Non allontanarmi anche se mi ribello

di Giuseppe Grossi

Il potere della relazione come ricetta per il cambiamento

Curioso, il bambino inizia a osservare gli altri, ad apprendere la lingua, a conoscere il mondo. La sua fragilità lo spinge a creare legami e fidarsi dell’altro; ma in alcuni casi si trova di fronte un muro di ostilità e freddezza, di odio e paura; un muro che lo costringe a ripiegare in una dimensione di totale solitudine, al riparo da qualunque contatto umano.

Nel tempo quel bambino, ormai cresciuto, entra nella stanza del suo terapeuta. Il capo coperto dal solito cappuccio, un po’ più basso della fronte, ma troppo poco per mascherare la vergogna; quella vergogna che molti negano, descrivendo il “mostro” oggi poco più che adolescente.
Si siede dopo aver osservato ogni angolo della stanza, in totale silenzio e come fosse la prima volta. In realtà, nonostante la sua età, è difronte al secondo, terzo o quarto terapeuta della sua vita, costretto questa volta dai genitori, dalla scuola, dai servizi sociali o chissà da quale altra “autorità”. Confessa quella promessa fatta ai genitori, spesso assurda e impossibile, accettata come moneta di scambio per la “sua” seduta dallo psicologo, quella che dovrebbe ancora una volta renderlo migliore, accettabile. Con voce ferma e beffarda si racconta: “Sono qui solo per ottenere quello che mi hanno promesso, solo pe’ fare contenta mia madre… Non tornerò”.

Subito dopo inizia un lungo silenzio. “Sdraiato” sulla sedia continua a giocare con un filo della sua maglia, resa quasi uno straccio, mentre nella sua mente inizia la ricerca di tutte quelle “scuse” che potrebbero giustificare l’ultimo dei tanti litigi, aggressioni o atti di ribellione. Improvvisamente, nella fantasia del paziente, si susseguono gli scenari peggiori e il terapeuta in quel momento riesce a percepire e ascoltare il suo desiderio di sentirsi al sicuro, di non sentirsi disprezzato, inadeguato, ancora una volta allontanato e rifiutato.

Tra lunghi sguardi e parole non dette, il solo respiro spezza il silenzio di uno spazio sempre più freddo, in cui forte si sente la puzza del sospetto. Un ambiente tanto familiare al paziente ma non sempre al suo terapeuta che a fatica riesce ad ascoltare e a rispondere alla sua domanda: “Mi posso fidare?”.
Così, tra continue provocazioni, durante la sua terapia, il ragazzo parla d’ingiustizia e di valori; di una morale che il terapeuta, disarmato, fatica a integrare con i suoi comportamenti. Racconta della sua famiglia, di una educazione rigida, di un luogo fatto di tante regole; troppe, a differenza di come molti pensano. Un luogo in cui si generano gli incubi peggiori.
Parla della colpa di non riuscire a sentirsi degno, meritevole, e della fatica nel seguire un ordine e un rigore per tanti semplice e naturale. E così, ridotto a un assemblaggio di etichette cucite male (pazzo, tossico, antisociale, terribile), il nostro bambino nato buono diventa il “mostro”, colui che non sa e non può mettersi al posto degli altri, che non prova colpa ed empatia; egoista, manipolatore e insensibile.

Chi non avvertirebbe forte una spinta al rifiuto, lasciando quel bambino solo al proprio destino e ai sui sensi di colpa? Chi può avere la forza di leggere nei sui comportamenti un tentativo di riparazione, forse il desiderio di mettere tutto in discussione, e non solo la dimostrazione della sua imperfezione? Chi accetterebbe la “condanna” di conoscere quel bambino, superando le sue provocazioni e regalandogli uno spazio sicuro in cui raccontarsi e cucire le ferite di una relazione malata?

Ricordo le parole del mio “maestro” durante il corso per diventare psicoterapeuti: “Chi di voi è disposto a passare un’ora del suo tempo con una persona che lo provoca, che non gli sta simpatica, che non ha nulla di interessante da dirgli, che forse ritiene poco intelligente e magari non stima?”. A volte, tra tecniche, protocolli e modelli, dimentichiamo la forza e il potere della relazione, che oltre a essere un fattore aspecifico nella terapia, può essere un elemento specifico del cambiamento.

Un robot per psicologo

di Giuseppe Grossi

I big data: una risorsa per la scienza o la scienza del futuro?

Si sente sempre più spesso parlare di Big Data, indicando l’enorme quantità di dati oggi disponibili e generati dai telefoni, dalle carte di credito, dai sensori montati sugli edifici, dai mezzi di trasporto pubblici e così via. Tale termine si riferisce alla capacità di usare queste informazioni per elaborare, analizzare e trovare riscontri oggettivi su diverse tematiche, a partire da alcuni algoritmi. Ciò fa sì che i Big Data siano utili nei mercati business più disparati, dall’automobile alla medicina, dal commercio all’astronomia, dalla biologia alla chimica farmaceutica, e non solo.
Pensiamo a tutti i dati provenienti dalla navigazione di un utente, dai suoi acquisti, dai prodotti ricercati: questi permettono ai colossi del commercio di suggerire i prodotti più adatti agli scopi del cliente, quelli che solleticano la sua curiosità e lo spingono a comprare per un bisogno momentaneo, permanente o semplice impulso. Appartenenti ai Big Data sono gli algoritmi che riescono a identificare una shopper donna incinta, tracciando le sue ricerche sul web e gli oggetti acquisiti in precedenza. Una volta individuato il particolare stato, a quella stessa utente si propongono offerte speciali su prodotti inerenti al proprio stato.
A questo punto, sembra plausibile pensare che il comportamento umano sia spiegabile e prevedibile a partire dall’analisi dei dati che sono e saranno sempre più disponibili e nelle mani di chi avrà tali strumenti.
Ma che effetto avrà tutto ciò sulla società, sul comportamento umano e sulla scienza che se ne occupano? Stiamo assistendo a una rivoluzione anche delle scienze sociali e comportamentali e non solo economiche?
Queste ormai le domande di molti che vedono ancora una vola in Asimov un profeta e nel suo Multivac il super computer in grado di governare la Terra e di collegare praticamente tutto, l’inizio di una nuova scienza ricca di dati ma forse priva di teorie.
Per rispondere, proviamo per un attimo a immaginare lo psicologo del nuovo millennio tralasciando tutto ciò che riguarda la relazione terapeutica e molto altro e focalizzando l’attenzione solo sulla sua efficacia, sulla capacità di immagazzinare informazioni provenienti dalle domande e dai comportamenti manifesti del paziente. Immaginiamo il nostro psico-robot in azione mentre elabora, attraverso algoritmi sofisticati, l’enorme mole di dati, individuando il particolare stato del paziente, selezionando i suoi scopi e suggerendogli una serie di comportamenti finalizzati a raggiungerli.
Siamo sicuri che tutto questo sia sufficiente per una scienza sociale che si occupa dell’uomo e dei suoi comportamenti? Siamo sicuri che sia in grado di predire, grazie alla sua natura descrittiva, anche senza spiegare? Può una scienza cosi fatta discriminare se questo o quello scopo rappresenta un reale e soggettivo bisogno di quell’individuo o una semplice risposta condizionata ad un dato stimolo, senza definire alcun perché?

Immaginiamo che il nostro psico-robot, ascoltando le generalità di quel paziente riesca a raccogliere una serie di informazioni relative ai siti web visitati, alle parole chiave usate per la ricerca, agli ultimi acquisti effettuati etc.; e che tutto ciò attraverso l’utilizzo di specifici algoritmi permetta di definire il suo attuale stato, dandoci una panoramica della sua vita, delle sue abitudini. Immaginiamo che il nostro paziente abbia acquistato ansiolitici negli ultimi sei mesi; abbia fatto una serie di viste mediche in centri clinici famosi, ripetendo spesso le stesse visite. Immaginiamo che abbia utilizzato parole chiave come ansia, panico, paura di morire, infarto, tachicardia e che abbia ordinato spesso pizza a domicilio e si sia assentato dal lavoro. Immaginiamo che tutte queste informazioni con tante altre a disposizione spingano il nostro paziente a rientrare in un gruppo di persone che come scopo avrà quello di sopravvivere e di eludere la minaccia che stia accadendo qualcosa di male, di catastrofico, tipo avere un infarto.

Quale sarebbe secondo voi il comportamento che il nostro psico-robt consiglierebbe al nostro paziente? Siamo sicuri che consiglierebbe la cosa giusta da fare a quel paziente, considerando la sua soggettività? Come potrebbe consigliare la cosa giusta senza avere i riferimenti teorici e conoscere i modelli dei meccanismi sottostanti a tali comportamenti, indispensabili non solo per spiegare un fenomeno ma anche per definire ciò che accade in lui e cosa può essere più giusto e adeguato?

Il nostro psico-robot avrebbe tante informazioni utili scuramente per predire un comportamento e proporre un prodotto a questa categoria di persone: la miglior pizza a domicilio, una visita medica, una casa al piano terra e senza ascensori, vacanze in posti non lontani da casa e da ospedali; tante informazioni che potrebbero essere utili anche a predire un comportamento sociale di un individuo ma non a modificarlo, perché come ricorda Castelfranchi: “Come si può pensare di cambiare il comportamento delle masse senza cambiare il comportamento degli individui? Come è possibile cambiare il comportamento dell’individuo senza cambiare le idee? Solo conoscendo e rappresentando i meccanismi e le dinamiche nascoste, sottostanti, i micro livelli responsabili degli effetti macro, è possibile intervenire appropriatamente”.

Mi ama? E io la amo?

di Giuseppe Grossi

Uscire dal dubbio, sia se riguarda i propri sentimenti sia se riguarda i sentimenti dell’altro

A molti di noi sarà capitato di domandarci se il nostro partner ci ama, se desidera stare ancora con noi, se i suoi sentimenti sono sinceri o il frutto di chi sa quale interesse. Questo dubbio ha spinto tanti a cercare dei confronti, a controllare ogni singolo comportamento della persona amata, a interrogarsi su quale sia in molti casi il reale motivo che ha spinto l’altro a fare una cosa piuttosto che un’altra.
Ansia, rabbia, tristezza, le emozioni che spesso si susseguono in un mix di domande in cui si fatica a trovare una risposta che con il passare del tempo sarà sempre più lontana.
In molti casi, questi dubbi sono solo momentanei, possono tormentarci per qualche ora o giorno, ma dopo poco ci lasciano liberi e proviamo uno forte senso di leggerezza, felici di ritrovare la sicurezza di un amore che pensavamo perso. A volte risultano anche utili, riescono a dare un nuovo slancio al rapporto e la forza giusta per riorganizzare alcune dinamiche relazionali di coppia.
Ma in altri casi la situazione diventa piano piano sempre più complessa, tanto da spingerci a ricercare “la riposta” in cose sempre meno razionali. Non è raro che vengano tirati in gioco anche sensitivi, cartomanti e alchimisti di ogni genere che, con il loro sapere, dispensano conoscenze in libri,  test e altre formule magiche che dovrebbero garantirci la sicurezza dell’amore dell’altro, come se tutto potesse essere costretto e custodito in un scatola, riconducibile a un una regola precisa.
Ma cosa accade quando il dubbio riguarda i propri sentimenti?
Anche in questi casi tutto può procedere in modo molto naturale tanto da risultare non solo un temporale passeggero ma anche uno stimolo a tornare pian piano a godere a pieno di quella storia, ritrovando gli incastri giusti e ciò che più ci rende felici insieme all’altra persona. A volte, invece, capita di scoprire  che non si può più essere felici in quel duo e si decide di uscire dalla relazione.
Ma spesso, sia se la prospettiva è uscire da quella storia sia se il desiderio è ritrovare l’amore perduto, ci si ritrova come in trappola.
Lo sa bene Francesco, 35 anni, operaio in Fiat, a pochi chilometri dal paese in cui è andato a vivere con la propria compagna, Ludovica, tra pochi giorni mamma del loro primo bambino.
Da sempre ossessivo, dopo lunghi anni di rituali e una serie di fallimenti sia sentimentali sia lavorativi, Francesco si presenta al mio studio in un profondo stato confusionale: asseriva di preferire il suicidio a quello che si stava materializzando e che rappresentava per lui l’incubo più grande, qualcosa da cui era riuscito a fuggire per più di vent’anni. Francesco,  infatti, aveva 13 anni quando per la prima volta aveva provato un impulso sessuale per sua cugina, più piccola di lui e, distrutto dai sensi di colpa, si era sentito un possibile mostro, maniaco, qualcuno che avrebbe potuto ferire l’altro e fargli del male.
“Ho rovinato la mia vita, – diceva – ma ciò che non mi posso perdonare è l’idea di aver rovinato la vita di Ludovica; come è possibile che sia accaduto questo? Come è possibile che io non provi più nulla per lei, che amavo così tanto? Che non provi più nulla per il bambino che sta nascendo, il bambino che io ho desiderato e volute? Quando facciamo l’amore non sento le stesse cose, forse non mi piace neanche più fisicamente, continuo a pensare ad altre donne, a desiderarle sessualmente. Faccio di tutto per cambiare le cose ma nulla sembra sufficiente, non riesco a provare di più… Io non posso dare questo dolore a Ludovica”.
Continuare a strappare margherite tra i campi sperando di cogliere quella giusta non ci aiuta a uscire dal dubbio, sia se questo riguarda i propri sentimenti sia se riguarda i sentimenti dell’altro. È utile in molti casi, e non solo con pazienti DOC, fare riferimento al modello a cinque fasi del neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Francesco Mancini.  Infatti,  ai vari livelli, fino ad arrivare al disturbo ossessivo compulsivo, il modo migliore è avere consapevolezza di quali siano i tentativi di soluzione che mettiamo in atto di fronte a una valutazione impossibile da accettare, ponendo un’attenzione principale su quella che rappresenta la valutazione di secondo livello di ognuno di noi, l’unica in molti casi a darci l’idea di quanto stiamo spendendo in termini emotivi e non solo e spesso l’unica in grado di darci la forza di accettare un rischio, ponendo noi stessi e non il contenuto della nostra paura al centro della discussione.