aggiuntivi stereotipi di genere secondo cui “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia” (8,8%), “il successo nel lavoro è più importante per l’uomo che per la donna” (32,5%), “l’uomo deve provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%), “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%).

Nel 2018, delle 133 donne uccise, l’81,2% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, in più della metà dei casi (54,9%) la donna è stata uccisa dal partner attuale o dal precedente.

Questi dati sollevano l’emergenza di un intervento sul fenomeno della violenza di genere nel nostro Paese, che non possa esimersi dal considerare anche aspetti culturali. Colpevolizzare la donna è una forma di violenza secondaria e allontana dal diritto legittimo di sottrarsi a una relazione violenta, rendendo sempre più difficoltosa la possibilità di uscire da una relazione pericolosa. Erica Pugliese, Angelo Saliani e Francesco Mancini, psicoterapeuti dell’Associazione di Psicologia Cognitiva, affermano che le vittime di violenza vivono una condizione di dipendenza affettiva patologica che si caratterizza per la tendenza a sovrainvestire nella relazione anche quando il legame con il partner ha conseguenze sulla salute psicologica e fisica della persona o quando è la vita dei propri cari a essere in pericolo. Queste relazioni si distinguono, inoltre, per il tentativo, da parte del dipendente affettivo, di amare o salvare qualcuno emotivamente fragile e irraggiungibile che il più delle volte finirà per maltrattare il partner. La maggior parte delle vittime di violenza riferisce, infatti, la presenza di un conflitto intrapsichico di scopi, per esempio, tra il voler andare via e il voler restare, tra il voler riprendere in mano la propria vita e il non riuscire a rinunciare all’altro, e che questo continuo oscillare senza soluzione è mantenuto molto spesso dal senso di colpa come se, nella percezione della vittima, la violenza ricevuta non fosse un atto ingiustificabile del partner ma una propria responsabilità.

Una cultura, come quella italiana, che rafforza questa credenza e non supporta la donna, non le permette di salvarsi, anzi la imprigiona nello stereotipo di chi quelle botte e quel dolore se l’è pure cercato. L’implementazione di un modello teorico e d’intervento, in chiave cognitivista, che esplica il funzionamento psico-patologico dalla dipendenza affettiva e che scagiona finalmente, dal punto di vista scientifico, la vittima da credenze patogene su eventuali responsabilità, potrebbe contribuire alla sensibilizzazione di tale fenomeno e alla riduzione degli stereotipi di genere, rendendo chiaro il concetto che subire violenza non è una scelta. 

Se sei vittima di violenza, non è colpa tua. Chiedi aiuto, rompere il silenzio è il primo passo per riprenderti la tua vita.

Per approfondimenti:

Pugliese E., Saliani A.M., Mancini F., “Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche”. Psicobiettivo 1/2019, 43-58, doi:10.3280/PSOB2019-001005
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/11/25/violenza-sulle-donne-la-colpa-e-loro.-per- 239-la-causa-e-il-modo-di-vestire-_96ac3818-2341-42d8-87ca-9f9e3a7b29ca.html
https://www.istat.it/it/archivio/235994

Se i bambini assistono alla violenza

di Claudia Colafrancesco a cura di Erica Pugliese

Che adulti saranno domani?

“Una volta papà Toni voleva farmi star zitta e mi ha tenuto con la bocca aperta sotto al rubinetto con l’acqua aperta”. Gioia (nome di fantasia) è stata “fortunata”: il suo fratellino Giuseppe è stato ucciso dalla ferocia del patrigno Toni Barde il 27 gennaio scorso e lei è stata risparmiata. Le storie raccontate dalla bambina alla psichiatra infantile Carmelinda Falco sugli episodi di violenza vissuti tra le mura domestiche pesano come macigni sulla coscienza di chi questa tragedia poteva e doveva evitarla. 

“Una volta – continua Gioia – anche la mamma reagì: ‘Basta! Li stai uccidendo!’”, aveva urlato. Quel giorno infame Giuseppe non stava fingendo di essere svenuto come avevano imparato a fare per difendersi dal patrigno ma si arrendeva davanti a un destino che aveva deciso di togliergli perfino l’infanzia. “Ho visto Giuseppe sul divano, non riusciva a parlare, aveva gli occhi un po’ aperti e un po’ chiusi. Gli ho detto: ‘respira’”.

Giuseppe aveva 7 anni ed è morto. Che ne sarà della sorellina?

Giuseppe e Gioia sono diventati, loro malgrado, protagonisti delle cronache nazionali per un epilogo terribile, ma quanti sono i bambini che quotidianamente subiscono violenza o portano con loro le ferite di una situazione familiare drammatica che resta chiusa dietro la porta di casa e che potrebbe segnarli per sempre? I dati dell’ultima relazione ISTAT sono allarmanti: circa il 69% dei bambini, figli di vittime di violenza, ha assistito agli abusi e il 18% ha subito violenza. Vista la delicatezza del tema, si può immaginare ancora un ampio sommerso.

Quando una madre decide di denunciare, riferisce che i figli non sono presenti mentre le mura domestiche si trasformano in uno scenario di violenza: “Erano nella loro stanza”, “Stavano dormendo”, “Non si sono accorti di nulla”. Sembrano essere invisibili agli occhi dei genitori i bambini che fanno esperienza di atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, da un genitore nei confronti dell’altro o nei confronti di un fratello o una sorella. Ma i bambini sono presenti non solo quando assistono direttamente. Lo sono anche quando compaiono lividi e ferite sul corpo della mamma o quando la paura e la tristezza segnano il suo volto, quando di ritorno da scuola trovano a casa tavoli e porte rotte e quando entrano in contatto con assistenti sociali, sistema giudiziario o personale sanitario.

Questa “violenza assistita” è rimasta per troppo tempo una questione privata, trovando il suo riconoscimento sociale in Italia solo al termine degli anni Novanta, quando i centri antiviolenza hanno portato alla luce i danni che tale tipo di maltrattamento provoca sul minore. Gli effetti sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale nel breve e nel lungo periodo sono drammatici e più intensi se i bambini vengono colpiti in tenera età.

Uno recente studio, condotto dall’attuale presidente di Prevent Child Abuse America Chicago, Melissa Merrick, e collaboratori, evidenzia come le ferite subite nel “nido” familiare non solo non si rimarginano, ma nel tempo diventano dei buchi neri da un punto di vista sanitario, sociale ed economico per la collettività.

Malattie coronariche, ictus, asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cancro (escluso il cancro della pelle), malattie renali, diabete, depressione, sovrappeso, obesità, fumo, abuso di alcol, dispersione scolastica, disoccupazione e mancanza di assicurazione sanitaria: questo è l’identikit del bambino invisibile ormai adulto che viene fuori dall’indagine portata avanti in 25 Stati americani. Quando mamma e papà litigano, i bambini assistono e vivono uno stress tossico che altera l’espressione dei geni: cervello, sistema immunitario e organi portano con sé i segni per tutta la vita.

Dal report emerge, inoltre, che le fasce più colpite sembrano essere le donne, i giovani tra i 18 e i 34 anni e le minoranze etniche. Questo significa che far leva sui giovani adulti consente di modificare i comportamenti a rischio per la salute e ridurre le conseguenze negative a lungo termine a livello individuale e sociale. Il vantaggio più grande è quello di spezzare il ciclo intergenerazionale di esperienze infantili avverse poiché è più probabile che sia questa l’età in cui iniziano a costruirsi una relazione più stabile. Una tesi sostenuta anche dai dati ISTAT 2019 che mostrano come dietro la violenza esiste già un passato di violenza subita o assistita in famiglia.

In conclusione, l’arma più efficace per mettere un argine a questa deriva è quella della prevenzione tra le mura domestiche: educare alle relazioni sane e alla creazione di ambienti sicuri per tutti i bambini e le famiglie è fondamentale per ridurre le gravissime conseguenze che esperienze infantili precoci sia dirette sia assistite possono causare.

La violenza assistita è un reato. Se conosci bambini vittime di questa grave forma di abuso, non esitare, chiedi aiuto alle forze dell’ordine o al più vicino centro antiviolenza.

Per approfondimenti: 

Merrick M.T. e coll. (2019). Estimated Proportion of Adult Health Problems Attributable to Adverse Childhood Experiences and Implications for Prevention — 25 States, 2015–2017. In Morbidity and Mortality Weekly Report.
Istat (2019). Report di analisi dei dati del numero verde contro la violenza e lo stalking 1522 – Gennaio 2913-Settembre 2019

 

Se la violenza non fa male, ti uccide

di Chiara Serra
a cura di Erica Pugliese 

Come fanno le donne vittime di violenza a fronteggiare il crescente dolore fisico e psicologico causato dal partner abusante?

Quando un individuo persevera in una relazione, nonostante le conseguenze negative sulla sua salute psicologica, ci troviamo in una condizione definita come “dipendenza affettiva patologica” (DAP).  La persona è mossa dallo scopo irrinunciabile di mantenere a tutti i costi la relazione con un partner emotivamente fragile e affettivamente instabile, come illustrato nel lavoro della psicologa e psicoterapeuta Erica Pugliese e collaboratori. Questa forma di amore tossico viaggia lungo un continuum di gravità e, nei casi più estremi, si associa a episodi di violenza domestica (intimate partner violence, IPV) che, se perpetrati a lungo, possono favorire nei soggetti affettivamente dipendenti l’insorgenza di disturbo post traumatico da stress (DPTS). Tra i sintomi del DPTS vi è la messa in atto di comportamenti di risoluzione del dolore associato al trauma, come il numbing (stato di coscienza simile all’intorpidimento e alla confusione) e l’evitamento, consapevole o inconsapevole, di stimoli o sensazioni associati all’evento traumatico che potrebbero fare da trigger anche indirettamente o simbolicamente per il re-innesco del ricordo traumatico.

A tale proposito, lo studio del ricercatore olandese Elbert Geuze e collaboratori sui veterani del Vietnam con DPTS ha mostrato che l’esposizione a stimoli calorifici produce un’alterata percezione dolorifica. Secondo il modello proposto dagli autori, detto di “stress induced analgesia”, l’elevata paura e il disagio associati agli stimoli calorifici attivano un sistema endogeno di modulazione del dolore che abbassa la percezione soggettiva del dolore.

È possibile che lo stesso meccanismo di modulazione sia responsabile della reazione di evitamento di trigger traumatici nelle donne vittime di violenza domestica con DPTS (IPV-DPTS)? Queste donne tendono dunque nel tempo a ridurre la soglia percepita del dolore? 

Per rispondere a questo interrogativo, Irina Strigo e collaboratori dell’Università di San Francisco hanno confrontato un campione di 23 donne IPV-DPTS con uno non clinico di 15 donne. Il paradigma sperimentale richiedeva ai soggetti di riferire la temperatura percepita degli stimoli calorifici di diversa temperatura somministrati in due sessioni (Run1 e Run2) durante la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Infine, è stato chiesto di compilare alcuni test diagnostici specifici, tra i quali la Clinically Administered PTSD Scale (CAPS), che valuta la frequenza e l’intensità dei sintomi associati al trauma, compreso l’evitamento. 

I risultati mostrano che le donne IPV-DPTS percepiscono un’attenuazione della temperatura dello stimolo dolorifico nella Run2, dopo una ripetuta esposizione allo stimolo. Nella prima esposizione allo stimolo (Run1), seppur assente una differenza nella percezione dolorifica dello stimolo, le donne IPV-DPTS mostrano una differente una risposta neurale, ovvero un aumento dell’attività dell’insula anteriore di destra (RAI) rispetto al gruppo di controllo. A questa reazione di ipersensiblità dolorifica segue una seconda esposizione agli stimoli dolorifici (Run2), in cui le donne IPV-DPTS riferiscono invece un abbassamento della sensazione dolorifica rispetto al gruppo di donne non clinico. Inoltre, a livello neurale si osserva nel gruppo sperimentale una diminuzione dell’attività della RAI, che integra informazioni interocettive, emotive e cognitive ai fini del processamento affettivo, e un aumento dell’attività dell’ACC, una regione attiva durante il comportamento motivazionale e in situazioni a elevato livello di disagio emotivo. È emersa, infine, una correlazione dei punteggi ottenuti nella scala CAPS, sia con la temperatura media percepita sia con l’attività della RAI: questo significa che le donne IPV-DPTS con alti punteggi nella sottoscala dell’evitamento (tendenza a mettere in atto meccanismi di coping maladattivi finalizzati a evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica) riportano una maggiore attenuazione del dolore percepito e una diminuzione dell’attività della RAI, come detto responsabile della consapevolezza emotiva.

Sulla base di questi risultati, gli autori propongono che la modulazione neurale associata all’attività della RAI potrebbe essere correlata alla diminuzione del dolore percepito, mentre quella della ACC sarebbe legata alla regolazione dello stress percepito nel ri-esperire lo stimolo traumatico. Come confermano i dati di correlazione, l’evitamento emotivo potrebbe essere una delle strategie utilizzate nelle vittime di violenza per gestire l’esperienza traumatica, che si manifesta a livello cognitivo come una riduzione del dolore percepito e a livello neurale come un abbassamento dell’attività della RAI, un nodo centrale nella consapevolezza emotiva. 

L’esperienza clinica e i dati di neuroimaging spiegherebbero in parte la tendenza degli individui con dipendenza affettiva patologica a perseverare nella relazione nonostante la crescente sofferenza emotiva generata da partner il più delle volte problematici, ovvero emotivamente fragili e affettivamente instabili.

Questi risultati supportano la necessità di costruire un protocollo di trattamento cognitivo-comportamentale che ponga al centro gli aspetti traumatici della relazione interpersonale e i tentativi di soluzione del dolore maladattivi tipici della dipendenza affettiva patologica. Infine, sarebbe interessante replicare i risultati di questo studio su un campione di uomini, proprio in considerazione del fatto che la dipendenza affettiva è una problematica che colpisce trasversalmente uomini e donne, coppie gay ed etero. 

Per approfondimenti:

Pugliese, E., Saliani, A.M., Mancini, F., Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche. Psicobiettivo” 1/2019, 43-58, doi:10.3280/PSOB2019-001005

Strigo, I.A., Simmons, A.N., Matthews, S.C., Grimes, E.M., Allard, C.B., Reinhardt, L.E., Paulus, M.P., Stein, M.B., 2010. Neural correlates of altered pain response in women with posttraumatic stress disorder from intimate partner violence. Biol. Psychiatry 68, 442-450. doi:10.1016/j.biopsych.2010.03.034

Geuze, E., Westenberg, H.G., Jochims, A., de Kloet, C.S., Bohus, M., Vermetten, E., Schmahl, C., (2007): Altered pain processing in veterans with posttraumatic stress disorder. Arch Gen Psychiatry 64:76–85. 10.1001/archpsyc.64.1.76

I 5 segnali di un amore tossico

di Erica Pugliese – illustrazioni di Elena Bilotta
 
Costruire rapporti sani è tra le capacità più importanti e più difficili della vita
Per lungo tempo abbiamo pensato alle relazioni come a un argomento frivolo, quando invece la capacità di costruire rapporti sani è tra le più importanti e più difficili della vita.
Identificare i segnali di una relazione tossica, infatti, non ci aiuta soltanto a non cadere nel pantano dell’amore patologico, ma anche a gestire meglio le relazioni in generale. Se amare è un istinto, imparare ad amare meglio è un’abilità che tutti possiamo sviluppare e affinare con il tempo.
Circa una persona su tre subisce una qualche forma di violenza durante il corso della sua vita. Si parla anche di un ampio sommerso e quindi di persone che non riescono a trovare la forza di rompere il silenzio e si rinchiudono mute nel dolore pensando, probabilmente, di meritarselo in parte. Per violenza, si intende abusi fisici, ma anche verbali, psicologici, emotivi. Oggi si è consapevoli di come queste forme di violenza siano molto più frequenti di quanto dichiarato e del tutto trasversali alle diverse condizioni socio-economiche e al genere.
​Lavoro da anni con vittime di violenza di genere o con una sintomatologia ascrivibile alla dipendenza affettiva patologica. Questa condizione può essere definita come “un fenomeno relazionale nel quale un individuo sembra avere un legame apparentemente irrinunciabile con un partner problematico”. Questo legame si caratterizza per la presenza, nel tempo, di abusi, violenza o manipolazioni perpetrati da uno o da entrambi i partner ed è, per almeno uno dei due, fonte di sofferenza: chi soffre crede di non essere in grado di porre termine alla relazione o di tollerare che sia l’altro a decidere di separarsi. Nei loro racconti, le vittime di violenza spesso si mostrano consapevoli di essere in una relazione non sana o malata, eppure non la interrompono. Molte di loro si chiedono: “E se mi sbagliassi?”, “Se stessi pretendendo troppo?”; o ancora: “Se facessi questo o quello la situazione potrebbe migliorare?”.
Le vittime di violenza non riconoscono di essere veramente in pericolo.
Accade che le azioni del maltrattante non vengano riconosciute come segnali  di pericolo imminente ma sono continuamente giustificate dal “troppo amore”,
espressione fin troppo abusata nei titoli dei giornali, o da fattori quasi sempre esterni alla coppia come l’alcol, un problema al lavoro, in famiglia, ecc. Alla luce dei dati sulla violenza nelle relazioni intime, sembra allora lecito domandarsi: se le vittime o le persone a loro vicine fossero state in grado di riconoscere immediatamente i segni di una relazione tossica prima ancora che diventasse violenta, sarebbe stato possibile, almeno in parte, evitare gesti estremi come il femminicidio o l’omicidio-suicidio?
La nostra missione oggi, come clinici, è assicurarci che le persone ricevano informazioni adeguate, quelle che le vittime di femminicidio o per sempre deturpate dall’acido e le loro famiglie forse non hanno mai avuto. L’obiettivo è prevenire, salvare vite, perché fin troppe sono andate perdute quando forse qualcosa ancora poteva essere fatto.
Per poter raggiungere questo obiettivo è importante individuare i segnali di una relazione tossica. La dottoressa Elena Bilotta illustra sotto forma di disegni i cinque segnali di un rapporto non sano, di seguito riportati
1. Intensità
​Le relazioni violente o abusive non lo sono dall’inizio. Nessuna vittima di violenza racconta di schiaffi, calci o umiliazioni nel primissimo periodo.
Riferiscono della gioia e del desiderio tipico della fase d’innamoramento.
Pensano di essere fortunate, di aver trovato il loro principe o la loro principessa. Nel tempo, però, qualcosa cambia. Si passa dall’eccitazione, al
sentirsi soffocati o sopraffatti, dalle rose alle spine: l’altro/a incomincia, per esempio, a marcarvi stretto, a presentarsi attraverso messaggi o telefonate insistenti, divenendo impaziente quando non potete rispondere, anche se sa bene che siete occupati a lavoro.
Non importa, dunque, come la relazione comincia ma come evolve.
Risulta fondamentale chiedervi: sono a mio agio con il tipo d’intimità richiesta dalla relazione? Penso di avere il mio spazio? Ho la libertà di esprimere i miei bisogni? Le mie richieste sono rispettate? Se la risposta a una o più domande è no, questo non è amore.
2. L’isolamento
L’isolamento è spesso uno dei segnali più ignorati perché ogni relazione inizia con un forte desiderio di trascorrere del tempo con l’altro, di voler condividere quanti più momenti possibili e può capitare di non accorgersi che qualcosa a un certo punto non va. L’isolamento occorre quando il vostro ragazzo o la vostra ragazza inizia ad allontanarvi dalla famiglia o dagli amici e a legarvi sempre di più. Potrebbe per esempio dirvi: “Ma che esci a fare con quegli sfigati dei tuoi amici?” o “Non ti accorgi che la tua amica è invidiosa e sta facendo di tutto per farci lasciare?”. L’isolamento viene nutrito dal seme del dubbio lanciato su qualsiasi persona a voi vicina che frequentavate prima della relazione e che in qualche modo viene considerata un ostacolo alla fusione amorosa. L’amore sano prevede l’indipendenza, due persone che adorano passare insieme del tempo, ma che restano in contatto con i propri amici e cari e con le attività che svolgevano anche prima. Anche se all’inizio passavate molti momenti insieme, con il tempo sarà fondamentale mantenere i propri spazi, per esempio programmando serate con gli amici e incoraggiando il vostro partner a fare lo stesso.
3. Gelosia cieca
Quando finisce la fase di “luna di miele”, può iniziare a insinuarsi la gelosia cieca. Il partner potrebbe diventare più esigente, pretendendo di sapere sempre dove siete e con chi, e potrebbe iniziare a seguirvi ovunque nella vita reale o online, chiedervi insistentemente di approfondire con dettagli la relazione con i vostri ex, per poi spesso arrabbiarsi o rimanere deluso o diffidente. La gelosia cieca comporta ossessività e sospetto, frequenti accuse di sospetto, di tradire o flirtare con altre persone e il rifiuto di ascoltarvi quando le rassicurate sul fatto che amate solo loro. La gelosia è un’emozione che fa parte di ogni relazione umana, ma quella patologica è diversa: contiene minacce, rabbia e disperazione. L’amore non dovrebbe farci sentire in questo modo.
4. Denigrare
Nelle relazioni tossiche, le parole possono essere armi. I dialoghi spensierati e dolci fanno posto a conversazioni meschine e umilianti. Il partner incomincia a prendervi in giro alcune vostre vulnerabilità ferendovi, racconta storie o fa battute su di voi. Quando dite di sentirvi feriti, non vi ascolta o riferisce che state esagerando: “perché sei cosi sensibile?”, “che problema hai?”, “non rompere!”. Quelle parole vi tappano la bocca. Il vostro partner dovrebbe, invece, sostenervi e le sue essere parole di comprensione e incoraggiamento e non sminuirvi. Dovrebbe mantenere il segreto, essere leale, proteggervi e non farvi sentire meno sicure/i.
5. L’instabilità
Frequenti rotture e riappacificazioni con alti alti e bassi bassi sono tipici dei rapporti non sani. Se la tensione sale, aumenta anche l’instabilità. Diverse vittime di violenza raccontano di sentirsi come camminare sulle uova. Tremendi litigi seguiti da riconciliazioni strazianti, commenti carichi di odio, come “non vali niente” o “non so neanche che ci sto a fare con te”, sono seguiti da scuse e promesse che non accadrà più. Arrivati a questo punto, siete talmente tanto consumati dalle montagne russe, da non rendervi conto di quanto tossica e pericolosa sia la vostra relazione. Può essere difficile capire di essere in una relazione non sana che si sta trasformando in abuso, ma è possibile affermare che maggiori saranno i segnali che si presentano nel vostro rapporto, più siete a rischio di essere nella condizione sopra definita di dipendenza affettiva patologica, e quindi in una relazione dalla quale non riuscite a liberarvi, nonostante le conseguenze negative.
Se i segnali sopra descritti caratterizzano la vostra relazione e se doveste essere in pericolo, rompete il silenzio con qualcuno di fidato o rivolgetevi
immediatamente alle autorità competenti (forze dell’ordine, centri antiviolenza, avvocati, ospedale), in modo da elaborare insieme un piano per andarvene in maniera sicura.

È importante, infine, non dimenticare che avere una relazione sana è possibile:

rispetto reciproco, gentilezza, supporto, ascolto, fiducia, amore, unione, comprensione sono gli ingredienti di un amore felice.
Possiamo provare a rivolgerli a noi per primi e poi anche verso gli altri.
Per approfondimenti:
Discorso di Katie Hood nella conferenza TED tenuta ad Aprile 2019:
https://www.ted.com/talks/katie_hood_the_difference_between_healthy_and_un healthy_love
Pugliese E., Saliani A.M., Mancini F. (2019). Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche. Psicobiettivo (1), 43-58.

Scrivere per guarire

di Erica Pugliese

L’uso della scrittura espressiva aiuta le persone a guarire dalle esperienze negative, stressanti o traumatiche

La scrittura espressiva di eventi negativi, traumatici o stressanti, secondo studi recenti, può essere una tecnica potente che conduce a un miglioramento della salute psicologica e fisica. Si tratta di scrittura espressiva ovvero libera e senza riferimenti alla forma o altre convenzioni, come per esempio la punteggiatura, l’ortografia e la grammatica.
L’idea è di esprimere esattamente ciò che detta il cuore e la mente, senza starci troppo a pensare. La narrazione autobiografica presta dunque più attenzione ai sentimenti, a come ci si sente, rispetto a una mera descrizione di quello che è accaduto o sta accadendo ed è finalizzata alla costruzione di nuovi percorsi di significato di eventi particolarmente dolorosi. Poter esprimere liberamente le proprie emozioni e riconoscere i vissuti più traumatici aumenta dunque la consapevolezza delle dinamiche penose, permette di individuare nuovi nessi di causalità tra gli eventi e una elaborazione del trauma dal punto di  vista emotivo e cognitivo.
La connessione tra la scrittura espressiva e il benessere è stata scoperta da James Pennebaker, professore di psicologia presso l’Università di Austin, in Texas. Nel suo progetto di ricerca di punta, Pennebaker ha sviluppato degli esercizi di scrittura espressiva che hanno potenziali benefici per la salute delle persone. L’efficacia di questo strumento è stata confermata da numerosi studi successivi su campioni clinici e non clinici.
Di seguito viene descritto come procedere nell’esercizio della scrittura espressiva. Prima di iniziare è necessario leggere e seguire attentamente le istruzioni se si vogliono trarre dei benefici da questo tipo di attività:

  1. Scrivi per un minimo di 20 minuti al giorno per quattro giorni consecutivi.
  2. Scegli di scrivere qualcosa di estremamente personale e importante per te.
  3. Scrivi senza preoccuparti della punteggiatura, dell’ortografia e della grammatica. Se sei a corto di cose da dire, traccia una linea o ripeti ciò che hai già scritto. Non togliere la penna dal foglio, non fermarti.
  4. Scrivi solo per te: puoi pianificare di distruggere o nascondere ciò che stai scrivendo. Non trasformare questo esercizio in una lettera da spedire a qualcuno. Questo esercizio è solo per i tuoi occhi.
  5. Osserva come ti senti. Non appena ti rendi conto di non poter scrivere su un determinato argomento, se senti che stai superando il tuo limite personale, smetti di scrivere. Quando individui un evento negativo, procedi gradualmente, non andare immediatamente al cuore del trauma.
  6. Aspettati possibili reazioni negative: molte persone si sentono un po’ rattristate o depresse dopo la scrittura espressiva, specialmente i primi giorni. Di solito questa sensazione scompare del tutto.
  7. Concediti un po’ di tempo dopo l’esercizio per riflettere su ciò che hai scritto e prova a essere compassionevole, gentile con te stesso. Se sei preoccupato che qualcun altro veda quello che hai scritto, mettilo in un posto sicuro, o semplicemente strappalo o distruggilo.
  8. Una settimana o due dopo aver completato i quattro giorni di scrittura espressiva, potresti voler riflettere su ciò che noti nella tua vita, su come ti senti e come ti comporti.

In conclusione, l’utilizzo della scrittura espressiva per superare paure ed elaborare eventuali traumi connessi rappresenta un momento privilegiato di crescita personale: tramite la scrittura espressiva, l’evento stressante diventa, infatti, maggiormente controllabile e si riducono i vissuti negativi a esso associati, mostrando miglioramenti del proprio stato di salute.

Per approfondimenti:

Pennebaker,JW. (2004) Writing to Heal: A Guided Journal for Recovering from Trauma and Emotional Upheaval.

La gestione della rabbia

di Erica Pugliese

Il protocollo cognitivo-comportamentale di Brondolo e colleghi

La rabbia è un’emozione primaria e viene in genere attivata dalla frustrazione di aspettative o scopi importanti per la persona. Uno dei temi caldi della rabbia è quello dell’ingiustizia: ogni volta che una regola è infranta, un contratto violato o un desiderio importante non soddisfatto, è possibile che ci si possa sentire arrabbiati con sé stessi, con un altro o con una situazione.
La rabbia in sé ha la funzione adattiva di proteggere la persona da eventuali pericoli, preparandola all’azione. Tuttavia quest’emozione può diventare problematica se evocata troppo frequentemente, quando l’intensità è eccessiva o persiste nel tempo.
La rabbia va trattata quando è accompagnata da comportamenti di aggressione attiva o passiva che possono nuocere alla salute della persona che l’agisce (per esempio, con comportamenti autolesivi) o interferire con il lavoro o con la sfera delle relazioni interpersonali, come nei casi di violenza domestica.

Walter Brondolo, Raymond DiGiuseppe e Raymond Tafrate sono tre autori che hanno sviluppato un trattamento cognitivo-comportamentale per la gestione della rabbia che può essere applicato in presenza di disturbi della condotta, su bambini, adolescenti e adulti aggressivi, nei casi di violenza nelle relazioni intime e in varie forme di autolesionismo.
Gli incontri possono essere individuali, di coppia o di gruppo. Il trattamento dura nove settimane, durante le quali vengono impiegati esercizi cognitivi, affettivi e comportamentali divisi in cinque fasi:

  1. Valutazione e visione positiva
  2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
  3. Riduzione dell’attivazione fisiologica
  4. Esposizione e prevenzione della risposta
  5. Supporto
    1. Valutazione e visione positiva
    La prima sezione ha lo scopo di ottenere la fiducia del paziente e creare, dunque, una buona alleanza terapeutica. La discussione potrebbe concentrarsi sui benefici di una gestione efficace della rabbia, identificando, per esempio, momenti nei quali il paziente è stato in grado di controllarsi e di affrontare in maniera serena e ragionevole un conflitto con il proprio compagno, figlio, collega di lavoro, ecc. In seguito sono raccolte informazioni sui fattori che in genere scatenano la reazione di rabbia eccessiva. A quel punto è ragionevole mostrare le conseguenze negative e quindi i costi di una cattiva gestione della rabbia, come la mancanza di concentrazione, la colpa, il sentirsi sbagliati, la fine della relazione, la perdita delle persone care, la violenza e le sue conseguenze psicologiche. Il fine della visualizzazione dei costi è quello di motivare il paziente al cambiamento.

2. Analisi dei fattori scatenanti e focus sui valori
L’obiettivo di questa parte del trattamento è individuare i fattori trigger (pensieri ed eventi in grado di attivare la reazione di rabbia, come per esempio un certo tono, gesto, contenuto verbale o situazione specifica). È preferibile che il racconto sulla rabbia non venga bloccato in prima battuta. Il paziente viene invitato a raccontare nuovamente la storia, identificando i pensieri e le emozioni attivate e valutandone anche l’intensità con una scala da 1 a 100, dove 100 rappresenta il valore più alto.
In sintesi, durante questa fase il paziente è incoraggiato a comprendere i meccanismi impiegati nell’interpretazione della situazione mediante l’uso della tecnica dell’ABC, dove A sta per Antecedent o evento scatenante, B sta per Belief o credenza e C sta per Consequents o conseguenze emotive e comportamentali.
Per esempio, si può domandare: “Come ti sei sentito? Quanta rabbia stavi provando? Cosa stavi pensando?”. In seguito il terapeuta analizzerà i valori messi in discussione (come cura, eguaglianza, giustizia, fratellanza, comunità, integrità, ecc.) fondamentali nella fase successiva di ristrutturazione cognitiva. Infatti, ciò che spesso accomuna le persone che soffrono a causa della rabbia è la credenza che una mancata risposta a una provocazione legittimi la persona a perseverare nel comportamento offensivo, perdendo il controllo della situazione. L’espressione emotiva e quindi il comportamento rabbioso sono finalizzati a controllare le azioni delle persone, a “rieducarle” ai valori che sembrano offendere. Per affrontare quest’obiezione, il terapista può porre l’accento sulla distinzione fra i valori di una persona e il modo che ha scelto di sostenerli: non mostrare la rabbia non significa dover accettare la violazione dei propri valori. Esistono, infatti, numerosi altri modi più efficaci in grado di tutelarli.

È importante, quindi, insegnare ai pazienti a comprendere la differenza fra subire un abuso e mantenere il controllo. Il controllo delle emozioni è un prerequisito essenziale per una gestione efficace delle reazioni all’ingiustizia. Mostrare la rabbia o manifestare comportamenti di rabbia non è sbagliato in sé, anzi: a volte sembra essere la reazione più appropriata. Tuttavia queste risposte hanno bisogno di essere pianificate anche rispetto al contesto nel quale si sceglie di manifestarle affinché si dimostrino efficaci.  Per esempio, di fronte a continui insulti da parte di una persona, sebbene reagire e non subire l’offesa sia una reazione comprensibile, bisogna valutare se si ha a che fare con una persona pericolosa, aggravando la situazione.

3. Riduzione dell’eccitazione fisiologica
È possibile ridurre l’attivazione generata dall’emozione della rabbia mediante la semplice respirazione addominale o adattando le tecniche di rilassamento progressivo. Le abilità di gestione della rabbia sono una pratica appresa durante gli incontri nello studio e a casa, dove i pazienti saranno invitati a esercitarsi. Durante la pratica di rilassamento, il terapeuta fornisce al paziente dei feedback. Possibili interventi sono: “Ora prova a rilassare la mascella”; o ancora: “Continua a respirare in questo modo, stai andando benissimo”. Inoltre, si può intervenire sulle credenze cognitive ripetendo insieme al paziente: “Io posso calmarmi” o “Posso sopportare tutto questo e non ho bisogno di arrabbiarmi”. Prima della fase successiva di esposizione è necessario che il paziente abbia ridotto la percentuale di attivazione fisiologica del 50%.

4. Esposizione
La maggior parte delle sedute è riservata alle tecniche di esposizione agli stimoli evocanti la rabbia. Lo scopo dell’esposizione è quello di ridurre frequenza e intensità dell’emozione in presenza di questi eventi. Tutte le sedute di esposizione iniziano con un breve esercizio di rilassamento della durata di circa 5 minuti.
Dopodiché il paziente è esposto allo stimolo attivante e invitato a rimanerci il più a lungo possibile provando a calmarsi. È possibile ripetere, per esempio, degli insulti considerati insopportabili ma inizialmente non utilizzando alcun tono emotivo. La cosa potrebbe essere vissuta come divertente, aiutando i pazienti a vivere gli stimoli in maniera diversa e a comprendere ciò che realmente dà loro fastidio. Non distratti dall’attivazione fisiologica della rabbia, spesso si rilassano durante l’esposizione a questi stimoli senza alcun aiuto e questo successo iniziale aumenta il loro senso di efficacia e incoraggia a continuare con l’esposizione graduale. Se invece il fattore scatenante è, per esempio, una particolare espressione del viso, il terapista può provare a ripetere il gesto senza verbalizzare nulla o più lentamente riducendone l’impatto. Non appena è possibile, è necessario aumentare l’intensità dell’attivazione della rabbia fino a quando il paziente non ha alcuna reazione fisiologica, verbale e non verbale durante la sua esposizione.

5. Supporto
Uno dei modi di offrire supporto è anticipare al paziente l’intera procedura del trattamento, indicando il tipo di supporto che riceverà. Per esempio, è possibile dire: “Durante le procedure di esposizione, se ti sentirai eccessivamente agitato ti aiuterò a calmarti facendo dei lunghi respiri. Puoi fermarti in qualsiasi momento”. Nel caso di violenza domestica ed esposizione insieme al partner, viene chiesto al paziente se può essere toccato e invitato a rimanere seduto durante l’esposizione. Per esempio, gli si può dire: “Ho intenzione di sedermi accanto a te e poggiare la mia mano sul tuo braccio per ricordarti di rimanere calmo e rilassato. Che ne pensi?”. Durante ogni esposizione è importante che il terapeuta fornisca feedback positivi al paziente, circa dieci per intervento, relativamente alla sua capacità di rilassarsi (“Stai andando bene, continua così, non hai bisogno di rispondere a questo attacco”). La funzione della rassicurazione è ridurre l’identificazione del paziente con la provocazione, aumentando la sua personale capacità di gestire la rabbia.
Un altro modo per fornire supporto è il training del paziente su ascolto attivo e assertività, una formazione specifica finalizzata allo sviluppo di abilità di espressione di sentimenti o frustrazioni senza la messa in atto di condotte aggressive, attive o passive.

Sebbene la comprovata efficacia di questo protocollo cognitivo-comportamentale nella gestione della rabbia patologica, è importante una valutazione dello stato mentale dei pazienti in grado di prevenire eventuali danni alle persone coinvolte e al terapeuta stesso. Per esempio, questo trattamento non è indicato con pazienti psicotici non in cura farmacologica, o che fanno uso di sostanze.
Va infine sottolineato che, affinché un trattamento abbia effetto, è fondamentale che la persona riconosca il problema e i danni che ha provocato a sé stesso e alle persone intorno. Spesso succede, invece, che le persone con problemi di rabbia e agiti aggressivi possiedano idee e valori che rendono complicato immaginare di instaurare rapporti all’insegna del rispetto e della parità. In questi casi, è difficile riuscire a mettere in atto dei cambiamenti sostanziali e duraturi con una terapia.

Se sei in contatto con una persona aggressiva e temi per la tua vita o per quella delle persone a te care, chiedi aiuto, non aspettare che sia troppo tardi.