Meglio non buttar via niente: scopi e credenze nel disturbo da accumulo

di Rosita Filippone

“Dai colloqui con i suoi primi pazienti con accumulo, Frost racconta di aver ricavato l’idea di trovarsi di fronte a persone più intelligenti della media, dotate di una spiccata capacità di cogliere dettagli che gli altri non vedevano, di rievocare e raccontare la storia di ogni oggetto che possedevano” (Frost e Steketee, “Tengo tutto. Perché non si riesce a buttare via niente?”. tr.it. Erickson, Trento 2012). Esatto! Era quello che speravo di (non) sentirmi dire quando, ripensando allo scatolone di roba “inutile” riposto, da anni, nel mio armadio, mi fossi scoperta un’accumulatrice da manuale… quindi, con enorme curiosità ed entusiasmo, accetto di prender parte alla stesura del libro.disturbo-da-accumulo

Mi riunisco, insieme ai colleghi della mia classe e alla dott.ssa Perdighe per definire il lavoro. Mi sembra subito chiaro che uno scatolone di roba inutile, lasciato in un armadio di una stanza ormai in disuso, in una spaziosa casa, mi “assolva dal dubbio”: non ho rovinato la mia vita, nè la relazione con i miei familiari e sbarazzarmene non sarebbe un problema… nonostante ci sia affezionata. Inizio, così, a pensare se conosco persone che non riescono a buttare via nulla e/o che vivono in condizioni di simile malessere, per rivelare loro quanto di “motivato” ci sia nelle loro scelte. Decido di approfondire, perciò, i processi che regolano il disturbo, voglio capire bene cosa accade nella mente dell’accumulatore, quali sono le credenze e gli scopi.

Non c’è molto materiale da cui attingere ma, dal primo momento, so che verrà fuori un lavoro degno di nota e di attenzione. Scrivere un capitolo di un libro i cui autori sono due illustri esponenti della scuola di specializzazione che stai per terminare, è stato un privilegio, indubbiamente, ma offrire un contributo al benessere dell’individuo, lo è ancora di più. Sono contenta se ne parleranno e se le informazioni raggiungeranno un vasto pubblico, perchè è questa l’idea che, principalmente, mi ha mosso: portare alla luce aspetti di un comportamento apparentemente normale ed incomprensibile, spiegando come dietro la fatica a buttare via e/o di non acquisire continuamente oggetti, a volte, si celi una persona fortemente a disagio con se stessa e con il suo mondo circostante, e non, un semplice collezionista. Il comportamento di accumulo, infatti, esiste da sempre e si ritrova in molte specie animali che, ai fini della sopravvivenza, devono non solo provvedere a procacciarsi cibo ma anche a trovare un luogo sicuro per proteggere la propria riserva alimentare dalla minaccia di altri predatori. Negli esseri umani può accadere qualcosa di molto simile: conservare oggi per ritrovare domani… ma se non è la riserva a motivarci, perché? Quante volte abbiamo pensato a quell’oggetto come legame indissolubile con quel dato momento, con una certa persona che non vogliamo assolutamente finisca cestinata? Ops… cestinato! Si, perchè ad esser buttato via sarebbe l’oggetto in sè (un giornale, un disco rotto, un ciondolo). Eppure, così facendo, potremmo sentirci delle persone irresponsabili e superficiali…in fondo, un oggetto in più in casa non è un dramma…mi aiuta a ricordare, a cristallizzare il tempo, a conservare la mia identità, ad avere un maggiore controllo sull’ambiente. Perchè privarsi di qualcosa che ci fa stare bene? Come è possibile scegliere tra i vari oggetti? Con quale diritto ed abilità si può decidere di fare a meno di una cosa piuttosto che di un’altra?

Che ansia… tanto vale tenere tutto!!!

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