“Perché non dormo?”

di Erica Pugliese

I tentativi che mettiamo in atto per provare a dormire e che invece perpetuano l’insonnia

Come per il peggiore degli incubi, l’insonnia può presentarsi puntuale ogni notte, lasciando chi non riesce a dormire a fissare per ore quel muro sul quale si spera possano improvvisamente comparire soluzioni. Ebbene quel muro, nonostante i cambi prospettici, osservazioni dal lato destro, sinistro e persino lo sguardo di sbieco dalla posizione supina, non cambia, rimane penosamente somigliante alla notte successiva e la soluzione non arriva. Si rimane così sospesi nel silenzio assordante e sardonico che solo coloro che appartengono alla tribù degli insonni conoscono bene. Eppure un tempo quel sonno funzionava perfettamente. E allora cos’è successo? Se non ci sono condizioni fisiche e mediche che stanno compromettendo il sonno, perché non si riesce a dormire? Gli studiosi Spielman, Nunes e Glovinsky hanno proposto un modello che spiega l’insonnia secondo il quale alcune persone sarebbero maggiormente prone al dormir male rispetto ad altre. Queste caratteristiche, in interazione a eventi stressanti della vita come una discussione al lavoro, un esame imminente o problemi a casa, potrebbero esordire in un episodio acuto d’insonnia, un evento circoscritto senza conseguenze particolari per la vita dell’individuo. Tale episodio, però, può evolvere nell’insonnia cronica riproponendosi per settimane, poi per mesi e infine per anni, con conseguenze negative per la vita sociale, intima e lavorativa. A tale proposito, sembrano ricoprire un ruolo determinante le modalità personali di gestione del sonno di scarsa qualità. Quindi, se inizialmente l’insonnia può essere considerata una naturale risposta a un evento stressante, non è quest’ultimo il solo responsabile della sua cronicizzazione: fattori predisponenti e di mala gestione dell’insonnia collaborerebbero di concerto alla transizione dell’insonnia acuta in insonnia cronica. Tra i fattori di mantenimento ci sono, per esempio: recarsi a dormire presto, svegliarsi al mattino più tardi, effettuare pisolini durante il giorno, costringersi a non guardare l’orologio durante un risveglio notturno, ridurre o sospendere l’attività fisica, incrementare l’assunzione di alcol, assumere marijuana, fare uso eccessivo di ipnotici e farmaci sedativi, rinunciare alle vacanze per non cambiare letto e rischiare di peggiorare l’insonnia. Questi comportamenti rappresentano solo una parte dei tentativi messi in atto dai pazienti insonni, indagati mediante strumenti appositi come la Sleep Hygiene Practice Scale, per aumentare la possibilità di dormire. E, contrariamente a quanto si pensi, sono anche questi comportamenti a sregolare il sonno sia nella fase di addormentamento sia nel risveglio notturno.

L’individuazione e l’estinzione di fattori di mantenimento del disturbo sono due degli obiettivi della Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Insonnia, al momento il trattamento di prima scelta nella cura del sonno di scarsa qualità, con una percentuale di successo pari al 75-80% dei casi. Il protocollo, individuale e di gruppo, può essere applicato da solo o in associazione a farmaci ipnoinducenti, permettendo inoltre di ridurne o cessarne l’uso nel 90% dei pazienti. Per risolvere correttamente l’insonnia, dunque, è necessario divenire dei detective del sonno, tenendo presente che problemi emotivi come stress, ansia e depressione sono la causa di circa la metà di tutti i casi di insonnia e non sottovalutando che certe abitudini diurne, le routine prima di andare a dormire e la salute fisica possono svolgere un ruolo importante nel perpetuare il malessere.

 

Per approfondimenti:

Lacks, P., & Rotert, M. (1986). Knowledge and practice of sleep hygiene techniques in insomniacs and good sleepers. Behaviour Research and Therapy, 24(3), 365-368.

Perlis, J., & Smith, P. (2012). Il trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia. Linee guida per la pratica clinica. FrancoAngeli.

Spielman, A.J., Nunes J., Glovinsky, P. (1996). Insomnia. Neurologic Clinics, 14 (3): 513-43

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