Sulla stessa lunghezza d'onda

di Maurizio Brasini

E se una buona alleanza terapeutica consistesse in due cuori che battono all’unisono formando un’unica mente?

Quando nel lontano 1769 Franz Anton Mesmer elaborò la teoria del “magnetismo animale”, non poteva immaginare che sarebbe stato l’inconsapevole antesignano di ogni successiva teoria dell’alleanza terapeutica. Convinto che guaritore e paziente fossero entrambi attraversati da un fluido magnetico, Mesmer chiamava “rapporto” il passaggio di questo fluido. La sua idea fu ben presto accantonata per cedere il posto all’ipnosi e quindi alla psicanalisi, e da lì in poi la storia è abbastanza nota; tuttavia, è rimasta aperta la questione su quale misterioso legame unisca due persone impegnate in una relazione di cura e di quale ruolo abbia questo legame nel processo di guarigione. Un minimo comune denominatore di consenso è stato raggiunto sulla nozione che l’alleanza terapeutica sia un reciproco accordo su obiettivi, ruoli e natura della relazione stessa; eppure, se da una parte si fa sentire la tentazione di andare oltre questa scarna definizione operativa, d’altro canto sarebbe imbarazzante rischiare di inciampare ancora in spiegazioni metafisiche alla Mesmer.
Un primo passo in una direzione nuova e promettente è stato compiuto studiando la relazione tra madre e bambino nel primo anno di vita; si è scoperto che fin dalla nascita i due sono impegnati in sofisticati processi di sintonizzazione reciproca, attraverso i quali il bambino apprende a condividere stati soggettivi e significati personali con l’altro. Il secondo passo è stato accorgersi che processi analoghi continuano a regolare anche i rapporti tra adulti. Quando due persone interagiscono tra loro, non solo il dialogo si dipana secondo un’alternanza, ma si sincronizzano anche il respiro e il battito, il tono della voce, i movimenti del corpo: tutto procede come in una danza, che coinvolge processi percettivi, affettivi, neurofisiologici e comportamentali.
Il terzo passo, in buona parte ancora da compiere, riguarda il modo in cui questi processi di sintonizzazione potrebbero entrare in gioco nella psicoterapia, tradursi in una buona alleanza terapeutica e, in ultima analisi, produrre cambiamenti positivi nei pazienti. Recentemente, alcuni studiosi hanno proposto un’ipotesi su come funziona la psicoterapia che hanno chiamato “sincronizzazione interpersonale” e che prevede tre livelli:

  1. a) ad un primo livello percettivo-motorio si svolgono una serie di processi automatici di sincronizzazione nel “qui-ed-ora”
  2. b) ad un secondo livello cognitivo avvengono dei processi di condivisione dei significati (implementazione di un linguaggio comune, condivisione di esperienze soggettive, processi di co-regolazione affettiva)
  3. c) ad un terzo livello, nel tempo, si producono cambiamenti stabili nella capacità di auto-regolazione emotiva.

Gli autori di questo modello si soffermano, in particolare, sull’importanza dei processi di sincronizzazione di primo livello, menzionando alcune ricerche nelle quali, ad esempio, si evidenzia come il grado di sincronizzazione motoria predica la qualità dell’alleanza e la riduzione dei sintomi a lungo termine, o come terapeuti più sincronici nei movimenti e sul piano del linguaggio vengano valutati come più empatici emotivamente, o  come la sincronizzazione del tono di voce faciliti la regolazione dei pazienti sul piano emotivo. Ed è proprio su quest’ultima osservazione che torna a insinuarsi il dubbio: è proprio vero che la regolazione emotiva del paziente è sempre ottimale quando il terapeuta si sintonizza sul suo stesso registro? No. Quando ad esempio il paziente sale col tono della voce, la regolazione emotiva ottimale si ottiene se la voce del terapeuta si abbassa. Lo sanno bene le madri, quando con la propria fermezza infondono calma e sicurezza ai bambini “nervosi”. E lo sanno i terapeuti, quando compiono operazioni di “disciplina interiore” con i propri pazienti. Dopotutto, la ricerca di sintonia tra esseri umani continua ad apparire come qualcosa di più complicato del passaggio di un fluido magnetico o della sincronizzazione spontanea tra processi corporei.

Per approfondimenti:

Koole SL., Tschacher W. (2016): “Synchrony in Psychotherapy: A Review and an Integrative Framework for the Therapeutic Alliance”. Front. Psychol., 14 June 2016 | http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2016.00862

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