Vergogna e psicopatologia

di Cristina Salvatori

Associata al timore di evocare una valutazione negativa negli altri, riguarda anche la rappresentazione che l’individuo ha di se stesso

La vergogna è un’emozione sociale secondaria, a valenza negativa. Secondo alcuni autori, scopo di questa emozione è quello di tutelare la buona immagine e l’autostima dell’individuo, costituendo un’emozione fondamentale nel confronto sociale. Generalmente associata al timore di evocare una valutazione negativa negli altri, che vengono considerati superiori, la vergogna non riguarda però solo la rappresentazione di sé nella mente dell’altro ma anche la rappresentazione che l’individuo ha di sé. A tal proposito viene distinto tra “vergogna interna” e “vergogna esterna”, la prima associata ad una serie di valutazioni negative riguardo le proprie caratteristiche, la seconda agli aspetti di sè che si teme gli altri giudicheranno o rifiuteranno se resi pubblici. Questa emozione può portare a inibire i processi di autoconsapevolezza di alcuni stati mentali e la comunicazione, condizionando in questo modo lo sviluppo delle competenze sociali e generando errori sia nella comprensione della mente altrui che nel valutare le conseguenze dei propri comportamenti sugli altri. Si è visto come questa emozione, essendo legata a un’immagine di sé come manchevole e difettoso, abbia un ruolo fondamentale sia nell’esordio che nel mantenimento di alcune forme psicopatologiche. Per quanto riguarda i disturbi d’ansia, la vergogna è stata studiata in particolar modo in relazione alla fobia sociale: il timore del giudizio, centrale in questo disturbo, verrebbe rafforzato dalla presenza di “metavergogna”, una vergogna secondaria al fatto stesso di vergognarsi. All’interno dei disturbi del comportamento alimentare, alcuni studi mostrano come diversi tipi di vergogna possano contribuire ad una differente sintomatologia: la “vergogna esterna” sembra essere associata ai sintomi dell’anoressia nervosa, mentre la “vergogna interna” maggiormente associata alla bulimia nervosa. La vergogna, evocando un senso di fallimento e di impotenza, ricopre un ruolo significativo nella depressione, contribuendo allo sviluppo di circoli viziosi che rafforzano i vissuti depressivi. Nel Disturbo Post Traumatico, appare avere un ruolo chiave nel creare e mantenere il senso di pericolo associato al trauma: sembra, infatti, correlare positivamente con l’autocritica e negativamente con l’auto-rassicurazione, portando, in alcuni casi, a interferire con la condivisione dei vissuti traumatici in terapia.
Un’interessante associazione è stata evidenziata anche con l’ideazione paranoidea. Si è visto, infatti, come il soggetto paranoico potrebbe tentare di neutralizzare l’attivazione della vergogna, attribuendo all’altro intenzioni malevole e ostili, piuttosto che attribuendo a se stesso mancanze o difetti. All’interno dei disturbi di personalità, il disturbo che risulta maggiormente associato alla vergogna è il Disturbo Borderline di Personalità. Le frequenti esperienze infantili di abbandono e abuso da parte dei “caregiver”, vale a dire di chi si prende cura del bambino, contribuirebbero a far sperimentare emozioni di vergogna in età adulta. La vergogna sembra inoltre avere un ruolo all’interno delle condotte autolesive: attraverso un circolo vizioso, sembrerebbe spingere al comportamento autolesivo, aumentando l’intensità di questa emozione e favorendo il perpetuarsi dell’autolesionismo. L’emozione di vergogna è un’emozione spesso sperimentata anche da chi soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità ed è associata ad un’ipersensibilità alle critiche e ad una risposta di ostentata superiorità.
Vista la natura stessa di questa emozione e l’impatto che questa può avere nelle diverse forme psicopatologiche, risulta evidente quanto sia una dimensione importante da esplorare all’interno della pratica clinica.

Per approfondimenti:

Del Rosso A., Beber S., Bianco F., Di Gregorio D., Di Paolo M., Lauriola A.M., Morbidelli M., Salvatori C., Silvestri L., Basile B. (2014). La vergogna in psicopatologia. Cognitivismo Clinico, 11, (1), 27-61.

Castelfranchi C. (2005). Che figura! Il Mulino, Bologna.

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