I comuni miti sul suicidio

di Katia Tenore

Alcune delle convinzioni più diffuse che favoriscono i tabù verso le persone suicidarie e ne ostacolano la guarigione

Il suicidio rappresenta uno dei tabù più radicati nella società, vissuto come un peccato, qualcosa da nascondere. Parlarne comporta, in taluni casi, disgusto e allontanamento: ignoranza e paura si accumulano, favorendo il mantenimento dello stigma verso le persone suicidarie e i loro familiari.

Trai i miti più consolidati, è possibile rintracciare preconcetti sia rispetto alla mente suicida sia ai comportamenti suicidari. Nell’accezione comune della mente suicidaria, sono presenti valutazioni e giudizi morali che alludono a codardia, rabbia o aggressività nei confronti delle persone vicine, egoismo, mancanza di progettualità.

Tra i miti più frequenti che, invece, hanno come oggetto i comportamenti suicidari, ci sono pregiudizi relativi alla mancata richiesta di aiuto, all’ineluttabilità della scelta, al contagio emotivo. Lo studioso americano Joiner ha effettuato una rassegna dei diversi miti sul suicidio. Eccone alcuni:

“ll suicidio è sinonimo di debolezza”. La credenza che il suicidio sia una facile via di fuga dal malessere. Il carattere spesso drammatico che emerge dalle storie di vita delle persone sopravvissute a un tentato suicidio dimostra come esse siano state in grado di fare fronte a esperienze durissime, smentendo, quindi, la loro presunta debolezza.

“Chi commette un suicidio è egoista”. La convinzione che chi si appresta a commettere un atto così drammatico non si preoccupi delle conseguenze che esso può avere nelle esistenze dei suoi cari. Ciò è fenomenologicamente scorretto, in quanto la persona suicidaria pensa che, in sua assenza, i suoi cari starebbero meglio: proprio questa fantasia risulta essere un precursore del suicidio, costituendo, infatti, uno dei più importanti fattori di rischio.

“Chi commette suicidio non fa programmi per il futuro”. Questo mito non tiene in considerazione il fatto che la mente della persona suicida è caratterizzata dall’ambivalenza: una persona che sta pianificando la propria morte può allo stesso tempo pianificare un viaggio o dei nuovi progetti affettivi o lavorativi.

“Se una persona vuole suicidarsi è impossibile fermarla”. Questa affermazione è scardinata dall’osservazione che laddove sono prese misure preventive, i tassi del fenomeno suicidario si riducono. Emblematico è il caso di riduzione del fenomeno suicidario che si è osservato in Gran Bretagna nel 1963 a seguito del passaggio da un carburante più tossico al gas naturale per l’uso domestico.

“Chi è intenzionato a morire, non chiede aiuto”. Informazioni retrospettive sul mese precedente la morte di chi muore per suicidio evidenziano che circa il 45% aveva contattato almeno un medico. Se si considerano invece i tre mesi precedenti alla morte il dato sale al 75%.

“Chi lo dice non lo fa!”.Questo è uno dei miti più diffusi e perniciosi, che spesso può trarre in inganno anche coloro che lavorano nell’ambito della salute mentale. È stato dimostrato, infatti, che circa il 75% di chi ne parla poi tenta di metterlo in atto. più facile la messa in atto.

Conoscere ed estirpare i più comuni miti sul suicidio è di fondamentale importanza per implementare funzionali strategie di intervento, sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista psicoterapeutico.

Per approfondimenti:

Joiner, T. (2010). Myths about suicide. Harvard University press. Cambridge (MA)

 

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