Il timore della colpa

di Miriam Miraldi

La scala FOGS per indagarlo e misurarlo

L’origine e il mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) sono strettamente legati sia all’emozione di colpa sia a un costrutto affine ma ben distinto, ovvero il timore della colpa: la paura di provare quella sensazione che può comportare la messa in atto di comportamenti disfunzionali, per esempio ritualistici o di esplicito evitamento, tesi a eludere questa condizione percepita come sgradevole. La persona con DOC attua attività ossessive con uno scopo protettivo, volto ad anticipare e annullare la possibilità di sentirsi in colpa e, quindi, moralmente deplorevole.

È ragionevole aspettarsi che, nella diagnosi del DOC e nella valutazione della gravità dei sintomi correlati, la paura della colpa svolga un ruolo diverso rispetto alla propensione e alla sensibilità alla colpa. È bene, infatti, sottolineare che propensione alla colpa, sensibilità alla colpa e timore di colpa sono costrutti diversi, che possono prendere anche direzioni differenti: con “propensione alla colpa” intendiamo la tendenza del soggetto a sperimentare tale emozione; con “sensibilità alla colpa” ci riferiamo alla scarsa tolleranza nei confronti dell’emozione di colpa, che viene valutata negativamente; il “timore di colpa” ha invece a che fare con la paura di sentirsi e valutarsi colpevoli per una propria irresponsabilità, giudicando tale irresponsabilità più grave del danno in sé. Le persone con DOC non necessariamente provano livelli di colpa più elevati, ma temono i sensi di colpa che potrebbero provare e quindi agiscono preventivamente per attenuare la colpa.

Sappiamo bene quanto sia importante, nella ricerca così come nella pratica clinica, disporre di strumenti specifici, idonei a misurare le variabili psicologiche. Allo stato attuale, in lingua italiana troviamo questionari che misurano la propensione alla colpa – come la Guilt Inventory di Jones, Schratter e Kluger – e la sensibilità individuale verso questa emozione – come la scala proposta nel 2015 da Perdighe e colleghi; tuttavia non vi è nessuno strumento atto a valutare il timore di colpa e l’impegno profuso nel prevenire o neutralizzare questa esperienza. Nel 2016 gli studiosi canadesi Chiang, Purdon e Radomsky hanno pubblicato la scala denominata Fear of Guilt Scale (FOGS), composta da 17 item volti a valutare l’intensità della paura della colpa, considerando due diversi fattori: a) il fattore punitivo, ovvero l’impulso a punirsi per i sentimenti di colpa e la convinzione che la colpa designi il proprio sé come immorale e imperfetto; b) il fattore di prevenzione dei danni, cioè la spinta proattiva a prevenire danni o altre cause di colpa.

Visto che la scala FOGS si è rivelata essere una misura valida e affidabile della paura del senso di colpa, il gruppo di ricerca di Teresa Cosentino e colleghi, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, ne ha di recente tradotto e validato statisticamente la versione italiana, per poter così disporre di uno strumento che consenta di indagare meglio il peso di questo costrutto nell’origine e nel mantenimento del DOC. A tal fine, sono stati realizzati due studi: il primo, volto a valutare la struttura e la validità psicometrica della scala, è stato condotto su due campioni non clinici e a tutti i partecipanti è stata sottoposta una batteria di questionari, per misurare la sensibilità all’ansia, la colpa, la sensibilità alla colpa, la depressione e i sintomi ossessivi; il secondo studio ha proposto la stessa batteria di questionari ma si è rivolto a una popolazione clinica, a sua volta suddivisa in tre sottogruppi: uno con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, un altro con diagnosi di disturbo depressivo maggiore e, infine, un terzo con diagnosi di disturbo d’ansia. La finalità era indagare se la paura della colpa fosse prominente per i sintomi di DOC sia rispetto ad altre misure legate alla colpa (ad esempio la propensione, misurata dalla Guilt Inventory e la sensibilità alla colpa, misurata invece con la Guilt Sensitivity Scale), nonché rispetto ad altri disturbi psicologici, come la depressione e l’ansia.

In linea con i risultati di ricerche precedenti, Cosentino e colleghi hanno rilevato che la FOGS mostra alte correlazioni con altre misure relative al DOC che indagano la colpa e che, tali associazioni, sono più forti rispetto a quelle che presenta con le misure di depressione o ansia. Inoltre, la FOGS si è mostrata in grado di discriminare l’appartenenza dei pazienti al gruppo DOC, piuttosto che ai gruppi di pazienti con disturbi ansiosi o depressivi: questo ha supportato l’ipotesi che la paura della colpa caratterizzi, in particolare, i pazienti con sintomi ossessivi rispetto ai pazienti con altre diagnosi. La misura del timore di colpa, ottenuta tramite la FOGS, è un predittore significativo della gravità dei sintomi ossessivi, suggerendo che nel DOC la paura di sentirsi in colpa giochi un ruolo chiave, e che una maggiore intensità di tale emozione rappresenti un’indicazione precisa della presenza di sintomi ossessivi.

Concludendo, il timore di colpa, derivante dal significato attribuito a una condotta percepita come immorale, misurato mediante la FOGS, può contribuire a migliorare la nostra comprensione del DOC. Le analisi hanno fornito prove empiriche sulla bontà della versione italiana dello strumento nel misurare il costrutto, nonché la sua idoneità a distinguere e cogliere le due dimensioni chiave del timore di colpa proposte da Chiang e colleghi, ovvero il fattore punitivo e il fattore di prevenzione del danno.

La FOGS, anche nella sua recente versione italiana, si rivela dunque uno strumento estremamente utile per tutti quei ricercatori e per i clinici che vogliono indagare l’impatto del timore di colpa sulle decisioni e il comportamento e il suo peso specifico nello sviluppo e mantenimento della sintomatologia ossessiva.

Per approfondimenti

Cosentino, T., Pellegrini, V., Gacomantonio, M., Saliani, A. M., Basile, B., Saettoni, M., Gragnani, A., Buonanno, C., & Mancini, F. (2020). Validation and psychometric properties of the Italian version of the Fear of Guilt Scale. Rassegna di Psicologia37(1), 59-70.

Chiang, B., Purdon, C., & Radomsky, A. S. (2016). Development and initial validation of the Fear of Guilt Scale for obsessive-compulsive disorder (OCD). Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders11, 63-73.

Jones, W.H., Schratter, A.K., & Kugler, K. (2000). The guilt inventory. Psychological Reports, 87, 1039-1042.

Perdighe, C., Cosentino, T., Faraci, P., Gragnani, A., Saliani, A.M., & Mancini, F. (2015). Individual differences in guilt sensitivity: The Guilt Sensitivity Scale (GSS). Testing, Psychometrics, Methodology in Applied Psychology, 22, 349-362. 

“Aiace” deve morire anche oggi?

 di Irene Tramentozzi ed Erika Cellitti

Nell’Iliade, Omero, narra la caduta di Aiace, che colpito da un accesso di follia per opera di Atena, massacra gran parte delle greggi sottratte ai Troiani, credendo di uccidere i suoi nemici. Il mattino seguente, dopo essere rinsavito, piomba nella disperazione e sovrastato dalla vergogna, decide di togliersi la vita.

Il mito greco di Aiace mette in luce le differenze tra la “società della vergogna” dell’antica Grecia e la “società della colpa” odierna. Per gli antichi greci non era importante la voluntas dell’individuo, ma contava l’aver assunto un comportamento considerato riprovevole e disonorevole, a prescindere dalla responsabilità. Vergogna e senso di colpa caratterizzano il vissuto di ogni individuo e sono annoverate come emozioni “secondarie”, specifiche degli esseri umani, legate alla capacità di introspezione e socializzazione e basate su norme e aspettative comportamentali che coinvolgono il concetto di sé. Più in generale, le emozioni sono delle esperienze multi-componenziali, costituite da componenti somatiche, cognitive e motivazionali. Svolgono una duplice funzione, una informativa che riguarda la relazione con l’ambiente, evidenziando il raggiungimento, o fallimento, di un obiettivo, ed una motivazionale, attivando l’individuo a perseguire gli scopi desiderati o, ad evitarne, l’eventuale fallimento. Cos’è che contraddistingue la vergogna dal senso di colpa?

La vergogna e il senso di colpa sono due emozioni connotate generalmente da un’accezione spiacevole, ed entrambe sono accomunate da un aspetto di “autocritica”, che assume però due forme di autovalutazione completamente differenti, in base alle quali è possibile identificare quegli specifici ingredienti cognitivi che le contraddistinguono.

Il senso di colpa è considerata un’emozione prosociale poiché associata all’empatia, dal greco en-pathos “sentire dentro” intesa come la capacità di riconoscimento delle emozioni, dei sentimenti e dei punti di vista dell’altro, come se fossero propri. Per sperimentare senso di colpa è inoltre necessario assumere la prospettiva altrui, cioè riuscire a vedere, attraverso gli occhi dell’altro, le conseguenze del proprio comportamento e delle proprie attitudini. Quand’è che si sperimenta il senso di colpa? L’ingrediente fondamentale della colpa è l’assunzione di responsabilità che preclude il riconoscimento di aver generato un danno ad un altro, di averlo fatto intenzionalmente e di attribuirsi il potere di evitamento del danno causato. Quando si parla di responsabilità, ci si riferisce non solo alla responsabilità effettiva, ma anche a quella percepita, particolarmente esplicativa di alcune forme di senso di colpa, come quella del “sopravvissuto”, nel quale una persona si attribuisce la colpa della sua “buona sorte”. Tale emozione, non viene attribuita solamente ai propri comportamenti ritenuti illeciti, ma si può sperimentare anche verso quei tratti identificativi del proprio sé valutati come negativi, a condizione che ci si senta responsabili di questi e si riconosca il potere di modificarli, omettendo però, di compiere tale cambiamento e non riuscendo così a prevenire il danno, potenziale o reale, da essi generato. L’altro aspetto caratterizzante il senso di colpa è la dimensione di nocività, potenziale o effettiva, del proprio comportamento o dei propri tratti. La colpa si riferisce quindi al sé come “agente”, in particolare Miceli e Castelfranchi, suggeriscono la presenza di discrepanza tra il sé reale e il sé morale, il quale definisce come ci si dovrebbe comportare e si dovrebbe essere in base ai propri standard morali. Il senso di colpa elicita generalmente azioni di espiazione e riparazione del danno e quindi nell’accezione comune assume una valenza, come espresso precedentemente, prosociale. Tuttavia, è associata anche ad azioni autopunitive e antisociali, supportata quest’ultima da manovre difensive nel quale la sofferenza dell’altro viene sdrammatizzata o giudicata come meritata.

Quindi il senso di colpa è legato ad un’autovalutazione morale negativa, al contrario la vergogna risulta invece legata ad un’autovalutazione “non morale” o amorale, accezione non riconducibile al concetto di immoralità, che si riferisce al contrario ad una dimensione di responsabilità, appartenente più specificatamente al senso di colpa. Pertanto, con “non morale” si intende la discrepanza tra sé reale e sé ideale, dove il sé reale viene percepito in “difetto” rispetto al sé ideale.

La vergogna è anch’essa contraddistinta da specifici ingredienti cognitivi. Viene sperimentata quando è percepita come compromessa la buona immagine di sé, ossia una dimensione del sé viene valutata come inadeguata o carente rispetto ai propri standard. Ciò non implica che la persona si valuti come non responsabile dei propri difetti, ma la sua attenzione in questo caso viene prevalentemente focalizzata sulla mancanza di potere rispetto al raggiungimento dell’“io” ideale. Una domanda a tal proposito, sembra sorgere spontanea: come si formano gli standard che definiscono il sé ideale? Il sé ideale è socialmente costruito e si sviluppa a partire dai valori e dalle aspettative altrui, ma affinché abbiano un’influenza sull’individuo, è necessario che esse vengano interiorizzate e quindi siano condivise dal soggetto stesso. Tale aspetto sembrerebbe spiegare perché la vergogna possa essere sperimentata anche quando si è soli, in assenza cioè di un “pubblico” giudicante, risultando in tal modo elicitata dalla percezione di deludere se stessi, non solo gli altri. La vergogna predispone generalmente ad azioni finalizzate al ripristino della buona immagine di sé, oppure al sentimento del “ritiro” sociale e alla tendenza a “nascondersi”. Tuttavia, anche questa emozione può essere considerata prosociale, poiché predisponendo alla riconciliazione, pacificazione, favorendo l’empatia ed il perdono altrui, sembrerebbe promuovere la coesione sociale basata sul rispetto dei valori e delle aspettative altrui.

Entrambe le emozioni comunque sembrano toccare la sfera dell’autostima, ma, mentre nella colpa, il dominio ricade su aspetti morali, nella vergogna ricade su aspetti estetici del sé, quindi non morali. È opportuno inoltre puntualizzare come la valutazione dell’autostima non sia riferita solamente al sé globale, ma anche a specifici aspetti del sé. Ad esempio un medico può ritenersi responsabile di un’azione dannosa verso un paziente, ma reputarsi un buon marito o buon padre non intaccando perciò gli altri domini del sé sociale, allo stesso modo una persona può vergognarsi di un aspetto fisico ma mantenere inalterata la valutazione di sé come intelligente o buono.

In conclusione, non è possibile identificare la vergogna e il senso di colpa come emozioni negative e disadattive in quanto spiacevoli, poiché ogni emozione può essere adattiva o meno in relazione al contesto e alle strategie utilizzate per la loro regolazione.

Riferimento bibliografico

Miceli, M., & Castelfranchi, C. (2018). Reconsidering the Differences Between Shame and Guilt. Europe’s Journal of Psychology, 14(3), 710-733. https://doi.org/10.5964/ejop.v14i3.1564

Delusioni e dintorni

  di Monica Mercuriu     

Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: “Il mio fiore è là in qualche luogo.”… Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto un tratto, tutte le stelle si spegnessero.
Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe                                                                      

La delusione rappresenta un sentimento di amarezza generato dalla mancanza di corrispondenza tra la realtà e una propria o altrui speranza.

Si può deludere qualcuno o essere deluso da qualcuno o qualcosa. In entrambe le situazioni, il soggetto non è passivo: genera un’aspettativa su sé stesso o sugli altri, immagina e si rappresenta uno scenario per lui positivo, e quando la realtà si scontra con la sua rappresentazione, senza adeguarsi ad  essa, la persona delusa si sente affranta, triste, prova emozioni sgradevoli che non sempre riesce ad accantonare.

Un bambino che prova delusione ha sicuramente immaginato una situazione in cui gli elementi presenti nella realtà vengono uniti insieme dalla migliore delle ipotesi: la speranza, talmente salda, a volte, da essere quasi irrealistica, nonostante la presenza scomoda di altri elementi pronti a contrastarla.

“Papà stasera ha detto che farà tardi, deve passare a ritirare una cosa… Forse si è ricordato che volevo l’album in edicola, sicuramente è così e vuole farmi una sorpresa”. La “migliore delle ipotesi” vince sul dubbio e, probabilmente, riesce a prevalere perché il bambino ha già sperimentato una situazione simile, con esito positivo, e ciò costituisce un antecedente forte e positivo.

La delusione che potrebbe nascere varierà d’intensità, da lieve a molto intensa, qualora il bambino non veda realizzata la sua aspettativa. Il genitore può essere però di grande aiuto nel processo di accettazione, poiché può confortare nell’immediato, facendo sentire il bambino al sicuro, e aiutarlo a capire dove il suo ragionamento, condito di speranza, ha seguito un’unica direzione, pur non avendo elementi di rinforzo o conferma. Da una delusione si guarisce, maggiori sono le aspettative infrante, maggiori saranno gli effetti di una delusione, ma pur sempre transitori.

Ma cosa accade quando il genitore comunica al bambino di essere stato deluso da lui, da un suo atteggiamento o comportamento, o magari dal fatto che non ha aderito a una sua richiesta? S’incontrano qui due stati d’animo: l’essere deluso del genitore e lo stato emotivo del bambino che ha deluso, caratterizzato spesso da elevati stati d’ansia, colpa e vergogna.

Un bambino, vulnerabile o sensibile alla colpa, può trovare inaccettabile questa condizione, sperimenta un fallimento per non essere riuscito nel suo intento o magari per aver fatto qualcosa che il proprio genitore non approva, e si può sentire colpevole, preoccupato, perché l’idea di aver generato nel genitore questo stato di forte amarezza è per lui grave. Può generarsi una credenza erronea di dover in tutti i modi far sì che i propri genitori non si sentano più delusi, alzando quindi costantemente il livello di controllo sulle proprie azioni, mantenendo alti standard di funzionamento a casa, a scuola, persino a livello sociale. Il bambino compie questo processo gradualmente con lo scopo di allontanare il più possibile l’eventualità di essere fonte di delusione. Questo vale anche per gli insegnanti e le altre figure di riferimento che fanno parte della sua vita; molto spesso il timore di deludere l’insegnante sovrasta il timore di prendere un brutto voto. Nella mente del bambino il voto si recupera, la fiducia una volta persa forse non si recupera più.

Alcuni test utilizzati nell’assessment in età evolutiva, soprattutto quelli che indagano la presenza di nuclei psicopatologici legati alla presenza dell’ansia, sono costituiti da questionari self report che il bambino può compilare da solo. Tra gli item proposti, spesso ricorrono le seguenti affermazioni: “temo di deludere i miei genitori”, “penso che i miei genitori non siano contenti di me”. Molti sono i bambini che, nell’intervista diagnostica, spiegano come questa sia una delle preoccupazioni più frequenti e importanti.

Un genitore o un insegnante può fare la differenza in queste circostanze. È importante comprendere come l’essere deluso e deludere faccia parte del processo maturativo di ogni individuo e come il superamento di tali emozioni porti, molto spesso, a cambiamenti positivi e stabili nel tempo, che tutelano il bambino e lo rendono allo stesso tempo autonomo e responsabile. È possibile, però, evitare conseguenze estreme o indesiderate, soprattutto in quelle famiglie dove il pattern di comportamento genitoriale si basa su uno stile di parenting autoritario o iperprotettivo, e dove l’essere colpevoli o fonte di delusione costituisce la base e la modalità di relazione preferenziale con i figli.

Concludendo questa riflessione, ancora una volta il romanzo “Il Piccolo Principe” può venirci in aiuto e costituire uno spunto di riflessione per l’adulto che di fronte ai singhiozzi di un piccolo principe, deluso e sconfortato può fare la differenza:

Era caduta la notte.
Avevo abbandonato i miei utensili.
Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone della sete e della morte.
Su di una stella un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare!
Lo presi in braccio. Lo cullai.
Gli dicevo:
“Il fiore che tu ami non è in pericolo. . . Disegnerò una museruola per la tua pecora. . .
e una corazza per il tuo fiore. . . Io. . .”
Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo. . .
Il paese delle lacrime è così misterioso.”

Esperienze precoci di colpevolizzazione e rimprovero nel DOC

di Brunetto De Sanctis

La tecnica dell’Imagery with Rescripting nello studio dell’infanzia di persone con disturbo ossessivo compulsivo

È stato pubblicato di recente un lavoro di Basile e collaboratori in cui sono stati indagati i contenuti emotivi delle esperienze infantili di persone con Disturbo Ossessivo Compulsivo. Già da tempo, molti studi hanno evidenziato lo stretto collegamento tra il DOC e il senso di colpa. Numerose ricerche sperimentali, correlazionali e anche di neuroimaging mettono, infatti, in risalto come l’inflated responsibility, ma soprattutto il timore di colpa, in particolare di colpa deontologica, giochino un ruolo chiave nella genesi e nel mantenimento del disturbo. Se effettivamente il timore di colpa deontologica è un fattore determinante dei sintomi ossessivi e del loro mantenimento, allora  è ragionevole interrogarsi sulle esperienze precoci che plausibilmente hanno reso inaccettabile il rischio di essere colpevoli.
Molteplici osservazioni cliniche e alcune ricerche retrospettive sostengono l’ipotesi che i futuri pazienti ossessivi abbiano vissuto, durante l’infanzia, numerose esperienze di rimprovero vissute in modo drammatico.
I dati sulle esperienze precoci avverse nei pazienti ossessivi, tuttavia, sono ancora scarsi. Per ovviare  a questa carenza Basile e collaboratori, tramite la tecnica dell’Imagery with Rescripting (IwR), hanno indagato il contenuto delle memorie infantili di un gruppo di pazienti con DOC (19 persone), mettendole a confronto con un altro gruppo di pazienti con diagnosi diverse (18 persone, affette soprattutto da disturbo depressivo maggiore e disturbi di ansia). L’IwR è una procedura di tipo esperienziale, utile a rintracciare esperienze precoci avverse emotivamente connesse con la sofferenza sintomatica attuale. Il fine è rielaborare le memorie di queste esperienze rendendole meno traumatiche e dolorose.
Nella ricerca di Basile et al. i pazienti sono stati invitati a rivivere una recente crisi ossessiva, poi a ricordare un episodio, vissuto da bambino, caratterizzato da una tonalità emotiva simile mettendo a fuoco ed esprimendo ciò di cui avrebbe avuto bisogno in quel momento doloroso. In una fase successiva (fase di Re-scripting), mentre il paziente rivive l’episodio critico e il terapeuta suggerisce di immaginare che  una figura di aiuto (solitamente il paziente o il terapeuta stesso), intervenga cercando di rispondere ai bisogni frustrati del bambino (protezione, accettazione, attenzione, cure, etc.). L’interazione tra il bambino e la figura d’aiuto prosegue finché i bisogni del bambino non sono pienamente soddisfatti.
Il contenuto dell’episodio recente, dell’episodio ricordato e dell’intervento della figura d’aiuto sono stati raccolti e valutati da giudici indipendenti all’oscuro dello scopo della ricerca.
I pazienti con DOC, rispetto agli altri pazienti, riportavano più frequentemente senso di colpa sia nell’evento recente sia in quello remoto. Questi ultimi erano caratterizzati da rimproveri o critiche da parte di uno o entrambi i genitori che inducevano colpa e paura nei bambini, evidenziando come i bisogni frustrati percepiti fossero legati al sentirsi attivamente rifiutati dai propri genitori. Nella fase di rielaborazione, i pazienti ossessivi modificavano il significato originario che avevano dato all’episodio critico, concludendo che quanto era successo non era una loro colpa. Nei pazienti ossessivi ma non negli altri, emergeva, dalle memorie degli eventi passati, un’idea di sé come persona responsabile di eventuali errori, profondamente sbagliata e meritevole di essere punita, biasimata e in aggiunta rifiutata. Questi dati sono congrui con i risultati di altre ricerche che hanno riscontrato come lo stile genitoriale a cui i pazienti con DOC erano esposti, risultasse centrato sulla moralità e particolarmente severo, ma soprattutto preoccupato del rispetto delle norme piuttosto che delle conseguenze sugli altri.
L’ipotesi “morale” del DOC, quindi, riceve un’altra conferma da questa ricerca: il senso di colpa appare un’emozione centrale nel disturbo. A conclusione, gli autori evidenziano come questo lavoro apra la strada a interventi terapeutici sulle radici del disturbo ossessivo.

Per approfondimenti

Alonso P, Menchón JM, Mataix-Cols D, Pifarré J, Urretavizcaya M, Crespo JM, Vallejo J (2004). Perceived parental rearing style in obsessive–compulsive disorder: relation to symptom dimensions. Psychiatry research 127, 3, 267-278.

Basile B, De Sanctis B, Fadda S, Luppino O.S, Perdighe C, Saliani A.M, Tenore K and Mancini F. (2018). Early life experiences in ocd and other disorders: a retrospective observational study using imagery with re-scripting. Clinical Neuropsychiatry (2018) 15, 5, 299-305.

Mancini F (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore.

Salkovskis PM, Shafran R, Rachman S, Freeston MH (1999). Multiple pathways to inflated responsibility beliefs in obsessional problems: Possible origins and implications for therapy and research. Behaviour Research and Therapy 37, 11, 1055-1072.

Timpano KR, Keough ME, Mahaffey B, Schmidt NB & Abramowitz J (2010). Parenting and obsessive compulsive symptoms: Implications of authoritarian parenting. Journal of Cognitive Psychotherapy 24, 3, 151-164

Mio fratello ha il cancro!

di Emanuela Pidri

I vissuti emotivi dei fratelli dei piccoli pazienti oncologici

Per tutto il genere umano la morte non è più che un processo dentro di un altro processo che è la vita. È la conseguenza inevitabile della vita e, tuttavia, inevitabilità non significa accettazione, volontà né comprensione. Lo sviluppo della Psicologia Cognitiva ed Evolutiva ha permesso di definire il processo di acquisizione dei concetti di infermità  e morte nei bambini, così come le conseguenze che comportano i bambini oncologici,  a causa della gravità della propria condizione medica, sul nucleo familiare. Vivere con un bambino oncologico rappresenta una sfida, dal momento che costituisce sia una minaccia alla vita dell’individuo che ne soffre sia una perdita di un membro della famiglia da parte dell’intero nucleo familiare. La complessità della malattia si ripercuote anche sui fratelli, sensibili allo stato d’animo dei familiari. I fratelli dei piccoli pazienti oncologici sanno che sta succedendo qualcosa e se non hanno informazioni adeguate traggono conclusioni attingendo dalla propria fantasia. Posso pensare, ad esempio, che la persona cara li abbia abbandonati o che il loro cattivo comportamento sia la causa del cancro. Vivono sentimenti di solitudine, colpa e gelosia che possono intensificarsi quando il bambino non viene ascoltato e aiutato nel comprendere il cambio dell’attitudine paternale. I fratelli e le sorelle, soprattutto i più vicini in età al bambino canceroso, soffrono dell’atmosfera che regna nella famiglia, della disorganizzazione della vita quotidiana, della separazione, delle limitazioni del comportamento, dell’indisponibilità dei genitori. I fratelli, come i bambini oncologici, percepiscono vari timori: hanno paura di poter avere il cancro; possono aver paura di visitare il fratello in ospedale, di vederlo malato o che soffre; hanno paura che non gli si stia dicendo la verità; hanno paura di doversi separare dai genitori; soprattutto hanno paura della morte del fratello. Possono sperimentare la stessa ansia dei genitori seppur non conoscano quello che sta succedendo, si preoccupano anche di andare a scuola e affrontare domande alle quali non si può rispondere o delle quali non conoscono la risposta. I fratelli si arrabbiano perché la vita si è notevolmente alterata e hanno la consapevolezza che niente tornerà ad essere uguale a prima del cancro. Spesso si sentono colpevoli della loro stessa ira o solo per gioire della salute che il fratello malato non ha sperimentando il senso di colpa del sopravvissuto. I fratelli, inoltre, si sentono tristi quando si accorgono che il piccolo paziente è realmente malato e necessiterà di un trattamento intenso e lungo. Tanto i pazienti come i fratelli esprimono questi sentimenti in relazione con la loro età, temperamento e modo di affrontare le situazioni difficili, assumendo un ruolo di pseudo- adulto per sopprimere l’assenza dei genitori. Inoltre, le reazioni di fronte alla morte di un fratello sono varie: dalla non risposta apparente fino alla presenza di problemi somatici, aggressività, difficoltà scolastiche, alterazioni alimentari, alterazioni del ciclo sonno-veglia con presenza di incubi notturni. L’attenzione psicologica deve essere rivolta non solo ai bambini oncologici ma anche ai membri della famiglia, con particolare attenzione ai fratelli. Tale attenzione dovrebbe adattarsi ai distinti momenti della malattia, dalla diagnosi all’ospedalizzazione, dal ritorno a casa e a scuola alla sopravvivenza a lungo termine, o alla ricaduta, alla morte e al lutto. Comprendere che l’attenzione da dedicare al bambino e alla sua famiglia deve essere un continuum dalla diagnosi fino alla cura o alla morte è, forse, la base sulla quale si deve costruire un modo di lavorare che veda tutti i clinici collaborare tra loro nell’ottica di un approccio integrato che prenda in carico le varie sfaccettature del problema nel rispetto della sofferenza di tutti i membri del nucleo familiare.

Per approfondimenti:
Die Trill M., “Psico-oncología”. ADES Ediciones S.C., Madrid, 2003; pp.619-627.

Ferrari A, Dama E, Pession A, Rondelli R, Pascucci C, Locatelli F, et al. “Adolescents with cancer in Italy: entry into the national cooperative paediatric oncology Group AEIOP trials”. Eur. J Cáncer 2009;45(3):328-34.

Lansdown R. & Goldman A.: Annotation: “The psychological care of children with malignant disease”. J. Clin. Psychol. Psychiat., 1988, 29 (5), 555-567.

Maurice-Stam H, Oort FJ, Last BF, Grootenhuis MA. “Emotional functioning of parents of children with cancer: the first five years of continuous remission after the end of treatment”. Psychooncology. 2008;17(5):448-459.

 
O.J.Z. Sahler, “El nino y la muerte”. Version espanola de M.A. Fernandez Alvorez,  Editorial Alhambra S.A., Madrid, 1983; edición original: “The child and death”. C.V.  Moiby Company, University of Rochester, New York, 1978. Pp.1-25.

 
Palanca MI, Ortiz P. “La muerte del niño: procesos de afrontamiento en el paciente, la familia y el equipo médico”. An Esp Pediatr 2000; 53: 257-60

Uno, Nessuno, Centomila sensi di colpa

di Benedetto Astiaso Garcia

La colpa è sempre fuor di dubbio. F. Kafka

Il senso di colpa implica il riconoscimento di tre componenti caratterizzanti e necessarie, fattori dirimenti altri vissuti emotivi: la valutazione negativa del proprio comportamento, in quanto dannoso o cattivo; l’assunzione di responsabilità; l’abbassamento dell’autostima morale. Considerarsi responsabili di una determinata azione significa ritenere di averla causata, direttamente o indirettamente, di aver avuto lo scopo di causarla o di aver avuto il potere di evitarla.

A partire da un sano senso di responsabilità, innato nell’essere umano rispetto alla sofferenza altrui, la presenza di credenze patogene induce un deragliamento emozionale di tipo disadattivo, la cui origine molto spesso risiede nell’idea del bambino di poter danneggiare il benessere familiare o la relazione genitoriale semplicemente perseguendo uno scopo sano. Il senso di colpa, pertanto, è un sentimento che deriva e sostiene molte credenze patogene rendendo l’individuo nell’età adulta il più grande persecutore di se stesso.

La CMT, teoria della psicopatologia e della psicoterapia elaborata da Edoardo Weiss e Harold Sampson, identifica i seguenti sensi di colpa:

  • Senso di colpa da separazione/slealtà: sviluppato a partire dalla credenza che una separazione fisica o valoriale dalle persone care arrecherà loro un grave danno, contaminando dunque l’idea di propria autonomia con quella di sofferenza altrui;
  • Senso di colpa del sopravvissuto: percezione che le proprie fortune, successi e risultati non rispondano a un innato principio di equità e giustizia, inducendo quindi il “reo” a dover espiare la propria condizione privilegiata;
  • Senso di colpa da responsabilità onnipotente: idea di avere il dovere ed il potere di prendersi cura delle persone care, la cui origine risiede in un egocentrico senso di responsabilità rispetto al benessere familiare;
  • Senso di colpa da odio di Sé: disprezzo nei propri confronti tale non solo da considerare se stesso come indegno di amore e di rispetto, ma addirittura da ritenersi meritevole di rifiuto e noncuranza per il proprio essere intrinsecamente sbagliato.

Fortemente differenziati rispetto al loro substrato neuronale e al ruolo nella psicopatologia, come illustrato dal neuropsichiatra infantile Francesco Mancini nella sua opera “La mente ossessiva”, esistono due tipi di sensi di colpa, distinti per manifestazioni, funzioni e ingredienti cognitivi: il senso di colpa altruistico e il senso di colpa deontologico. Mentre nel primo è necessaria la presenza di una vittima e l’assunzione di non aver agito in modo altruistico o prosociale, nel secondo viene trasgredita una norma di natura morale.

La dimensione interpersonale del senso di colpa, essedo la trasgressione un fenomeno sociale, è strettamente legata al tema dell’altruismo e dell’empatia, generando un senso di pena, variabile rispetto agli scopi implicati, relativo alla credenza di aver danneggiato o non aiutato l’altro.

Non tutti i sensi di colpa sono però legati alla percezione di aver arrecato un danno, per azione o omissione, a terzi, derivando quindi dalla percezione di aver violato una norma deontologica introiettata, fonte di autocritica da un punto di vista morale e causa di una ricerca o aspettativa di punizione.

La legge morale, infatti, non dipendente da un sistema esterno, risiede dentro l’uomo in termini transculturali e transgenerazionali, rendendo perciò vano il nietzschiano tentativo di liberare l’uomo attraverso una “rottura delle tavole”, emblema di una legge esterna, prescrittiva ed estrinseca.

Una profonda e spietata negazione del passato non rappresenta dunque una risposta alla liberazione dell’uomo, essendo solamente l’essere morale kantiano capace di tendere verso il noumeno. Ecco come la bellezza e la norma deontologica possono essere avvicinate solamente con stupore: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me” (I. Kant).

Per approfondimenti:

Mancini F., “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Catelfranchi C, Mancini F., Miceli M., “Fondamenti di cognitivismo clinico”, Bollati Bringhieri, Torino, 2012

Gazzillo F., “Fidarsi dei Pazienti”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016

Il lato oscuro dell’altruismo

di Maurizio Brasini

Quando i buoni sono ingiusti

Nel libro “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, quando il Visconte Medardo di Terralba viene diviso in due da un colpo di cannone, inizialmente sembra sia sopravvissuta solo la parte cattiva: il “Gramo”. Il Gramo è privo di empatia, crudele e spietato, e getta la popolazione di Terralba nel terrore. Ma quando ricompare l’altra metà del Visconte, il “Buono”, si scopre che questa parte animata da intenti compassionevoli e altruistici finisce per fare altrettanti danni della sua metà crudele.

Alcune recenti ricerche sembrano dare ragione all’intuizione di Italo Calvino e suggerire che un’attitudine altruista ed empatica non sempre ci conduca alle decisioni migliori per il bene del nostro prossimo. Uno dei possibili motivi è che bontà d’animo e giustizia non sempre coincidono.

Vediamo come affrontano la questione gli studiosi. Il metodo forse più utilizzato dai ricercatori per valutare i comportamenti altruistici si chiama “gioco del dittatore”: si assegna una certa somma di denaro a un individuo e gli si dice che può suddividerla come vuole con un altro partecipante, che non potrà fare altro se non accettare la sua decisione; la somma assegnata all’altro può essere considerata una misura dell’altruismo di quell’individuo. Grazie a esperimenti come questo, l’idea che gli uomini agiscano esclusivamente in base al proprio interesse è stata sorpassata a favore di una visione in cui gli uomini tengono conto dei propri simili. Più complicato è stabilire quali motivazioni, quali leve spingano gli esseri umani a tener conto delle esigenze degli altri. Nel gioco del dittatore, per esempio, un individuo potrebbe cedere una parte del denaro perché gli sembra una cosa più equa, o perché si dispiace che l’altro rimanga senza niente, o perché donare una parte della somma lo fa sentire d’animo più nobile, solo per fare alcuni esempi di differenti leve morali sottostanti ai comportamenti altruistici.

Consideriamo ora una variante del gioco del dittatore, in cui prima di chiedere al nostro partecipante di suddividere la somma, facciamo in modo che si senta in colpa nei confronti dell’altro partecipante (che in genere è un complice dello sperimentatore). È stato dimostrato che, prevedibilmente, il senso di colpa fa aumentare la somma di denaro concessa all’altro, per una sorta di effetto di risarcimento. Ma facciamo ancora un passo avanti: cosa succede se il nostro soggetto sperimentale deve suddividere la somma con altri due partecipanti e si sente in colpa verso uno dei due? Anche questo è prevedibile, ed è stato dimostrato: si tenderà a favorire la persona verso la quale ci sentiamo in colpa, a discapito dell’altro. Ecco un chiaro esempio di come si possa essere buoni e ingiusti al tempo stesso.

È stato anche dimostrato che nelle persone animate da motivazioni di tipo empatico (la sensibilità alla sofferenza della “vittima” verso cui siamo colpevoli) aumenta questo effetto di distribuzione iniqua del denaro, mentre le persone motivate più in senso egalitario (sensibili a temi di equità e giustizia) tendono a bilanciare maggiormente le somme assegnate agli altri partecipanti.

Un’ipotesi esplicativa di questo fenomeno può essere ricavata dalla teoria evoluzionistica. La sensibilità alla sofferenza dei nostri simili è la base su cui sono fondati i comportamenti di cura della prole, ed è probabile che su questa stessa base si costruiscano forme più articolate e raffinate di moralità; per citare Darwin: “Qualunque animale, dotato di pronunciati istinti sociali, ivi inclusi i sentimenti parentali e filiali, acquisirà inevitabilmente un senso morale ovvero una coscienza non appena le sue facoltà intellettive si saranno sviluppate come nell’uomo”. D’altro canto, è naturale che questa forma di attenzione ai bisogni degli altri sia selettiva e non equamente distribuita: mentre il senso di giustizia e di equità ci invita a porre tutti gli altri sullo stesso piano, l’empatia ci porta a fare distinzioni a favore dei “nostri”.

 

Per approfondimenti:

Darwin, “The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex”, 1871 cap. IV. Trad. it.. Newton Compton Editori, 2011).

De Hooge, I. E., Nelissen, R., Breugelmans, S. M., & Zeelenberg, M. (2011). What is moral about guilt? Acting “prosocially” at the disadvantage of others. Journal of Personality and Social Psychology, 100, 462–473.

Feng, Q., Xu, Y., Xu, R., Zhang, E. (2017). Moral foundations tell us why guilt induces unfair allocation in multi‐party interactions. Asian Journal of Social Psychology, 20(3-4), 191-200.

“È inutile piangere sul latte versato!”

di Roberta Trincas

Valutare realisticamente i propri errori senza cadere nella ruminazione, nel senso di colpa e nell’eccessiva autocritica

Spesso le persone, a seguito di eventi negativi, tendono ad autocriticarsi. Un esempio comune può essere il licenziamento. Si osserva, infatti, che il più delle volte le persone che perdono il lavoro provano vergogna. Ciò in parte può essere spiegato dal fatto che alcune volte perdere il lavoro può realmente dipendere da errori commessi. A volte le persone possono perdere il lavoro per validi motivi. Come è possibile, quindi, affrontare questa situazione senza cadere nella ruminazione, nel senso di colpa e nell’eccessiva autocritica?

Un primo passo è cercare di valutare realisticamente i propri errori.

Tutti facciamo errori. A volte le persone assumono atteggiamenti o hanno comportamenti che sono causa del loro licenziamento. In questi casi, piuttosto che pensare e ripensare ai propri sbagli è importante fare qualcosa di più utile. Per esempio, riflettere e creare una lista realistica degli errori fatti: lamentarsi del capo o del lavoro con gli altri colleghi, non concludere il lavoro nei tempi richiesti. Leggi tutto ““È inutile piangere sul latte versato!””

Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te

di Laura Pannunzi

La direzione che assume il senso di colpa nell’emissione di una condotta antisociale

La regola d’oro nella filosofia dell’antica Grecia era un principio comune: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Secondo tale concezione, ogni ingiustizia avrebbe origine da una precisa violazione del “principio di reciprocità” tra individui. Per cui, chi decide di vivere in base all’etica della reciprocità deve trattare con rispetto tutte le persone, non solo i membri della propria comunità di appartenenza. Questo concetto, apparentemente ovvio, trova un senso anche nel campo della psicopatologia, in particolar modo nell’emissione di condotte antisociali.
Il Disturbo Antisociale di Personalità è caratterizzato da una grave e sistematica violazione dei diritti altrui come anche delle fondamentali regole morali e sociali nell’atto di soddisfare i propri desideri e aspirazioni, in associazione, generalmente, a scarsa empatia e senso di colpa per i danni inferti alle altre persone. Leggi tutto “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”