Iperattività, i pensieri troppo positivi possono essere ingannevoli

di Laura Pannunzi

Un eccessivo ottimismo negli adulti con ADHD diventa problematico quando riduce le emozioni spiacevoli a un breve periodo di tempo e aumenta il comportamento di “evitamento”

Le ricerche in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale (CBT) inerenti ai pensieri disfunzionali per adulti con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) stanno progredendo ad un ritmo incoraggiante, grazie a diversi contributi sviluppati, ad esempio, da Ramsay e Rostain in merito ai pensieri disfunzionali associati all’ansia e alla depressione.
In uno studio, Laura E. Knouse e John T. Mitchell propongono una descrizione del fenomeno dei pensieri eccessivamente ottimistici e un’analisi funzionale di essi all’interno del trattamento cognitivo comportamentale. Secondo la loro analisi, tali pensieri si verificano in risposta ad eventi nella vita del paziente e sono associati a minori strategie di coping (modalità di adattamento per fronteggiare situazioni stressanti) e uso di abilità.
Con l’intento di esplorare la presenza e le conseguenze dei pensieri automatici eccessivamente ottimistici in adulti con ADHD, Knouse e Mitchell hanno sviluppato un test di autovalutazione sul modello dell’Automatic Thoughts Questionnaire di Hollon e Kendall, che intercetta le cognizioni che si verificano più frequentemente in adulti con disturbo da deficit di attenzione e iperattività, molte delle quali potrebbero essere descritte come “eccessivamente ottimiste” (ad esempio, “Faccio meglio se aspetto fino all’ultimo minuto”).
A valle dello studio effettuato dagli autori su un campione clinico di 95 adulti con diagnosi di ADHD, è emerso che, anche se molte di queste cognizioni possono essere descritte come “positive” o “ottimiste”, per quanto riguarda il loro contenuto, sono state comunque associate ad una compromissione del funzionamento dei pazienti, suggerendo che il loro impatto psicologico e funzionale può essere negativo: Knouse e Mitchell affermano che i pensieri eccessivamente positivi osservati negli adulti con ADHD diventano problematici quando riducono le emozioni spiacevoli a un breve periodo di tempo ed aumentano il comportamento di “evitamento” (modalità di pensiero persistente che non consente di affrontare una situazione temuta), riducendo l’uso di abilità di compensazione a lungo termine. Così, questi pensieri superficialmente positivi rinforzano il comportamento evitante in un modo simile ai pensieri automatici negativi che contribuiscono al rischio di depressione. Sebbene la topografia del pensiero possa essere positiva, il suo impatto è decisamente negativo.
Ciò che caratterizza, infatti, i pensieri eccessivamente ottimisti è che risultano attraenti per i pazienti, li fanno “sentire bene”, nel senso che sono associati sia ad una riduzione momentanea del disagio sia ad un aumento di emozioni positive. Questo, unitamente all’avversione per l’attesa, tipica dei soggetti con ADHD, porta i pazienti ad avere più difficoltà nel tollerare emozioni spiacevoli e al superamento attivo.
Poiché il fine della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è aumentare il comportamento abile/capace nei pazienti, i trattamenti attuali includono sia la ristrutturazione cognitiva che l’analisi funzionale di questi pensieri: con la ristrutturazione cognitiva si aiuta il paziente ad identificare le proprie distorsioni cognitive, a correggerle e ad integrarle con altri pensieri più realistici. Ad esempio, il pensiero automatico “sono un gran lavoratore quindi lo farò più tardi” potrebbe essere ridefinito in “sono un gran lavoratore e aspettare fino all’ultimo minuto diminuisce la qualità del mio lavoro”.
Alcuni pazienti però potrebbero considerare la loro capacità di completare molti lavori all’ultimo minuto come un punto di forza e quindi avere poca volontà di contestare tale pensiero. Ciò che appare utile, in questi casi, è coinvolgere il paziente in un’analisi funzionale di questi pensieri, sottolineando, in particolare, di valutarne l’adattabilità, oltre che la loro validità. Lo scopo ultimo è insegnare ai pazienti a riconoscere quando un comportamento automatico di evitamento li porta più lontano dai loro obiettivi a lungo termine.

Per approfondire:

Laura E. Knouse e John T. Mitchell (2015) – Incautiously Optimistic: Positively-Valenced Cognitive Avoidance in Adult ADHD in Cognitive and Behavioral Practice – Volume 22, Issue 2, p.p 141–151

Ramsay & Rostain (2008) – A Cognitive Therapy Approach for Adult Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder in Journal of Cognitive Psychoterapy: an international quarterly – Volume 17, pp. 319-334.

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