Il perfezionismo in psicopatologia

di Enrico Fattorini

curato da Barbara Basile

La review di Egan (2011) passa in rassegna le principali evidenze secondo cui il perfezionismo clinico (PC) sia un processo trans diagnostico. Tale definizione intende considerare il PC non solo come fenomeno trasversale a differenti diagnosi, ma anche come fattore di rischio eziologico e di mantenimento di diversi disturbi.

Shafran (2010) definisce il PC come: “l’eccessiva dipendenza dalla valutazione di Sé nella determinata ricerca di esigenti ed auto imposti standard personali in almeno un dominio saliente e malgrado le conseguenze avverse”. I pazienti basano il proprio senso di Sé sul raggiungimento di standard personali estremamente rigidi che si autoalimentano attraverso bias cognitivi, come il pensiero rigido e dicotomico, e comportamenti orientati al compito. Ne consegue una revisione al rialzo degli scopi, qualora essi siano raggiunti, o, in alternativa, un elevato auto-criticismo, accompagnato da condotte di evitamento e/o procrastinazione, qualora, invece, non lo siano.

Il PC è un costrutto multidimensionale e, ad oggi, è stato misurato tramite due scale: la FMPS (Frost, 1990) e l’HMPS (Hewitt, 1991). La prima lo considera un costrutto self-focused, articolato in sei sottoscale: standard personali (SP), preoccupazione per gli errori (PE), dubbi sul proprio rendimento (DR), aspettative genitoriali (AG), criticismo genitoriale (CG) ed organizzazione e precisione (OP). La HMPS, invece, lo considera un costrutto interpersonale, misurabile tramite tre sottoscale: la self-oriented (S-O, simile a SP e PE), la other-oriented (O-O, irrealistici standard per gli altri) e la socially-prescribed (S-B, irrealistici standard degli altri). L’analisi fattoriale delle scale ha riportato due ulteriori fattori esplicativi sovraordinati: le valutazioni mal adattive (ottenute da PE, DR, AG, CG e S-O) e la preoccupazione per il risultato (relative a SP, OP ed O-O).

Quattro principali evidenze definiscono il PC come un aspetto trans diagnostico. Il primo lo identifica come un fattore di rischio per alcuni disturbi, tra cui: a) quelli relativi al Comportamento Alimentare (DCA), dove alti punteggi di SP e PE correlano con la gravità di anoressia e bulimia; b) i disturbi dell’Umore, in cui alti punteggi di S-O, PE, S-B e auto-criticismo correlano con la gravità della depressione e con l’ideazione suicidaria; c) l’Ansia, dove alti punteggi di SP, PE, DR, S-B correlano con l’intensità del disturbo ossessivo (DOC), della fobia sociale (FS), del panico e con la preoccupazione; ed, infine, con una personalità ossessiva, dove il PC è indicato come criterio diagnostico del disturbo (DSM-IV-TR, 2000). Il PC è stato anche identificato come fattore esplicativo dell’alta comorbilità tra i DCA e la depressione. Una terza linea di ricerche ha identificato il PC come fattore di mantenimento, all’interno dei modelli cognitivo-comportamentali, della fobia sociale, del DOC e dei DCA. Il PC, infine, ha un impatto negativo sul trattamento della depressione (interferendo negativamente con l’alleanza terapeutica, la qualità delle reti sociali e la gestione dello stress) e dei DCA; mentre è stato osservato che un intervento mirato sul PC riduce i sintomi della bulimia, dell’ansia e della depressione, anche quando gli specifici sintomi dei disturbi non vengono trattati.

Alla luce dei dati riportati, l’autore invita il clinico a indagare precocemente la possibile presenza di PC ed, eventualmente, ad utilizzare delle tecniche mirate per ridurlo. In particolare, risultano efficaci interventi volti ad accrescere la motivazione del paziente al cambiamento, l’auto-monitoraggio dei meccanismi di mantenimento, la riduzione dell’eccessivo auto-criticismo e, soprattutto, imparare ad estendere la valutazione del valore di Sé ad altri aspetti, che non siano basati unicamente sulla performance. Lo scopo della terapia non è tanto di dissuadere dal raggiungimento dei propri standard, o di ridurne la portata, quanto, piuttosto, di rendere gli obiettivi più realistici, promuovendo una valutazione di Sé che non sia basata esclusivamente sul loro raggiungimento.

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