Come ti senti oggi?

di Elena Cirimbilla

La competenza emotiva nei bambini

Nel corso dello sviluppo, i bambini maturano una sempre crescente competenza emotiva. Di fatto, imparano a denominare, comprendere e gestire le proprie emozioni. Il processo è piuttosto lineare: un bambino che saprà riconoscere, comprendere e denominare un’emozione sarà anche in grado di interrogarsi su cosa fare in merito, confrontarsi o chiedere aiuto. Il punto di partenza è quindi che il bambino possa fermarsi (e soffermarsi) sulle proprie emozioni, per cogliere e capire come si sente.

In terapia, può essere utile, all’inizio della seduta, accogliere i bambini con il “termometro delle emozioni”, uno strumento che, oltre a essere divertente, li porta a scegliere tra le varie emozioni proposte e a pensare qualche minuto a come effettivamente si sentono. Questo consente poi di aprire il dialogo su scenari vissuti, momenti piacevoli o spiacevoli. Sembra banale, ma capita che i bambini ne rimangano entusiasti e spesso, se indaghiamo, possiamo ricevere una semplice risposta: “non me lo chiede mai nessuno”.

Quanto spesso ai giorni nostri viene sottolineata l’importanza di spiegare le emozioni ai bambini, di insegnare loro a tollerarle ed esprimerle? La famiglia, la scuola e gli educatori si impegnano quotidianamente per osservare e tenere in considerazione i segnali dei piccoli, rimandando loro strategie più opportune di gestione della rabbia o di espressione della tristezza. Ma quanto spesso capita di chiedere a un bambino come si sente? Probabilmente la percezione sarà di farlo sempre. Ma se ad esempio confrontiamo la frequenza di questa domanda con la classica “com’è andata a scuola?” potremmo accorgerci che, di fatto, la domanda diretta sulle emozioni non è così usuale.

Dopotutto è naturale, non chiederemmo al nostro partner “come ti senti oggi?”, ma piuttosto un tipico “com’è andata al lavoro?” ed è probabile che la risposta sarà articolata, con esempi di momenti positivi o negativi. Nel caso dei bambini, che possono apparire più resilienti di noi adulti, è altrettanto probabile che riceveremo semplicemente un “bene” oppure una timorosa confessione di un brutto voto. Spesso quel “bene” così scarsamente argomentato infastidisce l’adulto che vorrebbe sentirsi parte della giornata del bambino. Se la condivisione risulta difficile può essere utile guidare il bambino nell’atto di soffermarsi sulle proprie esperienze e sui propri stati emotivi, ponendo il primo tassello nello sviluppo della competenza emotiva. Così, potremmo pensarlo come un esperimento e con un piccolo cambio di prospettiva inserire nelle nostre abitudini quotidiane una semplice frase per nulla scontata: “come ti senti oggi?”. Proponendo una gamma di emozioni tra cui scegliere e nelle quali il bambino può sentirsi rispecchiato e accompagnato nell’esprimersi, l’adulto offrirà uno spazio di riflessione e di riconoscimento emotivo, favorendo la condivisione delle esperienze e dei vissuti emotivi.

Per approfondimenti:

Di Pietro M. (2014). L’ABC delle mie emozioni 4-7 anni, corso di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, Edizioni Erickson, Trento

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Un libro sulla Psicoterapia Cognitiva

di Ivan Pavesi

Claudia Perdighe e Andrea Gragnani guidano il lettore nel comprendere e curare i disturbi mentali 

È stato pubblicato, per Raffaello Cortina Editore, il testo “Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali”, a cura di Claudia Perdighe e Andrea Gragnani. Il libro si compone di diversi capitoli, organizzati in tre parti e in circa mille pagine.

Recensirlo interamente è un’impresa per menti più precise e coraggiose della mia. Mi limiterò, invece, a dire quella che secondo me è la struttura portante del libro, facendo sì che sia questa a rendere evidenti i vantaggi implicati dalla prospettiva teorica adottata.

La prima parte si occupa della teoria che permette di comprendere la sofferenza psicopatologica; la seconda parte si occupa delle tecniche volte alla promozione del cambiamento; la terza parte espone i quadri psicopatologici, mostrando come la teoria li spieghi al fine di programmare l’intervento psicoterapeutico.

È un’opera di grande respiro, che richiede consistente impegno di tempo e attenzione per la lettura.

In psicoterapia cognitiva, occuparsi di teoria significa organizzare le conoscenze in funzione di una domanda: perché il paziente soffre? Per dare una risposta a questa domanda bisogna avere una teoria della mente e, nello specifico, una teoria della mente in sofferenza.

Gli autori, un gruppo di pratica e di ricerca coeso, hanno scelto di rivolgersi alla teoria scopistica (goal-directed systems) e alla psicologia del senso comune (folk psychology), che prende il nome di Teoria della Mente (ToM).

Brevemente, la teoria scopistica si occupa di come un sistema raggiunge i propri scopi, date certe conoscenze e in forza delle quali organizza, off-line o on-line, un piano d’azione.

 Il comportamento psicopatologico, una specifica tipologia di piano d’azione, rientra in questa definizione. Un approccio scopistico consente quindi di comprendere qual è il rapporto che si instaura tra scopi e piani d’azione che flettono verso la psicopatologia.

Per quanto riguarda la ToM, poiché comunemente ci spieghiamo il comportamento delle persone in termini di “ciò che desiderano” e “ciò che sanno”, appare ragionevole avvantaggiarsi di questo “strumento” che è patrimonio comune tanto dello psicoterapeuta quanto del paziente.

L’altro vantaggio pratico è che la ToM non è solo uno strumento che usiamo nel chiuso della nostra mente per capire gli altri ma è anche una effettiva interfaccia che usiamo quotidianamente nelle interazioni: “pensavo volessi andare insieme a me”, “non credevo fosse importante per te” etc. E quindi la ToM è anche l’interfaccia tra clinico e paziente.

Cosa succede quando la mente va in sofferenza?

In base alla teoria scopistica, la sofferenza si verifica nel momento in cui uno scopo è percepito come minacciato o compromesso. Quindi la sofferenza risponde a un criterio di FIFA (Fear of Intolerable Frustration of Attainability). Detto più banalmente, i nostri pazienti hanno “fifa” di qualcosa e questo già di per sé è piuttosto rilevante. Citando lo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Mancini, “bisogna avere rispetto per le fife dei pazienti” poiché esse indicano, come abbiamo visto, la minaccia o la compromissione di qualcosa che desideriamo o, addirittura, un danno rispetto a qualcosa che pensiamo raggiunto: quindi la nostra mente si comporta come se fosse in trincea.

Se comunemente investire in uno scopo richiede che per il raggiungimento di esso si indirizzino le proprie risorse cognitive (es. “come faccio a conquistare X? Potrei proporre un’uscita al cinema; pensare di vestirmi in modo da fare colpo, nel caso in cui ciò fosse per X rilevante, e fare commenti senza senso nella speranza che X vi veda un significato profondo, come succede spesso nelle recensioni dei film che si leggono sul giornale”), questo è ancora più vero quando percepiamo una minaccia o compromissione dello scopo: tendiamo a evitare di commettere quegli errori di valutazione che ci avvicinerebbero alla compromissione e iniziamo a notare tutti quei segni che ci informano della sua vicinanza, poiché sottovalutare la minaccia ha un costo maggiore e, per conseguenza, tendiamo ad adottare una condotta prudenziale. Riprendendo la metafora della mente in trincea, sotto assedio faremmo di tutto per evitare di morire.

Questo orientamento dei processi cognitivi, volto a scongiurare ciò che la fifa segnala, declina specifici stili inferenziali. Nei disturbi ansiosi, avremo uno stile inferenziale Better Safe Than Sorry (“meglio prudenti che dolenti”); nel disturbo ossessivo-compulsivo lo stile RH (Rock Hudson); in quello depressivo il Wishful Thinking (pensiero desiderante o pia illusione).

Tale fifa sarà tanto maggiore quanto più ciò che essa segnala sarà vissuto come inaccettabile. Infatti, più avremo investito in uno scopo (sunk costs), più ci sembrerà inaccettabile rinunciarci; più non mettiamo in conto di doverci rinunciare, cioè più ci sembra consequenziale e giusto il raggiungerlo (belief in a just world), più investiremo nella sua protezione: costi quel che costi. Ed ancora, più pensiamo che aver perso un bene conseguito sia non consequenziale o ingiusto e più accettarne la perdita sarà inconcepibile. L’alternativa sarebbe infatti vivere in un mondo senza prevedibilità o senza giustizia, almeno per le cose che ci premono.

L’ossatura del libro sembra essere questa. Ed è da questa che discende tanto uno specifico modello di formulazione del caso quanto una specifica teoria della tecnica psicoterapeutica e, poi, l’applicazione di queste a specifici disturbi.

Una parte che merita a mio avviso attenzione è quella dedicata alla promozione del benessere. L’importanza di questa parte ci viene detta chiaramente dalla scopistica e dalla ricerca in psicologia: quando uno scopo è attivo, e quindi le risorse ad esso destinate sono reclutate, si verifica una defocalizzazione funzionale degli altri scopi e tale meccanismo è amplificato in stato di minaccia.

Nel libro, gli autori spiegano questa scelta così: “è stato dato spazio a tutti quegli interventi cognitivo-comportamentali esplicitamente orientati a costruire condotte funzionali e ad aiutare il paziente a investire su scopi e valori per lui significativi, nonostante il disturbo” (p.371). Infatti, proprio perché la focalizzazione sulla minaccia sottrae risorse e tende a impoverire il piano esistenziale del paziente, appare più che ragionevole “proporre interventi che promuovono il ‘buon funzionamento’ (nelle sue diverse accezioni, da resilienza a benessere), cioè la costruzione di condotte antagoniste alla patologia e che sono di prevenzione ad ampio spettro dalla ricaduta” (p. 344).

Sono diverse le cose entusiasmanti di questo libro. Da un lato la teoria stessa che viene utilizzata per capire la sofferenza umana, che è una teoria che permette di darci conto anche della quotidianità. Dall’altro lato l’esposizione di tecniche “riformulate” in coerenza con la concezione scopistica della sofferenza e quindi, attraverso il passaggio della formulazione del caso, orientate al target di intervento. Non ci sono “protocolli seriali” da seguire bona fide ma un ragionamento clinico che si dipana in base alla formulazione del caso e che consente di assemblare l’intervento: dell’astrazione scopistica al paziente concreto. I quadri psicopatologici che seguono queste due parti sono informati da questa logica della spiegazione. Questi quadri, importanti per la specializzazione della teoria e la specifica spiegazione del funzionamento resa disponibile dall’esperienza del gruppo di autori, possono essere considerati come degli esercizi con soluzione. E l’ultimo capitolo, sui disturbi di personalità, può considerarsi come una serie di esercizi con soluzioni parziali.
Penso che uno degli aspetti rilevanti di questo libro sia proprio questo: offrire la possibilità di imparare a ragionare clinicamente.

Per approfondimenti

Friedrich J. (1993). Primary error detection and minimization (PEDMIN) strategies in social cognition: A reinterpretation of confirmation bias phenomena. Psychological Review, 100(2), 298–319. https://doi.org/10.1037/0033-295X.100.2.298

Premack, Woodruff (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind? Behavioral and Brain Sciences, 1(4), 515–526 https://doi.org/10.1017/S0140525X00076512

Beck J (2021). Cognitive Behavior Therapy. Basics and Beyound. 3rd edition. Guilford Press

Beck A, Grant P, Inverso E, Brinen A, Perivoliotis D (2021). Recovery-Oriented Cognitive Therapy for Serious Mental Health Conditions. Guilford Press

Dipendenza affettiva e perdita di sé

di Alessandra Iannucci

Soffrire di un Disturbo Dipendente di Personalità e consentire all’altro di regolare e influenzare in maniera totale le proprie scelte

Almeno una volta nella vita, chi non ha sentito il bisogno di chiedere un consiglio o un parere su una scelta? La risposta appare scontata, ebbene questo può accadere per questioni più banali, come la scelta di un vestito, così come per questioni più importanti, come il parere sulla persona che si decide di avere accanto.

A volte il parere degli altri può essere molto rilevante, se non determinante. Il contesto interpersonale è il motore di scelta che utilizziamo maggiormente, per il semplice fatto di essere umani. Allinearsi, sintonizzarsi ed entrare in risonanza emotiva con l’altro, secondo lo psichiatra statunitense Siegel, sono dei processi imprescindibili, senza i quali probabilmente gli individui sarebbero degli antisociali, regolati da mete proprie, bizzarre e incoerenti con il contesto. Ovviamente più la persona alla quale si chiede consiglio è importante, più il suo giudizio avrà un peso nel determinare la scelta. Alcune volte il giudizio dell’altro può condizionare i nostri scopi, persino i nostri desideri.

Fortunatamente questa dinamica relazionale è solo una nel ventaglio di possibilità delle libere scelte, caratterizzate dalla nostra più totale indipendenza. Basti pensare a quelle volte, pur consapevoli di ciò che pensa il contesto sociale, si va controcorrente e si effettua una scelta “sentita”, a volte anche coraggiosa.

Tuttavia per alcune persone, in particolare per chi soffre di un Disturbo Dipendente di Personalità (DDP), non sembra esserci questo ventaglio di possibilità: “l’altro” diviene l’unico elemento in grado di regolare, influenzare o, peggio, annientare il processo di scelta dell’individuo. Questo avviene in modo preponderante: le intenzioni soccombono, l’accesso ai propri desideri non sembra più consentito, la persona sembra dimenticare chi è, cosa vuole o quali sono i propri interessi. In sostanza, avviene un adeguamento totale e significativo al progetto di vita dell’altro.

Tale dinamica, che caratterizza il DDP, per lo psichiatra e psicoterapeuta Antonio Carcione e alcuni dei suoi collaboratori, prende il nome di “Disfunzione di Rappresentazione degli Scopi” e consiste nella difficoltà ad accedere a una rappresentazione dei propri desideri, dei propri scopi e dei piani per raggiungerli, in assenza della persona di riferimento. Di conseguenza, il contesto e gli altri diventano preponderanti, tanto da portare la persona a fare un uso costante e unilaterale del coordinamento interpersonale per scegliere e per perseguire degli scopi.

Il DDP si distingue per la necessità di approvazione sociale. È presente una propensione a vivere in accordo con i desideri degli altri, mettendo in atto comportamenti persistenti di sottomissione e di dipendenza. Solitamente chi ne soffre ha sviluppato, nel tempo, la credenza di essere debole, fragile e incapace di provvedere a sé stesso e affrontare da solo gli eventi che la vita gli pone. La persona dipendente rinuncia ai propri interessi, desideri, alla propria indipendenza per assicurarsi la vicinanza dell’altro, per non deluderlo, per mantenere l’immagine di sé capace e autonomo, senza notare che, in realtà, si sta adeguando al disegno dell’altro. Alle volte, infatti, l’accesso ai propri scopi e ai propri desideri non è più consentito: la “disfunzione della regolazione delle scelte” può fare oscillare la persona tra un terrifico “stato di vuoto disorganizzato”, caratterizzato dall’assenza totale di scopi, e uno “stato di overwhelming”, ossia di sovraccarico, a causa di numerose sollecitazioni delle molteplici figure di riferimento. Lo “stato di vuoto disorganizzato” lo si ritrova, in particolare, nei momenti in cui si è verificata la rottura di una relazione nella vita del soggetto ed è caratterizzato dall’assenza di scopi e dalla presenza di pensieri relativi alla perdita e all’abbandono (“Provo un senso di angoscia, non riesco a pensare a niente, ho la mente sgombra, il cervello vuoto, sono in black out, non so che fare, vago per casa come un fantasma e delle volte resto bloccato. Un mio familiare dice che sono in un mood pianta, perché le piante stanno ferme, fanno dei piccoli movimenti solo nel lungo tempo”). Questo stato funge da potente fattore di mantenimento della persona nella relazione, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di relazioni malsane o “tossiche”.
Dunque la dipendenza finisce per diventare essa stessa la soluzione per evitare gli stati tanto temuti di sofferenza, in un circolo vizioso che appare senza fine.

Per approfondimenti

Carcione, A., De Marco, M.C., Dimaggio, G., Procacci, M., Semerari, A., Nicolò, G., (2004). La regolazione delle scelte nei disturbi di personalità. Cognitivismo clinico, 1 (1), 32-48

Dimaggio, G., Semerari, A. (a cura di) (2006). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazioni, cicli interpersonali. Edizioni Laterza.

Siegel D. J., (1999) The developing mind. Guilford. La mente relazionale. Raffaello Cortina.

Foto di burak kostak da Pexels

Regolazione emotiva e autolesionismo

di Emanuela Pidri

Dalla diagnosi al trattamento dell’autolesionismo non suicidario

L’autolesionismo è una pratica diffusa tra gli adolescenti e i giovani adulti. L’incidenza di tale fenomeno oscilla tra il 15 e il 20%, mentre l’epoca di esordio si aggira intorno ai 13-14 anni, con una prevalenza del 22% nelle donne. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V) inserisce tra i disturbi psicopatologici due categorie diagnostiche: autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato. La condotta autolesiva deve essere preceduta da una o più delle seguenti aspettative: ottenere sollievo da una sensazione/stato cognitivo negativo; risolvere una situazione relazionale; indurre una sensazione positiva. Inoltre, il comportamento autolesivo deve essere associato ad almeno uno dei seguenti sintomi: difficoltà interpersonali o sensazioni/pensieri/sentimenti negativi precedenti al gesto autolesivo; preoccupazione incontrollabile per il gesto; frequenti pensieri autolesivi. Le motivazioni sottostanti la messa in atto dell’autolesionismo sono in genere relative la necessità di uscire da uno stato mentale di vuoto per riconnettersi alla realtà, spostando così l’attenzione dal dolore emotivo a quello fisico, vissuto come più tollerabile. Non c’è una singola causa ma una concatenazione di fattori e di eventi, il più delle volte traumatici (abusi di tipo fisico, psicologico o sessuale, bullismo, problemi familiari di negligenza e conflitti). Attraverso la messa in atto di un comportamento autolesivo, il soggetto solitamente prova a: gestire o ridurre l’ansia e lo stress alla ricerca di un senso di sollievo; scaricare la rabbia, la frustrazione, la colpa e la vergogna; riacquisire il controllo del proprio corpo, delle proprie emozioni e sensazioni; comunicare il proprio malessere interiore; ricercare attenzione o attuazione di punizioni. Alcuni fattori sono in grado di aumentare il rischio di mettere in atto condotte autolesive: età, avere amici o partner autolesionisti, soffrire di altre patologie psichiatriche; tratti temperamentali (perdita di controllo, impulsività e disregolazione emotiva); insoddisfazione e vergogna del proprio corpo; bassa autostima. Nonostante gli atti autolesionistici abbiano una natura diversa rispetto ai tentativi di suicidio, esiste un forte legame predittivo. Dal punto di vista neuroscientifico, uno studio coordinato dallo psichiatra tedesco Hanfried Helmchen nel 2006 ha rilevato che le aree del cervello che codificano l’intensità del dolore non differenziano tra stimoli dolorosi generati dal contesto esterno e quelli autoprodotti. Alla luce di tali risultati, è possibile ipotizzare, da un punto di vista psicologico, che l’autolesionismo porti il corpo/la mente a preferire un dolore proveniente dal corpo, al fine di evitare un dolore più intenso proveniente dal mondo emotivo/relazionale. In questo modo, anche a livello fisiologico, emerge come l’evitare il contatto con le proprie emozioni, attraverso l’autoinfliggersi dolore, abbia un effetto meno doloroso rispetto al venire in contatto con le emozioni stesse. Infine, le ricerche hanno evidenziato una disfunzione del sistema serotoninergico nelle persone che compiono atti autolesivi, che costituisce il correlato biologico dei comportamenti impulsivi e aggressivi. Ciò spiegherebbe l’impiego di antidepressivi per la riduzione della compulsione a ferirsi e, nei casi più severi, l’opportunità di un periodo di osservazione in ospedale.  L’approccio cognitivo-comportamentale prevede l’utilizzo di tecniche utili  ad aiutare gli adolescenti e i giovani adulti ad affrontare eventuali situazioni elicitanti l’autolesionismo. Strumenti cognitivo-comportamentali, quali l’analisi funzionale, potrebbero essere preziosi al fine di identificare gli antecedenti e le conseguenze situazionali, cognitive ed emotive dell’atto autolesivo. La Dialectical Behavior Therapy prevede il ricorso a setting multipli di trattamento: individuale, gruppo di skill training, coaching telefonico e gestione del caso in équipe. Appare fondamentale la gestione della regolazione emotiva che richiede l’abilità di sentire ed etichettare le emozioni provate e l’abilità di ridurre gli stimoli emotivamente rilevanti, che potrebbero causare la riattivazione di emozioni negative/positive oppure risposte emotive secondarie. Di notevole importanza, in tali casi è l’incremento delle abilità psicosociali e l’aumento della motivazione al cambiamento.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

Kiekens, G., Hasking, P., Bruffaerts, R., Claes, L., Baetens, I., Boyes, M., Mortier, P., Demyttenaere, K., Whitlock, J. (2017). What predicts Ongoing Nonsuicidal Self-Injury?: A Comparison Between Persistent and Ceased Self-Injury in Emerging Adults. Journal of Nervous & Mental Disease.

Linhean, M. (2011). Trattamento cognitivo comportamentale del disturb borderline. Raffaello Cortina Editore.

Porr, V. (2020). Superare il disturbo borderline di personalità. Guida pratica per familiari, partner e clinici. Trento: Centro Studi Erickson

Foto di cottonbro da Pexels

Il senso di inferiorità della psicologia

di Claudia Perdighe

Davvero la psicologia ha bisogno sempre di numeri per essere scienza?

Qualche giorno fa ho letto un articolo del fisico, e anche bravissimo divulgatore, Carlo Rovelli.

Rovelli evidenziava che in fisica, quella che per tanti è la scienza per eccellenza, negli ultimi decenni la ricerca non ha prodotto niente di nuovo; per essere più precisi, niente di inatteso o che non ci si aspettasse in base alle migliori teorie prodotte nel ’900. Tutti i grandi risultati della fisica sperimentale degli ultimi decenni sono, in sostanza, una conferma delle previsioni prodotte da grandi fisici teorici del secolo scorso e che, dice Rovelli, si studiavano all’università cinquant’anni fa.

Il tema mi ha sia incuriosito che sorpreso. Subito dopo ho provato un moto di grande ammirazione: qualcuno, decenni fa, ha formulato delle teorie che a tutt’oggi non sono state del tutto confermate a livello sperimentale, ma che ancora stanno raccogliendo conferme della loro validità.

Poi ho pensato a quanto la grande distanza tra fisica e psicologia (“scienza umanistica e di serie B”, secondo il geniale fisico Sheldon, nella serie Big Bang Theory) sia segnalata anche dal nostro (di noi psicologi e psicoterapeuti) bisogno di numeri e di “scoperte nuove”. Il valore di un articolo o di una relazione in un convegno viene molto sovente stabilita dalla presenza o meno di numeri, cosa che lo fa quasi automaticamente qualificare come “scientifico”.

Tendiamo a dimenticare che perché l’aggettivo “scientifico” sia applicabile, la presenza di numeri non è condizione né sufficiente né necessaria.

Il fatto che un lavoro sia una ricerca non lo rende in sé un grande contributo alla scienza, non solo nel senso che possono esserci difetti metodologici, ma anche perché non è detto che sia a servizio di una conferma o falsificazione di una teoria (o sua bozza) o ipotesi basata su premesse sufficientemente solide.

D’altra parte, una teoria può essere meritevole dell’aggettivo “scientifico”, anche per la sua coerenza interna, per la capacità di dare conto di tanti fenomeni e di produrre previsioni, anche quando queste non siano ancora verificate empiricamente.

E allora ripenso a quanto da anni mi ripete un caro amico e collega: “Noi psicologi e psicoterapeuti dovremmo recuperare un po’ il piacere della speculazione che, quando fatta in modo rigoroso, è una base fondamentale per la ricerca di qualità. Speculare, pensare, teorizzare non significa rinunciare al rigore della scienza, ma porne le basi”.

(N.B. Popper contestava a Freud l’inclusione della psicanalisi tra le scienze non per la carenza di riscontri empirici, cosa che all’epoca l’avrebbe accomunata alla teoria della relatività, ma perché troppo basata sul metodo induttivo e perché incapace di produrre teorie e proposizioni confutabili). 

Per approfondimenti:

Fisica, l’entusiasmo per il muone e i dubbi sulla «risposta inattesa» all’esperimento

https://www.corriere.it/cronache/21_aprile_14/fisica-l-entusiamo-il-muone-dubbi-l-effetto-al-lupo-lupo-50335254-9d55-11eb-85f1-679fe940a2d0.shtml

Covid e ossessioni

di Giuseppe Femia

L’impatto della pandemia sulla salute mentale

Un importante lavoro di ricerca, utile per coloro che si occupano di psicopatologia e dell’impatto del COVID-19 sulla salute mentale, con particolare riferimento al Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), è stato di recente pubblicato nella rivista Journal Frontiers in Psychiatry. Narrative Review of COVID-19 Impact on Obsessive-Compulsive Disorder in Child, Adolescent and Adult Clinical Populations: questo il titolo dello studio realizzato da Vittoria Zaccari, Maria Chiara D’Arienzo, Tecla Caiazzo, Antonella Magno, Graziella Amico e Francesco Mancini della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (APC – SPC) di Roma, con l’intento di revisionare tutti i contributi pubblicati dopo gennaio 2020 che hanno affrontato l’impatto della pandemia COVID-19 sul DOC.

Diversi studi dimostrano come l’emergenza sanitaria abbia generato un grado di malessere e disagio psicologico nella popolazione generale, nella popolazione clinica adulta e in bambini e adolescenti, decretando un peggioramento di diversi quadri clinici e un incremento delle difficolta psicologiche. In questo panorama, non può essere tralasciato l’impatto della pandemia sul DOC, condizione clinica caratterizzata, in alcuni casi, da una sintomatologia fortemente sensibile al timore e alla probabilità di contaminazione, dalla percezione di una maggiore responsabilità di contagiarsi o contagiare gli altri e da comportamenti protettivi volti ad allontanare o neutralizzare un possibile rischio di contaminazione o colpa per irresponsabilità, tutti aspetti fortemente veicolati in questo periodo di emergenza da COVID-19.

La letteratura più recente non manca di mettere in evidenza come alcuni sintomi ossessivo-compulsivi si siano aggravati a causa della situazione attuale, sia nella popolazione clinica adulta che in età evolutiva, ma in tale molteplice panorama mancava un lavoro di revisione della letteratura che mettesse in luce la relazione tra DOC e COVID-19: in tal senso, il lavoro  ha avuto come scopo quello di evidenziare ed analizzare i dati volti a rilevare il peggioramento clinico o il miglioramento della sintomatologia ossessivo-compulsiva in campioni clinici con DOC di adulti e in età evolutiva.

Sono stati passati in rassegna tutti i contributi empirici pubblicati da Gennaio 2020 a Gennaio 2021 inerenti l’impatto della pandemia COVID-19 sul DOC in bambini, adolescenti e adulti, anche in termini di limitazioni.

La ricerca in letteratura è stata condotta utilizzando i principali database scientifici. Sono stati esaminati un totale di 102 articoli, che hanno portato all’identificazione di 64 articoli full-text da esaminare ulteriormente. Dall’analisi della letteratura, sono stati selezionati gli articoli che rispettavano tutti i criteri di eleggibilità, per un totale di 14 studi.

La review ha rivelato che il COVID-19 ha avuto un impatto sul DOC sia negli adulti che nei giovani e sembra aver causato un esacerbazione dei sintomi, in particolare del sottotipo DOC contaminazione/lavaggio. Otto studi su campioni adulti hanno mostrato un aumento della gravità dei sintomi ossessivo-compulsivi; due studi hanno sottolineato un impatto minimo del COVID-19 sui pazienti con DOC e uno studio ha mostrato un lieve miglioramento dei sintomi. Due studi su tre su bambini e adolescenti hanno mostrato una esacerbazione della sintomatologia ossessivo-compulsiva e un peggioramento anche in presenza di un trattamento in corso.

Globalmente la rassegna documenta un sostanziale impatto negativo della pandemia su pazienti con DOC, sia adulti che in età evolutiva.

Tuttavia, tale analisi della letteratura è stata rilevante per riflettere sulle diverse limitazione degli studi considerati: il numero di soggetti reclutati era piuttosto esiguo; i campioni coprivano un’ampia fascia di età; pochi studi hanno esaminato i sottotipi di DOC; nella maggior parte degli studi la tipologia del trattamento non era chiara; un gran numero di studi non ha utilizzato lo stesso periodo di monitoraggio o misure quantitative standardizzate.

Lo studio dell’Associazione Scuola di Psicoterapia Cognitiva ha indagato l’impatto del COVID-19 sul DOC e fornisce alla comunità scientifica informazioni importanti, evidenzia le limitazioni degli studi pubblicati e mette in evidenza l’importanza dell’influenza delle variabili contestuali odierne.

Per approfondimenti

https://doi.org/10.3389/fpsyt.2021.673161

 

Foto di Yaroslav Danylchenko da Pexels

Infertilità: il trattamento CBT

di Rossella Cascone

Le difficoltà legate all’infertilità sono un problema sempre più diffuso che provoca importanti conseguenze sulla qualità della vita della donna e della coppia, in termini di salute fisica, salute mentale e salute sociale

Nell’articolo Le conseguenze emotive dell’infertilità, abbiamo illustrato le complicazioni emotive legate all’infertilità e le possibili conseguenze di queste sull’individuo e sulla coppia.

Esiste la possibilità che si possano sviluppare disturbi psicologici, prima, durante e dopo la diagnosi di infertilità e che questi possano interferire con la possibilità di fecondazione.

Risulta quindi sicuramente molto importante, durante la presa in carico dell’individuo o della coppia in un percorso di sostegno o di psicoterapia, indagare i fattori cognitivi, i problemi sessuali e di coppia, le risorse esterne a disposizione e le capacità relazionali. Questa esplorazione permetterà successivamente di intervenire sulle modalità che vengono utilizzare per gestire lo stress provocato dall’infertilità, il quale può avere effetti importanti anche sull’esito del trattamento di procreazione.

Qualora si sviluppassero disturbi psicologici, molte ricerche suggeriscono di utilizzare il trattamento psicoterapeutico in combinazione con l’approccio terapeutico dell’infertilità.

In letteratura, oltre alle ricerche focalizzate sull’individuazione e la comprensione dei sintomi o degli aspetti psicologici correlati, vi sono svariate ricerche che si sono focalizzate maggiormente sullo studio dell’efficacia dei trattamenti volti alla prevenzione dei disagi psichici degli individui o delle coppie con problemi di infertilità.

In particolare, vi sono ricerche interessanti che hanno indagato l’efficacia dei trattamenti di tipo cognitivo comportamentale (CBT), in cui viene dimostrata la maggiore efficacia di questi ultimi rispetto ad altri interventi psicoterapeutici.

Leili Mosalaneiaj e collaboratori, hanno sottoposto gruppi di donne infertili a trattamenti di terapia cognitivo comportamentale di gruppo, mettendole a confronto con un gruppo di controllo che non aveva ricevuto alcun trattamento. In questa ricerca sono stati considerati due aspetti che negli interventi con persone infertili possono essere considerati degli obiettivi: l’aumento della flessibilità, ovvero la caratteristica di personalità che favorisce l’accettazione, l’adattamento e la tollerabilità in situazioni stressanti, e la capacità di gestire lo stress in modo funzionale (stile di coping), ovvero  quei comportamenti messi in atto di fronte a eventi stressanti.

I risultati hanno mostrato che le donne sottoposte a CBT presentavano un miglioramento nella flessibilità e un cambiamento nelle strategie di coping in senso più funzionale.

In un secondo studio degli stessi autori, sempre attraverso dei trattamenti di terapia cognitivo comportamentale, oltre a intervenire sulle credenze disfunzionali e la ristrutturazione cognitiva, gli psicologi fornivano dei feedback rispetto alla condivisione delle emozioni relative all’infertilità, intervenendo così sugli aspetti emotivi tramite il riconoscimento e la validazione. Anche in questo caso, le donne che avevano partecipato all’intervento CBT mostravano una riduzione significativa dei livelli di ansia, di depressione e più in generale nella percezione dello stress.

In uno studio di Mahbobeh Faramarzi e collaboratori, è stato confrontato l’intervento CBT con la farmacoterapia su un campione di 89 donne infertili cui era stata rivelata una moderata depressione attraverso il BDI (Beck Depression Inventory ), con lo scopo di osservare eventuali cambiamenti nella percezione di sé e nelle aree maggiormente coinvolte dallo stress dell’infertilità.

Anche in questo caso il trattamento CBT si è rivelato più efficace rispetto al farmaco nel ridurre la percezione dello stress sulla sfera relazionale, sessuale e sulla rappresentazione di sé senza figli.

I risultati mostrati sono coerenti con quelli di studi precedenti, nei quali viene mostrato come la psicoterapia cognitiva riesca a ridurre i sintomi fisici e psicologici di ansia, depressione, insonnia, e altri sintomi psicosomatici, focalizzando l’intervento sul riconoscimento di pensieri negativi rispetto a sé e alla genitorialità, sulla ristrutturazione cognitiva, sulla gestione del rimuginio ( forma di pensiero ripetitivo che funge da meccanismo di mantenimento di stati d’ansia e depressivi) e su alcune tecniche comportamentali, come esercizi di rilassamento o immaginativi, oltre a svolgere un lavoro specifico improntato alla condivisione dei vissuti emotivi.

Alla luce di quanto descritto, la CBT potrebbe quindi essere un modo efficace per diminuire i sintomi depressivi e ansiosi durante le diverse fasi del trattamento dell’infertilità. Inoltre, la terapia cognitivo-comportamentale di gruppo sembra rafforzare la capacità della coppia infertile di affrontare eventuali cambiamenti e lo stress durante il trattamento dell’infertilità.

Proprio per l’efficacia dimostrata, questi trattamenti risultano essere quelli maggiormente proposti all’interno dei centri PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), nonostante non vi sia un protocollo d’elezione riconosciuto ufficialmente,

In conclusione, risulta sicuramente molto importante che la direzione della clinica e della ricerca debba essere quella di strutturare degli interventi con lo scopo non solo di trattare e ridurre ma soprattutto di prevenire l’incidenza dello stress legato all’infertilità.

Per approfondimenti

Benyamini Y, Gozlan M., Kokia E. (2009). Women’s and men’s, perceptions of infertility and their associations with psychological adjustment: a dyadic approach. British Journal of Health Psycology; 14(1): 1-16.

Domar A.D., Seibel M.M., Benson H. (1990). The mind/body program for infertility: a new behavioral treatment approach for women with infertility. Fertility and Sterility; 53(2): 246-249.

Faramarzi M., Pasha H., Esmailzadeh S., Kheirkhah F., Heidary S., Afshar Z. (2013). The Effect of The Cognitive Behavioral Therapy and Pharmacotherapy on Infertility Stress: A Randomized Controlled Trial, Int J Fertil Steril, Vol 7, No 3, Oct-Dec 2013

Mosalanejad L., Khodabakshi Koolaee A., Jamali S., 2012, Effect of Group Cognitive Behavioral Therapy on Hardiness and Coping Strategies Among Infertile Women Receiving Assisted Reproductive Therapy, Iran J Psychiatry Behav Sci, Volume 6, Number 2.

Mosalanejad L., Khodabakhshi Koolaee A., Morshed Behbahani B., 2012, Looking Out for The Secret Wound: The Effect of E-Cognitive Group Therapy with Emotional Disclosure on The Status of Mental Health in Infertile Women, Int J Fertil Steril, Vol 6, No 2, Jul-Sep

Non allontanarmi anche se mi ribello

di Giuseppe Grossi

Il potere della relazione come ricetta per il cambiamento

Curioso, il bambino inizia a osservare gli altri, ad apprendere la lingua, a conoscere il mondo. La sua fragilità lo spinge a creare legami e fidarsi dell’altro; ma in alcuni casi si trova di fronte un muro di ostilità e freddezza, di odio e paura; un muro che lo costringe a ripiegare in una dimensione di totale solitudine, al riparo da qualunque contatto umano.

Nel tempo quel bambino, ormai cresciuto, entra nella stanza del suo terapeuta. Il capo coperto dal solito cappuccio, un po’ più basso della fronte, ma troppo poco per mascherare la vergogna; quella vergogna che molti negano, descrivendo il “mostro” oggi poco più che adolescente.
Si siede dopo aver osservato ogni angolo della stanza, in totale silenzio e come fosse la prima volta. In realtà, nonostante la sua età, è difronte al secondo, terzo o quarto terapeuta della sua vita, costretto questa volta dai genitori, dalla scuola, dai servizi sociali o chissà da quale altra “autorità”. Confessa quella promessa fatta ai genitori, spesso assurda e impossibile, accettata come moneta di scambio per la “sua” seduta dallo psicologo, quella che dovrebbe ancora una volta renderlo migliore, accettabile. Con voce ferma e beffarda si racconta: “Sono qui solo per ottenere quello che mi hanno promesso, solo pe’ fare contenta mia madre… Non tornerò”.

Subito dopo inizia un lungo silenzio. “Sdraiato” sulla sedia continua a giocare con un filo della sua maglia, resa quasi uno straccio, mentre nella sua mente inizia la ricerca di tutte quelle “scuse” che potrebbero giustificare l’ultimo dei tanti litigi, aggressioni o atti di ribellione. Improvvisamente, nella fantasia del paziente, si susseguono gli scenari peggiori e il terapeuta in quel momento riesce a percepire e ascoltare il suo desiderio di sentirsi al sicuro, di non sentirsi disprezzato, inadeguato, ancora una volta allontanato e rifiutato.

Tra lunghi sguardi e parole non dette, il solo respiro spezza il silenzio di uno spazio sempre più freddo, in cui forte si sente la puzza del sospetto. Un ambiente tanto familiare al paziente ma non sempre al suo terapeuta che a fatica riesce ad ascoltare e a rispondere alla sua domanda: “Mi posso fidare?”.
Così, tra continue provocazioni, durante la sua terapia, il ragazzo parla d’ingiustizia e di valori; di una morale che il terapeuta, disarmato, fatica a integrare con i suoi comportamenti. Racconta della sua famiglia, di una educazione rigida, di un luogo fatto di tante regole; troppe, a differenza di come molti pensano. Un luogo in cui si generano gli incubi peggiori.
Parla della colpa di non riuscire a sentirsi degno, meritevole, e della fatica nel seguire un ordine e un rigore per tanti semplice e naturale. E così, ridotto a un assemblaggio di etichette cucite male (pazzo, tossico, antisociale, terribile), il nostro bambino nato buono diventa il “mostro”, colui che non sa e non può mettersi al posto degli altri, che non prova colpa ed empatia; egoista, manipolatore e insensibile.

Chi non avvertirebbe forte una spinta al rifiuto, lasciando quel bambino solo al proprio destino e ai sui sensi di colpa? Chi può avere la forza di leggere nei sui comportamenti un tentativo di riparazione, forse il desiderio di mettere tutto in discussione, e non solo la dimostrazione della sua imperfezione? Chi accetterebbe la “condanna” di conoscere quel bambino, superando le sue provocazioni e regalandogli uno spazio sicuro in cui raccontarsi e cucire le ferite di una relazione malata?

Ricordo le parole del mio “maestro” durante il corso per diventare psicoterapeuti: “Chi di voi è disposto a passare un’ora del suo tempo con una persona che lo provoca, che non gli sta simpatica, che non ha nulla di interessante da dirgli, che forse ritiene poco intelligente e magari non stima?”. A volte, tra tecniche, protocolli e modelli, dimentichiamo la forza e il potere della relazione, che oltre a essere un fattore aspecifico nella terapia, può essere un elemento specifico del cambiamento.

Disturbo mentale o normale reazione?

di Emanuela Pidri

La depressione tra condizione esistenziale e malattia

Il Disturbo Depressivo può essere identificato come alterazione della sfera cognitiva, della regolazione delle emozioni e del comportamento oppure come espressione di una disfunzione nei processi psicologici, biologici o evolutivi. Tale sindrome è connessa alla presenza di disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti della vita dell’individuo. Tuttavia può essere considerata come una reazione normale e prevedibile o culturalmente accettata di fronte a un fattore stressante poiché i comportamenti socialmente devianti e i conflitti non sono disturbi mentali se non sono l’espressione di una disfunzione.

In base alla specificità dei criteri diagnostici, esistono vari tipi di disturbo dell’umore: disturbo disforico, disturbo depressivo maggiore, disturbo depressivo persistente (distimia), disturbo bipolare, disturbo ciclotimico, disturbo depressivo con altra specificazione (depressione breve ricorrente, episodio depressivo di breve durata, episodio depressivo con sintomatologia insufficiente). Ogni disturbo è identificabile in relazione alle cause, ai sintomi e ai segni, all’evoluzione e al decorso, alla prognosi. Non solo i disturbi depressivi sono frequenti, ma si associano ad aumentata mortalità (suicidio e altre cause) e ad alta disabilità. La letteratura riporta una frequenza maggiore di comportamenti suicidari in anziani e di comportamenti parasuicidari negli adolescenti. Il 90% dei suicidi è correlato a disturbi psichici e il 16% di chi ha tentato il suicidio lo ripete entro l’anno.

Una tappa prioritaria nell’assessment clinico è, quindi, la rilevazione dei comportamenti suicidari. Viene valutato il livello di pianificazione, il grado di conoscenza della letalità del mezzo usato, i livelli di intenzionalità, l’intervento o non intervento casuale di altre persone, l’assunzione di sostanze psicoattive. L’applicabilità dei fattori di rischio varia in base alla persona e alla sua cultura, tuttavia spesso manca la volontà di parlarne per il timore di essere ricoverati e che il ricovero si prolunghi, di deludere e di non essere creduti oppure che venga minimizzato il problema. L’accuratezza dell’assessment e la specificità della diagnosi permettono di attuare un intervento individualizzato e calibrato alla complessità del quadro clinico in atto. I trattamenti efficaci previsti dalle linee guida per i disturbi dell’umore sono trattamenti farmacologici, psicologici e psicosociali (social skills training, psicoeducazione, lavoro supportato, illness management). Rispetto all’intervento farmacologico, è importante sapere che il dosaggio con il quale si ha la risposta, in funzione del numero di episodi di malattia e/o della loro gravità, è lo stesso con il quale proseguire il trattamento.

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) persegue l’obiettivo psicoeducativo di fornire informazioni al paziente e ai familiari riconoscendo precocemente i segnali d’allarme e le credenze disfunzionali. Attraverso sedute strutturate, il paziente potrà lavorare sulla visione negativa di sé (io inadeguato e difettoso), sull’interpretazione negativa delle esperienze (lette come sconfitte, privazioni, denigrazioni) e sulla visione negativa del futuro (previsione omogenea alle esperienze), identificando e ristrutturando i bias cognitivi (deduzione arbitraria, astrazione selettiva, ipergeneralizzazione, minimizzazione/ingigantimento, personalizzazione, pensiero dicotomico). Per migliorare a lungo tempo l’esito della terapia e ridurre la probabilità di ricadute, la CBT prevede che il paziente acquisisca abilità di “problem-solving”, vale a dire capacità di regolazione emotiva e strategie adattive di fronteggiamento degli “stressor” psico-sociali.

Una terapia integrata (terapia farmacologia combinata con psicoterapia), quindi, migliora notevolmente la prognosi e permette all’individuo di sperimentare un senso di potere personale che incide sul miglioramento della propria qualità di vita.

Per approfondimenti

Ankarberg P., Falkenstrom F. (2008), “Treatment of depression with antidepressants is primarily a psychological treatment”. Psychoterapy Theory, Research, Practice, Trainig, Vol. 45, 3, September 2008, p. 329-339 (APA Journals)

Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981

Beck A. (1970), “The core problem in depression: the cognitive triad”. In: Masserman J. (a cura di), Science and Psychoanalysis, vol. 17, Grune & Stratton, New York. Citato in: Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981

Beck A. (1976), Cognitive Therapy and the Emotional Disorders, International Universities Press, New York. Citato in: Arieti S., Bemporad J. (1978), La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico. Ed. it., Feltrinelli Editore, Milano, 1981