Rischio suicidario e pandemia globale

di Marco Saettoni e Silvia Timitilli

Il distanziamento fisico equivale al distanziamento sociale?

Per contenere e prevenire la diffusione del virus Covid-19, sono state messe in atto azioni di sanità pubblica senza precedenti. Se da una parte si spera che tali interventi siano utili nel fronteggiare questa emergenza, dall’altra si teme per le ricadute sul futuro: uno degli ambiti più colpiti sarà l’economia, ma un rischio riguarderà anche il settore della salute mentale, con particolare riferimento al rischio suicidario.

Gli ultimi dati Istat indicano una diminuzione del suicidio in Italia: se nel 1995 sono stati registrati 8,1 casi ogni 100.000 abitanti, dieci anni dopo, nel 2015, la media si è abbassata a  6,5 casi, dato che colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con il minor tasso di suicidi. Il fenomeno interessa in misura prevalente gli uomini rispetto alle donne (77,9% contro il 22,1%) e le fasce di popolazione di età più elevata (dai 45 anni in su) con un basso livello di istruzione (14,8 %).

Dati più recenti provengono dagli Stati Uniti: nel 2017 il suicidio ha costituito la decima causa di morte e tra il 2006 e il 2015 si è assistito a un incremento dei tassi di incidenza del 10%, che ha interessato, in particolare, donne, adolescenti e adulti di età compresa tra i 65 e i 74 anni. L’incremento dei tassi di suicidio è risultato, inoltre, uno dei fattori che ha giocato un ruolo nella riduzione dell’aspettativa di vita media ed è proprio all’interno di questo contesto che l’emergenza Covid-19 ha colpito questo Paese.

Dinnanzi alla pandemia, appare dunque opportuno chiedersi quale possa essere l’impatto delle misure di contenimento e prevenzione del contagio sul rischio suicidario, un ambito in cui la ricerca ha sempre sottolineato l’importanza di approfondire la conoscenza dei fattori di rischio e protettivi, elementi centrali per implementare interventi di prevenzione efficaci.

I dati in letteratura sottolineano la centralità del contatto sociale come elemento chiave nella prevenzione del suicidio: le persone che presentano ideazione suicidaria sono soggetti che hanno una scarsa rete di supporto sociale e che, quando incrementa il rischio di attuazione del suicidio, tendono a isolarsi ulteriormente e a ridurre al minimo (fino a interrompere) qualunque tipo di relazione sociale. Le misure di distanziamento sociale possono quindi incrementare il rischio suicidario, riducendo le occasioni effettive di contatto, favorendo l’isolamento sociale e compromettendo, al contempo, la percezione della disponibilità al contatto anche laddove questo fosse possibile.

A causa delle restrizioni imposte dalle misure di contenimento, l’accesso ai servizi di salute mentale può apparire difficoltoso (appuntamenti annullati, notizie di reparti sovraffollati, importanti operazioni chirurgiche rimandate o annullate), veicolando una percezione di assenza di supporto professionale anche quando questo risulterebbe strettamente necessario.

Anche la potenziale ripercussione negativa della pandemia sul piano economico costituisce un ulteriore elemento di rischio: la ricerca evidenzia come le recessioni economiche siano generalmente associate a tassi di suicidio più elevati rispetto a periodi di relativa prosperità.

All’interno di questo quadro, quali sono gli interventi di prevenzione possibili?

Agire sulla percezione della disponibilità del contatto sociale appare un elemento chiave negli interventi di prevenzione, dal momento che il distanziamento fisico non equivale necessariamente a un distanziamento sociale. Utili, in tal senso, risulteranno gli interventi volti a mantenere e a promuovere il contatto con altri significativi tramite telefono o video, l’erogazione in via telematica dei servizi di salute mentale e il ricorso ad interventi evidence-based di prevenzione del suicidio progettati per essere gestiti in remoto, come brevi contatti telefonici e le cosiddette “Caring Letters”.

Foto di Markus Spiske da Pexels

Per approfondimenti:

Reger M.A., Stanley I.H., Joiner T.E. (2020). Suicide Mortality and Coronavirus Disease 2019 – A Perfect Storm? JAMA Psychiatry

Wang J., Summer S.A., Simon T.R., Crosby A.E., Annor F.B., Gaylor E., Xu L., Holland K.M. (2020). Trends in the Incidence and Lethality of Suicidal Acts in the United States, 2006 to 2015. JAMA Psychiatry

E fattela ’na risata!

di Benedetto Astiaso Garcia

“Se non potessimo ridere, diventeremmo tutti pazzi” Robert Frost
L‘utilizzo dell’ironia in psicoterapia

La psicoterapia è una cosa seria: è proprio per questo che l’ironia gioca un ruolo importante al suo interno. Freccia nella faretra del terapeuta, essa incarna uno “scottante” strumento non sempre facile da utilizzare in termini di timing, frequenza e propensione innata al suo impiego. Promuovere una comunicazione che possa anche essere ironica, ovviamente all’interno di un contesto sicuro, significa ridurre la tensione e generare un abbassamento delle emozioni negative, utile qualora esse non siano eccessivamente attivate nel paziente. Tale atteggiamento, al fine di ottenere un’orientata efficacia, deve essere il riflesso di una indispensabile disposizione dell’animo del paziente e della figura curante, entrambi tacitamente disposti a danzare insieme sui carboni ardenti.

Come un pattinatore su un ghiaccio sottilissimo, lo psicoterapeuta utilizza l’umorismo in maniera strategica, rappresentandosi mentalmente uno scopo e un effetto, chiari e definiti, sottostanti l’approccio comunicativo stesso. L’ironia prende in contropiede la vita e favorisce l’autoriflessività. Decatastrofizzando lo scenario mentale, porta luce negli angoli più bui dell’essere, rinfrescando una torrida percezione della realtà e alleggerendo il pesante zaino di uno stanco viandante.
Forma evoluta dell’intelligenza e peculiarità della specie umana, l’autoironia non elude, ovviamente, la sofferenza, permette invece di guardarla da più lontano: non modifica l’esperienza ma offre la possibilità di mutare interpretazione e significato della stessa, rielaborando il vissuto emotivo e facendo crollare, come un castello di carte, l’autocriticismo.

Sviluppare un senso di autoironia, pertanto, è segno di attenzione e tenerezza verso se stessi, dal momento che conferisce all’individuo la possibilità di entrare maggiormente nella verità: insight ed egodistonia rispetto al proprio malessere, infatti, rompono la tensione tra ciò che la persona è e ciò che essa ritiene di dover essere, catapultandola nella sanità del reale.
Favorire la lettura della mente altrui, prendere distanza dalla propria condizione e generare nuovi significati sono solamente alcuni dei vantaggi che un atteggiamento benevolo verso se stessi può indurre. Essere autoironici, in altre parole, è un atto di fede che permette al paziente di tirarsi momentaneamente fuori dall’inferno in cui vive, ridimensionandone la connotazione disperata e tormentosa. È un salvifico strumento che permette di uscire dalle sabbie mobili di un condannante iper-razionalismo, un filo di Arianna per fuggire da un labirinto di specchi dove il cogito cartesiano, travestito da Minotauro, perseguita Teseo.  È il bacio sulla ferita del bambino, tanto utile quanto poco utilitaristico. Il tasto funzionante di un pianoforte rotto, la lacrima tenuta sulla punta del dito, l’eco del silenzio, il profumo dell’intimità, il sorriso di chi si è dissetato con le proprie lacrime.

Siamo realmente più forti quando riusciamo a sorridere delle nostre debolezze. L’ironia è, dunque, l’anticamera della libertà, specchio di un Io sano, termometro per consapevolizzare l’individuo dei propri limiti, strumento per spezzare la solitudine e la paura, asta per camminare sul filo della vita. Essa è, in fondo, l’immagine di un’anima, seppur triste, consapevole. D’altronde, parafrasando le parole di Chopin, chi non è in grado di ridere di sé non è una persona seria. Non scegliamo di essere ironici, semplicemente a volte non abbiamo altra scelta.

Se la distanza diventa vicinanza

di Giuseppe Femia

Dalla cyber-psychoterapy al bisogno del contatto umano

La quarantena ha determinato un cambiamento della pratica in psicoterapia. Il rapporto fra paziente e psicoterapeuta si sposta in una piattaforma virtuale, il setting cambia forma, lo spazio fra i due protagonisti (di questo complesso processo) è determinato da nuovi elementi: la voce passa attraverso il microfono, il corpo viene veicolato  dalla webcam, la relazione si catapulta in un’altra dimensione.

Viene spontaneo chiedersi: questo tipo di setting “trasformato” rischia di danneggiare l’alleanza terapeutica?. Dunque s’innescano dei timori: e se questa modalità di psicoterapia diventasse una prassi troppo diffusa?

Questo “newspace” di interazione potrebbe davvero avere delle implicazioni negative e svilire la relazione tra terapeuta e paziente, intesa come nucleo fondante della psicoterapia, quel concetto “meta” attorno al quale ruotano tutti quegli aspetti tecnici e metodologici?

Soprattutto, ci chiediamo se e quanto l’empatia – quel calore umano caratterizzante e ingrediente che da sempre contraddistingue il rapporto di cura – possa ridursi o venire meno.

E noi psicoterapeuti corriamo il rischio di diventare meccanici, tecnicisti, “metallici”?

Progresso- trasformazione-rischio?

È plausibile pensare che questo tipo di aggiustamento fra psicoterapeuta e paziente possa (paradossalmente) aver rafforzato la relazione e rinnovato il rapporto di fiducia alla base degli interventi di supporto e di cura.

Altra domanda, forse ancor più interessante, è: come ci sentiamo noi psicoterapeuti, come ci percepiamo in questa situazione, in questo diverso setting? Più oppure meno efficaci? Progressisti versatili o romantici conservatori?

Cambia il nostro vissuto e il nostro ruolo e si modificano i confini fra paziente e terapeuta?

Viene violato lo spazio personale? Siamo più rigidi (reazione da compenso) o disinibiti?

Da sempre, il luogo fisico della psicoterapia è investito di un importante ruolo, quasi cruciale, rispetto alla costruzione di un legame di alleanza e anche rispetto al successo del trattamento. Nella tele-psicoterapia lo spazio cambia forma, è meno gestibile, meno prevedibile, influenzato da diverse variabili: l’ambiente è poco tutelato a livello di privacy, non è  esclusivo e specifico (destinato solo a quel tipo di attività), il setting è in “metamorfosi”.

Se il processo di psicoterapia ne risente, bisogna chiedersi qual è il peso specifico di questi ingredienti e quanto questa modalità possa essere  rischiosa in termini clinici. E se sì, con quali pazienti? Per chi, invece, appare più efficace e in quali casi si mostra più opportuna?

Per alcuni diventa un mantenimento fobico, per altri una salvezza, una finestra aperta in una casa chiusa durante una guerra fredda. Questa modalità potrebbe trascurare i ragazzi, gli adolescenti; potrebbe diventare una forma di psicoterapia troppo élitaria ed escludente nei confronti di coloro che sono poco inclini al digitale per scelta o per possibilità; potrebbe non essere sufficiente in quelle realtà cliniche svantaggiate che richiedono non solo presenza, ma soprattutto supporto emotivo “in vivo”. Alcuni profili, come quelli paranodei o quei disturbi gravi della personalità (di difficile gestione nella relazione e nell’alleanza terapeutica), potrebbero non aderirvi. Sembra dunque necessario valutare i disturbi e i tipi di personalità al fine di adattare e regolamentare il setting telematico, arginare alcuni fenomeni che potrebbero peggiorare alcuni quadri sintomatologici o determinare fenomeni di drop-out. 
Invece, osservando la letteratura si rilevano successi e dimostranze di efficacia: alcuni studi riportano risultati positivi di questo setting telematico con pazienti affetti da una sintomatologia clinica di tipo depressivo, ansiosao o nei disturbi alimentari, in particolare con bulimia nervosa. Altri studi sembrano indicare come anche le tecniche di tipo esperienziali online, quali la mindfulness e gli interventi basati sulla consapevolezza, possano produrre risultati di efficacia in termini di benessere psicologico anche quando praticate da remoto.

In generale, riguardo al tema della psicoterapia telematica, sembrano esservi diversi spunti di riflessione spesso contrastanti: “una quasi regressione verso un’astinenza distanziante”; “non è autentica”; “potrebbe danneggiare i pazienti”; “ una sorta di discount della psicoterapia”. Oppure: “rappresenta la vera rivoluzione della psicoterapia”; “riesce a raggiungere tutti e accorcia le distanze”.

Occorrerebbe regolamentare questo tipo di modalità d’intervento secondo regole deontologiche chiare e condivisibili, definire un concetto di setting telematico, far sì che diventi normativo, al fine di gestire l’ansia e il pregiudizio e lasciare spazio a osservazioni prolifere di progresso e ragionamento clinico.

Infine, potrebbe ancora risultare utile interrogarsi  rispetto a quella funzione psicoterapeutica implicita di “riparazione” verso quelle carenze affettive che spesso rintracciamo alla base dei disagi clinici.  Può questa davvero essere espletata dietro a uno schermo?

Chiaramente la terapia online è stata, in questa situazione di emergenza, una risorsa perché ha consentito di abbattere le distanze, le pareti e di lavorare e fornire aiuto e supporto psicologico a chi ne avesse bisogno.

Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.
Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.

D’altronde, la possibilità di svolgere le sedute con guanti e mascherine non sarebbe forse anche un’altra alterazione del setting? Forse maggiormente frustrante? O un’altra esperienza ancora?

Chissà se questo tipo di adattamento non possa invece favorire riflessioni e avanzamenti nella pratica clinica, fornendo osservazioni e considerazione a partire da un nuovo punto di vista.

Certo è che pensare di sostituire (proprio adesso, in questo periodo di distanziamento coatto) il ritmo spontaneo dell’interazione umana, dove i volti si muovono vicendevolmente, in cui le emozioni fluiscono in modo immediato, intellegibile, chiaro, con la psicoterapia online stimola una ribellione.  Si reclama la volontà di ritrovare quello scambio diretto, quella pausa caffè, quella chiacchiera, quei rituali che scaldano e distraggono, quel carattere spontaneo della vita, quel confronto con i colleghi, un po’ come “rientrare a casa” dopo un lungo viaggio, di tipo orientale, esotico, stimolante ma da cui, a un certo punto, vuoi scappare in cerca di volti e spazi noti.  Dunque non escludiamo la voglia di ripartire per altri viaggi, di volerne esplorare con curiosità i diversi percorsi, alternative, ma riconosciamoci e riconosciamo, per quanto avanguardisti, il bisogno del calore umano, della prossimità e della vicinanza  e dunque di quella natura affettiva e sociale che ci nutre nella  sua più originaria ed essenziale essenza.

Fatto ormai savio,
con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Kostantino Kavafis

Un epitaffio lasciato vuoto

di Giada Di Biase e Federica Iezzi 

La sospensione di un lutto in epoca di Covid-19

In questo momento, la nostra quotidianità appare sospesa, surreale, ci viene richiesto di essere prudenti, possiamo uscire di casa ma solo adottando precauzioni, tra l’indossare mascherine e mantenere il distanziamento sociale. In queste stesse ore in cui si comincia finalmente a parlare di “Fase 2”, in cui fa capolino una “nuova normalità”, le persone continuano a morire.

Prepotentemente il Covid-19 è entrato nelle nostre vite, stravolgendole senza sensi di colpa e portandosi via i nostri cari nel modo più illogico e inaccettabile: in completa solitudine, la stessa che costringe alla lontananza per non essere infettati, quella “protettiva”, utile, per non diffondere il virus, e giusta per non rendersi suoi complici e gravare su una condizione già precaria.
E una campana suona nel paese, che pare quasi fantasma. Si muore da soli. “Un lenzuolo con disinfettante e un minuto per l’addio”: non solo non si possono celebrare i funerali, ma non si può neanche vedere per un’ultima volta coloro che sono andati via. Un saluto silenzioso, di pochi minuti, a qualche metro di distanza, senza poter oltrepassare quella invisibile linea di confine, il pianto. Ci si trova impreparati a elaborare un lutto, sospesi tra dolore e paura.

Coloro che studiano i processi di funzionamento della mente definiscono il lutto come “un evento che minaccia o compromette scopi personali”. Parimenti, il lutto, in psicologia, rappresenta “uno stato psicologico che consegue alla perdita di un oggetto significativo che è stato parte integrante dell’esistenza”. Tale perdita può avere diverse connotazioni, tra le quali viene annoverata la morte di una persona.
Il lutto impatta come fosse granito sulla fluidità della vita, imprime la sua forza attraverso echi gravi e acuti di sentimenti contrastanti. Si assesta su stati mentali che abitano la sofferenza individuale e che finiscono per rivestire di velluto la psiche affinché l’impatto venga attutito.  Così, nell’incredulità, vengono gettate le fondamenta per una modifica generale nel funzionamento dell’individuo, affinché la vita trovi il suo spazio per continuare a fluire.

Seppur l’essere umano possiede competenze necessarie per superare tale evento ed entrare in uno stato di accettazione, che consterebbe di circa 18 mesi, è possibile che esso venga protratto e finisca per divenire patologico qualora la persona rinunci ad accogliere  la sua irrimediabilità. Il lutto si materializza come una ferita aperta, difficile da rimarginare, generata da un “distanziamento” perenne tra le parti e che  fatica, dunque, a cicatrizzare. Il non poter essere stati vicini alla persona scomparsa, il senso di colpa per non aver condiviso con lei gli ultimi momenti della sua vita, il sentirsi egoisti per aver fatto prevaricare l’aura del contagio sul bisogno di viversi pienamente il dolore e prendere consapevolezza che non è possibile poter modificare tale condizione sono solo alcuni dei motivi che riempiono lo spazio della sofferenza nella persona che permane nello stato luttuoso.  A tali motivi si aggiungono ulteriori credenze che s’intrecciano ai dettagli dell’esperienza più intima e personale dell’individuo.

Le prime osservazioni sulla sintomatologia post lutto vennero condotte da Lindermann  nel 1944, unitamente alla descrizione di tre principali stati:

  • Shock e incredulità
  • Cordoglio acuto
  • Risoluzione del processo

La più recente e ancora attuale teoria della psichiatra svizzera Kuble Ross definisce l’elaborazione del lutto come un processo che si sviluppa attraverso cinque fasi, che possono presentarsi con tempistiche, alternanze e intensità diverse:

  • Fase della negazione o del rifiuto, caratterizzata da una negazione psicotica dell’esame di realtà
  • Fase della rabbia, caratterizzata da ritiro sociale, sensazione di solitudine, necessità di indirizzare il proprio dolore e la colpa verso sé stessi o terzi
  • Fase della contrattazione/patteggiamento, caratterizzata da una rivalutazione delle proprie risorse e da un riappropriarsi dell’esame di realtà
  • Fase della depressione, caratterizzata dalla consapevolezza che il dolore per la morte è personale ma accomuna tutti e che la morte è inevitabile
  • Fase dell’accettazione, caratterizzata dalla totale elaborazione della perdita e dell’accettazione della diversa condizione di vita

In questo contesto, lo stato di accettazione rappresenterebbe un ritorno a una situazione simile al periodo pre-luttuoso, caratterizzato da un miglioramento del tono dell’umore e dalla riduzione delle problematiche psicosociali.
E quando non si va incontro a questa fase di risoluzione?
Il lutto può collocarsi nel versante patologico. Come osservato, si presentano ostacoli invalicabili nell’accettarne l’irrimediabilità, condizione per cui reazioni emotive, sensazioni fisiche, cognizioni e comportamenti dell’individuo si alternano vicendevolmente e minacciano la salute psichica e, con essa, gli scopi personali dell’individuo. È necessario, in questi casi, avviare un percorso di psicoterapia che tenga conto della complessità di tali alterazioni. In tale contesto, nel periodo successivo alla perdita, l’obiettivo è quello di orientarsi verso il disinvestimento e l’abbandono degli scopi compromessi a favore del raggiungimento di scopi personali perseguibili.
Unitamente agli interventi di terapia cognitivo comportamentale più classici e di “terza onda”, tra cui l’Acceptance Commitment Therapy (ACT) o la Compassion Focused Therapy (CFT), è possibile utilizzare tecniche quali l’EMDR e, ancora, l’intervento di gruppo terapeutico. In particolare, all’interno della relazione terapeutica, è possibile per l’individuo sperimentare quella sensazione di “non essere più solo”, trovando riparo nel “posto sicuro”, luogo terapeutico dove è possibile accettare e affrontare le angosce e i pensieri dolorosi, valutare nuove strategie, pensieri e considerare punti di vista che differiscono da quello condizionato dall’esperienza del lutto.  Questi interventi promuovono il processo di accettazione modificando, al contempo, la tendenza della persona in lutto a isolarsi.

Per concludere, con le parole dello scrittore Julian Barnes: “Il dolore ti rovescia lo stomaco, ti toglie il respiro, riduce l’apporto di sangue al cervello; il lutto sospinge in una direzione nuova”.

Per approfondimenti

Bonanno, G.A., Wortman, C.B., Lehman, D.R., Tweed, R.G., Haring, M., Sonnega, J. et al. (2002. Resilience to loss and cronich grief: a prospective study from pre-loss to 18 months post-loss. Journal of personality and social psychology, 83, 1150-1164.

Galimberti, U. (1999). Psicologia Torino: Garzanti

Perdighe, C., Mancini, F. (2010). Il lutto. Dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Psicobiettivo, 2010, 30, 127-147

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Eppure il vento soffia ancora…

di Benedetto Astiaso Garcia

La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà. Fabrizio e André

Il dono maggiore di cui disponiamo, il tempo, scorre noncurante del virus, osservando curioso i figli della società moderna dagli spioncini delle loro case: non vi è più nessun trambusto, nessuna melodia, nessun caotico tentativo di rincuorare sé stessi attraverso bizzarre forme di socialità.
Il silenzio comincia a divenire assordante, tanto rumoroso da risvegliare la mente e liberarla, con le domande che suscita, dal pigro desiderio che la vita di prima, raramente apprezzata quando accessibile, possa tornare a essere vissuta. Chronos ricorda il rumore del Big Bang, quello degli zoccoli di mille cavalli durante una battaglia, l’esplosione della polvere da sparo, la bomba di Hiroshima, il crollo del muro di Berlino… Riscopre un nuovo caos, quello delle strade tacite, solitarie e mute.

Sono passati due mesi da quando il coronavirus, come un ospite indesiderato, si è presentato alle porte dell’Italia, stravolgendo la vita di ogni suo abitante. Come in un lutto improvviso, difficile da elaborare, seppelliamo l’illusione di essere immortali: la perduta libertà, infatti, lascia il posto a un saggio silenzio che ci permette di uscire da una fase negazionista e rifiutante della realtà.

Prima rabbiosi e poi tristi, riacquistiamo il senso reale di ciò che sta accadendo, entrando nell’indispensabile fase di consapevolezza del dolore: il bene perduto assume una valenza di insostituibilità, predisponendo così l’individuo a un successivo step di accettazione.

Nell’attesa di riorganizzare noi stessi, aspettiamo che l’onda lunga del Covid-19 si ritragga, sperando che il domani deponga sulla battigia qualche diamante in mezzo a tanti cocci di bottiglia. Bramare che le cose tornino esattamente come era prima, limitandosi ad attendere che questo tempo passi in fretta significa, però, perdere un’importante occasione di crescita personale e sociale. Come pesci a cui è stato tolto il mare, senza incappare in goffi tentativi di tirar fuori a tutti costi del bene dalla situazione attuale, l’emergenza sanitaria mondiale ci rimarca l’urgenza di porre importanti riflessioni.

L’individualismo, in primo luogo, sembra lasciare evoluzionisticamente il posto a una necessaria forma di cooperazione, socialità e senso di appartenenza, unica modalità per reggere l’urto di un silenzioso tsunami. Combattere contro un mostro invisibile, infatti, pone l’uomo nella costrittiva condizione di guardare l’altro, specchio di una comune esperienza emotiva vissuta, quella della paura. È solamente nel timore che è possibile maturare la coscienza della nostra finitudine, incrementare l’auto-riflessività e sviluppare l’indispensabile capacità di chiedere aiuto all’altro.  La paura rende gli uomini esploratori di significati e ricercatori di senso: indaffarati minatori nei meandri dell’essere, che scavano tra dubbi e certezze per ritrovare sé stessi.

Nella noia, inoltre, viene riscoperta l’ardente speranza di un futuro migliore. Nella quiete, la possibilità di vivere l’oggi alla luce di un enigmatico domani. Nell’incertezza, l’opportunità di ricordarsi delle certezze dimenticate della propria vita. Evitare che questa condizione ci cambi significa rassegnarsi a un’involuzione: non facciamoci trovare uguali da un mondo che sarà invece diverso. Il virus annulla qualsiasi distinzione, non ha passaporto, non conosce confine. Ci pone di fronte alla verità di noi stessi e delle nostre vite, eliminando la polvere da relazioni e insuccessi troppo a lungo giustificati e tacitamente assecondati. La sofferenza odierna decontamina l’aria da un delirio di onnipotenza, talvolta anche economico e scientifico, e ripone l’uomo nella sua realtà, meravigliosa, se accettata, o terrificante, se illusoriamente rinnegata.

In un tempo in cui è difficile dare risposte, porsi le giuste domande diviene necessario. Accettare il presente, senza attendere un futuro che non tarderemo a disprezzare nuovamente, significa sentire la brezza di un vento che continua a soffiare dentro case sigillate.

Rimanere in apnea, invece, limitandosi a trattenere il fiato per sopravvivere nella difficoltà, rappresenterebbe l’amara incarnazione delle parole del cantautore e poeta Fabrizio De André: “Passano gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza esser cresciuti”.

Il terapeuta durante l’emergenza

 

di Alessandra Lupo

“Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per suo conto. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Papa Francesco, benedizione Urbi et Orbi

Ore 15:00: prima seduta Skype con un mio paziente. “Come sta oggi?”. C’è silenzio tra lo spazio della mia domanda e la sua risposta. Rifletto su quel semplice quesito e sul suo significato, sopravvalutato in altri momenti.

Le reazioni sono tante: c’è chi dice “bene”, con un timbro meccanico, come se stesse distaccando, senza accorgersene, il contenuto semantico da quello semiotico della risposta; si va un po’ per inerzia. C’è chi piange, chi riporta in modo più amplificato i vecchi dolori e i sintomi, che accompagnano il vissuto in queste lunghe giornate interminabili di quarantena.

“Non è facile”: questa è la risposta più comune in tutte le terapie telematiche, dove il setting è stravolto, dove si entra quasi in punta di piedi nelle case di ciascuno di noi. Nessun Kleenex sulla scrivania, nessun bicchiere d’acqua per spezzare un pianto, ma solo la voglia di dire ai nostri pazienti: “Io ci sono e non sei solo… Ripartiamo”.

Cosa vuol dire essere un terapeuta in questo periodo storico cosi buio? Come fare a gestire le emozioni a distanza che invadono i nostri saloni, le nostre cucine che ormai sono diventati il prolungamento dei nostri studi? Le emozioni oscillano dall’impotenza di non poter fare di più, alla sensazione di utilità in un momento di isolamento. Ma siamo pur sempre terapeuti e il senso di cura e accudimento diventa il motore del nostro lavoro, la spinta a promuovere il benessere precario che tutti insieme stiamo sperimentando. Si cerca di gestire al meglio i casi clinici complessi,  che con cura abbiamo tessuto insieme ai nostri pazienti nel tempo. Proviamo a contenere la tristezza, l’ansia, la perdita e la paura, dei nostri pazienti, che si sentono soli, spaventati, e forse lo siamo anche noi. Allora cerchiamo di fare tutti grandi respiri, riprendiamo il nostro zaino degli attrezzi da lavoro, con tutte le tecniche di cui siamo forniti per aiutare chi in questo momento si sente sguarnito da quella rete di protezione. Accogliere e validare questo disagio è quello che siamo pronti a fare, ponendo l’accento sul concetto di accettazione, che la nostra cara Acceptance and Commitment Therapy ci ha insegnato.

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali: accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Aiutarci a creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta. Tutto questo non può che essere attualissimo rispetto quello che stiamo vivendo, rispetto alle nostre storie, alle vite interrotte e sospese da questo virus. Noi terapeuti cerchiamo in tutti i modi di esserci, di promuoverci e di spendere parole, tempo ed energia per supportare il bene della salute mentale, troppo spesso sottovalutata. La frustrazione e il senso di impotenza per non potere fare di più è tanta. Penso alla seduta delle 17.00, al paziente che più di me sta vivendo una vita infernale ancor prima del Coronavirus. Ci attrezziamo, zaino in spalla e proviamo ad architettare alla meglio, con quello che abbiamo a disposizione, una mini esposizione da campo per cercare di far continuare il nostro lavoro terapeutico. Dietro lo schermo c’è sempre lui, il paziente, riesco a scorgere piccoli dettagli della sua quotidianità, perché la tecnologia mi concede di vedere la sua stanza, i suoi oggetti o scorgere una voce di un caro in lontananza, che solo nella mia fantasia era entrato nella nostra stanza di terapia, e lo stesso vale per lui. Diventiamo in un momento tutti e due più “umani”, persone comuni, con una propria vita al di fuori dell’ora di seduta. Le emozioni sono tante e devono essere tutte contenute in uno schermo. Ci si ritrova a fare grandi sorrisi per piccoli progressi che ancora di più oggi sembrano dei grandi traguardi, raggiunti con il massimo sforzo e impegno. Quando è il momento del saluto e di programmare il prossimo appuntamento virtuale, ci congediamo con la speranza di riabbracciarci al più presto e con la consapevolezza di non essere soli.

Come stanno i bambini?

di Elena Cirimbilla

Potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti. Potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione

Sul web spopolano vignette ironiche di genitori disperati in smart working che legano i figli alla sedia e video che raccontano in maniera tragicomica la fatica di mamma e papà nel dedicarsi ai figli in un universo sconosciuto, mentre la vita quotidiana deve continuare.
Genitori che raccontano di quanto siano di difficile contenimento i bambini, capricci da un lato e pianti dall’altro. Raccontano di quanto sia faticoso sostituirsi agli insegnanti, cercare i compiti dal registro elettronico e seguirli nella loro giornata.

Ma i bambini come stanno?

Per i nostri bambini questo cambiamento improvviso all’inizio odorava di vacanza, poi di novità. Per i più piccoli, mettersi vicino alla mamma e lavorare ognuno al proprio computer a fare “le cose da grandi” era divertente, quasi un gioco. Ma si sa, il gioco è bello quando dura poco e, ad oggi, a più di un mese dall’inizio della quarantena, per i bambini la vacanza, il gioco, sono diventati più lunghi del previsto. Quegli stessi bambini che sono impegnati quotidianamente in tante attività, scolastiche ed extrascolastiche, da un giorno all’altro hanno perso non solo i riferimenti della propria routine, ma anche il contatto con i compagni, gli insegnanti, lo sport preferito.

Dal punto di vista del genitore, che in una prospettiva autocentrata può avere una difficoltà nel decentrare e “mettersi nella testa” del bambino, c’è la fatica e la difficoltà nella gestione del proprio figlio. Nella testa del genitore c’è l’insegnante che non è presente e la mamma e il papà che devono organizzare le attività al computer e recuperare i compiti. Nella testa del bambino, in modo speculare, c’è l’assenza delle persone con le quali era abituato a trascorrere la maggior parte delle ore della giornata, la mancanza di autonomia nell’avere un contatto con la scuola e nel prendere il proprio diario e poter iniziare i compiti.

Qualche giorno fa ho visto un video di un bambino molto arrabbiato che lamentava “di non farcela più a non uscire”: “faccio la valigia e vado dal nonno”, diceva. Un piccolo “pazientino” mi ha detto: “non vedevo l’ora di raccontarti di aver fatto la pizza, perché non l’ho potuto dire a nessuno”.

L’ambiente sociale e relazionale della realtà quotidiana improvvisamente scompare; e, per quanto si possa spiegare al bambino ciò che sta accadendo e lui possa tentare di comprenderlo, è probabile che sperimenterà una perdita, anche se momentanea.

Ci possiamo aspettare, quindi, che il bambino provi tristezza per questa perdita, o rabbia perché vive questi eventi con un senso di ingiustizia. D’altronde, come può un bambino trovare giusto lo stare a casa tutto il giorno, tutti i giorni?

Forse è poco osservabile, forse non si percepisce questa tristezza, ma quest’anno i nostri bambini non faranno lo spettacolo di teatro o il saggio di danza e stanno rinunciando a qualcosa di molto importante per loro. Una rinuncia, la perdita di un bene, si associa a un vissuto di tristezza. E se la perdita viene percepita anche come un’ingiustizia, è possibile che insieme si sperimenti rabbia.

Hanno senso, allora, irritabilità, tristezza, pianto, segni che è possibile riscontrare in questi “piccoli umani” che hanno perso, da un giorno all’altro, gran parte dei loro punti fermi.

Forse potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti, forse potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione.

Tenere in considerazione i vissuti dei nostri bambini, validare le loro emozioni, legittimarli in quello che stanno vivendo, provando a “mettersi al loro livello”, attraverso il mondo che conoscono e nel quale è più semplice immergersi, permetterà loro di sentirsi più compresi.

Tyler Walsh ha creato, a questo proposito, una “versione Lego” del messaggio del Primo Ministro canadese ai bambini, in merito al loro ruolo nella lotta contro il Covid-19:

“Voglio ringraziarvi tutti per l’aiuto che ci date nel rallentare la diffusione del Covid-19.
E a tutti i bambini lì fuori: tutto a un tratto avete saputo di non potervi vedere con gli amici per giocare o fare i pigiama party. I vostri parchi giochi e le scuole sono chiusi e le vostre vacanze di marzo sono sicuramente diverse da quelle che speravate. Lo vedo anche con i miei figli, vedono molti più film, ma sentono la mancanza dei loro amici, e allo stesso tempo sono preoccupati di quello che sta accadendo lì fuori nel mondo e cosa potrebbe riservare il loro futuro.
So che si tratta di un grande cambiamento ma dobbiamo farlo, non solo per noi stessi ma per i nostri nonni, le nostre infermiere, i nostri medici e tutti quelli che lavorano nei nostri ospedali. E voi bambini, state aiutando molto. I medici e gli scienziati hanno chiarito che il distanziamento sociale, che significa stare almeno a due metri di distanza e stare a casa il più possibile, è il miglior modo per aiutarci l’un l’altro. E vi dovete lavare le mani, molto.
Quindi, un ringraziamento speciale a tutti voi bambini. Grazie per aiutare i vostri genitori a lavorare da casa, per sacrificare le vostre giornate tipo, per fare lezione di matematica attorno al tavolo della cucina e per avere fiducia nella scienza. Assicuriamoci di fare tutti la nostra parte. Combattiamolo insieme”.

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L’ansia ai tempi del Coronavirus

di Mafalda Golia

Quando è eccessiva, siamo incapaci di farvi fronte, compromettendo il nostro funzionamento personale

Con l’aumento dei casi di contagio e delle vittime di Covid-19, è cresciuta anche l’ansia, emozione che ha un’importante funzione adattativa, poiché ci segnala l’esistenza di una minaccia incombente e ci induce a essere più prudenti. Quando l’ansia è eccessiva, siamo incapaci di farvi fronte, compromettendo il nostro funzionamento personale. Il momento attuale influisce sulla nostra emotività. Siamo preoccupati per la salute nostra e dei nostri cari, vediamo a rischio il nostro benessere economico; l’intolleranza dell’incertezza e l’incapacità di gestire situazioni incontrollabili sono fattori fondamentali nel mantenimento di questa preoccupazione. L’incertezza provocata dal Coronavirus si traduce in comportamenti disfunzionali quali, ad esempio, il cercare continuamente informazioni. In tal caso, anche se è corretto tenersi informati, trascorrere troppo tempo alla ricerca di notizie ci rende più ansiosi. Un buon suggerimento può essere quello di concentrarci su ciò che possiamo controllare, accettando che ogni sforzo di cancellare la nostra incertezza è inutile.

L’attenzione svolge un ruolo importante nell’insorgenza e nel mantenimento dell’ansia; molti, infatti, si concentrano sul proprio corpo per cercare eventuali sintomi del virus presenti. Ogni sensazione fisica verrebbe allora interpretata quale prova inequivocabile di aver contratto la malattia, generando sensazioni fisiche questa volta legate all’ansia. Per poter sopportare l’ansia, le persone potrebbero bere o mangiare più del solito, allo scopo di distrarsi o sedare la sofferenza vissuta. Sebbene questi comportamenti possano temporaneamente essere di sollievo, col tempo possono peggiorare i nostri sintomi. Un altro modo disfunzionale di far fronte all’ansia è attraverso l’accumulo di cibo e di altri prodotti, acquistati in quantità maggiore rispetto alla reale necessità, col timore della loro futura indisponibilità. Questo può influenzare gli altri, favorendo in loro l’accrescere dell’ansia che li porta a impegnarsi nello stesso comportamento senza controllo. Non solo. Favorisce criticità anche di ordine pratico come la diminuzione dei beni, l’affollamento nei supermercati e la difficoltà nel rispettare la distanza minima tra gli avventori.
Evitare l’ansia è quasi sempre controproducente: quando la sentiamo arrivare lasciamo che i nostri pensieri e che la nostra ansia ci investano accettandola come parte integrante dell’esperienza umana. Pratichiamo una respirazione addominale profonda e torniamo con la mente al momento presente senza rimuginare su un futuro avverso. In questo periodo incerto manteniamo buone abitudini di vita: prendiamoci cura del nostro corpo e rimaniamo in connessione con gli altri, trovando nuovi modi di comunicare. Infine, utilizziamo questo tempo sospeso come un regalo: concediamoci l’opportunità di stare più a contatto con i nostri bisogni, al fine di riconoscerli e soddisfarli.