Il cPTSD: trattamenti a confronto

di Graziella Pisano e Valentina Di Mauro

In letteratura vi sono due posizioni diverse rispetto al trattamento del Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (cPTSD): un trattamento per fasi vs un trattamento direttamente focalizzato sulle memorie traumatiche. Le linee guida internazionali definite dall’ISTTS (International Society for Traumatic Stress Studied) nel 2012 sostengono un trattamento per fasi, mentre De Jongh et al. (2016) evidenziano che gli studi citati a supporto delle suddette linee guida non definiscono in maniera chiara tale necessità. Il profilo sintomatologico del cPTSD è definito da uno o più deficit delle competenze emozionali, sociali, cognitive o psicologiche che non sono riuscite a svilupparsi correttamente o sono state deteriorate durante l’esposizione prolungata al trauma. Il trattamento, per cui, secondo l’ ISTTS non deve focalizzarsi solo sulla sintomatologia psichiatrica, ma in egual modo, sull’incremento delle capacità funzionali dell’individuo e sul potenziamento delle risorse psicosociali e ambientali. Il modello di trattamento raccomandato si sviluppa in tre fasi, ciascuna con diversi scopi. La prima fase è focalizzata sulla sicurezza dell’individuo, sulla riduzione dei sintomi e sull’incremento delle competenze psicologiche, emozionali e sociali. La seconda fase mira a rivedere e rivalutare le memorie traumatiche cosicché si possa integrarle in una rappresentazione adattiva di sé, delle proprie relazioni e del mondo. La terza fase è caratterizzata dal consolidamento degli obiettivi raggiunti durante il trattamento affinché essi facilitino la transizione tra la fine di quest’ultimo ed il riuscire a far parte della vita della propria comunità. Come già accennato, secondo De Jongh et al. (2016) le linee guida attuali forniscono una visione incompleta della letteratura esistente a riguardo. La task force che ha definito tali linee guida si è basata su un’indagine rivolta a clinici esperti e sui risultati di nove studi. De Jongh et al. (2016) evidenziano gli aspetti poco chiari di tali basi, definendo ambigue sia le modalità di selezione degli esperti consultati, sia i criteri di inclusione degli studi ammessi a supporto delle linee guida; inoltre i suddetti studi non sarebbero stati selezionati sulla base di una definizione uniforme del cPTSD e mostrerebbero limiti metodologici; di conseguenza le conclusioni circa l’efficacia del trattamento risulterebbero anch’esse limitate. Nella review si sottolinea che solo quattro dei nove studi che supportano le linee guida hanno valutato l’efficacia di una fase di stabilizzazione precedente a quella dell’elaborazione delle memorie traumatiche fornendo però un supporto statistico limitato riguardo alla sua applicabilità. Inoltre, gli studi in cui è stato adottato un trattamento a fasi non hanno previsto un confronto con un trattamento che non le prevedesse. Sarebbe necessario approfondire i casi di cPTSD in comorbidità con altri disturbi psicologici per valutare se per alcune tipologie di pazienti, piuttosto che per tutti, potrebbe essere maggiormente indicato un trattamento che preveda una fase di stabilizzazione. In conclusione possiamo affermare che mentre sulla necessità di trattare in modo specifico le memorie traumatiche ci sono evidenze abbastanza chiare, ci sono ad oggi posizioni discordanti e dati di ricerca parziali riguardo il modo più efficace di giungere ad esse.

 

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