L’applicabilità della Schema Therapy al di là dei Disturbi di Personalità

di Roberta Trincas

Recentemente ho partecipato ad un workshop condotto dal Dott. Jeffrey Young sulla Schema Therapy (ST).

Originariamente la ST è stata sviluppata allo scopo di trattare le difficoltà emotive e interpersonali che si riscontrano nei Disturbi di Personalità, in particolare nel Disturbo Borderline attraverso l’approccio sui Mode, ma attualmente il campo di applicazione è stato ampliato anche ai Distrurbi di Asse I (Riso, Du Toit, Stein e Young, 2011), come i Disturbi Alimentari e i Disturbi dell’Umore. A tal proposito, vorrei soffermarmi su quest’ultimo punto considerando che, nonostante gli studi sull’efficacia di tale trattamento siano ancora in via di sviluppo (Giesen-Bloo et al., 2006; Riso et al., 2007; Hawke e Provencher, 2011), tale approccio potrebbe risultare utile se integrato alla CBT proprio nei casi in cui quest’ultima non sembra essere sufficiente, spesso proprio perchè le difficoltà relazionali dei pazienti risultano essere di ostacolo alla relazione terapeutica stessa o alla compliance alla terapia. Vi sono, infatti, casi in cui l’eliminazione del sintomo attraverso tecniche esclusivamente cognitivo-comportamentali richiede in parallelo un intervento su problematiche interpersonali, in altre parole su quelli che noi definiamo cicli interpersonali.

Per esempio, secondo J. Young questi sono i casi in cui il paziente riferisce che “Razionalmente ha capito il suo problema e i comportamenti che lo mantengono ma emotivamente si sente bloccato perchè non riesce a modificare il suo comportamento”. Per questi casi, la ST prevede alcune strategie focalizzate sul “cambiamento emotivo”, che consentono l’espressione delle emozioni, della sofferenza e dei bisogni emotivi collegati con gli schemi maladattivi, allo scopo di far si che i pazienti sperimentino rapporti interpersonali più sani all’interno della relazione terapeutica. Questi esercizi emotivi vengono fatti attraverso l’Imagery, i dialoghi e il role playing, attraverso cui si stimola il paziente ad esprimere le sue emozioni. Inoltre, attraverso l’osservazione della Relazione Terapeutica, si aiuta il paziente a identificare e modificare le risposte di coping maladattive che possono attivarsi in terapia e mantenere lo schema, e a collegarle con situazioni fuori dalla terapia.

Questo potrebbe essere considerato uno degli aspetti più utili della ST e integrabile ad altre forme di trattamento, come la CBT. Mentre, alcune delle strategie terapeutiche della ST sono già utilizzate da altri approcci: le tecniche cognitive come la riattribuzione verbale, la tecnica della doppia sedia ripresa dalla Gestalt, l’Imagery with rescripting già ampiamente utilizzata dal Trattamento Cognitivo allo scopo di identificare le credenze e la loro origine, e di modificarle (per es. Wells, 1999).

Invece, l’originalità della ST può essere sintetizzata nei seguenti punti: utilizzando Imagery e role playing ha lo scopo di attuare il cambiamento attraverso l’espressione emotiva dei bisogni, il cambiamento, quindi, è di tipo emotivo e non cognitivo; consente di lavorare su problematiche relazionali, e quindi sui cicli interpersonali che spesso sono considerati come fattori di manteniento del problema del paziente; è utilizzabile in casi in cui la terapia cognitivo-comportamentale non è sufficiente o non funziona (per es. quando eliminare il sintomo non è sufficiente, quando le problematiche relazionali ostacolano il raggiungimento degli obiettivi terapeutici, quando non si osservano sintomi specifici, come nei Disturbi di Personalità); prevede tecniche specifiche per problematiche emotive e relazionali individuabili anche in pazienti con Disturbi di Asse I.

Riferimenti bibliografici

Giesen-Bloo et al. (2006). Randomized trial of schema-focused therapy vs transference-focused psychotherapy. Archives of General Psychiatry, 63, 649-658.

Hawke, L.D. e Provencher, M.D. (2011). Schema Theory and Schema Therapy in Mood and Anxiety Disorders: A Review. Journal of Cognitive Psychotherapy. 25, 257-276.

Riso, L.P, Du Toit, P.L, Blandino, J.A., Penna, S., Dacey, S., Duin, J.S., Pacoe, E.M., Grant, M.M. e Ulmer, C.S. (2003). Cognitive aspect of chronic depression. Journal of Abnormal Psychology, 112, 72-80.

Riso, L.P, Du Toit, P.L, Stein, D.J. e Young, J.E. (2011). Schemi cognitivi e credenze di base. Schema Therapy e Terapia Cognitiva nel trattamento dei Disturbi di Asse I. Eclipsi, Firenze.

Wells, A. (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. McGraw-Hill.

3 risposte a “L’applicabilità della Schema Therapy al di là dei Disturbi di Personalità”

  1. Ero presente anch’io a Roma e la sensazione che ne ho ricavato io è che l’applicazione della Schema Therapy per il disturbo border sia limitata a coloro che hanno un buon funzionamento metacognitivo, altrimenti avrebbero difficoltà a dialogare con i propri modes sin dalle prime sedute, e senza problematiche all’interno dell’area dell’impulsività. L’atteggiamento accudente di un terapeuta della Schema Therapy può attivare sin dall’inizio il sistema dell’attaccamento di un paziente border, aspetto estremamente doloroso per loro, senza che, a differenza ad esempio della Linehan, lo si aiuti ad insegnargli tecniche funzionali a regolare quel tipo di emozioni.

  2. Caro Luca, sono d’accordo con la tua osservazione, che in effetti solleva uno dei diversi “punti deboli” della Schema Therapy, in particolare nell’approccio con i l Disturbo Borderline. Questo aspetto riguarda, infatti tutte quelle caratteristiche legate all’atteggiamento del terapeuta che non si riferiscono a tecniche specifiche, come quelle che ho sintetizzato precedentemente, nè ad un protocollo di intervento. Piuttosto, Young promuove un atteggiamento empatizzante, caloroso, “così come farebbe un adulto sano per un bambino o un amico”, atteggiamento che sembra essere guidato solo ed esclusivamente dal “buon senso”. In questo modo, però, non tiene conto di un intervento efficace (evidence based) e ad hoc per il funzionamento specifico del Disturbo.

  3. Ciao Roberta!
    mi torna la tua risposta, infatti forse il problema di base è che sia fondamentalmente una terapia nata dalla clinica. Funziona perché funziona, verrebbe da dire! L’atteggiamento del terapeuta rimane per me un grave rischio soprattutto quando sottoponi il paziente alla tecnica immaginativa, di per sè una tecnica molto interessante, nelle primissime sedute; in fase di assessmant quando non hai lavorato su alcun aspetto relazionale e di regolazione emotiva! Lì non capisco e forse come detto l’unica soluzione che mi so dare è che il border a cui può servire è senza aggressività; come infatti erano i pazienti dei suoi video mostrati a Roma!

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