Dottore mi aiuti… Ho un figlio “difficile”!

di Olga Ines Luppino

Allargare ai genitori e alle loro difficoltà il focus d’analisi per capire le condotte problematiche da parte dei figli

In un tempo come il nostro in cui, su riviste specializzate e non, si rincorrono le domande di genitori quotidianamente impegnati nella gestione di figli “difficili”, un interessante lavoro, pubblicato su Behaviour Research and Therapy (BRAT) da Battagliese e colleghi, rimarca ancora una volta il collegamento, da tempo oramai non più taciuto, tra stili di parenting genitoriale e condotte problematiche da parte dei figli.
I disturbi definiti “esternalizzanti” in età evolutiva – come il deficit di attenzione o iperattività (ADHD), il disturbo oppositivo-provocatorio e il disturbo della condotta – risultano essere i quadri più comuni che possono annunciare comportamenti dirompenti, ansia, disturbi dell’umore, abuso di sostanze, disturbo di personalità antisociale in età adulta. Sono riconosciuti quali fattori di rischio gli aspetti che hanno a che fare con particolari situazioni economiche e familiari, i conflitti interni al sistema famiglia e a interazioni coercitive tra genitori e figli.
A partire da un’ampia mole di studi comprovanti l’utilità di interventi psicoeducativi e psicoterapici sul bambino (training sulle sue abilità sociali, interventi scolastici) nonché di parent training per i genitori, gli autori si sono proposti di valutare in modo sistematico l’efficacia dei programmi di intervento cognitivo comportamentale.
La ricerca è stata effettuata su 1960 bambini (per il 22,8% femmine) con un’età media di sette anni e su madri con un’età media di 34 anni e mezzo. Gli esiti, risultanti da dieci diverse metanalisi, hanno evidenziato come, se messo a confronto con altre tipologie di intervento, il trattamento cognitivo comportamentale mostri di distinguersi per efficacia: significativamente importanti, in termini statistici, gli effetti di riduzione sulla sintomatologia del disturbo oppositivo-provocatorio nonché sullo stress genitoriale. Moderata la riduzione dei sintomi dell’iperattività e dei deficit dell’attenzione. Il trattamento cognitivo comportamentale risulta infine associato, anche se la dimensione dell’effetto è piccola in termini statistici, a una riduzione del comportamento aggressivo dei bambini e a una minore sintomatologia depressiva nelle madri.

Gli studi che hanno valutato l’efficacia del parent training hanno fornito risultati incoraggianti nei termini di una migliore comunicazione tra genitori e figli, maggiore autostima e senso di efficacia nei genitori, riduzione dello stress genitoriale, della depressione materna e dei problemi comportamentali del bambino.

Fornire ai genitori punti di vista alternativi sui comportamenti problematici dei loro figli favorisce una migliore identificazione e concettualizzazione dei ragazzi; guidarli, poi, verso l’utilizzo di pratiche educative positive e di strategie funzionali di gestione dello stress ha per effetto un clima familiare maggiormente caratterizzato dalla partecipazione e dalla coesione.

Innovativa la prospettiva degli autori che, nell’allargare ai genitori e alle loro difficoltà il focus d’analisi, generalmente puntato sulla sintomatologia del bambino, sottolineano la necessità di implementare protocolli standardizzati che possano mirare al sostegno delle risorse genitoriali, spesso carenti o gravate dagli effetti di importanti nuclei psicopatologici.

Educare un figlio “difficile” può diventare un obiettivo possibile.

Per approfondimenti:

Battagliese G., Caccetta M., Luppino O.I., Baglioni C., Cardi V., Mancini F., Buonanno C. (2015) – Cognitive-Behavioral Therapy for Externalizing Disorders: A meta-analysis Of Treatment Effectiveness – Behaviour Research and Therapy. 75, pp. 60-7.  DOI 10.1016/j.brat.2015.10.008

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