di Martina Gemma (APC, Lecce)
curato da Barbara Basile (SPC e IAST)
Il Doppio Standard Sessuale (SDS) è quella norma sociale implicita secondo cui i comportamenti sessuali vengono giudicati in modo differente se messi in atto da un uomo o da una donna. Tradizionalmente, la società incoraggia o premia l’intraprendenza e la frequenza sessuale maschile (stud, stallone), giudicando negativamente la medesima condotta nelle donne (slut, donna di facili costumi). Questo fenomeno si associa a conseguenze concrete come: il gender gap nella ricerca del piacere e dell’orgasmo o la riluttanza femminile a richiedere l’uso del preservativo. Sebbene nelle società occidentali contemporanee si sia diffusa sempre di più una narrazione relativa all’uguaglianza di genere e alla libertà sessuale, la letteratura empirica precedente mostrava risultati frammentati. Da qui, un gruppo di ricercatori olandesi (Endendijk et al., 2020) ha condotto un’imponente meta-analisi che ha analizzato 99 studi quantitativi per un totale di 123.343 partecipanti (con dati raccolti tra il 1960 e il 2019).
I risultati confermano in modo inequivocabile che il doppio standard sessuale continua a esistere, sebbene le sue modalità di manifestazione siano oggi più sottili e complesse. Il primo grande merito della meta-analisi è infatti quello aver chiarito perché gli studi del passato fornivano risultati spesso contraddittori: il modo in cui si fa la domanda cambia la risposta. In particolare, è emerso che nei test in cui si chiede direttamente il grado di accordo con affermazioni esplicite, le persone tendono a dichiararsi egualitarie a causa dell’effetto della desiderabilità sociale. La desiderabilità sociale è infatti la tendenza delle persone ad alterare le proprie risposte o i propri comportamenti durante un test o un’intervista per apparire migliori agli occhi altrui e conformarsi alle norme sociali condivise. Invece, negli studi in cui i partecipanti dovevano giudicare scenari/vignette ipotetiche o esprimere aspettative sul comportamento di un uomo o di una donna, l’attività sessuale frequente o precoce è valutata più positivamente negli uomini, mentre la passività e la moderazione sono apprezzate di più nelle donne, manifestando un pregiudizio più esplicito. In sostanza: la libertà sessuale femminile viene giudicata con maggiore severità morale ed è soggetta a stigma sociale (slut-shaming).
La meta-analisi ha inoltre analizzato diverse variabili moderatrici per capire cosa accentui o riduca il doppio standard. In particolare, è emerso che il SDS non si applica a tutte le condotte allo stesso modo. Infatti, è risultato essere maggiormente rilevato nella valutazione delle vittime di coercizione sessuale (dove le ragazze subiscono una colpevolizzazione e una condanna sociale maggiori rispetto ai ragazzi), nel sesso occasionale e nell’esordio sessuale precoce (sotto i 16 anni). Una minima presenza o assenza di SDS è stata invece rilevata in riferimento al sesso all’interno di una relazione affettiva o di fidanzamento. Allo stesso modo, non si notano differenze significative di giudizio per l’infedeltà di coppia o per gli autori di violenza (entrambi giudicati negativamente a prescindere dal genere). Inoltre, contrariamente a quanto ipotizzato, uomini e donne giudicano i doppi standard in modo pressoché identico.
Il SDS risulta nettamente più marcato quando si rilevano gli stereotipi (ciò che le persone credono la società si aspetti dai due generi) rispetto agli atteggiamenti personali (il giudizio morale individuale). Le persone, in sintesi, riconoscono che la società applica due pesi e due misure, anche quando sostengono di non farlo a livello privato.
La ricerca ha inoltre messo a confronto due principali cornici teoriche. La Teoria Evoluzionistica
(Buss & Schmitt, 1993; Trivers, 1972) si basa sui concetti di investimento genitoriale e successo riproduttivo. Poiché le donne investono biologicamente di più nella prole (per gravidanza e allattamento), tenderebbero a essere più selettive; gli uomini trarrebbero invece un vantaggio evolutivo dalla promiscuità. Questa teoria, quindi, spiega perché il SDS sia ancora particolarmente rilevato su argomenti come il sesso occasionale e la sessualità precoce, resistendo al passare dei decenni. La Teoria Biosociale (Wood & Eagly, 2002, 2012), invece, sostiene che il SDS potrebbe derivare dalla divisione patriarcale dei ruoli di genere (uomo dominante vs donna sottomessa) e dalle disparità di potere nella società. Ciò spiega perché il SDS varia in base al livello di uguaglianza di genere del paese ed è particolarmente asimmetrico in contesti di coercizione e potere. I risultati della meta-analisi dimostrano che nessuna delle due teorie, presa singolarmente, è sufficiente a spiegare il fenomeno. Il funzionamento del doppio standard sessuale è meglio spiegato da un modello ibrido: le inclinazioni evolutive legate alla riproduzione interagiscono costantemente con le strutture sociali, i ruoli di genere e il grado di emancipazione culturale di una determinata società.
Nonostante l’ampiezza del campione, gli autori della metanalisi hanno evidenziato alcune criticità da superare nelle ricerche future. Innanzitutto, la maggioranza degli studi esistenti si basa su studenti universitari occidentali, giovani e di etnia caucasica. Di conseguenza, sarebbe interessante estendere il campione di studio anche a persone di età e provenienza diversa. È necessario anche incrementare l’uso di misurazioni neuropsicologiche e basate sui tempi di reazione per studiare le cognizioni non consapevoli.
In conclusione, il doppio standard sessuale non è un ricordo del passato. Infatti, gli stereotipi di genere tradizionali continuano a operare sotto la superficie e in modo implicito, influenzando in modo sottile ma concreto i giudizi morali e le aspettative sociali sulla sessualità maschile e femminile. In ambito clinico e psicoterapeutico, in special modo all’interno della cornice cognitivo-comportamentale, questi dati sottolineano l’importanza di esplorare l’impatto degli schemi di genere interiorizzati: nelle donne, questi stereotipi alimentano vissuti di vergogna e colpa e possono contribuire a problematiche a livello sessuale o ad ansia relazionale, mentre negli uomini la pressione verso l’iper-sessualità può ostacolare l’intimità emotiva e favorire credenze disfunzionali legate alla prestazione. In conclusione, la meta-analisi di Endendijk e colleghi dimostra come il doppio standard sessuale non sia un retaggio del passato, ma una norma sociale ancora operante che influisce in modo tangibile sul benessere psicologico e sulla vita relazionale degli individui. Per la pratica clinica e la ricerca futura, ciò evidenzia la necessità di guardare oltre le dichiarazioni esplicite sull’uguaglianza di genere e di integrare nel lavoro terapeutico la decostruzione dei bias, al fine di promuovere una società basata su un’effettiva equità valutativa e sul rispetto dell’autonomia individuale, su valori egualitari condivisi e sulla flessibilità dei ruoli di genere, oltre che sul riconoscimento della pari dignità e libertà nelle scelte affettive e sessuali di ogni individuo.
Bibliografia
Endendijk, J. J., van Baar, A. L., & Deković, M. (2020). He is a stud, she is a slut! A meta-analysis on the continued existence of sexual double standards. Personality and Social Psychology Review, 24(2), 163–190. https://doi.org/10.1177/1088868319891310
Buss, D.M., Schmitt, D.P. (1993). Sexual strategies theory: An evolutionary perspective on human mating. Psychological Review, 100, 204–232. https://doi.org/10.1037/0033295X.100.2.204
Trivers, R. L. (1972). Parental investment and sexual selection. In B. Campbell (Ed.), Sexual selection and the descent of man. 1871-1971 (pp. 136–207). Aldine de Gruyter.
Wood, W., & Eagly, A. H. (2002). A cross-cultural analysis of the behavior of women and men: Implications for the origins of sex differences. Psychological Bulletin, 128, 699–727. https://doi.org/10.1037/0033-2909.128.5.699
Wood, W., & Eagly, A. H. (2012). Biosocial construction of sex differences and similarities in behavior. In J. M. Olson & M. P. Zanna (Eds.), Advances in experimental social psychology (Vol. 46, pp. 55–123). Academic Press.
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