Provare è meglio di evitare

di Roberta Trincas

Come gli obiettivi di approccio e “evitamento” influiscono diversamente sul nostro benessere

“Niente è così insopportabile per l’essere umano che stare fermo, senza passioni, senza lavoro, senza svago, senza sforzo. In questo modo sperimenta l’essere insignificante, la disperazione, la sua insufficienza, debolezza e vacuità” ( Blaise Pascal – Pensées).
Il comportamento umano è regolato e orientato da scopi personali. In altre parole, ogni azione è motivata dal raggiungimento di un obiettivo più o meno importante per la persona che la mette in atto. Ad esempio, prepararsi per andare in palestra può essere un comportamento motivato dall’obiettivo di essere in salute. L’orientamento degli scopi può essere di due tipi: di approccio, quando le persone ricercano degli esiti positivi o svolgono azioni per raggiungere obiettivi desiderati; o di “evitamento”, quando al contrario si cerca di evitare esiti negativi o situazioni. Per esempio, una persona potrebbe cercare di “passare il tempo con gli amici” oppure “evitare di stare da sola”, “cercare di stare calma in determinate circostanze” o “evitare situazioni che la agitano”. La ricerca dimostra che, in media, circa il 20% delle persone tende ad avere obiettivi di “evitamento”. Questo probabilmente perché, nell’immediato, evitare un esito negativo può aiutare a ridurre il disagio che lo accompagna. Tuttavia, l’”evitamento” diventa un problema quando, per esempio, si generalizza a situazioni che hanno esito incerto: in questo caso, nel dubbio, la persona evita nella convinzione che l’esito sarà negativo, tuttavia si preclude la possibilità di scoprire che l’esperienza, al contrario, potrebbe essere positiva. Diversi studi osservano che l’”evitamento” può avere delle conseguenze negative sul benessere psicofisico generale. Ad esempio, chi ha più scopi di “evitamento” mostra maggiore disagio psichico, più ansia, minore soddisfazione di vita e maggiore malessere fisico a lungo termine. Inoltre, alcuni autori hanno osservato che tali scopi possono interferire negativamente nelle relazioni interpersonali. È stato dimostrato, infatti, che le persone il cui coniuge tende ad assumere comportamenti al fine di evitare esiti negativi sono meno soddisfatte della loro relazione.

Se è vero che avere scopi di “evitamento” può avere conseguenze negative sul benessere psico-fisico, cosa emerge dalle ricerche riguardo gli scopi di approccio?

A tal proposito, autori hanno individuato alcuni scopi specifici che sembrerebbero associati a un maggiore benessere psicofisico. Tra questi:

– l’intimità e altri scopi che esprimono il desiderio di vicinanza e di reciprocità relazionale (es. aiutare gli amici e prendersi cura di loro, accettare gli altri così come sono, cercare di ascoltare gli altri);

– la spiritualità e altri obiettivi orientati alla trascendenza del sé (es. coltivare il rapporto con Dio, imparare a svolgere azioni di carità tutti i giorni, apprezzare le creazioni di Dio);

– la generatività e altri scopi che riguardano l’impegno per le generazioni future (es. essere un buon esempio per i propri fratelli, sentirsi utile per la società, fare volontariato per migliorare l’educazione dei bambini);

– il potere e altri obiettivi che esprimono il desiderio di influenzare e emozionare gli altri (es. stimolare le persone a essere più profonde, dare il meglio quando ci si trova all’interno di un gruppo di persone, esprimere il proprio punto di vista agli altri).

Gli studiosi Elliot e Sheldon insegnano che “gli obiettivi personali rappresentano i veicoli attraverso cui le persone percorrono la propria vita, alcuni di questi veicoli (obiettivi di approccio) sarebbero più adatti alle strade della vita quotidiana rispetto ad altri (obiettivi di evitamento)”. In altre parole, impegnarsi ed essere attivi nel raggiungimento dei propri scopi di vita importanti sembra essere una buona strada verso il benessere e la soddisfazione di vita.

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