Perché e come si difende la credenza in un mondo giusto

di Valentina De Santis

Secondo alcuni ricercatori gli individui sono portati a credere che il mondo sia un luogo in cui ottengono ciò che meritano e, pertanto, sono motivate a difendere la credenza di un mondo giusto (Belief in a Just World – BJW) quando questo viene minacciato da illegittimità (o sopruso).

Ma perché si difende questa credenza? E come si tende a farlo? Esistono differenze situazionali e individuali nel mettere in atto tale difesa?

Già negli anni ’60 e ’70, diversi psicologi sociali hanno affermato che gli individui si preoccupano non solo che i loro risultati siano buoni o cattivi, ma anche se questi siano meritati.

Si riscontra difatti una tendenza a pensare che gli individui i quali si sono impegnati in comportamenti a valore positivo meritino risultati a valore positivo, mentre chi si è impegnato in comportamenti negativi si ritiene che meritino risultati di altrettanto valore (Feather, 1999).

La minaccia dell’ingiustizia dunque dovrebbe indurre le persone a gestire quest’ultima risolvendo la situazione in modo da mantenere la difesa della BJW in presenza di prove contrarie ad essa. Comprendere queste funzioni può aiutare a far luce sulle difficoltà incontrate da coloro che non possono più credere che il mondo sia giusto (si pensi ad esempio a vittime di gravi traumi, Janoff-Bulman, 1992) e conoscere le variabili che predicono come le persone scelgono di difendere BJW può aiutare a individuare le strategie che massimizzano l’esito positivo e minimizzano le conseguenze.

La letteratura sulle differenze individuali suggerisce inoltre una serie di vantaggi nel difendere tale credenza di un mondo corretto: il legame tra BJW e il benessere è probabilmente dovuto a una serie di meccanismi come, ad esempio, il fatto che BJW funga da “cuscinetto” contro lo stress di fronte a circostanze difficili, correlandosi alla fiducia negli altri e nelle istituzioni.

BJW inoltre sembra giustificare anche gli accordi sociali esistenti aiutando l’individuo a soddisfare il desiderio di mantenere lo status quo (Hafer & Choma, 2009; Jost, Burgess, & Mosso, 2001; Olson & Hafer, 2001) suggerendo aspetti anche adattativi.

Ulteriori ed interessanti studi, ancora, hanno rilevato come tra le ragioni principali per cui le persone hanno bisogno di credere in un mondo giusto possa trovarsi anche un processo di sviluppo universale correlato agli investimenti in obiettivi a lungo termine.

Lerner e colleghi (Lerner, 1977; Lerner & Clayton, 2011; Lerner et al., 1976) propongono che la fonte primaria di questa credenza sia la necessità di mantenere il proprio contratto “personale”. Quest’ultimo nasce quando i bambini imparano a rinunciare a ricompense immediate per risultati più grandi e di lunga durata. La parte che matura del bambino promette alla sua natura più impulsiva che ci saranno ricompense migliori a lungo termine se investe il tempo e lo sforzo richiesti dalla società per ottenere quei premi. Affinché il lato impulsivo del bambino rispetti questo contratto personale, egli deve credere che il mondo sia un posto giusto in cui le persone ottengono i risultati che meritano sulla base dei loro investimenti dettati dalla società. Man mano che i bambini crescono, sono necessari maggiori investimenti per premi a lungo termine, accompagnati da maggiori opportunità di battute d’arresto e fallimenti che minacciano di invalidare il contratto personale. I bambini devono quindi “trasformare il contratto personale in un impegno fermo, praticamente senza impegno, vincolante … per meritare ciò che si vuole e ottenere ciò che si riserva” (Lerner & Clayton, 2011, p. 23).

Molte prospettive teoriche convergono sulla conclusione che le tendenze prosociali sono state biologicamente adattive e, quindi, costituiscono una caratteristica evolutiva della specie umana (Barrett, Dunbar e Lycett, 2002; Buss, 2012). Come animali prosociali, le persone dovrebbero generalmente voler ottenere risultati positivi a lungo termine essendo brave persone e impegnandosi in comportamenti positivi. Se BJW rassicura le persone sul fatto che il comportamento prosociale è un mezzo efficace per ricompense future, allora più forte è il BJW di un individuo più egli dovrebbe sentirsi incoraggiato a impegnarsi in comportamenti prosociali. Secondo il ragionamento degli autori coloro che si impegnano in comportamenti antisociali hanno meno bisogno di credere in un mondo giusto e dovrebbero essere meno motivati a difendere la credenza. Ad esempio, rispetto ai non psicopatici, gli psicopatici sono meno sensibili ai segnali di sofferenza altrui (Blair, Jones, Clark e Smith, 1997). Le tendenze psicopatiche potrebbero avere una soglia più elevata nella percezione di eventi ingiusti, forse a causa delle loro smorzate reazioni emotive.

BJW sembra avere anche una funzione di tipo esistenziale in quanto può dare alle persone un senso alla vita. Una funzione esistenziale legata a BJW è quella di ridurre la paura della morte: gli umani affrontano un problema unico in quanto in grado di riflettere sull’inevitabilità della morte e spinti verso l’autoconservazione (Greenberg, Pyszczynski e Solomon, 1986; Hirschberger, 2006). Se lasciati ad affrontare la realtà della morte senza alcuna difesa psicologica, gli individui sarebbero paralizzati dal terrore. Per far fronte a questo conflitto, devono sviluppare un “cuscinetto di ansia culturale” per ridurre la paura della morte. Questo cuscinetto di ansia consiste in autostima e una visione del mondo culturale che include la convinzione che gli individui ricevano risultati meritati, compresa l’immortalità simbolica o letterale (ad esempio, una vita dopo la morte). L’autostima assicura agli individui che meritano l’immortalità e la visione del mondo a sua volta assicura agli individui che la raggiungeranno. Avere un senso di scopo nella vita significa avere la sensazione che la propria vita abbia un valore.

Se BJW fornisce agli individui uno scopo nella vita, allora quando BJW è minacciato, anche lo scopo degli individui lo dovrebbe essere. La prova di questa ipotesi può essere ricavata dalla ricerca sulle reazioni degli individui alle esperienze traumatiche. Le esperienze traumatiche, supponendo che le vittime non credano di meritare il trauma, possono rappresentare una minaccia per il BJW delle vittime stesse. Diversi studi dimostrano che gli individui spesso cercano uno scopo nella loro vita dopo aver subito un trauma (ad esempio Collins, Taylor, & Skokan, 1990; Harmand, Ashlock, & Miller, 1993; Taylor, 1983; Taylor, Lichtman e Wood, 1984; Thompson, 1985).

Finora abbiamo considerato gli aspetti del perché gli individui difendono BJW, passiamo ora ad analizzare il come lo fanno.

Una delle strategie studiate è rappresentata dal distanziamento psicologico, ovvero l’allontanarsi psicologicamente dall’ingiustizia. In uno studio di Lerner (1980) è stato evidenziato che gli osservatori i quali percepivano di condividere un mondo in comune con la vittima del caso (quindi la situazione della vittima rappresentava una maggiore minaccia per la loro BJW) erano più motivate a prendere le distanze dalle vittime dell’ingiustizia come strategia per mantenere il BJW.

Quando le persone invece adottano la strategia della Razionalizzazione Emotiva compensano gli esiti negativi immeritati con esiti positivi e gli esiti positivi immeritati con esiti negativi. Compensando eventi immeritati con quelli di valenza opposta, gli individui mantengono la convinzione che, a conti fatti, il mondo sia giusto. Finché ciò potrà accadere la situazione sarà psicologicamente neutralizzata.

Le strategie che sono meno faticose o più disponibili saranno perseguite più di altre. Hafer and Gosse (2010) suggeriscono che alcune caratteristiche istituzionali influenzano probabilmente il grado in cui vengono perseguite specifiche strategie di difesa del BJW influenzando lo sforzo percepito o la disponibilità delle strategie stesse. Gli autori inoltre suggeriscono che alcune variabili situazionali influenzano il grado in cui vengono utilizzate determinate strategie di difesa del BJW perché queste variabili influenzano l’efficacia percepita dei meccanismi di coping. Ad esempio, le persone potrebbero essere più disposte ad aiutare una vittima innocente che rappresenta un caso isolato o eccezionale piuttosto che un caso più comune, forse perché l’aiuto in quest’ultima situazione è visto come meno efficace nell’attenuare l’ingiustizia (Miller, 1977; vedi anche Kogut, 2011). Naturalmente, il modo in cui le persone si impegnano nella difesa del BJW è determinato non solo dalle caratteristiche situazionali, ma anche dalle caratteristiche della persona, nonché dalla valutazione di costi e benefici.

È interessante notare che Lerner (1997) ha affermato che  la frase “credere in un mondo giusto” originariamente era intesa per fornire una metafora utile piuttosto che un costrutto psicologico”. Da questa prospettiva, quando si impegnano nella difesa del BJW, le persone non stanno necessariamente difendendo alcuna “convinzione” esplicita o implicita. Piuttosto, stanno rispondendo secondo un bisogno quasi universale di credere che il mondo sia un posto giusto relativamente indipendente dalla variazione di qualsiasi credenza misurabile.

Si noti che questa concettualizzazione non preclude l’idea presentata in precedenza che la difesa BJW porta a BJW (più forte), e non preclude l’idea che BJW aiuti le persone a impegnarsi a investire in obiettivi a lungo termine in modo prosociale o aiuta a dare un senso di scopo nella vita. Piuttosto, questa concettualizzazione suggerisce che la necessità di credere in un mondo giusto porta al comportamento di difesa del BJW, indipendentemente dal fatto che una persona possieda un BJW precedentemente esistente. In tal caso, il termine “difesa di BJW” è in qualche modo fuorviante e i futuri ricercatori potrebbero voler adottare una terminologia modificata.

Riferimenti bibliografici

Hafer, C.L., & Rubel, A.N. (2015). The why and how of defending belief in a just world. In J.M. Olson & M.P. Zanna (Eds.), Advances in experimental social psychology (Vol. 51, pp. 41-96). London, UK: Elsevier.

Sentirsi alla pari

di Chiara Casali, Francesca Mira e Maurizio Brasini

Il miglior modo di incentivare la prosocialità

“Fairness is a more effective interpersonal motive than care for sustaining prosocial behaviour” [link]. In questo recente studio, condotto dal gruppo di ricerca della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), sono stati adottati i metodi e la cornice teorica di riferimento della psicologia sociale per affrontare un tema fondamentale anche per la psicoterapia: quali motivazioni conviene promuovere per stabilire una solida relazione di alleanza? Meglio far uso di motivazioni squisitamente altruistiche, basate sull’empatia e sulla sollecitudine verso i bisogni dell’altro, o di motivazioni collaborative, basate sul senso di equità e di reciprocità? Una precedente ricerca comparsa su Nature [link] ha mostrato che è possibile distinguere funzionalmente i circuiti neurali attivi nei comportamenti prosociali (cioè orientati a vantaggio degli altri) basati sull’empatia da quelli basati su equità e reciprocità; inoltre, i circuiti basati su motivazioni di reciprocità risultavano più “evoluti” di quelli basati sull’empatia; infine, l’induzione di motivazioni empatiche aumentava i comportamenti pro-sociali nei soggetti con un orientamento di base più “egoista” mentre l’induzione di motivazioni orientate alla reciprocità era particolarmente efficace sui soggetti con un orientamento più prosociale. Nel presente esperimento, è stato adottato il paradigma del Dictator Game (DG), per cui i partecipanti dovevano decidere quale parte di una somma di 30 euro concedere a un (fittizio) altro partecipante in due differenti situazioni-tipo: in una bisognava dividersi una vincita, nell’altra ripartire una spesa (ripagare un danno). Nelle due diverse situazioni, l’altro poteva mostrarsi “egoista” (ad esempio dichiarandosi intenzionato a tenersi tutta la vincita), oppure equo (ad esempio proponendo di dividere a metà), oppure altruista (ad esempio offrendo l’intera vincita all’altro); in ogni caso, la decisione finale sarebbe spettata ai partecipanti. In aggiunta, per ciascuna decisione presa sono state considerate le motivazioni sottese, in particolare le motivazioni alla cura (care) e all’equità (fairness). Si è osservato che, nella condizione in cui bisogna suddividere un costo, quando l’altro si mostra altruista, i soggetti a orientamento più “egoista” tendono a ridurre la somma elargita, come se accettassero la generosità altrui o ne approfittassero. In questa condizione più critica, l’analisi delle motivazioni mostra che solo una mentalità orientata all’equità e alla reciprocità è in grado di sostenere un’equa ripartizione di un costo con una persona che si mostra altruista. Questi risultati sono in linea con la teoria dello psichiatra Giovanni Liotti, secondo il quale, in chiave evoluzionista, il senso di equità, che è una caratteristica distintiva del sistema motivazionale della collaborazione tra pari, fornisce un contesto interpersonale più favorevole al mantenimento di un assetto prosociale rispetto all’altruismo basato sull’empatia, che è invece indicativo di motivazioni di accudimento e invita l’altro a rispondere in termini di attaccamento (lasciarsi accudire) oppure di rango (impossessarsi di una risorsa limitata quando l’altro lo consente). Per concludere, cosa ci dicono questi risultati riguardo l’alleanza terapeutica e, in particolare, i momenti di rottura della relazione? Da una parte che in questi momenti risulta più difficile mantenere una mentalità prosociale, di condivisione e dall’altra che il senso di equità, e quindi il sistema motivazionale collaborativo-paritetico, è più efficace nel mantenere un comportamento di prosociale rispetto all’altruismo e quindi rispetto al sistema motivazionale dell’accudimento, in cui chi è oggetto dell’accudimento può esimersi dal sostenere un costo e dall’impegnare le sue risorse.