“Sarà capitato anche a voi… Di avere una musica in testa”

di Olga Ines Luppino

Il rapporto tra le immagini musicali intrusive e Disturbo Ossessivo Compulsivo

Già nel 1968, la famosissima sigla di Canzonissima faceva leva su un fenomeno comune, seppur non molto indagato dalla letteratura psicologica, quale è quello delle immagini musicali intrusive (IMI), anche definito “tarlo dell’orecchio” o “earworm”.

Il fenomeno si caratterizza per la ripetuta comparsa alla mente di un frammento di melodia, della durata di 15-20 secondi, che può persistere per più minuti o ore senza che il soggetto compia tentativi volontari per richiamarlo alla mente.

Qualunque melodia può diventare fonte di IMI e ritornare alla mente per uno o più giorni per poi sparire o variare. Gli episodi di IMI possono essere facilitati dall’esposizione a melodie musicali o da eventi personali importanti associati a una qualche melodia (es. musica ascoltata a un funerale). L’immagine musicale intrusiva si presenta, per definizione, in assenza di alcuna patologia neurologica o del sistema uditivo.

Visto il ruolo giocato dalle immagini mentali quale stimolo saliente per il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), la psicologa tedesca Taylor ha sintetizzato, con alcuni colleghi, le caratteristiche delle ossessioni musicali, intese quali forme di IMI persistenti e invalidanti dall’elevata significatività clinica e dalle numerose analogie con la sintomatologia del DOC.

Non vi sono lavori epidemiologici sulla prevalenza del fenomeno, tendenzialmente sottostimato, e spesso erroneamente diagnosticato. Gli autori hanno preso in esame un campione complessivo di 96 soggetti con ossessioni musicali (età media 33 anni; 50% donne) di diversa provenienza geografica, non affetti da palinacusia, acufeni o sordità e tutti con diagnosi di DOC eccetto uno.

Diversamente dalle immagini intrusive tipiche del DOC, le ossessioni musicali non implicano la messa in discussione dei valori sessuali, religiosi o morali della persona che ne fa esperienza, non essendo in genere associate dal soggetto a eventi spiacevoli, se non in rari casi, e rappresentando di solito uno stimolo noto, dunque familiare.

Nel tentativo di spiegare in termini cognitivo-comportamentali il fenomeno delle ossessioni musicali, gli autori propongono un modello a due fattori: la variabilità individuale circa la frequenza e la persistenza di immagini musicali intrusive e le credenze disfunzionali circa le stesse. Analogamente a quanto accade ai soggetti con DOC, impegnati in attività ritualistiche o in “evitamenti” al fine di risolvere le loro ossessioni, un soggetto che ha di frequente immagini musicali intrusive, può, sulla base delle proprie credenze, interpretare negativamente il fenomeno o temerne gli effetti, innescando così un circolo vizioso fatto di tentativi infruttuosi di soppressione o sostituzione della melodia intrusiva nonché di “evitamenti” di situazioni o luoghi legati all’ascoltare musica.

Rispetto all’intervento, alla luce del modello di funzionamento appena descritto, risulta comprensibile l’efficacia di un trattamento a orientamento cognitivo comportamentale, volto alla ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali nonché all’accettazione dell’esperienza e del rischio temuto. Oltre che alla terapia cognitiva, le ossessioni musicali sembrano rispondere al trattamento basato sulla distrazione o sulla sostituzione dello stimolo: impegnare la persona in compiti che caricano moderatamente la memoria di lavoro, infatti, si è mostrata una strategia efficace a interrompere le immagini musicali intrusive.

Scarsi gli effetti della somministrazione di neurolettici; migliori le risposte al trattamento farmacologico classico per il DOC, con inibitori del reuptake della serotonina (SSRI) e clomipramina. Ulteriori indagini sarebbero necessarie per meglio investigare le basi cognitivo comportamentali e neurobiologiche del fenomeno.

Per approfondimenti:

Taylor S. et al. (2014), Musical obsession: A comprehensive review of neglected clinical phenomena, Journal of Anxiety Disorders 28, 580-589.

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