SITCC 2018 – Perché ci deprimiamo?

di Dario Pappalardo

 

Il pomeriggio di Sabato 22 si apre nella sala principale del Polo Zannotto, sede del XIX Congresso SITCC, il simposio intitolato “Perché ci deprimiamo? Descrizione dei meccanismi di passaggio dalla tristezza alla depressione” presieduto da Marco Saettoni in veste di Chairman e da Giuseppe Romano in qualità di Discussant.

La depressione è la seconda causa di mortalità negli adulti dopo le cause di natura cardiovascolare e comprende un grande insieme di forme che vanno dalla sofferenza patologica alla normale infelicità legata alla percezione di uno scarto fra come si è e come si vorrebbe essere. Il simposio nasce dall’osservazione che non è sufficiente esaurire l’analisi quantitativa della fenomenica depressiva ma si rende necessario entrare nella sua qualità esperienziale, dal suo insorgere al suo perpetuarsi, per cogliere aspetti e consolidare trattamenti, sia psicologici che farmacologici, che evitino la ripresentazione ciclica di tale sindrome.

Chiara Schepisi (SPC Grosseto) ha presentato una relazione dal titolo “Problema secondario nel disturbo depressivo maggiore: uno studio quantitativo e qualitativo delle valutazioni negative dei sintomi depressivi” nella quale ha illustrato i risultati di uno studio compiuto su un gruppo di soggetti con depressione con gruppo di controllo dove è stato indagata, in primo luogo, la relazione tra intensità e frequenza delle valutazioni negative dei sintomi depressivi e severità e ricorrenza della sintomatologia depressiva, e in secondo luogo, la relazione tra specifiche tipologie di sintomi, precedentemente correlati alla compromissione di scopi di valore personale o amabilità, e specifiche valutazioni negative riconducibili a tali scopi. E’ stata inoltre indagata la presenza e l’intensità di ciascun sintomo depressivo ed è stato chiesto ai soggetti di identificare i due sintomi considerati più invalidanti, su tali sintomi sono state indagate, mediante un questionario apposito, le valutazioni negative secondarie legate alla compromissione di scopi di tipo valore personale o amabilità.

Paolo Rosamilia (Pandora Lucca e Firenze, SPC Grosseto), nella sua relazione “L’inaccettabile demotivazione: un caso clinico sul problema secondario dello stato depressivo”, ha presentato il caso clinico di Marcello, dove i sintomi depressivi occorsi in seguito alla perdita di un lavoro rappresentato come scopo strumentale iperinvestito in direzione della propria autodeterminazione, sono stati valutati come segno della sua incapacità, inutilità e debolezza e ne sono poi diventati i fattori di mantenimento. Il trattamento è stato indirizzato all’accettazione della perdita strumentale (lavoro) e al ridimensionamento dell’investimento sullo scopo terminale di autodeterminazione. E’ stata inoltre messa in discussione la credenza di debolezza e incapacità sulla base di evidenze controfattuali tale credenza ed è stato poi operato un reinvestimento sugli altri ambiti di vita quali la relazione di coppia e le amicizie.

Barbara Basile (SPC Roma), nella sua relazione “Integrazione dell’approccio cognitivo-Comportamentale e della Schema Therapy nella depressione: dati sperimentali e spunti di intervento clinico” illustra un importante tentativo di integrazione dei due interventi che permette di intervenire su diversi aspetti del disturbo. Basandosi sul modello di funzionamento del quadro depressivo cronico proposto da Renner e Artz (2013), gli autori hanno trovato un’associazione positiva tra l’intensità della depressione e la pervasività degli schemi di distacco e rifiuto, mode e stili di coping evitanti e disadattivi in un campione di individui non clinici con elevati livelli di depressione, con un particolare potere predittivo di alcune di queste variabili sull’intensità della depressione.

Se la vergogna non fa più vergognare

di Alessandra Mancini

Effetti della riduzione del problema secondario sull’ansia primaria nella fobia sociale

Per chi soffre di fobia sociale la paura più grande è quella di fare una figuraccia davanti agli altri (“problema primario”). Ad aggravare il problema, vi è la tendenza a valutare se stessi negativamente per il fatto di provare emozioni negative, come vergogna e ansia, e di sperimentarne sintomi come rossore, aumento della frequenza cardiaca e della sudorazione, ecc. (“problema secondario”). Pertanto, è comprensibile che chi si vergogna e si vergogna di vergognarsi tenderà a fuggire il più lontano possibile dalle situazioni che potrebbero esporlo a tale minaccia, alimentando così il circolo vizioso tipico della fobia sociale. Dal punto di vista della psicoterapia cognitiva, il problema secondario o “meta-emotivo” (percepire le proprie emozioni negative come problematiche e inaccettabili) è comune a molti disturbi a base affettiva.

Ma ridurre il problema secondario riduce automaticamente il problema primario?

Questa è l’ipotesi esplorata dalla tesi magistrale di Noemi Morticcioli, supervisionata dal dott. Alessandro Couyoumdjian dell’Università “La Sapienza” di Roma, che ha coinvolto 33 persone con elevati punteggi di fobia sociale. Ai partecipanti è stato chiesto di leggere ad alta voce un brano molto difficile, sottolineando che la loro prestazione sarebbe stata audio-registrata e valutata. Successivamente, sono stati misurati: il valore personale; l’intensità degli stati emotivi soggettivi; la frequenza e la variabilità cardiaca (correlati fisiologici dell’ansia e indici di attivazione del sistema nervoso simpatico). Il campione è stato poi diviso in due condizioni sperimentali e una di controllo. Nelle due condizioni sperimentali, per ridurre il problema secondario, un terapeuta specializzato ha somministrato rispettivamente le tecniche di “defusione” e del “doppio standard”. Al terzo gruppo, invece, è stato chiesto di ripensare alla propria prestazione per indurre la così detta “ruminazione post-evento”, nota per alimentare il circolo vizioso della fobia sociale. I partecipanti sono stati poi esposti a una seconda manipolazione analoga alla prima, per osservare gli effetti prodotti dalle tre condizioni. Come previsto, i due gruppi sperimentali hanno riportato punteggi di valore personale percepito più elevati rispetto al gruppo di controllo, in particolare il gruppo trattato con la defusione. Questo primo risultato sembra essere il più solido e parzialmente in linea con l’ipotesi degli autori. Tuttavia, in questi due gruppi è stata riscontrata anche una tendenza all’aumento nella percezione della sintomatologia ansiosa e dell’attivazione del sistema nervoso simpatico.

Stando a questi dati preliminari, sembrerebbe dunque che la riduzione del problema secondario non conduca automaticamente a una riduzione dell’ansia. È necessario, però, sottolineare che questo dato, che si discosta dalle ipotesi di partenza degli autori, potrebbe derivare da alcuni limiti dello studio; primo fra tutti il fatto che l’esposizione al compito sia avvenuta immediatamente dopo gli interventi terapeutici. Infatti, affinché l’aumento dell’autostima influisca positivamente sulla sintomatologia ansiosa, potrebbero essere necessari altri passaggi (ad esempio, un aumento della disposizione ad affrontare le conseguenze emotive delle situazioni temute). In effetti, gli stessi autori suggeriscono la necessità di studi futuri, che prevedano più di una sessione terapeutica e di un follow-up, che misuri gli effetti del trattamento nel medio periodo. Infatti è possibile che, nel breve periodo, l’innalzamento dei livelli di autostima abbia prodotto una svalutazione della situazione temuta, con conseguente aumento delle pretese personali e un incremento dell’ansia stessa.

Si aggiunge, infine, che potrebbe essere interessante valutare gli effetti della riduzione del problema secondario anche sull’ansia che precede l’esposizione alla situazione temuta (ansia anticipatoria).

In conclusione, la ricerca getta delle basi importanti per lo studio del problema meta-emotivo e conferma l’efficacia della defusione (proveniente dall’Acceptance and Commitment Therapy) nel ridurre i livelli del problema secondario.

 

Per approfondimenti:

 Morticcioli, N. e Couyoumdjian, A. (2018). Effetti della modulazione del problema secondario nella fobia sociale: uno studio sperimentale. Cognitivismo clinico, 14, 2, 153-172.