Alessitimia in bambini con e senza Disturbi dello Spettro Autistico

di Ilaria Zaffina
curato da Elena Bilotta

“Alessitimia” è un termine che deriva dal greco e nella sua traduzione letterale corrisponde a “senza parole per l’emozione”. Essere alessimitici vuol dire avere difficoltà nell’identificare e nel descrivere le proprie emozioni, a distinguerle da sensazioni somatiche, insieme a una tendenza a focalizzare il proprio pensiero su eventi esterni. L’alessitimia è conosciuta per essere molto diffusa negli adulti con Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) rispetto alla popolazione adulta con sviluppo tipico (ST). Poco invece si conosce sull’incidenza dell’alessitimia tra i bambini con DSA. Lo studio di Griffin e collaboratori del 2015 è il primo ad occuparsi di questa tematica. Nello studio sono stati esaminati 25 bambini (23 M, 2 F) con diagnosi di DSA e/o sindrome di Asperger, di età compresa tra gli 8 e i 13 anni e un gruppo di controllo, 32 bambini (ST) (15 M, 17 F; età 8-12 aa). Uno dei limiti di questo lavoro è riferibile alle dimensioni del campione, mentre uno dei vantaggi è l’utilizzo di valutazioni raccolte da osservatori in relazione con i partecipanti (come i genitori), oltre a quelle dei bambini. Ai partecipanti è stato somministrato il Children’s Alexithymia Questionnaire-Self Report (CAQ-SR), ai genitori il Children’s Alexithymia Measure – Parent Measure (CAM-PR). L’intelligenza è stata valutata con la Wechsler Abbreviated Scale of Intelligence (WASI). Per valutare la gravità dei sintomi sono stati progettati e somministrati l’Autism Spectrum Quotient (ASQ-Child) e la Social Responsiveness Scale (SRS-2), che non sono strumenti diagnostici ma questionari che misurano quantitativamente tratti autistici e comportamento sociale associato a DSA. L’alessitimia si riferisce a uno specifico deficit nell’elaborazione auto-referenziale delle emozioni, in particolare l’auto-conoscenza e l’elaborazione metacognitiva. È noto che alcuni bambini con DSA possono avere notevoli difficoltà nel dominio auto-referenziale delle emozioni, questo potrebbe tradursi in una mancanza di accuratezza nei questionari self-report e l’inclusione di un altro informatore consente di effettuare inferenze più accurate. In questo studio l’alessitimia è risultata elevata sia nelle auto-valutazioni che in quelle dei genitori, tuttavia non c’è correlazione tra le due misure. Sono possibili due spiegazioni: genitori e bambini potrebbero utilizzare diverse fonti d’informazione per fare tali valutazioni; un sottoinsieme di bambini DSA potrebbe non essere così accurato nelle valutazioni a causa di difficoltà cognitive nell’auto-conoscenza e/o nell’auto-referenzialità. Questo risultato conferma i dubbi sull’accuratezza dei questionari self-report nei bambini con DSA e alessitimia. Inoltre ogni inferenza individuale deve tener conto sia dei report di sé che dei genitori. Per rilevare differenze individuali nelle capacità cognitive auto-referenziali è stato utilizzato l’indice di discrepanza sé-altro. Gli individui con una diagnosi più grave si troverebbero tra gli individui che fanno auto-valutazioni più basse rispetto a quelle dei loro genitori. Questo concorda con l’ipotesi che le capacità cognitive autoreferenziali siano facilitanti di molte altre abilità socio-comunicative, compromesse nei DSA. Come ipotizzato, le valutazioni dei genitori sono risultate più elevate soprattutto negli individui con DSA con più alti livelli di tratti autistici e questo sarebbe riferibile a un’alterata lettura dei propri stati mentali. Ci sarebbe, dunque, una correlazione negativa tra l’indice di discrepanza sé-altro, la valutazione dell’alessitimia e i tratti autistici specifici dei DSA. Questi risultati mostrano che in futuro sarebbe importante esaminare i rapporti tra le misure dell’alessitimia e quali specifici comportamenti potrebbero discriminare le persone con DSA con alessitimia dai DSA senza alessitimia. Se l’alessitimia guida molti dei disturbi osservati nel campo dell’elaborazione delle emozioni nei DSA, allora vi sono importanti ragioni cliniche per valutare questo aspetto. Approfondirne la conoscenza potrebbe essere di fondamentale importanza clinica per i pazienti, consentendo trattamenti più appropriati e personalizzati.
Per approfondimenti:
Griffin C., Lombardo M.V., and Auyeung B. (2015). Alexithymia in Children With and Without Autism Spectrum Disorders, Autism Research.

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