commento a cura di Francesco Mancini
Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) non riguarda soltanto chi ne soffre, ma coinvolge profondamente anche partner, genitori, figli e altre persone vicine. Le attività quotidiane possono trasformarsi in procedure lunghe e faticose, scandite da controlli, lavaggi, ripetizioni e continue richieste di rassicurazione.
Un familiare può essere costretto a cambiarsi d’abito ogni volta che rientra in casa, per evitare una presunta contaminazione. Un altro deve attendere ore prima di poter utilizzare il bagno, occupato da rituali di pulizia. Altri ancora vengono continuamente interrogati sulla sicurezza di un gesto compiuto o sulla possibilità che si sia verificato un evento dannoso.
Queste situazioni generano inevitabilmente tensioni. Il familiare vorrebbe aiutare, rassicurare, riportare tranquillità. Ma spesso scopre che ogni rassicurazione funziona soltanto per pochi minuti, prima che il dubbio ritorni, talvolta ancora più insistente.
È a questa realtà che si rivolge il volume Vivere accanto a chi soffre di DOC, di Michael Rufer e Susanne Fricke, due specialisti con una lunga esperienza nella psicoterapia dei disturbi ossessivo-compulsivi.
La terza edizione tedesca, pubblicata nel 2023, aggiorna un’opera apparsa originariamente nel 2009. L’edizione italiana è accompagnata da una prefazione di Angelo Saliani e Francesco Mancini, della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma, che approfondisce i meccanismi psicologici e interpersonali del DOC.
Perché le rassicurazioni non bastano
Uno degli aspetti più difficili da comprendere è la persistenza di comportamenti che la stessa persona interessata può riconoscere come eccessivi o irragionevoli.
Perché continuare a controllare una porta già chiusa? Perché lavarsi ripetutamente le mani? Perché chiedere ancora una conferma dopo averne ricevute molte altre?
La risposta non può essere ricondotta a una mancanza di volontà.
Il DOC è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi intrusivi che provocano disagio e da comportamenti, anche mentali, messi in atto per neutralizzarlo. Le compulsioni offrono un sollievo immediato, ma temporaneo. Il dubbio ritorna e con esso la necessità di ripetere il rituale.
Quando il familiare risponde continuamente alle richieste di rassicurazione, può inserirsi involontariamente nello stesso meccanismo.
Immaginiamo una persona tormentata dal timore di avere lasciato aperto il gas. Chiede al partner di verificare il fornello. Il partner controlla e conferma che è tutto spento. Per qualche minuto l’ansia diminuisce, ma presto compare un nuovo dubbio: il controllo sarà stato abbastanza accurato?
La richiesta viene ripetuta.
È questo uno dei paradossi centrali del DOC: le strategie adottate per ridurre l’ansia possono contribuire a mantenerla nel tempo.
Il coinvolgimento dei familiari nei rituali e negli evitamenti viene definito accomodamento familiare. Si tratta di un comportamento comprensibile, motivato dall’affetto, ma che può ostacolare il cambiamento terapeutico.
Il timore della colpa e la ricerca della certezza
La prefazione italiana di Saliani e Mancini approfondisce un elemento fondamentale della psicopatologia ossessiva: il rapporto tra responsabilità, colpa e necessità di prevenire eventi negativi.
Secondo questa prospettiva cognitiva, in molte manifestazioni del DOC il problema centrale non consiste semplicemente nella paura che accada qualcosa di terribile, ma nel timore di esserne responsabili per non aver fatto tutto il possibile per impedirlo.
Gli autori richiamano il concetto di colpa deontologica, ossia il timore di avere trasgredito un principio morale percepito come inderogabile.
La persona ossessiva può sentirsi obbligata a controllare, prevenire e verificare, non soltanto per evitare un danno, ma soprattutto per non doversi rimproverare di essere stata negligente.
Nessun controllo, tuttavia, può garantire una sicurezza assoluta. Rimane sempre una possibilità, per quanto remota, di avere trascurato qualcosa. La ricerca di certezza rischia così di diventare interminabile.
Anche il familiare può ritrovarsi intrappolato in questo meccanismo. Inizialmente cerca di rassicurare. Quando le rassicurazioni falliscono, può sentirsi impotente o esasperato e passare dalla disponibilità alla critica.
Il paziente, sentendosi responsabile anche della sofferenza dei propri cari, può sperimentare ulteriori sentimenti di colpa e intensificare la ricerca di rassicurazioni.
Si crea così un circolo vizioso nel quale il DOC finisce per condizionare non soltanto il comportamento individuale, ma anche le relazioni familiari.
Aiutare senza assecondare il disturbo
Uno dei meriti principali del libro di Rufer e Fricke consiste nel tradurre le conoscenze cliniche in indicazioni utilizzabili nella vita quotidiana.
Gli autori invitano i familiari a distinguere tra il sostegno offerto alla persona e la collaborazione involontaria con il disturbo.
Non assecondare una compulsione non significa abbandonare chi soffre. Significa evitare di rafforzare comportamenti che producono sollievo immediato, ma mantengono il problema.
Un familiare può imparare a non eseguire rituali al posto del paziente, a ridurre gradualmente la propria partecipazione ai controlli e a non rispondere ripetutamente alle richieste di rassicurazione.
Questo cambiamento richiede però sensibilità. Non sarebbe utile trasformare il rifiuto delle compulsioni in un atteggiamento punitivo. È preferibile concordare obiettivi realistici e procedere per gradi, possibilmente con il sostegno di un terapeuta esperto.
Il familiare può riconoscere la sofferenza del proprio caro senza confermare la necessità del rituale, incoraggiandolo a tollerare il dubbio e a rinunciare alla ricerca di una sicurezza impossibile.
Il cambiamento più importante riguarda l’alleanza: non più il familiare contro il paziente, ma entrambi contro i meccanismi del DOC.
La terapia e il ruolo dei familiari
La guida dedica ampio spazio alla terapia cognitivo-comportamentale, in particolare all’esposizione con prevenzione della risposta.
Attraverso questo intervento, il paziente affronta gradualmente le situazioni temute, rinunciando ai comportamenti compulsivi abituali.
L’obiettivo non è dimostrare che ogni rischio sia inesistente, ma imparare a convivere con una quota di incertezza senza ricorrere continuamente ai rituali.
I familiari possono sostenere la motivazione, incoraggiare gli esercizi concordati con il terapeuta e riconoscere i progressi, senza assumere impropriamente il ruolo di terapeuti.
La terza edizione considera inoltre gli sviluppi terapeutici più recenti, dagli approcci basati sulla mindfulness ai trattamenti farmacologici e agli interventi specialistici per i casi particolarmente gravi. Una novità significativa è rappresentata dal capitolo dedicato ai genitori di bambini con DOC.
Anche chi aiuta ha bisogno di aiuto
Un aspetto particolarmente importante della guida è l’attenzione alla qualità della vita dei familiari.
Vivere accanto a una persona con DOC può comportare una progressiva riduzione della propria libertà. Si rinuncia a invitare amici, a organizzare attività o a mantenere abitudini quotidiane.
Rufer e Fricke ricordano che anche i familiari hanno diritto a conservare interessi, relazioni e spazi personali.
Proteggere il proprio equilibrio psicologico non rappresenta una forma di egoismo, ma una condizione importante per continuare a offrire un sostegno efficace.
Una nuova alleanza contro il DOC
Il valore di Vivere accanto a chi soffre di DOC risiede nella capacità di rivolgersi a persone che non presentano direttamente il disturbo, ma ne sperimentano quotidianamente le conseguenze.
Il libro aiuta a riconoscere quei comportamenti che, pur nati dal desiderio di proteggere una persona cara, possono ostacolarne il miglioramento.
La prefazione di Saliani e Mancini arricchisce questa prospettiva, mettendo in evidenza il ruolo della colpa, dell’autocritica e della ricerca di rassicurazioni definitive.
Ne emerge una considerazione clinica e umana fondamentale: per aiutare una persona con DOC non è necessario convincerla che non correrà mai alcun rischio, ma accompagnarla nell’apprendimento di un modo diverso di affrontare l’incertezza.
Il sostegno più utile non consiste sempre nel rassicurare, ma nel rendere possibile una maggiore libertà dal bisogno di essere continuamente rassicurati.
È questa la lezione più importante che il volume di Rufer e Fricke consegna ai familiari e ai professionisti che li accompagnano.
Riferimento bibliografico
Rufer, M., & Fricke, S. (2023). Der Zwang in meiner Nähe. Rat und Hilfe für Angehörige von zwangskranken Menschen. 3ª edizione riveduta. Berna: Hogrefe Verlag.



