Come si diventa “malati di mente”?

di Sabina Marianelli

L’ironica prospettiva dello psichiatra portoghese Josè Luis Pio Abreu

Diventare matti: una paura comune, diffusa, a volte nucleo centrale di un attacco di panico, altre volte frutto dello stress della vita di tutti i giorni, di un trauma, di una relazione finita male. A chi non è mai capitato di pensarci almeno una volta?
Un tempo la malattia mentale era considerata inguaribile, progressiva e incomprensibile. Questo giustificava la segregazione dei pazienti per la salvaguardia delle “persone civili e del pubblico decoro”. Poi, con la legge Basaglia del 1978, i manicomi sono stati chiusi e, al loro posto, è stata istituita una rete di servizi dedicati al paziente. Non si usa più il termine “matto” e il malato di mente non fa più così paura.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplicemente assenza di malattia o infermità”. La malattia mentale non deve essere considerata uno stigma ma uno stato esistenziale che non ha necessariamente a che vedere con la normalità. Il confine tra ciò che è normale e ciò che non lo è si configura labile e determinato da molti fattori e i manuali diagnostici sono delle linee guida e non dei testi sacri che impongono etichette laddove la comprensione sfugge.
Lo psichiatra portoghese Josè Luis Pio Abreu ha scritto un testo anticonformista e ironico che si intitola proprio “Come diventare un malato di mente”, dove fornisce, con rigore scientifico, indicazioni precise per chi ha intenzione di intraprendere la carriera del malato di mente. La classificazione tradizionale viene adoperata, ma non senza una certa dose di critica: i criteri del DSM, Diagnostic Statistical Manual, vengono definiti “confusi”, troppo “empirici” e “superficiali”, e un tocco personale viene  inserito raggruppando le malattie per funzionamento psicopatologico operante in ognuna.
I primi quattro capitoli corrispondono ai disturbi dell’umore e della personalità: hanno tutti a che fare con i meccanismi legati alla sopravvivenza, alla minaccia e al piacere. I primi due, “Fobici” e “Paranoici”, riguardano la reazione a vissuti di minaccia che si risolvono con la lotta o con la fuga, mentre i capitoli tre e quattro, “Ossessivi” e “Istrionici”, si occupano di modalità di reazione a vissuti di piacere e dell’annosa battaglia con il senso del dovere. Il quinto e il sesto sono dedicati alle malattie sacre alla psichiatria, la “psicosi maniaco depressiva” e la “schizofrenia”: la prima identificata dall’autore come la malattia dei ritmi e dell’interazione, la seconda della cognizione e dello schema spazio-territoriale. Uno spazio viene riservato, nell’ultimo capitolo, a indicazioni su come non essere malati di mente, un contrappunto ai capitoli precedenti e un modo per fornire delle informazioni sulla buona salute. In particolare, lo psichiatra individua un criterio sostanziale per distinguere una persona “sana” da una “malata”: le persone sane sono inclassificabili poiché tutte diverse le une dalle altre, mentre le persone malate si comportano sempre allo stesso modo in ogni circostanza. Se ne deduce che non ci possiamo aspettare risultati diversi se si adottano sempre le stesse strategie e che la libertà del cambiamento risiede nella consapevolezza di sé, uno degli obiettivi di questo ironico libello.

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