Alla scoperta della gentilezza

di Elena Cirimbilla

Come il comportamento in età evolutiva può influenzare il successivo sviluppo sociale dell’individuo

Nel momento in cui pensiamo alla gentilezza, nelle nostre menti compaiono immagini legate a concetti come compassione, empatia, generosità o altruismo. Tali concetti appartengono al “comportamento prosociale”, inteso come l’agire in modo gentile, cooperativo e compassionevole, in una costellazione di atti volontari orientati al beneficio altrui.

L’età evolutiva, grazie alla scoperta e interazione continua con il prossimo, si configura come uno dei periodi critici che influenzano il successivo sviluppo sociale dell’individuo.

Durante l’infanzia e l’adolescenza, la progressiva capacità del soggetto di assumere la prospettiva dell’altro consente la decodifica delle emozioni e la comprensione degli stati mentali del prossimo e contribuisce allo sviluppo dei comportamenti prosociali.

Numerosi studi si sono occupati di indagare questo tipo di comportamento nei giovani e, in particolare, le successive ripercussioni sullo sviluppo sociale.

In un recente studio, un campione di giovani è stato suddiviso in quattro gruppi, da bassa ad alta prosocialità. I quattro profili sono stati suddivisi in base al livello di comportamento prosociale mostrato dai giovani, misurato con item come: “Il bambino sembra preoccupato quando gli altri bambini sono in difficoltà”, “Il bambino è gentile verso i pari” o ancora “Il bambino offre aiuto o conforto quando gli altri bambini sono turbati”.
Due anni dopo è stata esaminata l’associazione tra i profili sociali individuati e le relazioni tra pari nella prima adolescenza, partendo dall’idea che elevati livelli  di comportamento prosociale potessero essere legati a relazioni interpersonali più positive negli anni a seguire. Le variabili misurate in adolescenza riguardavano, in particolare: l’aggressività, l’esclusione sociale, il bullismo e la vittimizzazione.

Coerentemente con l’ipotesi e le precedenti ricerche, gli autori hanno evidenziato come il comportamento prosociale sia un predittore critico delle successive relazioni tra pari.

I risultati hanno infatti mostrato che il gruppo caratterizzato da bassa prosocialità era significativamente più a rischio di mostrare aggressività e bullismo e di sperimentare vittimizzazione ed esclusione sociale rispetto ai giovani di tutti gli altri profili sociali. Al contrario, i ragazzi altamente prosociali hanno riportato bassi punteggi in tutte le aree problematiche.

In altre parole, i ragazzi che avevano ottenuto bassi punteggi sugli indicatori dei comportamenti prosociali avevano rapporti tra pari più problematici nella prima adolescenza, all’opposto di quelli con elevata prosocialità.

I risultati della ricerca favoriscono una riflessione sull’importanza di attuare comportamenti a beneficio del prossimo, in una chiave altruistica e orientata all’altro. In più, gli studi evidenziano che essere gentili o, in generale, compiere atti prosociali aumenta il benessere. In linea con la letteratura, i dati di una ricerca in pubblicazione di un gruppo di psicologi e psicoterapeuti della Scuola di Psicologia Cognitiva di Roma (SPC), coordinato dalla dott.ssa Claudia Perdighe, mostrano una correlazione positiva tra felicità, moralità e gratitudine.

In quest’ottica, condividere la merenda, mandare un messaggio carino a un amico, aiutare il compagno in un compito o ascoltarlo quando si sente triste, possono configurarsi come piccoli, ma fondamentali, gesti quotidiani.

Accompagnare i bambini e ragazzi nella ricerca e nella scoperta della gentilezza può sembrare difficile o impegnativo ma, come ogni cosa nuova, è possibile allenarsi. Ad esempio, insieme a nostro figlio, fermiamoci di tanto in tanto e soffermiamoci sul ricordo di un momento in cui si è stati disponibili o gentili con qualcun altro, in cui è stato offerto il proprio aiuto o un abbraccio e, se è vero che la gentilezza è contagiosa, proviamo anche a notare i momenti in cui gli altri lo sono con noi.

Per approfondimenti:

Hui B.P.H, Ng J.C.K., Berzaghi E., Cunningham-Amos L.A., Kogan A. (2020). Rewards of kindness? A meta-analysis of the link between prosociality and well-being. Psychological Bulletin doi: dx.doi.org/10.1037/bul0000298

Iannucci A., Albanese A., Cascone R., Cirimbilla E., Maravolo R., Mignogna C., Mignogna V., Napoli E., Patriciello M., Pelosi G., Rosini P., Villirillo C., Giacomantonio M., Perdighe C., (2017) “Standard morali: ostacolo od opportunità per la felicità?”. In pubblicazione

Ma T.L., Zarrett N., Simpkins S., Vandell D.L., Jiang S. (2020). Brief report: Patterns of prosocial behaviors in middle childhood predicting peer relations during early adolescence. Journal of Adolescence, 78:1-8. doi: 10.1016/j.adolescence.2019.11.004

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La mamma controlla, il papà aspetta

di Barbara Basile

Riconoscere e affrontare le dinamiche genitoriali

La madre è comunemente la principale figura di accudimento del bambino, soprattutto nei suoi primi anni di vita. Di conseguenza, la madre è la figura che trascorre più tempo con il bambino e che lo conosce meglio. Sa riconoscere il significato del suo pianto, ne identifica i bisogni e corrisponde le sue esigenze.

La mamma, vicina e presente, rischia così di diventare il “guardiano” di tutto ciò che riguarda il bambino, incluso l’avvicinarsi degli altri. Questo controllo, in parte naturale e in parte giustificato dalle esigenze ambientali, può portare sia al burnout della mamma – dopotutto, se guardi sempre tuo figlio, anche quando è il turno di qualcun altro che si prende cura di lui, ti sentirai presto esausto e esaurito – sia a un crescente conflitto tra i due genitori.

Accanto alle “mamma guardiana” (dall’inglese maternal gatekeeping), infatti, si delinea il “papà che aspetta”. Il papà in attesa del riconoscimento del proprio ruolo di padre e della possibilità di poterlo espletare. Quando il padre rientra a casa e cerca di inserirsi nel nucleo familiare non sempre trova lo spazio o il tempo per esplorare e conoscere i bisogni del piccolo. La mamma è sempre lì, pronta a fornire indicazioni, ad anticipare e spiegare cosa fare e come farlo al meglio, criticando o sbuffando alla prima cosa che non va come secondo lei dovrebbe andare, dalla temperatura del latte del biberon, al giusto abbinamento degli abitini indossati, all’elargizione di premi e punizioni: con diritto o meno, la madre è pronta a giudicare o inibire gli interventi del padre. A questa immagine si associano frasi come “quando saprà parlare…”, “quando lo capirà”, “quando saprà camminare…”. Quando, quando, quando. I vantaggi e i traguardi di cui potrà godere il padre vengono sempre posticipati al futuro, dilatando di anno in anno la possibilità di creare un legame con il figlio e correndo il rischio di non vederli mai arrivare.

Le ragioni per cui una madre si impegna nel gatekeeping variano. Le madri potrebbero avere difficoltà a rinunciare alla responsabilità della cura della prole, potrebbero voler convalidare il loro ruolo ed essere riconosciute per i sacrifici che fanno per le loro famiglie oppure potrebbero considerare il padre come incapace o addirittura un pericolo per i figli. Quest’ultimo punto di vista potrebbe essere basato su prove reali, sui comportamenti passati del padre o sui suoi fallimenti come uomo e padre.
La dinamica della “mamma guardiana” e del “papà che aspetta” si mantiene nel tempo, lasciando spazio a una madre che gira come una trottola attorno ai bisogni e alle necessità dei figli e a un padre assente. Questa dinamica, reiterata, può provocare conflitti e può accrescere la distanza tra i partner, logorandone il legame.

Se come genitori vi riconoscete in questa dinamica non cercatene la causa o l’origine. Per uscirne  non serve trovare il colpevole o individuare chi ha iniziato! Per lui il punto d’inizio potrebbe essere stato: “non mi lasciavi mai prendere in braccio il bambino”, mentre per lei forse era: “non mostravi alcun interesse per lui, non mi hai mai chiesto di poterlo cambiare”.  Seguire questa linea rischia di dare avvio a ulteriori discussioni interminabili, senza realmente offrire una soluzione. Il punto è che entrambi avete bisogno l’uno dell’altro nel percorso di genitorialità e della vostra coppia. Provate ad allontanarvi dal contenuto delle discussioni e spostatevi, invece, sui vostri bisogni. Come donna forse avresti bisogno di avere un partner che si mostri più coinvolto nella cura dei bambini e nella loro gestione quotidiana? E come uomo, invece, forse vorresti che la tua compagna ti consentisse di fare il papà? Provate ad essere più dolci l’uno per l’altro.

Prendiamo un esempio classico: il caricare la lavastoviglie. È il tipico stereotipo che fa sorridere, ma che divide le famiglie da quando hanno inventato la lavapiatti! Ciascuno vuole farla a proprio modo. Capita che quando un partner inserisce le stoviglie a modo suo, l’altro intervenga criticando o imponendo il proprio, più corretto. Come affrontare in modo più sereno questo  gesto di vita di coppia quotidiana?

La prima cosa da fare è prendere le distanze:

  • qual è lo scopo del caricare la lavastoviglie?  Che piatti, posate e bicchieri vengano puliti.
  • è possibile che questo avvenga in diversi modi? Certamente!
  • E ora… Qual è lo scopo dell’educare i figli? Che crescano e diventino adulti e che sappiano perseguire i valori e rispettare le regole che voi trovate importanti nella vita
  • È possibile che questo avvenga in modi diversi? Certamente!

Questo significa che dobbiamo lasciar andare tutto e far fare agli altri quello che gli pare? Oppure, che la lavastoviglie debba girare anche con un piatto e una postata, senza dire nulla in merito se non siamo d’accordo? Certamente no.

Significa, piuttosto, non alimentare una discussione infinita, cercando, invece, di restare nella relazione senza cadere in un circolo di accuse. In un attimo ci si trova a dire “ma cosa stai facendo ora?! Lasci partire la lavastoviglie senza niente dentro?”. Se l’altro partner ha avviato la lavastoviglie con cinque pezzi, forse aveva un buon motivo per farlo? Forse i piatti erano rimasti sporchi e oleosi oppure preferiva giocare con i bambini, invece di sprecare il proprio tempo lavando piatti e, magari, desiderava farti un piacere facendoti trovare tutto pulito al rientro a casa?

I bambini hanno bisogno che i padri abbiano il loro ruolo. I modi diversi di prendersi cura e di gestire le incombenze domestiche rappresentano un arricchimento peri bambini, senza dimenticare che pensare che ci sia una differenza nei modi di assolvere certi ruoli o compiti non implica necessariamente che questa differenza realmente esista!

Per approfondimenti
Nina Mouton (2020). Mild Ouderschap. Zelfs tijdens de woedeaanval in de supermarkt

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Che cos’è la felicità

di Carlo Buonanno

Topolino, Faust e la promozione di emozioni positive in età evolutiva

Se vi chiedessero di scegliere tra l’elisir di lunga vita e la felicità, cosa scegliereste? Io avrei scelto Mickey Mouse. Topolino non è un bambino, non è sposato e non ha nemmeno uno zio ricco. Pippo, fedele e stralunato come Pluto, è l’amico che, maldestro, gli guarda le spalle. Topolino è un adolescente e non sarà mai nonno, è integerrimo, ha l’anima del detective delle cause impossibili e aiuta il commissario Basettoni a incastrare Gamba di Legno o Macchia Nera.
Topolino è felice, ma ha lo sguardo offuscato e lotta con i demoni per una somma virtù. Ma che cos’è che lo rende così sorridente? È davvero felice? Ed è possibile diffondere la felicità come un contagio benefico?
Recentemente è stata pubblicata una ricerca condotta su un campione di adolescenti con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), che nel titolo promette di rispondere in parte alla domanda. Lo studio è stato realizzato da Caterina Villirillo, Claudia Perdighe, Elena Cirimbilla e Gilda Franceschini, psicologhe e psicoterapeute della Scuola di Psicoterapia Cognitiva e Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma. Si tratta di uno studio pilota che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia di un protocollo sperimentale di promozione del benessere, che mira a migliorare la qualità e la quantità delle relazioni interpersonali negli adolescenti con DSA. Il protocollo è nato da una duplice riflessione. Le relazioni interpersonali soddisfacenti, in particolar modo con i pari, hanno un ruolo critico per la felicità in età evolutiva e, dunque, anche nei ragazzi con DSA; nell’80% dei casi, i ragazzi con DSA manifestano problematiche di tipo relazionale, laddove la presenza di un buon supporto sociale è un fattore di protezione per la salute mentale. Ma di quale felicità si parla? La felicità intesa come “eudemonia”, vale a dire connessa a una valutazione globale di sé come persona virtuosa e che vive in linea con i propri valori morali. Proprio come Topolino.
Anche Faust, insidiato da Mefistofele e guardato da Dio con ammirazione per lo stesso motivo, supera i limiti della conoscenza, conducendo una vita dedita allo studio e alla virtù. Questa è una felicità che ha uno scopo, motore della condotta individuale e fondamento della morale. Non una felicità effimera, infantile, che si consuma rapidamente nell’attimo in cui si scioglie in bocca il sapore di una caramella, ma una felicità pratica e impegnata. In questi termini, la felicità coincide con uno stato di benessere e soddisfazione che si esprime sia nella presenza di emozioni positive sia, soprattutto, nel buon funzionamento psicologico, inteso come capacità di mettere in atto quotidianamente comportamenti che favoriscono il benessere e riflettono i propri valori. Contro ogni pregiudizio, questo tipo di felicità sembra essere tipico degli adolescenti, mentre nei bambini la felicità è edonica, legata agli aspetti concreti del piacere quali il gioco, le attività di gruppo, il numero di amicizie, le frequenze delle visite agli amici. E a proposito di praticità, gli ingredienti che in età evolutiva correlano con la felicità si dispongono lungo una gerarchia concreta che vede all’apice le relazioni interpersonali con i coetanei e poi l’autonomia, la competenza, avere una buona autostima, avere un sistema di valori da perseguire, avere un locus of control interno. Il protocollo sviluppato dalle autrici è stato realizzato assemblando tecniche di tipo cognitivo-comportamentale standard con procedure mutuate dall’Acceptance and Commitment Therapy. Il protocollo si sviluppa in dieci sedute a cadenza settimanale, più due di follow-up a cadenza quindicinale e si divide in tre fasi:

  • La prima fase, “Conosco me stesso e i miei valori”, è dedicata alla promozione della consapevolezza dei punti di forza e di debolezza del soggetto e alla condivisione di obiettivi da raggiungere in riferimento ai propri valori.
  • La fase centrale, “Mi impegno a perseguire i miei valori e i miei obiettivi”, è focalizzata sull’individuazione di micro-obiettivi da raggiungere settimanalmente, allo scopo di realizzare gli obiettivi stabiliti nella fase precedente. In questa fase, una parte importante è dedicata sia alla ristrutturazione di eventuali credenze disfunzionali, sia all’acquisizione di abilità assertive.
  • La fase conclusiva, “Io più abile socialmente e consapevole delle mie risorse”, consiste nella valutazione degli obiettivi raggiunti e nella generalizzazione delle competenze apprese.

Dall’analisi qualitativa dei dati pre e post-trattamento emerge una significativa riduzione dei sintomi di ansia e depressione rilevati nella fase di pretrattamento, un aumento dell’autostima e dell’autoefficacia e un aumento della qualità e della quantità dei rapporti interpersonali. Inoltre, dai risultati è emerso un miglioramento significativo nel rendimento scolastico. Le abilità acquisite sono confermate anche al follow-up di un mese. In definitiva, pare che l’adolescenza sia la vera età della ragione e la felicità è roba terribilmente impegnata. Tra un’indagine di Topolino e la dura ricerca di Faust, oltre i limiti della conoscenza.

Per approfondimenti

Villirillo, C., Perdighe, C., Cirimbilla, E., & Franceschini, G. (2021). Promuovere la felicità: uno studio pilota con un campione di ragazzi con Disturbo Specifico di Apprendimento. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, Italian Journal of Cognitive and Behavioural Psychotherapy, 27(1) pp 17-44.

Malattie intestinali e disagio psicologico

di Sonia Di Munno

Quali sono le cause che possono portare ad ansia e depressione e i trattamenti più efficaci

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) sono tutte quelle patologie infiammatorie croniche e recidivanti dell’intestino: le più comuni sono il morbo di Chron e la colite ulcerosa. Attualmente hanno origine sconosciuta e risultano dovute a un’interazione tra fattori ambientali, genetici e di microbica intestinale. Sono malattie con alti tassi di recidive o ricadute e lo stress psicologico è un fattore importante che contribuisce alla manifestazione frequente. Chi ne soffre sviluppa sintomi e patologie di ansia e depressione: in una revisione sistematica del 2016 si è visto che il 21% dei pazienti soffriva di una patologia ansiosa conclamata mentre il 35% presentava sintomi ansiosi subclinici; il 15% soffriva di depressione e il 22% dei pazienti riportava sintomi depressivi. Viste le alte percentuali di disagio psicologico, uno studio dello psichiatra statunitense Douglas A. Drossman ha cercato di indagare le macroaree che creano ansia e depressione in questi pazienti, per poter poi intervenire in maniera diretta ed efficace. Ne ha individuate quattro: impatto della malattia, preoccupazioni sul trattamento, intimità, stigma.

Per impatto della malattia si intende il cambiamento che la malattia porta a chi ne soffre. Nel caso specifico delle MICI, un cambiamento importante è nello stile alimentare come scelta del cibo con eliminazione completa di alcune pietanze. Inoltre, seguire a lungo termine dei regimi dietetici ristretti può portare ad atteggiamenti disadattivi, provocando ansia nei confronti del cibo e nel consumare il cibo in contesti conviviali. Alcuni incorrono in un’alimentazione disordinata o in comportamenti alimentari disfunzionali, come abbuffate, restrizioni e digiuno. Oltre ai problemi alimentari, nei pazienti con MICI è stata riscontrata un’alta soglia di stanchezza – diventata clinicamente significativa – presente nel 86% nei pazienti con patologia attiva e nel 22-41% con malattie quiescenti. Questo affaticamento è dovuto sia alla malattia che al disagio psicologico che questa comporta. Spesso i pazienti sviluppano anche insonnia e in alcuni casi possono sviluppare un disturbo postraumatico in cui l’evento traumatico è la diagnosi della malattia di fronte alla quale ci si può sentire spaventati e impotenti. Per lo sviluppo del disturbo da stress post-traumantico vi sono alcuni fattori di rischio predisponenti come: essere di sesso femminile, appartenere a un basso status socio-economico, essere affetti da una malattia più grave, avvertire dolore incontrollato, avere una giovane età al momento della diagnosi, aver subìto un intervento chirurgico, percepire in maniera molto intensa i sintomi e aver avuto almeno una recidiva della malattia.

Anche l’aspetto dell’intimità è di grande importanza nelle MICI: ben 2/3 dei pazienti riferiscono di avere problemi relativi all’immagine corporea e problemi sessuali. L’interesse sessuale ha un sostanziale decremento in molti pazienti, che può essere dovuto sia alla depressione ma anche al dolore che alcune donne riferiscono di avere durante il rapporto (25%) che non è associato al tipo di malattia o all’attività, all’uso di steroidi o alla presenza di malattia perianale ma può essere correlato alla disfunzione del pavimento pelvico.
L’aspetto della maternità risulta essere un tasto dolente per molte donne: il 18-22% riferisce di non voler avere figli per paura di trasmettere la malattia e la paura di portare avanti la gravidanza assumendo dei farmaci. Un altro macro aspetto per cui i pazienti sviluppano ansia e depressione è lo stigma che percepiscono dagli altri e la vergogna che possono provare di fronte a questa malattia che può portare a un maggiore isolamento e ritiro sociale, aumentando così ansia e depressione.

Di fronte a queste malattie croniche e recidive, lo sviluppo di un disagio psicologico è molto frequente e bisogna intervenire tempestivamente ed efficacemente per non incorrere in un sostanziale peggioramento della qualità delle vita. Attualmente le terapie più efficaci sono: la terapia cognitivo comportamentale, la mindfulness e l’ipnosi medica. La terapia cognitivo comportamentale attenua i sintomi psicologici che queste malattie comportano, poiché ai pazienti viene insegnato a comprendere la relazione tra situazioni, pensieri, comportamenti, reazioni fisiche ed emozioni. I pazienti imparano a cambiare pensieri (attraverso la ristrutturazione cognitiva), comportamenti (attraverso cambiamenti programmati o prescritti nell’attività o nelle risposte) e livelli di eccitazione fisiologica (attraverso esercizi di rilassamento) al fine di ridurre il disagio emotivo. Nelle MICI, la CBT non ha dimostrato di alterare gli esiti della malattia, ma è risultata efficace nel migliorare la qualità della vita, le capacità di coping (adattamento efficace di fronte alla difficoltà), l’aderenza medica nonché nel diminuire i sintomi di ansia o depressione.

Per approfondimenti

Yue Sun, Lu Li, Runxiang Xie, Bangmao Wang, Kui Jiang and Hailong Cao (2019), Stress Triggers Flare of Inflammatory Bowel Disease in Children and Adults, Department of Gastroenterology and Hepatology, General Hospital, Tianjin Medical University, Tianjin, China, published: 24 October 2019 doi: 10.3389/fped.2019.00432

Tiffany H. Taft, Sarah Ballou, Alyse Bedell and Devin Lincenberg (2017), Psychological Considerations and Interventions in Inflammatory Bowel Disease Patient Care; Gastroenterol Clin North Am. 2017 December ; 46(4): 847–858. doi:10.1016/j.gtc.2017.08.007

Whitney Duff, Natasha Haskey, Gillian Potter, Jane Alcorn, Paulette Hunter, Sharyle Fowler (2018); Non-pharmacological therapies for inflammatory bowel disease: Recommendations for self-care and physician guidance; World J Gastroenterol 2018 July 28; 24(28): 3055-3070

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Adulti e disturbi di apprendimento

di Stella Totino

Il ruolo del terapeuta nell’individuazione dei disturbi specifici di apprendimento (DSA) in pazienti adulti

I disturbi specifici di apprendimento (DSA) sono disturbi evolutivi che si manifestano durante l’età scolare e che, pur modificandosi durante lo sviluppo, accompagnano l’individuo nell’intero arco di vita. Le caratteristiche essenziali riguardano le difficoltà di lettura, scrittura e/o calcolo in persone con abilità cognitive nella norma.

Molto spesso, questa discrepanza, porta l’individuo a giungere alla diagnosi di DSA tardivamente.

Questo può generare false credenze che possono portare la persona a non esprimere il suo massimo potenziale, a non credere nelle proprie capacità, a essere insicuro e a sviluppare disturbi emotivi.

Talvolta, il campanello d’allarme, si può accendere proprio durante un percorso di psicoterapia, quando il paziente riporta le proprie sofferenze emotive, che non si esauriscono terminata la scuola, perché, se non adeguatamente gestite, limitano la persona nella propria quotidianità.

Alcune credenze e strategie di evitamento possono portare la persona a rinunciare a diverse esperienze di vita per evitare il fallimento: un paziente non scriveva bigliettini di auguri per paura di fare errori ortografici ed essere, quindi, umiliato e deriso. Non solo: veniva accusato dalla sua compagna di non scriverle neppure un bigliettino di auguri. Un’altra paziente non partecipava ai giochi di società con gli amici se sapeva che potevano esserci domande di matematica, per timore che potessero pensare che fosse stupida. Prima di giungere in terapia, tale timore era diventato invalidante: non chiedeva informazioni quando andava a iscriversi in palestra, quando entrava in un negozio o si era persa per strada e aveva bisogno di essere accompagnata dai familiari, che si sostituissero a lei nel prendere informazioni. Il tema che accomunava tali esperienze era il timore di essere giudicata come una persona non intelligente.

Sin da piccoli, la scuola e la società ci portano a credere che andare bene a scuola, saper leggere, scrivere e calcolare correttamente siano sinonimo di intelligenza: se chiediamo a un bambino chi è il compagno di classe più intelligente, molto probabilmente ci dirà il nome del bambino che ottiene voti più alti degli altri.

Con adolescenti e adulti che in terapia portano temi legati al timore di non essere capaci, di non farcela, che ci raccontano percorsi scolastici caratterizzati da frequenti insuccessi, occorre prestare attenzione ai racconti provenienti dal passato approfondendo se ricordano di aver fatto fatica a imparare le tabelline, i mesi dell’anno, i giorni della settimana, i verbi o se, per esempio, quando dovevano leggere a voce alta provavano a rifiutarsi o manifestavano forte disagio. Nel momento in cui terapeuta e paziente arrivano a ipotizzare un possibile disturbo specifico di apprendimento alla base delle sofferenze è molto utile esplorare le emozioni relative a questo momento che possono variare dal sollievo allo sconforto e proseguire con l’invio a un esperto nella valutazione di questi disturbi in età adulta.

Una corretta valutazione necessita di una conoscenza delle caratteristiche del disturbo, al fine di effettuare una approfondita storia clinica e l’uso di strumenti clinici adatti all’età di riferimento.

Giunti alla diagnosi occorrerà, per esempio, procedere con una ristrutturazione cognitiva, tecnica che in psicoterapia permette di mettere in discussione le convinzioni disfunzionali del paziente così strutturatesi.

Per approfondimenti

Consensus Conference (2011), Consensus conference sui DSA dell’Istituto Superiore di Sanità, Ufficio per le Linee Guida, https://www.aiditalia.org/Media/Documents/consensus/Cc_Disturbi _Apprendimento.pdf

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Disturbo d’ansia sociale nei bambini

di Elena Cirimbilla

Strutturare l’intervento sul bisogno del singolo: uno studio sul DAS in età evolutiva

Il disturbo d’ansia sociale (DAS) o fobia sociale è caratterizzato da una marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile esame degli altri e nelle quali teme di mostrare sintomi che verranno valutati negativamente. Nei bambini, l’ansia si manifesta sia nell’interazione con l’adulto sia con i pari e può essere caratterizzata da pianti, scoppi di collera, ritiro, immobilizzazione o impossibilità a parlare in situazioni sociali.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), in genere applicata in protocolli che si focalizzano su riduzione dell’ansia, esposizioni e sviluppo di nuove abilità, risulta essere il trattamento più efficace nei disturbi d’ansia in età evolutiva. Nonostante ciò, è stato dimostrato che la fobia sociale, uno dei disturbi d’ansia più comuni tra i bambini e gli adolescenti, sembra rispondere meno degli altri a questo tipo di CBT.

A partire da queste considerazioni, si è sviluppato il recente studio di Liesbeth G. E. Telman e colleghi che hanno applicato al DAS un protocollo suddiviso secondo due linee di trattamento: una procedura di intervento CBT divisa in moduli, tesa all’adattamento secondo le necessità e i bisogni del singolo individuo, e una parte a integrazione, con interventi di mindfulness.

Lo studio è stato realizzato su dieci giovani di età compresa tra gli 8 e i 17 anni con Disturbo d’Ansia Sociale. Oltre alle misure adottate per la diagnosi e per la rilevazione dei sintomi d’ansia, gli autori hanno previsto anche la valutazione della flessibilità dei terapeuti, caratteristica indispensabile per costruire un intervento personalizzato e adattato al singolo paziente. Elemento interessante della ricerca, infatti, è l’opportunità dei terapeuti di poter scegliere tra dieci diversi moduli, strutturando l’intervento sulla base delle componenti individuali da trattare. È stato possibile decidere il numero di sedute, le caratteristiche dei compiti assegnati e i moduli sui quali concentrarsi, includendo e favorendo gli elementi che avrebbero potuto incrementare l’efficacia del trattamento, come ad esempio la ristrutturazione cognitiva, il trattamento espositivo, le abilità di coping e/o gli esercizi di mindfulness.

Lo studio ha condotto a risultati interessanti. Innanzitutto, dopo una media di undici sedute, il 50% del campione non risultava più rispondere ai criteri per il DAS al re-test e l’80% al follow-up. Gli autori sottolineano come la brevità dell’intervento, inferiore rispetto alla media di molti studi, possa essere imputabile alla possibilità di concentrarsi solo sugli elementi (e quindi moduli) ritenuti necessari per ogni singolo caso. In secondo luogo, i giovani sembrano aver beneficiato dell’accostamento della mindfulness agli elementi base della CBT, proposto nel 50% dei casi. Secondo gli autori, si tratta del primo studio in cui è stato aggiunto un intervento mindfulness a una CBT divisa in moduli in età evolutiva.

I risultati presentati favoriscono importanti riflessioni cliniche: la possibilità di muoversi all’interno dei protocolli della CBT tradizionale e scegliere in modo flessibile le aree sulle quali concentrarsi nel trattamento, integrando, quando utili, interventi di terza generazione, ha permesso di adattare e personalizzare l’intervento. Un protocollo modulare e flessibile permette così al terapeuta di strutturare un trattamento che “osservi” realmente le necessità personali e che consenta di trattare il bisogno individuale anziché il disturbo nella sua accezione di etichetta diagnostica.

Per approfondimenti

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

Liesbeth G. E. Telman, Francisca J. A. Van Steensel, Ariënne J. C. Verveen, Susan M. Bögels & Marija Maric (2020): Modular CBT for Youth Social Anxiety Disorder: A Case Series Examining Initial Effectiveness, Evidence-Based Practice in Child and Adolescent Mental Health, DOI: 10.1080/23794925.2020.1727791

E se i più resilienti fossero i bambini?

di Elena Cirimbilla

Fornire un ambiente accogliente e di supporto ai più piccoli, senza dimenticare cosa sta accadendo

L’inizio della scuola è sempre un momento di transizione, per i genitori e per i bambini. Siamo soliti prepararci all’avvenimento con l’acquisto dei materiali, la sveglia anticipata o la scelta delle attività extrascolastiche.

Ma c’è qualcosa di diverso quest’anno: grandi e piccini sono concentrati sulla pandemia e su due aspetti di essa, la paura e l’ignoto. Nicholas Carleton, docente di psicologia all’università di Regina, in Canada, definisce la paura dell’ignoto come la propensione dell’individuo a sperimentare paura, a diverse intensità e con i suoi correlati fisiologici, a causa dell’assenza percepita di informazioni. Secondo il professore, si basa sull’equilibrio tra gli elementi conosciuti e quelli sconosciuti. In questo momento storico, dunque, data la percezione di incertezza, possiamo forse parlare di paura dell’ignoto?

Oltre alla paura però, con il ritorno scuola, alle emozioni del genitore si aggiunge la tristezza. Una tristezza data dal fatto che i bambini non potranno abbracciare i compagni, che non potranno ricevere la coccola della maestra, giocare in giardino o condividere il proprio materiale. Sono stati limitati quegli aspetti che nell’immaginario comune rendono la scuola un luogo divertente e di condivisione, un luogo assimilabile a una palestra sociale, terreno fertile per le esperienze relazionali, dove il bambino ha la possibilità di sperimentare e sperimentarsi, nel rapporto con i pari e con le insegnanti.

Dovremmo forse sentire, da parte dei bambin,i lamentele, pianti o irritabilità. E se invece non fosse così?

Alla fine della prima settimana di scuola, alcuni bambini hanno commentato: “Pensavo potesse andare peggio”, “Con la mascherina per parlare facciamo il gioco del mimo”, “Abbiamo inventato il gioco della distanza”, “Il telegiornale diceva cose più brutte”.

È possibile che si stia dimenticando che i bambini, se supportati, hanno un’ottima capacità di resilienza, dove per resilienza intendiamo il processo che permette di far fronte alle difficoltà ed esita in una riorganizzazione positiva e un buon adattamento all’ambiente. Dal momento che nei bambini tale competenza si sviluppa e può essere incrementata nel tempo, è possibile, in qualità di genitori e insegnanti, educare alla resilienza, modificando lo sguardo con cui si leggono le esperienze e comunicando un messaggio di fiducia, speranza e possibilità di cambiamento.

Certamente per i bambini ci saranno momenti di frustrazione, quando non sarà possibile avere l’abbraccio dell’amico, la coccola della maestra o il gioco del compagno. È in questi momenti, quindi, che sarà necessario supportarli, prestando loro ascolto e fornendo rassicurazione ed è qui che l’adulto potrà scegliere di trasmettere un messaggio positivo esaltando il ritorno alla scuola, alla routine e alle relazioni sociali.

Certo, una scuola un po’ diversa, ma pur sempre la loro scuola. Sarà quindi utile anche per noi adulti mettere da parte quello che conosciamo e ripartire in modo flessibile all’esplorazione di altro, insieme ai bambini.

Siamo abituati, ad esempio, all’ufficialità del passaggio in prima elementare o al compagno di banco, che magari diventerà l’amichetto. Quello a cui non siamo abituati è provare nuove strade e reinventarci positivamente. È invece possibile un nuovo primo giorno di scuola, come quello proposto da numerose insegnanti, durante il quale al posto del genitore che accompagna il bambino al banco c’è il “taglio del nastro” o in cui i banchi singoli sono trasformati in piccole “jeep”.

Ciò non significa dimenticare quello che sta accadendo, ma fornire ai bambini un ambiente accogliente e di supporto che ne comprenda e ne validi le emozioni, senza minimizzarle o sottovalutarle. Nel momento in cui ci fermeremo ad ascoltare empaticamente, il bambino si sentirà supportato e permetterà all’adulto di entrare nel proprio mondo. Così le loro emozioni, anche se negative, saranno un’occasione di crescita.

Sarà quindi utile riconoscere al bambino che la paura è un’emozione normale e che il genitore e la scuola sono al suo fianco in questo percorso di nuovo adattamento, nel quale le cose saranno sì differenti, ma nel quale nessuno ha dimenticato che i bambini hanno bisogno di essere sereni.

E così potremmo mettere da parte un po’ di quella paura dell’ignoto, perché basta un nastro o la sagoma di un’auto a tirare fuori quella positività che è dentro ogni bambino e dalla quale possiamo scegliere di farci coinvolgere.

Per approfondimenti:

Carleton, R. N. (2016). Into the unknown: A review and synthesis of contemporary models involving uncertainty. Journal of Anxiety Disorders, 39, 30-43. https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2016.02.007

Gottman, J. & De Claire, J. (2001). Intelligenza emotiva per un figlio. Bologna: Rizzoli.

Malaguti E. (2005). Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi. Edizioni  Erickson, Trento

Mancini F., Romano G. (2010), Introduzione alla Psicopatologia dello sviluppo. Il ruolo dei fattori di rischio, dei fattori di protezione e dei meccanismi di mantenimento. In: C. Perdighe, F. Mancini. (a cura di), Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Roma, Fioriti Editore (II edizione), 255-280.

Smorti M, (2016), Rapporti tra pari sui banchi di scuola. Come promuovere la competenza sociale. in Smorti, M., Tschiesner, R., Farneti, A. (a cura di). Psicologia per la buona scuola, 121-148.

Foto di Arthur Krijgsman da Pexels

Rischio suicidario e pandemia globale

di Marco Saettoni e Silvia Timitilli

Il distanziamento fisico equivale al distanziamento sociale?

Per contenere e prevenire la diffusione del virus Covid-19, sono state messe in atto azioni di sanità pubblica senza precedenti. Se da una parte si spera che tali interventi siano utili nel fronteggiare questa emergenza, dall’altra si teme per le ricadute sul futuro: uno degli ambiti più colpiti sarà l’economia, ma un rischio riguarderà anche il settore della salute mentale, con particolare riferimento al rischio suicidario.

Gli ultimi dati Istat indicano una diminuzione del suicidio in Italia: se nel 1995 sono stati registrati 8,1 casi ogni 100.000 abitanti, dieci anni dopo, nel 2015, la media si è abbassata a  6,5 casi, dato che colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con il minor tasso di suicidi. Il fenomeno interessa in misura prevalente gli uomini rispetto alle donne (77,9% contro il 22,1%) e le fasce di popolazione di età più elevata (dai 45 anni in su) con un basso livello di istruzione (14,8 %).

Dati più recenti provengono dagli Stati Uniti: nel 2017 il suicidio ha costituito la decima causa di morte e tra il 2006 e il 2015 si è assistito a un incremento dei tassi di incidenza del 10%, che ha interessato, in particolare, donne, adolescenti e adulti di età compresa tra i 65 e i 74 anni. L’incremento dei tassi di suicidio è risultato, inoltre, uno dei fattori che ha giocato un ruolo nella riduzione dell’aspettativa di vita media ed è proprio all’interno di questo contesto che l’emergenza Covid-19 ha colpito questo Paese.

Dinnanzi alla pandemia, appare dunque opportuno chiedersi quale possa essere l’impatto delle misure di contenimento e prevenzione del contagio sul rischio suicidario, un ambito in cui la ricerca ha sempre sottolineato l’importanza di approfondire la conoscenza dei fattori di rischio e protettivi, elementi centrali per implementare interventi di prevenzione efficaci.

I dati in letteratura sottolineano la centralità del contatto sociale come elemento chiave nella prevenzione del suicidio: le persone che presentano ideazione suicidaria sono soggetti che hanno una scarsa rete di supporto sociale e che, quando incrementa il rischio di attuazione del suicidio, tendono a isolarsi ulteriormente e a ridurre al minimo (fino a interrompere) qualunque tipo di relazione sociale. Le misure di distanziamento sociale possono quindi incrementare il rischio suicidario, riducendo le occasioni effettive di contatto, favorendo l’isolamento sociale e compromettendo, al contempo, la percezione della disponibilità al contatto anche laddove questo fosse possibile.

A causa delle restrizioni imposte dalle misure di contenimento, l’accesso ai servizi di salute mentale può apparire difficoltoso (appuntamenti annullati, notizie di reparti sovraffollati, importanti operazioni chirurgiche rimandate o annullate), veicolando una percezione di assenza di supporto professionale anche quando questo risulterebbe strettamente necessario.

Anche la potenziale ripercussione negativa della pandemia sul piano economico costituisce un ulteriore elemento di rischio: la ricerca evidenzia come le recessioni economiche siano generalmente associate a tassi di suicidio più elevati rispetto a periodi di relativa prosperità.

All’interno di questo quadro, quali sono gli interventi di prevenzione possibili?

Agire sulla percezione della disponibilità del contatto sociale appare un elemento chiave negli interventi di prevenzione, dal momento che il distanziamento fisico non equivale necessariamente a un distanziamento sociale. Utili, in tal senso, risulteranno gli interventi volti a mantenere e a promuovere il contatto con altri significativi tramite telefono o video, l’erogazione in via telematica dei servizi di salute mentale e il ricorso ad interventi evidence-based di prevenzione del suicidio progettati per essere gestiti in remoto, come brevi contatti telefonici e le cosiddette “Caring Letters”.

Foto di Markus Spiske da Pexels

Per approfondimenti:

Reger M.A., Stanley I.H., Joiner T.E. (2020). Suicide Mortality and Coronavirus Disease 2019 – A Perfect Storm? JAMA Psychiatry

Wang J., Summer S.A., Simon T.R., Crosby A.E., Annor F.B., Gaylor E., Xu L., Holland K.M. (2020). Trends in the Incidence and Lethality of Suicidal Acts in the United States, 2006 to 2015. JAMA Psychiatry

E fattela ’na risata!

di Benedetto Astiaso Garcia

“Se non potessimo ridere, diventeremmo tutti pazzi” Robert Frost
L‘utilizzo dell’ironia in psicoterapia

La psicoterapia è una cosa seria: è proprio per questo che l’ironia gioca un ruolo importante al suo interno. Freccia nella faretra del terapeuta, essa incarna uno “scottante” strumento non sempre facile da utilizzare in termini di timing, frequenza e propensione innata al suo impiego. Promuovere una comunicazione che possa anche essere ironica, ovviamente all’interno di un contesto sicuro, significa ridurre la tensione e generare un abbassamento delle emozioni negative, utile qualora esse non siano eccessivamente attivate nel paziente. Tale atteggiamento, al fine di ottenere un’orientata efficacia, deve essere il riflesso di una indispensabile disposizione dell’animo del paziente e della figura curante, entrambi tacitamente disposti a danzare insieme sui carboni ardenti.

Come un pattinatore su un ghiaccio sottilissimo, lo psicoterapeuta utilizza l’umorismo in maniera strategica, rappresentandosi mentalmente uno scopo e un effetto, chiari e definiti, sottostanti l’approccio comunicativo stesso. L’ironia prende in contropiede la vita e favorisce l’autoriflessività. Decatastrofizzando lo scenario mentale, porta luce negli angoli più bui dell’essere, rinfrescando una torrida percezione della realtà e alleggerendo il pesante zaino di uno stanco viandante.
Forma evoluta dell’intelligenza e peculiarità della specie umana, l’autoironia non elude, ovviamente, la sofferenza, permette invece di guardarla da più lontano: non modifica l’esperienza ma offre la possibilità di mutare interpretazione e significato della stessa, rielaborando il vissuto emotivo e facendo crollare, come un castello di carte, l’autocriticismo.

Sviluppare un senso di autoironia, pertanto, è segno di attenzione e tenerezza verso se stessi, dal momento che conferisce all’individuo la possibilità di entrare maggiormente nella verità: insight ed egodistonia rispetto al proprio malessere, infatti, rompono la tensione tra ciò che la persona è e ciò che essa ritiene di dover essere, catapultandola nella sanità del reale.
Favorire la lettura della mente altrui, prendere distanza dalla propria condizione e generare nuovi significati sono solamente alcuni dei vantaggi che un atteggiamento benevolo verso se stessi può indurre. Essere autoironici, in altre parole, è un atto di fede che permette al paziente di tirarsi momentaneamente fuori dall’inferno in cui vive, ridimensionandone la connotazione disperata e tormentosa. È un salvifico strumento che permette di uscire dalle sabbie mobili di un condannante iper-razionalismo, un filo di Arianna per fuggire da un labirinto di specchi dove il cogito cartesiano, travestito da Minotauro, perseguita Teseo.  È il bacio sulla ferita del bambino, tanto utile quanto poco utilitaristico. Il tasto funzionante di un pianoforte rotto, la lacrima tenuta sulla punta del dito, l’eco del silenzio, il profumo dell’intimità, il sorriso di chi si è dissetato con le proprie lacrime.

Siamo realmente più forti quando riusciamo a sorridere delle nostre debolezze. L’ironia è, dunque, l’anticamera della libertà, specchio di un Io sano, termometro per consapevolizzare l’individuo dei propri limiti, strumento per spezzare la solitudine e la paura, asta per camminare sul filo della vita. Essa è, in fondo, l’immagine di un’anima, seppur triste, consapevole. D’altronde, parafrasando le parole di Chopin, chi non è in grado di ridere di sé non è una persona seria. Non scegliamo di essere ironici, semplicemente a volte non abbiamo altra scelta.