L'evoluzione dei disturbi di personalità nel corso della vita

di Beatrice Cauteruccio

I disturbi di personalità assumono un ruolo fondamentale nell’ambito clinico. Tale importanza si evidenzia prendendo in considerazione il fatto che i disturbi di personalità coinvolgono circa la metà dei pazienti con disagio mentale, contribuendo a definire i primi tra i disturbi psichiatrici più comuni.
L’effetto pervasivo che hanno i disturbi di personalità sull’individuo è spesso trascurato nella pratica clinica e ciò potrebbe derivare dalla tendenza da parte dei medici di interpretare in modo erroneo i tratti maladattivi della personalità come sintomi di un disturbo mentale resistenti al trattamento. Pertanto, essendo potenzialmente presenti in una molteplicità di disturbi, il riconoscimento e l’approfondimento dei tratti di personalità permetterebbero il miglioramento della comprensione del paziente nella sua globalità.
Il disturbo di personalità è caratterizzato da componenti di base, che definiscono lo zoccolo duro, e da tratti variabili nel tempo, che ne delineano adattabilità o maladattabilità.
La personalità infatti, sia essa patologica o non, può cambiare traiettoria nel corso della vita in quanto il suo sviluppo è determinato dall’interazione di caratteristiche ereditarie e fattori ambientali. I tratti di personalità sono così determinati in parte da fattori genetici, in parte da esperienze individuali uniche ed ancora, in parte, dall’interazione tra genetica ed ambiente; questo ne esplicita, da un lato, la continuità temporale, e dall’altro, la plasticità della personalità. Ciò fa sì che, sebbene i tratti di personalità siano coerenti nel tempo, questi rimangono anche dinamici nel corso della vita, tanto che individui con disturbo di personalità tendono a cambiare nella direzione del miglioramento molto più degli individui che non presentano il suddetto disturbo.

Nell’infanzia, i tratti di personalità tendono ad essere piuttosto stabili e tale continuità temporale la si può notare anche nel periodo adolescenziale e nella prima età adulta. Differentemente accade dopo i trent’anni, periodo nel quale la personalità tende a cambiare molto più lentamente nonostante la presenza di effetti ambientali mutevoli che interagiscono con la componente genetica.
Il disturbo di personalità, solitamente, diventa clinicamente evidente nel periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta ed ha la capacità di ridurre la possibilità che l’individuo raggiunga adeguati livelli di sviluppo associati alla specifica fase della vita e un adeguato funzionamento del proprio ruolo sociale. Inoltre, ragazzi adolescenti con diagnosi di disturbo di personalità tendono a presentare con maggiore frequenza caratteristiche del medesimo disturbo anche nella prima età adulta, evidenziano un rapporto di continuità temporale ed un forte valore predittivo. Non si esclude, infatti, la possibilità di una diagnosi di disturbo di personalità in infanzia e adolescenza, ma allo stesso tempo, se ne parla con estrema cautela in quanto la diagnosi in queste fasce di età è ancora oggi un tabù.
Gli studi del disturbo di personalità in età superiore ai 65 anni sono scarsi e ciò implica la mancanza di comprensione del fenomeno in questa fase della vita. Individui in età avanzata potrebbero presentare disturbi di personalità ex novo a seguito di cambiamenti ambientali improvvisi o interpersonali che andrebbero ad interagire con i tratti di personalità, oppure potrebbero affrontare situazioni ambientali tali da aggravare o migliorare la personalità maladattiva già presente.

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