Il terapeuta faber dell’ACT

di Viviana Balestrini

Immagina di essere seduto alla scrivania del tuo studio di psicoterapia. Sono quasi le 17 e stai ultimando di preparare del materiale per il prossimo paziente. Fuori piove delicatamente e il traffico romano si fa sentire, fortuna ci sono i doppi vetri. Squilla il telefono interno e vai ad accogliere in sala d’attesa il nuovo paziente. Vi presentate e iniziate a scambiarvi le prime informazioni, discutete del problema e raccogli qualche dato anamnestico. Poi, come l’Ordine professionale ti impone, devi ottenere dal paziente il consenso informato. Chiedi se conosce qualcosa dell’approccio che utilizzi. Alle sue parole incerte e confuse rispondi fornendo una succinta descrizione del modello, quindi gli proponi di prendere un libro che si trova a portata di mano sulla scrivania.

Non chiedi di aprire il libro ad una data pagina, ma inviti il paziente ad immaginare che il libro rappresenta i pensieri, le emozioni e le situazioni difficili contro cui sta lottando e probabilmente ha lottato per anni. Il libro costituisce in questo momento le preoccupazioni e le paure che cerca di togliersi e che lo hanno portato a venire da te. A quel punto chiedi al paziente se ti puoi avvicinare a lui, lo inviti a mettere le mani su un lato del libro e tu fai altrettanto sull’altro lato. Quindi gli chiedi di spingere, e tu contrasti la spinta. Gli ricordi che il libro rappresenta i pensieri e le emozioni che lui non tollera, che definisce negativi e che vuole allontanare. Allora lui spinge con maggior vigore. Durante la tenzone, che si mantiene piuttosto sostenuta, descrivi ciò che accade: “Stai iniziando a sudare, sei rosso in viso. Stai lottando con tutte le tue forze. Come ti senti?”, “Bene, ma un po’ stanco”. Tu non molli e mostrando comprensione gli fai notare che è ingaggiato in quest’impresa solo da qualche minuto, allora aggiungi: “Pensa farlo per una vita! Non è forse quello che hai fatto per anni?”. “Sì”, replica il paziente affaticato. Prosegui: “Hai continuato per anni a respingere la tua ansia, le tue preoccupazioni. Sei riuscito a sconfiggerli? Ti è stato utile per vivere meglio?”. Il paziente, preso dalla spinta, serra le labbra e scuote la testa. Entrambi siete provati e tu seguiti: “Forse qualche volta sei riuscito a tenere le emozioni un po’ a distanza, come quando eviti di recarti al lavoro per non sentirti pressato oppure quando prendi quelle pillole magiche, ma a che prezzo tutto ciò?”. Ancora riprendi: “Vedi quante energie stai impiegando ora?”. “Abbastanza”. “Se ti chiedessi di progettare le vacanze, di lavare l’auto, di aiutare tuo figlio nei compiti, ci riusciresti?”.”No! Impossibile!”. “Com’è conversare con me, mentre respingi il libro?”. “Difficile, ti seguo, ma fatico parecchio”. “Com’è questa fatica?” aggiungi, e il paziente ribatte: ”E’ come… come remare controcorrente!”. Allentando la presa soggiungi: “Ok, fermiamoci. Proviamo a fare qualcos’altro”.

Dopo esservi ripresi entrambi dallo sforzo fisico, chiedi al paziente di poggiare il libro/ansia & Co. in grembo e di permettergli di stare lì. “Come stai con il libro sulle ginocchia?”. “Beh, decisamente meno affaticato!”. “Potresti fare qualcosa per te adesso, come riuscire a parlare con tuo figlio o telefonare al commercialista?”. “Direi di sì”. “Com’è la tua relazione con me rispetto a prima?”. “Sono più concentrato, posso parlarti e guardarti se lo voglio…” e poi aggiunge subito “Certo che preferirei non averlo proprio il libro!!!”. Allora tu, in modo rispettoso e compassionevole, replichi: “Capisco, chi è che non vorrebbe disfarsi di quel fardello? È faticoso, anzi, doloroso. Quello che ti chiedo è di prendere in considerazione un’osservazione molto importante: continuare a lottare contro la tua ansia & Co. ti ha fatto stare meglio? Permettergli di avere uno spazio sulle tue ginocchia, senza lottare non ti sembra che abbia reso il libro un po’ più leggero?”. Il paziente sorride e annuisce. La seduta volge verso il termine.

Se durante la prima o le prime sedute con un paziente avete fatto questo, avete fatto ACT, ossia Acceptance and Commitment Therapy (Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999), una delle terapie di terza generazione che stanno penetrando più o meno prepotentemente negli studi dei terapeuti cognitivo-comportamentali e non solo. Uno dei principi fondamentali dell’ACT è “accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita” (Harris, 2011, p. 18). A ben vedere, nell’ACT sono addensati e rielaborati concetti e tecniche afferenti a discipline e correnti di pensiero diverse, ma se la filosofia dell’accettazione è di senechiana memoria (Barcaccia, 2007), l’approccio marcatamente esperienziale che l’ACT propone è innovativo. L’impiego sistematico di metafore, di esercizi mentali e comportamentali, la pratica della mindfulness, nonché l’uso costante della scoperta guidata, costituiscono il cuore dell’intervento, che possiamo definire a tutti gli effetti una terapia esperienziale.

Alla luce di ciò, può essere utile far permeare l’ACT nel modello CBT, ma non solo per saccheggiarne le tecniche creative reinscrivendole in un’altra cornice – come è accaduto con la Terapia della Gestalt, ma per coglierne lo spirito pratico e rinnovare in parte il nostro modo di stare e sperimentare con il paziente. Cosa che già facciamo per via dell’empirismo collaborativo e tutto il resto, ma forse si può fare di più!

Riferimenti bibliografici

Barcaccia, B. (2007). Aderire all’evento: attualità della proposta stoica di Seneca. Tesi in Filosofia. Università Roma Tre.

Harris, R. (2011). Fare ACT. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Franco Angeli.

Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (1999). Acceptance and commitment therapy: An experiential approach to behavior change. New York: Guilford Press.

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