La Terapia Dialettico Comportamentale: adattamento per i pazienti sordi – Seconda Parte.

di Stefania Fadda 

La DBT (Dialectical behavior therapy) vede le origini del disturbo borderline nella disregolazione emotiva e combina l’utilizzo della validazione emotiva con l’insegnamento di tecniche per tollerare l’angoscia, ridurre le emozioni dolorose ed eliminare i problemi comportamentali.

Si tratta di un tipo di programma ambulatoriale intensivo che si articola su due livelli principali di intervento: il paziente prende parte sia a una psicoterapia individuale che a un gruppo centrato sull’apprendimento di competenze (skills training). A questi si affiancano la possibilità di consultazioni telefoniche con il terapeuta tra una seduta e l’altra e i gruppi di sostegno. Parte integrante del programma DBT è un gruppo settimanale di supporto e consultazione tra colleghi rivolto ai terapeuti.

Il formato delle sedute del gruppo “skills training” è organizzato in quattro moduli: abilità nucleari di mindfulness, abilità di efficacia interpersonale, abilità di regolazione emozionale e abilità di tolleranza della sofferenza mentale o dell’angoscia. La frequenza al gruppo è monosettimanale e la durata è di circa 90 minuti. In riferimento a quest’ultimo punto, quando tra i partecipanti al gruppo sono presenti pazienti sordi, si rivela necessaria una dilatazione dei tempi. Infatti, la natura dialogica della lingua dei segni richiede molti più scambi tra paziente e terapeuta e tra i pazienti stessi. Inoltre, al fine di colmare i gap esistenti nel bagaglio di conoscenze dei pazienti sordi sono spesso necessari momenti di psicoeducazione (Padden & Humphries, 1998).

Gli stessi materiali scritti utilizzati durante le sedute risultano di difficile accesso per i pazienti sordi essendo al di sopra del loro livello medio di lettura (Holt, 1993). I film sono ugualmente poco accessibili in quanto non sottotitolati o sottotitolati in modo non comprensibile. Inoltre, l’impiego di frasi idiomatiche, metafore e proverbi risulta inefficace in quanto i pazienti appartenenti alla comunità Sorda utilizzano differenti espressioni per veicolare gli stessi significati (Pollard, 1998).

Alcuni esempi: l’espressione “tutto ha una causa” (Linehan, 2003) presuppone che il paziente abbia familiarità con il concetto di “causa” e con le relazioni di tipo causa-effetto; la skill “azione opposta” (Linehan et al., 2000) richiede familiarità con il significato di “opposto”; il concetto di mindfulness, spesso conosciuto dai pazienti udenti, necessita di essere illustrato con chiarezza ai pazienti sordi con i quali molte pratiche, quali tenere gli occhi chiusi ascoltando le istruzioni del terapeuta e orientare l’attenzione verso un suono, non sono utilizzabili.

Ancora: molte DBT skills vengono insegnate utilizzando tecniche mnemoniche quali acronimi formati dalle lettere iniziali di parole che i pazienti necessitano di ricordare. Ad esempio FAST (Fair, Apologies (no Apologies), Stick to value, Truthful) nel modulo sull’efficacia interpersonale, o “IMPROVE the moment” nel modulo di abilità di tolleranza della sofferenza mentale/angoscia. Tali strategie non risultano funzionali per le persone sorde mancando un’equivalenza in lingua dei segni.

Un altro tema che necessita di essere affrontato riguarda la confidenzialità nei gruppi composti da pazienti sordi, una condizione che richiede tempo per essere raggiunta. Infatti, è probabile che i membri appartenenti alla comunità Sorda si conoscano e intrattengano stretti rapporti tra loro, con il risultato di un maggior timore nello svelare contenuti personali.

In ultimo, i gruppi di supporto e consultazione tra colleghi possono richiedere che tutto il team venga educato sulla sordità, la lingua dei segni, la cultura Sorda e le sfide che si pongono quando si utilizza la DBT con i pazienti sordi.

Nel prossimo post verranno presentate gli adattamenti necessari al fine di rendere la DBT accessibile ai pazienti sordi.

Bibliografia:

Padden, C., & Humphries, M. (1988). Deaf in America. Cambridge: Harvard University Press.

Holt, J. (1993). Stanford Achievement Test (8th ed.): Reading comprehension subgroup results. American Annals of the Deaf, 138, 172–175.

Pollard, R. Q (1998). Psychopathology. In M. Marschark, & D. Clark (Eds.), Psychological perspectives on deafness, Volume 2. (pp. 171–197) Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum, Inc.

Linehan, M. M. (2003). Practicing reality acceptance. Seattle: The Behavioral Technology Transfer Group.

Linehan, M. M., Dimeff, L., Waltz, J., & Koerner, K. (2000). Opposite action [DBT skills training video]. Seattle: The Behavioral Technology Transfer Group.

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