Il cervello si adatta alla disonestà

di Rossana Otera
a cura di Maurizio Brasini

È esperienza comune che le persone confessino di essersi confrontate in passato con decisioni per cui avevano scelto di essere disoneste, seppur per azioni di poco conto, come viaggiare sull’autobus senza biglietto o dire piccole bugie nelle relazioni interpersonali. Il rischio è che gradualmente si allentino le remore che ci trattengono dall’agire fuori dalle regole socialmente condivise e così, quelle che in un primo momento possono sembrare piccole deviazioni dalla norma, finiscono per essere accettate anche quando portano a conseguenze più gravi, in una sorta di assuefazione alla corruzione morale. Questo comportamento è stato spiegato scientificamente, grazie a una ricerca condotta da un gruppo di studiosi di Londra, che hanno analizzato le basi neuroanatomiche dell’agire disonesto e forniscono specifiche indicazioni per anticiparlo.
Abitualmente, quando agiamo in maniera disonesta per trarne un vantaggio personale, percepiamo una situazione di disagio, causata da specifici segnali fisiologici e chimici, che accompagnano l’arousal neurovegetativo, provenienti dall’amigdala, il centro emotivo del sistema nervoso.
Un’evidenza emersa dalla ricerca dimostra come però, al ripetersi di azioni disoneste, l’amigdala gradualmente blocchi i recettori chimici che causano il disagio, per cui è come se si adattasse ai comportamenti che normalmente indurrebbero una reazione di avversione.
Nel disegno sperimentale sono state create, in maniera artificiosa, le condizioni per cui i partecipanti potessero compiere azioni disoneste, senza doverlo dichiarare esplicitamente. La prova richiedeva ai soggetti di fornire una stima a un secondo partecipante, complice degli sperimentatori, di quante monetine fossero contenute in un vaso e, in base alla correttezza della risposta, avrebbero ricevuto un compenso. I soggetti sperimentali venivano posti in condizione di poter indurre in errore l’altro partecipante; in un caso, l’inganno sarebbe andato a loro vantaggio, in un altro avrebbe favorito il complice.
Aumentando le trasgressioni perpetrate dai soggetti, si è riscontrata con la risonanza magnetica funzionale, una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue a livello dell’amigdala, segno di un adattamento alla condotta sleale; sulla base del livello di disonestà agita, i ricercatori erano in grado di prevedere l’entità della trasgressione nelle prove successive.
Un’altra evidenza significativa è che la disonestà andava incontro a un’escalation solo quando era “self-serving”, a proprio beneficio, rispetto a quando ne avrebbe tratto vantaggio l’altra parte, o rispetto alla condizione in cui ne sarebbe derivato un danno personale.
Quindi non è sufficiente che si ripeta un atto disonesto perché questo di per sé aumenti nel tempo, bensì è necessario che l’azione disonesta causi un vantaggio personale e non a terzi.
È da precisare che, nei contesti reali, altre variabili giocano un ruolo rilevante nel ricorso alle azioni disoneste, come la presenza di feedback esterni, di premi/punizioni e dell’opportunità di agire disonestamente, ma occorre considerare soprattutto la motivazione sottesa all’atto disonesto, ovvero gli scopi dell’agente e l’utilità percepita dell’illecito.
L’escalation documentata in questa ricerca potrebbe preoccupare, in quanto prospetta la possibilità che, a partire da piccole menzogne, si possa arrivare con relativa facilità ad assumere comportamenti esponenzialmente rischiosi se non, addirittura, criminosi.
Questo studio, dunque, solleva riflessioni sulle responsabilità delle diverse istituzioni educative e politiche perché concepiscano sistemi deterrenti, che impediscano e anticipino il graduale coinvolgimento in azioni disoneste da parte degli agenti sociali.

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