Perché l'Imagery funziona? Alcune questioni…

di Roberta Trincas 

Le tecniche di immaginazione (imagery) sono uno strumento terapeutico attualmente molto utilizzato nella Terapia Cognitivo Comportamentale. L’uso dell’imagery deriva dalla terapia comportamentale, infatti è alla base di varie tecniche terapeutiche comportamentali come la sensibilizzazione, il rinforzo, l’estinzione, e il modellamento (Upper e Cantela, 1979). Tra i primi ad utilizzarla fu Wolpe (1958), che introdusse la tecnica di desensibilizzazione attraverso le immagini e, successivamente, Lang (1977) la utilizzò nel trattamento dell’ansia.
In un primo articolo sull’uso dell’imagery nella terapia cognitiva, Beck (1970) scrive: «Molti pazienti riferiscono che  le loro esperienze di fantasia sono pressoché identiche alle esperienze di situazioni reali». In particolare, Alford e Beck (1997) sostennero che l’imagery avrebbe due funzioni: attiva un’elaborazione metacognitiva (razionale), e viene impiegata clinicamente per comunicare con il sistema esperienziale (automatico). Un esponente chiave nell’uso dell’imagery è stata Judith Beck, la quale osservò che le immagini si manifestano spontaneamente nella terapia ma possono anche essere specificatamente indotte per scopi terapeutici. Judith Beck ha anche descritto i modi per far si che i pazienti immaginino di affrontare con successo le situazioni che trovano difficili. Anche Wells (1999) ha utilizzato l’imagery nel trattamento dei disturbi d’ansia, allo scopo di elicitare gli schemi sottostanti. Secondo l’autore, esplorare le sensazioni corporee e affettive legate alle immagini consente di determinare la natura di esperienze precoci di apprendimento che possono aver portato alla formazione di schemi disadattivi. Altri terapeuti, come Layden et al. (1993) e Hackmann e Holmes (2004), hanno utilizzato la rielaborazione attiva, attraverso l’imagery, di esperienze dolorose infantili e di altri vissuti traumatici. Infine, Young et al. (2003) sottolineano l’importanza dell’imagery in terapia: nell’assessment, allo scopo di identificare gli schemi primari; e nel trattamento, al fine di modificare gli schemi, i comportamenti disfunzionali, e sviluppare stili di coping e relazionali nuovi e più funzionali.

Nonostante vi sia, ormai da tempo, un notevole impiego di tale tecnica nell’ambito cognitivo-comportamentale, risulta interessante anche comprendere in che modo funziona l’imagery; in altre parole, quali sono i meccanismi psicologici alla base di una tecnica di comprovata efficacia?

A tal proposito, diversi autori negli anni ’70-’80, hanno sollevato alcune questioni teoriche nel tentativo di spiegare come gli effetti dell’imagery in terapia vengono trasferiti a situazioni del mondo reale.

Secondo una delle spiegazioni più semplici, si ritiene che le immagini e gli stimoli reali siano governati dalle stesse leggi di apprendimento e si influenzino reciprocamente (Strosahl e Ascough, 1981), per cui si assume che le reazioni allo stimolo modificate in terapia si trasferiscano dall’immagine allo stimolo reale. Vi sono prove che, tuttavia, sostengono solo parzialmente questa spiegazione: le reazioni fisiologiche durante l’imagery sono simili a quelle che si osservano in risposta a stimoli esterni; inoltre, le procedure di condizionamento adattate ad esercizi basati sull’imagery hanno dei buoni effetti terapeutici. Questo però non spiega come gli effetti del trattamento con imagery si ripercuotono su situazioni esterne.

Secondo Neisser (1976), invece, immaginazione e percezione implicano processi psicologici comuni, in particolare l’immaginazione rappresenta la fase anticipatoria della percezione visiva. Il trattamento basato sull’imagery, quindi, può portare delle modifiche sui processi percettivi con cui vengono elaborati gli stimoli esterni; inoltre, influenzerebbe strutture a lungo termine, come la memoria, che modulano le reazioni a stimoli esterni. Tuttavia, non è chiaro in che modo possa avvenire tale influenza, inoltre, l’immaginazione è considerata piuttosto una forma di rappresentazione che deriva dalla memoria a lungo termine.

Secondo altri autori, il passaggio dagli esercizi di imagery alle situazioni di vita reale sarebbe mediato dalle aspettative (Powell e Watts, 1973). Le aspettative durante l’imagery possono cambiare le aspettative rispetto ad eventi reali; per esempio, un fobico che riesce ad immaginare una situazione ansiogena con un basso livello di ansia può sviluppare la convinzione di poter affrontare la situazione reale. Le credenze possono quindi avere un ruolo centrale nel mediare gli effetti dell’imagery, tuttavia, le osservazioni cliniche suggeriscono che le credenze non sembrano essere sufficienti; infatti, a volte un fobico può credere di poter fare qualcosa ma ritenere che nella pratica il suo livello di ansia potrebbe interferire.

All’interno di questa review teorica, una questione importante per il trattamento mediante imagery riguarda la generale distinzione tra rappresentazioni immaginarie e rappresentazioni realistiche del mondo. In particolare, va considerato che nel mondo reale si hanno delle conseguenze comportamentali che non si hanno in quello immaginario, quindi i benefici del trattamento basato sull’imagery potrebbero essere molto limitati se si fornisce al paziente un modello immaginario che non corrisponde all’esperienza reale (es. un mondo ipotetico in cui gli oggetti fobigeni possono essere avvicinati senza paura; o in cui una persona depressa viene amata e stimata dagli altri) (Johnson-Laird, 1983). Anche le rappresentazioni e interpretazioni del mondo reale, tuttavia, possono non risultare vere; per esempio, le persone depresse possono avere una percezione distorta e inaccurata del mondo, ma considerarla come una rappresentazione della realtà. Per questo motivo, potrebbe essere importante che gli esercizi di imagery si riferiscano il più possibile al mondo reale e al possibile funzionamento del paziente in questo mondo (Williams et al., 2002).

Bibliografia

Beck, A.T. (1970). The role of fantasies in psychotherapy and psychopathology. Journal of Nervous and Mental Disease, 150, 3-17.
Wells, A. (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. McGraw-Hill.
Williams, J.M.G., Watts, F.N., MacLeod, C. e Mathews, A. (2002). Cognitive psychology and emotional disorders. UK, Wiley.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.