“Vorrei essere felice ma non so che mi succede”

di Erica Pugliese

Imparare a provare dolore senza fare nulla per combatterlo e accogliere la propria singolarità senza desiderare di essere qualcos’altro

vorrei-essere-felice-anche-ora-che-non-e-tutto-perfettoCapita, almeno una volta nella vita, di domandarsi perché non si è felici come si vorrebbe. La sofferenza umana è, infatti, universale: qualsiasi essere umano si troverà un giorno nella condizione di provare tristezza, rabbia, ansia, vergogna, colpa o paura. Inoltre, se gli eventi dolorosi sono circoscritti, il ricordo del dolore non fa altro che riportarli in auge in qualsiasi momento. Ne consegue che, presto o tardi, ci si ritroverà a interrogarsi su come vincere la propria sofferenza.

Nei manuali d’istruzione delle tecniche di salvataggio, impiegate dagli operatori di soccorso in caso di annegamento, viene in genere scritto a caratteri cubitali di porre particolare attenzione quando il pericolante è in evidente stato di panico. Questi sbracciandosi, barcamenandosi e calciando, anche in seguito all’arrivo dell’assistente bagnante, rischierebbe infatti di annegare e far affogare il suo stesso beniamino. È curioso, ma nella vita di tutti i giorni, quando si è in preda al dolore e al panico, di fatto, esattamente come il pericolante in acqua, si cerca di fare tutto il possibile per non sentire e non provare queste emozioni con il risultato paradossale di mettere in atto una serie di azioni che fanno solo stare peggio. Si annega, nel goffo tentativo di respirare ancora, spesso portando con sé chi si offre in aiuto. Il paziente con disturbo di panico, per esempio, lotterà con tutte le sue forze contro l’ansia, la paura di morire o di impazzire. Per mantenere il controllo, svilupperà velocemente l’abilità di identificare tutti i segnali precoci di reazioni emotive e fisiche indesiderate e spenderà molto tempo a esaminare pensieri e sensazioni al fine di evitare di ricadere nella sofferenza psicologica temuta. La sensazione della lotta gli permette nel breve tempo di sentirsi apparentemente bene, potente e di avere tutto sotto controllo. Ma è proprio l’attivazione di questo circolo vizioso a rappresentare il disturbo stesso. Si combatte il dolore cercando di evitarlo a tutti i costi con il risultato, dunque, di cronicizzarlo.

Ricerche in psicologia sono ormai unanimi nel sostenere che, per sopravvivere al dolore psicologico, la soluzione più efficace sia abbandonare il campo di battaglia e lasciare che l’avversario, che sia un’emozione o una sensazione negativa, vinca la partita in solitaria. Infatti, l’“evitamento” emotivo ed esperienziale – una delle più inflazionate strategie belliche contro il dolore, che consiste nell’eludere sensazioni emotive e fisiche spiacevoli semplicemente non esperendole – non fa altro che limitare lo spazio vitale delle persone, rendendole sempre più malate, bisognose, con pensieri e stati d’animo negativi. In questa condizione nebulosa, non c’è più spazio per il presente e la persona si chiude nella bolla del proprio dolore mentre la vita gli corre accanto. Di fronte all’ineluttabilità della sofferenza psicologica e ai costi del fallimento dei personali tentativi di soluzione qual è dunque l’alternativa? L’Acceptance and Commitment Therapy o ACT, una terapia di terza generazione, prova a rispondere a questa domanda sostenendo che sentirsi bene è possibile accogliendo emozioni e pensieri che siano positivi o negativi. La sfida più grande cui, dunque, si è sottoposti è imparare a provare dolore senza fare nulla per combatterlo e accogliendo la propria singolarità senza desiderare di essere qualcos’altro rispetto a ciò che si è e senza aspettative sugli altri. Significa sapersi sedere in platea, nel ruolo di spettatori della propria personale pièce teatrale, permettendo a emozioni e pensieri di esistere, resistendo all’impulso di sbarazzarsene il prima possibile. Il cambiamento auspicabile non è dunque un’azione di moto ma di quiete: è un semplice osservarsi, rimanendo nel qui e ora, poiché qualsiasi distrazione rischia di togliere l’opportunità di gioire di ciò che sta accadendo intorno, unica cosa reale e che vale la pena di vivere.

Per approfondimenti:

Hayes, S. C., & Smith, S. (2010). Smetti di soffrire, inizia a vivere.

Hayes, S. C., Strosahl, K. D., Wilson, K. G., & Maffei, C. (2013). ACT: teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy. R. Cortina.

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